Archive for the ‘recensioni’ Category

:: Le Pietre, di Claudio Morandini, (Exòrma Edizioni, 2017) a cura di Federica Belleri

24 giugno 2017
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Dopo “Neve, cane, piede” torna Claudio Morandini con una bellissima storia, legata alla sua amata Valle d’Aosta. È il racconto del quotidiano di due villaggi, uno a valle, l’altro a monte. È il tempo che passa con il trascorrere delle stagioni. È il paesaggio che muta e la montagna che respira e si sposta. Come le pietre, che rotolano a valle e si trasformano in un grande pericolo. Pietre che non si fermano e sembrano avere una vita propria. Cambiano forma, crescono in dimensione. Scottano al sole e si muovono per cercare refrigerio all’ombra. Odiarle o amarle? Sono arrabbiate con gli abitanti? In qualche modo hanno mancato loro di rispetto? Vivere in paesi così originali o trasferirsi in città? Tradizioni contrapposte ai cambiamenti. La forza della natura contro le competenze dell’uomo. Chi vincerà? Preoccupanti rumori notturni disturbano il sonno e provocano ansia. Che sia il diavolo? O un fantasma? Curiosità, rabbia, istinto di sopravvivenza. Una valle sconvolta da un inspiegabile fenomeno. Personaggi intrecciati e amalgamati in un ambiente unico e speciale. Uomini e donne semplici, pieni di voglia di fare, e di domande alle quali cercano disperatamente di dare una risposta. Illusioni e sospetti.
Ragazzi che amano la montagna e non hanno alcuna intenzione di andare via, nonostante tutto. E una voce narrante solare, carica di simpatia e di attenzione ai particolari, capace di portare il lettore per le strade di questi paesi, all’interno delle case, delle osterie, ad affacciarsi alla finestra per salutare chi passa. Come la maestra insegnava, una storia bisognava saperla raccontare bene …
Lettura davvero singolare, che vi consiglio.

Claudio Morandini, «uno dei romanzieri più competenti e spiazzanti nel nostro panorama letterario» secondo la rivista «Pulp», è nato ad Aosta nel 1960. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Le larve (2008), Rapsodia su un solo tema (2010), A gran giornate (2012). A proposito di quest’ultimo, Paolo Morelli ha scritto su «Il Manifesto»: «Bisogna scovare negli anfratti i libri che affermano il potere conoscitivo della fantasia, libri innamorati che portano con sé le parole del mondo e ne propongono una lettura. Ogni volta è una contentezza trovarli, come nel caso di Claudio Morandini». Suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste o sono disponibili in rete. Collabora con il blog Letteratitudine e con le riviste online «Fuori Asse», «Diacritica» e «Zibaldoni e altre meraviglie». Il suo sito è http://claudiomorandini.com.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: La cura, Arno Camenisch, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

23 giugno 2017
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Può essere straordinaria la vita quotidiana con i suoi ritmi, abitudini e ripetizioni? Sì e ce lo dimostra Arno Camenisch con il suo ultimo romanzo “La cura” edito da Keller. Protagonisti un uomo e una donna di mezza età alle prese con un viaggio premio in un super lussuoso albergo a cinque stelle in Engadina. L’hotel elegante e il paesaggio spettacolare scatenano nella coppia due approcci diversi verso quella che dovrebbe essere una rilassante vacanza. La donna è affascinata dall’Engadina e il contatto con il paesaggio svizzero le crea emozioni così forti, che la sua mente va a ripescare ricordi nei cassettini della memoria e a trovare nel presente della terza età nuove aspirazioni e speranze per il futuro. Lui, invece, vive il viaggio premio in modo molto più traumatico, nel senso che l’uomo è ossessionato in modo costante dal bisogno di dove mangiare (e dalla paura di non aver cibo), dalla terrore di spendere più soldi del dovuto e che qualcosa di brutto accada loro mentre cercano di godersi la vacanza. A rendere meno problematico il soggiorno, per il protagonista c’è quella inseparabile borsa di plastica che si porta sempre con sé e che è stracolma di tutto ciò che gli potrebbe servire. Marito e moglie parlano, ricordano, vanno a recuperare i primi amori, i viaggi all’estero –Italia compresa-, gli amici di un tempo, le cose fatte e quelle che avrebbero potuto fare. Il tutto con una particolare attenzione a quello che è il senso della vita e a come le azioni compiute e le parole dette possano influenzarne il corso e lo sviluppo. Nella coppia c’è quindi una profonda consapevolezza che le scelte e gli eventi del passato appartengono ad un tempo che non tornerà più e che quello che resta del vivere, deve essere vissuto- anche se non sempre è facile- al meglio. Poi, ad un certo punto del soggiorno i due partono per una camminata nel bosco, ma dopo un po’ su di loro incombe un temporale, evento atmosferico che, ancora una volta, evidenzia il diverso atteggiamento verso la vita della coppia. Lei è coraggiosa, impavida e non teme a continuare la passeggiata, come se il temporale fosse sì qualcosa di spaventoso, ma dopo si esso ci sarà nuova speranza. Lui, invece è molto cupo e vede nell’evento atmosferico un qualcosa di catastrofico, dal quale scappare, per sfuggire a conseguenze disastrose. Il romanzo di Camenisch presenta, con acuta e saggia ironia, una coppia di anziani consapevoli che quella che stanno vivendo è la parte finale del loro cammino esistenziale, che avrà come termine ultimo la fine del vivere. “La cura” di Arno Camenisch non solo dimostra come la routine di ogni giorno riesca, nella sua totale e umile semplicità, a diventare argomento narrativo nel quale il lettore può identificarsi. La cura di Camenisch, che non è quella fatta di medicine, è quella forza solida e quel sostegno reciproco che l’affiatata coppia protagonista si è data in passato e che continuerà a scambiarsi nel presente e nell’incombente arrivo dell’imbrunire dell’esistenza umana. Traduzione di Roberta Gado.

Arno Camenisch è nato nel 1978 nella regione dei Grigioni, in Svizzera. Ha studiato Letteratura a Biel, dove vive attualmente. Camenisch ha vinto numerosi premi per la sua poesia, le prose e i drammi, che scrive in tedesco e in romancio. È membro dell’ensemble Spoken Word ‘Bern ist überall’. I suoi lavori in prosa e alcuni estratti sono stati tradotti in 15 lingue. Camenisch è stato inserito nell’Antologia della migliore fiction europea del 2012. Tra i premi che ha vinto: Plema d’aur, Premio Berna, Premio Schiller, Premio Eidgenössischer; Hölderlin Litteratur Preis.Il primo volume della trilogia dei Grigioni, Sez Ner, è edito da Casagrande e Keller editore dopo Dietro la stazione, pubblicherà l’ultimo volume della trilogia intitolato Ustrinkata. In romancio è uscito nel 2005 il romanzo Ernesto ed autras manzegnas (Ed. Romania).

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: La favorita, Martin Lehmann (001 edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

23 giugno 2017
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Constance ha dieci anni e vive reclusa in una dimora di campagna di un paesino francese che sembra un misto tra il castello di Barbablù e la casa della famiglia Addams. Con lei vivono una nonna folle e violenta, pronta a punirla per ogni stupidaggine, un nonno più conciliante ma in preda ai fumi dell’alcool e la gatta Noirette. Constance non frequenta né la scuola né i suoi coetanei e la fantasia è la sua unica via di fuga, tra oppressione, castighi e totale mancanza di contatto con la realtà.
Un giorno sua nonna assume una famiglia di immigrati portoghesi per badare al vasto e selvaggio giardino e Constance si confronta, anche scontrandosi, con i figli coetanei della coppia, cominciando a porsi qualche domanda su chi è lei e scoprendo che c’è qualcosa che non torna, tipo che ci sono cose che non quadrano con il suo essere una ragazzina.
Basandosi su un fatto realmente accaduto in Francia negli anni Settanta, dove una coppia di anziani, sulla quale gravava il sospetto di aver causato la morte della loro unica figlia, sequestrò un bambino ad un supermercato travestendolo da bambina e tenendolo in casa per anni, Matthias Lehmann costruisce una fiaba nera, resa in incisioni che riecheggiano l’arte popolare dell’Ottocento con richiami al filone dark contemporaneo. Una storia che è immersa tra realtà e fantasia, vista dagli occhi di Constance che in realtà è Maxime, inconsapevole della menzogna in cui vive, avvolta in un mondo tutto suo da cui sarà difficile uscire, anche perché non sembrano esserci sbocchi, con due carnefici entrambi responsabili, una coppia in preda ad una folie à deux tra una lei violenta e un lui che asseconda e non si ribella.
Tra le righe, però La favorita è anche una storia di formazione e crescita, sia pure estrema, e sull’identità di genere che non è mai fissa ma è spesso fluida o comunque influenzata da influssi e imposizioni esterni, e anche una storia di resurrezione e di presa di coscienza di sé.
La favorita è un fumetto quindi interessante a più livelli, come realizzazione e trama, per come sa tirare fuori una fiaba da un fattaccio di cronaca nera e per come racconta una crescita e scoperta di sé, lasciando poi il finale aperto su cosa è successo a Maxime-Constance dopo essere stato liberato dal suo incubo.

Martin Lehmann, classe 1978, vive a Parigi ed è di origini franco-brasiliane, dove lavora come fumettista, pittore e illustratore. Ha partecipato a vari progetti collettivi su riviste e antologie e ha fatto varie mostre. Tra le sue opere ricordiamo Isolacity del 2001, L’Etouffer de la RN115 (2006), noir realizzato con la tecnica dello scratchborard, Les larmes d’Ezechiel del 2009, altra storia di un’adolescenza e la raccolta di illustrazioni La Ruche et la mémorial. Collabora con Libération, Le Monde, Marianne e Siné Mensuel.

Source: omaggio della casa editrice 001 edizioni al recensore, si ringrazia Antonio Scuzzarella.

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:: La corriera stravagante, John Steinbeck, (Bompiani, 2016), a cura di Daniela Distefano

21 giugno 2017
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Pubblicato per la prima volta nel 1947, il romanzo di John Steinbeck
“La corriera stravagante” è un autentico monumento alla rocambolesca bizzarria della vita. Un’opera d’arte che si legge con il palato del buongustaio letterario.
La storia narrata ha inizio da una stazione di servizio a cui erano annessi anche un ristorante e un servizio autobus, tutti gestiti da
Juan Chicoy e da sua moglie Alice.
In una giornata offuscata dal maltempo un gruppo male assortito di personaggi decide di partire a bordo della corriera Sweetheart – il cui autista è sempre Juan Chicoy – per raggiungere la località immaginaria di San Juan de la Cruz sulla costa californiana del Pacifico.
In viaggio verso una meta evanescente come una Chimera, ci sono:
Kit “Fignolo” Carson, il garzone che aiuta Juan come meccanico nell’officina, con la sua brutta acne, e la sua passione per le torte;
Ernest Horton, un reduce di guerra, rappresentante di commercio con una grossa valigia piena di oggetti strani e strampalati;
Elliot Pritchard, tipico businessman americano, cauto, calcolatore, ipocrita e attento alle apparenze;
Bernice Pritchard, sua moglie, donna graziosa con continui mal di testa forse provocati ad arte per contrariare i colpi dei più cari;
Mildred Pritchard, irrequieta figlia dei Pritchard (avrà una breve fuga d’amore con Juan e imparerà a volare con il proprio istinto);
Norma, la cameriera del ristorante, aspetto insignificante, innamorata di un divo di Hollywood (lascia il suo lavoro e sulla corriera conosce Camille Oaks vistosa ragazza “avventuriera”);
Van Brunt, un vecchio insopportabile attratto da tutto il genere femminile.
Una sfilza di figure rifinite nei minimi particolari. In una giornata che doveva scorrere veloce come l’età terrestre, questa gente rimane bloccata in mezzo al verde ed è allora che il velo delle convenzioni umane viene strappato lasciando ogni personaggio in balìa dei sensi più animaleschi, il peggio dell’animo, la scorza che gettata fa rimanere l’essere nudo e indifeso.

Bernice Pritchard, per quanto dichiarasse di non essere superstiziosa, dava una grande importanza ai segni premonitori.
Il fatto che l’autobus si fosse guastato all’inizio del viaggio la spaventava, perché le pareva di vederci il pronostico di una serie di guai, che avrebbero finito col rovinare tutto il viaggio.

Mentre Juan e i suoi passeggeri sono sulla corriera e non sanno ancora che ci rimarranno per un bel po’, Alice è rimasta da sola nella stazione di servizio. Ha chiuso tutto e si gode la solitudine ritrovata ubriacandosi e cacciando una mosca molesta. Lei crede che Juan non la ami più:

Per Alice, esistevano veramente solo le cose e le persone suscettibili di aggiungere o togliere qualcosa alla sua vita immediata.
E ora mentre giaceva in abbandono, calda e tranquilla, la sua mente riprese a lavorare, e con il pensiero le tornò il terrore.
Ripassò tutta la scena. Il terrore nasceva dalla dolcezza stessa di Juan: avrebbe dovuto picchiarla, ma non l’aveva fatto, e la sua mancanza era ragione d’angustia.
Forse non gli importava più nulla di lei, e l’esperienza le aveva insegnato che la gentilezza indifferente di un uomo verso una donna è il primo sintomo della sua intenzione di piantarla.

La corriera stravagante” è un libro perfetto, riuscito, impeccabile come tutti i capolavori. E’ per via di una leggerezza che solo il lavorio dell’autore sulla scrittura è stato in grado di assicurare. Un romanzo pensato per divertire e godibile come una bibita refrigerante. Ma c’è una penetrazione psicologica nel descrivere gli attori di questo racconto che non ci permette di trasformare la leggerezza in superficialità.
Tutto è meditato. Tutto è calibrato, e Juan che voleva cambiare vita, andare in Messico, lasciare Alice, abbandonare in mezzo al nulla i suoi passeggeri della corriera impantanata, farà una scelta non dettata dal dovere, ma dalla sorpresa di un flirt durato un istante abbondante.

John Steinbeck (1902- 1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale.
Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per Furore nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”.
Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: Myosotis, Liliana Gravino (Augh! Edizioni, 2017) a cura di Elena Romanello

20 giugno 2017
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Ormai nelle librerie e biblioteche sono tanti i romanzi che raccontano del rapporto tra gli esseri umani e i nostri compagni di vita pelosi, cani o gatti che siano, con qualche variante sugli altri animali, ma con sempre i cugini dei lupi e dei leoni come protagonisti privilegiati. Del resto è con i cani e i gatti che gli esseri umani hanno costruito i rapporti di affezione più profondi e duraturi, dall’alba delle civiltà.
Myosotis è una storia in parte autobiografica con cui l’autrice Liliana Gravino racconta dei suoi lunghi ma sempre troppo corti anni passati con i suoi due gatti: da sempre amante degli animali, l’autrice riesce a prendere un gatto solo da grande, quando si sposa, e da lì inizia una vicenda che commuove, diverte, appassiona, perché a Pallino, arrivato da casa della nonna, si aggiunge per caso Baby, che arriva piccolissima per fare poi il percorso più lungo di vita.
Una storia con cui l’autrice vuole raccontare per non dimenticare, con gli arrivi, la convivenza, le marachelle, le peripezie e poi l’addio a Pallino, tigrotto molto curioso, e Baby, trovatella nera molto timorosa, nell’arco di quasi vent’anni, tra esami da preparare, lavoro, maternità, figli che crescono, traslochi, malattie, gioie e dolori, ingiustizie, gratificazioni e cambiamenti.
Un libro per tutti i gattofili, con tanti aneddoti in cui ciascuno troverà qualcosa di suo, in un diario di sentimenti e di vita che in qualche modo è stato condiviso da chiunque ha vissuto e vive con uno o più felini in casa, presenze a tratti silenziose ma mai assenti. Ci si diverte, ci si indigna, ci si appassiona e si commuove, come con altri libri del genere, e non ci si annoia mai, per questo ai felinofili piace sempre aumentare la propria biblioteca in tema, con titoli anche di case editrici piccole e coraggiose come la AUGH! che ha reso possibile l’uscita di questa cronaca di vita felina.
Il titolo si riferisce a un tipo di fiori selvatici fragili e bellissimi, famosi anche come i nontiscordardime a cui l’autrice piace paragonare i suoi gatti mai dimenticati, Pallino e Baby, delicati e soffici anche se selvatici. Infatti, come sa chi ha avuto gatti in casa, non si possono scordare, né mentre ci sono né dopo che se ne vanno, rimangono nel cuore e negli occhi. Una storia individuale e universale, con due gatti come interlocutori, personaggi pelosi ma anche letterari a tutto tondo nel raccontare le loro vicende inseparabili da quelle dei loro umani.

Liliana Gravino è nata a Torino nel 1966 e vive a Druento. Biologa, non ha mai abbandonato l’amore per gli studi umanistici e per l’arte narrativa e figurativa. Myosotis è il suo primo romanzo.

Source: omaggio dell’autrice che ringraziamo.

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:: Il gigante dal cuore di panna, Francesco Sturaro (Bianca & Volta Edizioni, 2017) a cura di Laura M.

19 giugno 2017
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Nonna era bellissima quel giorno. Pareva stesse dormendo, distesa sul letto di scuro legno massiccio su cui generazioni di bambini avevano messo infinite volte a dura prova la resistenza del materasso a molle con i loro salti e le loro capriole. Il suo viso era sereno. Sorrideva alla morte che era venuta a prenderla, per accompagnarla dalla sua mamma e dal suo papà, dalle cui braccia la guerra l’aveva strappata giovanissima tanti anni prima.

La nonna della nostra protagonista Greta, viene ricordata da costei il giorno della sua morte. Tra le storie che le raccontava quella che preferiva si intitolava: Il gigante dal cuore di panna, che decide di narrarla in memoria della nonna al suo fidanzato. Asia era nata a Varsavia e lì viveva nel periodo più buio della storia dell’ Europa, quello nazista. A dieci anni, quasi sotto i suoi occhi, le vengono uccisi gli amati genitori, ma viene salvata da Bodo, un gigante tedesco di origine polacca che col suo carro e i suoi attrezzi fa dei lavori per i tedeschi nella parte ariana di Varsavia e mosso a pietà porta la ragazzina nel bosco intorno alla città dove ha una casetta e la nasconde. Ma i mostri nazisti che hanno in mente la soluzione finale, cioè lo sterminio di tutti gli ebrei, hanno costruito un muro per isolare il ghetto ebraico e stiparlo all’inverosimile di giudei. Quando Asia e Bodo vanno in città per fare dei lavori inizialmente sentono e vedono da certi buchi scavati alla base del muro dei lamenti e gente che invoca cibo perché sta morendo di fame. Asia da quello che può delle sue magre razioni. Ma quando i tedeschi si apprestano a iniziare la soluzione finale, cioè a trasferire gli ebrei nei campi di sterminio che chiamano campi di lavoro, alcune madri chiedono a Asia e Bodo di mettere in salvo i loro figli. Asia con il consenso di Bodo afferra i piccoli e nascondendoli nel carretto li porta in salvo nella casa nel bosco. Finché un giorno le viene affidata una neonata. Dopo tanti anni da quei fatti ancora commuove sentire parlare del coraggio altruismo, generosità, di coloro che cercarono di salvare il senso umano, la dignità di essere esseri umani, mentre in molti la annientavano. E’ un racconto dal sapore fiabesco, cadenzato da una scrittura piana e semplice e proprio per questo altamente evocativa. Una fiaba adatta anche ai lettori più giovani che ci parla di fatti che avrebbero potuto accadere esattamente come raccontati. Piccolo colpo di scena finale, che comunque si intuisce molto chiaramente durante tutta la lettura. Consigliato.

Francesco Sturaro Laureato in storia lavora come giornalista pubblicista, collaborando in passato con varie testate locali. Nato e cresciuto (per quel poco) a Conselve, tipica cittadina della provincia di Padova, si appassiona ben presto alla scrittura, dedicandosi sin dalla più tenera età all’arte dei graffiti sui muri di casa, per la gioia dei familiari. Scrittore compulsivo, la sua vena ironica, ben camuffata nella vita di tutti i giorni, trova libero sfogo nelle sue pagine, caratterizzate da una comicità riflessiva.

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia Stefano e l’Ufficio stampa.

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:: Io sono un gatto, Natsume Sōseki, (Beat, 2017) a cura di Viviana Filippini

19 giugno 2017
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Cosa accade quando un gattino abbandonato si introduce in una casa di umani sconosciuti? E cosa succede se a raccontarci il destino del musetto peloso è il gatto stesso? È quello che avvien in “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, romanzo del 1905, pubblicato in Italia da Beat, che ha per protagonista un gattino tutto solo. Il trovatello, dopo essersi intrufolato in una umile casa viene accettato, ma non accolto con tutto l’entusiasmo che ci si aspetterebbe. Ad ospitarlo una famiglia giapponese dell’epoca Meiji: i Kushami. Il fatto che il micetto non sia tanto amato dai padroni è dato dalla mancanza di gesti affettivi concreti e dal suo non avere un nome. Il gatto viene “adottato” da una famiglia composta dal padre (l’unico che ogni tanto gli tocca la testa), un professore con perenni problemi di stomaco, una madre, tre figlie del tutto indifferenti a lui e una serva. Quest’ultima non ama il micio, ma gli dà da mangiare e questo gesto caritatevole, unito al tocco del padrone, fanno sentire il felino, il padrone di casa. Il gatto passa le sue giornate tra l’abitazione del padrone e i suoi simili (il Nero del vetturino e l’amata Micetta), ma il vero interesse di questo gatto perspicace è ascoltare i discorsi del suo proprietario e degli amici che vanno a trovarlo. I dialoghi si snodano tra il serio e il faceto e hanno al centro i problemi d’amore di Kangetsu, laureato in fisica ed ex studente di Kushami che dovrebbe sposare Tomiko, figlia viziata dei coniugi Kaneda, vicini di casa del professore, superbi, ottusi e incredibilmente ricchi. Al giovane si alternano le visite di altri amici di Kushami: il ridanciano Meitei, l’uomo d’affari Sanpei, il poeta Tōfū e tanti altri individui, che con il loro dire e agire, fanno conoscere a noi lettori usi e costumi del Giappone di inizio del XX secolo. Il gatto assiste, testimone muto, alle vicissitudini di una umanità comica, a tratti imbranata e minata dai piccole ossessioni comportamentali che la rendono simpatica e, allo stesso tempo, ne mostrano le fragilità interiori. Il gatto ascolta e innesta nelle narrazione tutta una serie di riflessioni personali che dimostrano la sua intelligenza, la sua capacità di passare dalla vita vera, alla storia dell’antica Grecia, alla letteratura, alla medicina e alla filosofia, il tutto per esprimere la propria opinione sulle spinose questioni riguardanti la vita degli uomini. Il protagonista del romanzo di “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, tradotto da Antonietta Pastore, è un felino simpatico, ironico che dimostra di avere una mente arguta e un cuore abili a provare sentimenti ed emozioni come quelle vissute dagli uomini, solo che il micio – differenza degli esseri umani che lo circondano – sembra sperimentare con maggiore coscienza e consapevolezza – Zen direi – ogni singolo evento del suo vivere quotidiano.

Natsume Sōseki, pseudonimo di Natsume Kinnosuke, nacque ad Edo (antico nome di Tokyo) nel 1867, da un samurai di basso rango, ultimo di sei figli, è considerato il più grande scrittore del Giappone moderno, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Mishima. Nel 1905 pubblicò il suo primo romanzo Io sono un gatto, edito da Neri Pozza nel 2006. Seguono, tra gli altri, Bocchan (Il signorino, Neri Pozza 2007), nel 1906 e Sanshirô del 1908.Morì nel 1916 a 49 anni. Tra le sue opere ricordiamo Il viandante, Erba lungo la via e i due romanzi apparsi in Italia sempre per Neri Pozza: Guanciale d’erba e Il cuore delle cose.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Il diario Lombroso e il killer dei musei, Enzo Orlando (Bonfirraro, 2017) a cura di Elena Romanello

19 giugno 2017
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La Bonfirraro editore lascia per questo libro l’assolata Sicilia per trasferirsi a Torino, dove vive anche da un po’ di tempo l’autore Enzo Orlando, per raccontare un thriller che coinvolge il capoluogo sabaudo e alcuni dei suoi Musei più interessanti e forse meno famosi.
Tutto parte infatti dal Museo Lombroso, al centro di polemiche che ne hanno sminuito l’importanza come testimonianza scientifica del secondo Ottocento, dove viene ucciso il direttore (nella finzione) con una macabra messinscena. Dopo poco un crimine analogo viene commesso al Museo del Risorgimento: il commissario Moretti, reduce da un tragico fatto personale, inizia ad indagare, pensando in un primo tempo di avere a che fare con un gruppo di fanatici neoborbonici, dopo aver letto alcuni messaggi deliranti sui social.
Ma la realtà sarà ben più complessa e difficile da trovare, in un intreccio che mescolerà paranormale, con la vicenda che vide Lombroso interessarsi allo spiritismo dopo l’incontro con la medium Eusapia Palladino, e intrecci, sullo sfondo di una Torino inedita e molto interessante, vista dall’occhio di chi ci vive da non molto e ne è rimasto conquistato.
Il diario Lombroso e il killer dei musei non è il primo giallo ambientato a Torino, la capitale sabauda ha alle spalle una lunga tradizione, con nomi come quelli di Fruttero e Lucentini e di Gianna Baltaro, ma si distingue per un linguaggio da serial tv, immediato, efficace, incalzante, e per atmosfere un po’ insolite e inedite che o la solita Torino da cartolina o i bassifondi e le zone industriali abbandonate.
Il Museo Lombroso è una testimonianza interessante di come Torino fu capitale della scienza prima di diventare città magica e esoterica, con la ricerca del crimonologo Cesare Lombroso che tentò per primo, con gli schemi e i limiti di allora, di cercare una risposta razionale al comportamento criminale. Il Museo del Risorgimento racconta la Storia italiana e europea dalla Rivoluzione francese alla Prima guerra mondiale, con quadri, oggetti e manufatti unici. Entrambi i luoghi sono perfetti come luogo di crimini nella finzione.
Il commissario Moretti, eroe della storia tra mille false piste, è un uomo dolente, che cerca una ragione di vita dopo una tragedia, capace di arrivare alla fine al bandolo di una matassa intricata e che forse non del tutto risolvibile.

Enzo Orlando si è laureato in Architettura a Napoli e si occupa di edilizia sportiva per il Comune di Torino.
Da sempre appassionato di musica e di narrativa gialla, a 14 anni divorava uno dietro l’altro i gialli di Ellery Queen e Aghata Christie. A 25 anni la sua passione per la musica lo porta a sospendere per un paio di anni gli studi universitari e a collaborare come bassista con il noto cantautore napoletano Nino Buonocore e altri artisti della scena napoletana degli anni ‘80. La musica farà comunque sempre parte del suo immaginario letterario, regalando alle sue narrazioni ritmo e melodia. Il diario Lombroso e il killer dei musei è il suo sorprendente romanzo d’esordio.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: La principessa spaventapasseri di Federico Rossi Edrighi, (Bao Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

15 giugno 2017
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Ci sono fumetti per ragazzi e fumetti per adulti, e poi ci sono fumetti che sulla carta sono per ragazzi ma in realtà sono per tutti, perche raccontano storie universali, di crescita, cambiamento, fantasia, realtà.
Uno di questi casi è La principessa spaventapasseri di Federico Rossi Edrighi, un romanzo di formazione nascosto sotto un dark fantasy che rievoca il Neil Gaiman di Coraline e de Il ragazzo del cimitero.
Morrigan è un’adolescente che si sente sola e non gradisce granché i continui spostamenti a cui la madre e il fratello maggiore, molto più grande di lei, la sottopongono per star dietro alle loro ricerche per libri sui misteri inglesi tradotti in tutto il mondo. Stavolta Morrigan si trova in un paesino dell’Inghilterra rurare così piccolo che nemmeno ti accorgi di esserci, e le prospettive non sono certo interessanti. Un giorno la ragazza conosce un’anziana vedova che le fa un dono destinato a cambiarle la vita, ma che la costringe ad affrontare il Signore dei corvi, un’entità malvagia che vuole sottomettere il mondo con il suo animo perverso e malato, alla fine simbolico di cosa c’è dentro di noi.
Morrigan dovrà affrontarlo, scoprendo nuove cose di se stessa e che c’è comunque un mondo e una vita degni di essere salvati e vissuti, anche se non sembrava cocì.
La protagonista ha un nome che è tutto un programma, perché Morrigan è il nome di una dea delle leggende irlandesi, una e trina, con tre volti, ragazza, donna e anziana. Qui l’incontro è tra due diverse generazioni, Morrigan e la sua anziana vicina di casa, due solitudini che scoprono di avere un qualcosa in comune, forse oltre il dover salvare il mondo. Anche il Signore dei corvi è una figura archetipa delle leggende, ripresa poi dall’immaginario contemporaneo, e qui rivive in una prospettiva fiabesca e mai banale, come simbolo di un male non irreale ma presente nel mondo, in ogni persona.
Morrigan si mette nella tradizione delle ragazze magiche e fantastiche, ma in modo molto umano, in lei ci sono echi di icone come Pippi Calzelunghe, se non altro nella caratterizzazione, e il suo affrontare il male assoluto per diventare adulta, secondo uno schema che nei decenni ha dato storie che vanno da Alice nel paese delle meraviglie a Labyrinth, da Il mago di Oz a Sailormoon, è originale perché è credibile, è uno specchio deformato che ricostruisce un percorso attraverso cui tutti siamo passati.
Una storia a se stante bella da leggere quando si ha l’età di Morrigan ma anche quando la si ha superata da un pezzo, perché certe storie sono parte di ogni età e di ogni generazione.

Federico Rossi Edrighi nasce in provincia di Roma nel 1982. Dal 2006 al 2014 realizza storyboard per lungometraggi e serie tv per studi come Musicartoon e Rainbow CGI. Ha collaborato alla quarta stagione di John Doe (Editoriale Aurea) su testi di Mauro Uzzeo e Roberto Recchioni, e ad Harpun (GP Publishing) su testi di Giovanni Masi, riedito nel 2016 da Verticomics. Nel 2015 disegna l’adattamento di Alle Montagne della Follia per la collana Roberto Recchioni presenta: i Maestri dell’Orrore (testi di Giovanni Masi, edizioni Star Comics), e dallo stesso anno collabora con la Sergio Bonelli Editore per la serie Dylan Dog. Nel 2016, per la Casa editrice BAO Publishing pubblica La principessa spaventapasseri.

Provenienza: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: La schiavitù raccontata a mia figlia, Christiane Taubira, (Baldini&Castoldi, 2017), a cura di Daniela Distefano

14 giugno 2017
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Se ti dico “Terra della libertà”, a che Paese pensi?
Agli Stati Uniti, naturalmente.
Ma è in questa Terra di libertà che la schiavitù figurava tra le leggi dello Stato della Virginia ancora nel 1980.
Coincidenza: questo è stato l’anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato facente parte dell’ONU ad abolire la schiavitù.
Nei testi giuridici, non ancora nei fatti!

Un dialogo fra madre e figlia fa da sottofondo a questo opuscolo dal titolo eloquente: “La Schiavitù raccontata a mia figlia” (Baldini&Castoldi) di Christiane Taubira.
Ma cos’è la schiavitù oggi e cos’è stata nel passato?
E’ in corso una riflessione nel tentativo di definire il contenuto del crimine contro l’umanità.
“Non sono né il numero delle vittime né l’intensità della loro sofferenza, ma la negazione della parte eterna dell’uomo che è in ciascuno”, a costituire un crimine contro l’umanità.
Lo stato di guerra non è dunque l’unico contesto nel quale possa essere perpetrato.
E non c’è un concetto più pertinente per racchiudere la totalità di quello che furono la tratta e la schiavitù, cioè il primo sistema economico e la prima organizzazione sociale gerarchizzata le cui fondamenta sono la deportazione in massa della popolazione e l’omicidio legalizzato.
Come si è sviluppata la schiavitù nella Storia?
Napoleone Bonaparte, imperatore di Francia, ripristinò l’asservimento nelle colonie francesi per soddisfare le rivendicazioni dei proprietari delle piantagioni.

Quando vi parlano di Luigi XIV, il Re Sole, a Versailles, vi devono anche insegnare che promulgò il Codice nero, che dichiarava gli schiavi “beni mobili”
e autorizzava i padroni a infliggere loro sevizie corporali…

I numeri sono da vergogna.
Numero totale dei deportati nelle rotte dall’Africa all’America: fra i 15 e i 30 milioni.
La schiavitù è durata in Europa per oltre quattro secoli, in Francia due.
C’è poco altro da aggiungere, la deportazione degli ebrei è il nostro grado zero del genere umano, ma almeno ne abbiamo consapevolezza.
Il sistematico oltraggio alla popolazione di colore valica ogni nostro pentimento.
Siamo mostri se non amiamo come Gesù ci ha insegnato nel Vangelo.

La pace non è né l’equilibrio del terrore, né la supremazia dei più forti.
La pace è questa fragile costruzione comune, ricucita senza sosta sulle ingiustizie e le disuguaglianze che ci ostiniamo a combattere.

Una conversazione, questa, che vuole essere propulsiva e stimolante.
Azzeriamo il debito dei Paesi del Terzo mondo,
non per scolparci, ma per riprendere il filo dell’umiltà, la corda alla quale ci aggrappiamo per non cadere nel vuoto.
Le future generazioni hanno bisogno di una ragione per crescere senza rimorsi oltraggiosi, senza quei massi che la nostra coscienza ci tramanda a volte automaticamente, meccanicamente, involontariamente.

Christiane Taubira (1952) – guardasigilli di Francia dal 2012 fino alle dimissioni del gennaio 2016 – è uno dei più autorevoli e influenti esponenti della gauche francese.
Impegnata in politica, in difesa dei diritti umani e delle libertà civili sin da giovanissima, è stata protagonista delle battaglie per il matrimonio per le coppie omosessuali e per la riforma della giustizia penale.

Source: libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Mario Vanni dell’Ufficio stampa “Baldini&Castoldi”.

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:: Paper Girls vol. 1, di Brain K. Vaughan e Cliff Chiang (Bao Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

14 giugno 2017
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La Bao Publishing sta pubblicando Paper girls, graphic novel creata a quattro mani da Brian K. Vaughan e Cliff Chiang, opera interessante sotto vari punti di vista e ottimo esempio di fumetto indipendente a stelle e strisce.
Negli anni Ottanta Erin, Mac, Tiffany e KJ, un gruppo di amiche adolescenti, guadagnano qualche spicciolo consegnando giornali nelle prime ore del mattino nel loro quartiere: un giorno si trovano catapultate dal 1988 al 2016, perdendo di vista KJ, in un mondo dove ci sono alieni e presenze strane, e devono trovare un qualcosa chiamato la Quarta Piegatura, per poter forse riuscire a tornare a casa nel loro tempo, sperando di trovarlo ancora.
I viaggi nel tempo sono una presenza ricorrente nell’immaginario fantastico, da Wells al serial di Doctor Who: qui sono un’occasione per ricordare cosa si è e cosa si può diventare, al di là dell’espediente del fumetto, perché si cambia e non sempre ci si riconosce in quello che si era e in quello che si può diventare.
Paper girls è pieno di citazioni dell’immaginario fantastico degli anni Ottanta ed ha anticipato in un certo senso il serial cult della scorsa estate, Stranger things, viaggio in quel decennio in cui i nerd, allora non ancora visti come di tendenza, sognarono su storie inimitabili come I Goonies, ET e Stand by me.
Il fumetto è anche una storia di amicizia e di crescita, di rinuncia e di cambiamento, raccontata con la metafora del fantastico, tra un passato a cui si appartiene e un futuro che non è come non lo si aspetta, ma nessun futuro è mai così.
La cosa però più innovativa di Paper girls è la scelta di mettere al centro dell’azione un gruppo di protagoniste, non delle supereroine ma delle adolescenti alle presi con un’avventura più grande di loro, con un confronto con un mondo deformato, come è il crescere. Del resto, le ragazze sono sempre più centrali nel mondo del fumetto, come autrici e come protagoniste, sempre meno legate agli stereotipi e sempre più al centro dell’azione. E le quattro Paper girls sono un ottimo esempio di questo girls’ power che finalmente ha sdoganato il mondo delle nuvole parlanti anche per l’altra metà del cielo.
Da segnalare anche il disegno, ottimo per ricostruire dei sommessi anni Ottanta e un domani psichedelico e molto simile a come era la fantascienza in quel decennio. Tutto questo aspettando con ansia il prossimo capitolo della saga.

Brian K. Vaughan è uno scrittore americano di fumetti e serie televisive. Nonostante abbia iniziato a scrivere per personaggi DC Comics e Marvel come X-Men e Batman, è famoso soprattutto per le sue opere originali, tra cui vanno ricordate Y: L’ultimo uomo, Ex Machina, Runaways e L’orgoglio di Baghdad, per le quali ha vinto quattro premi Eisner. Per la televisione, ha fatto parte del team creativo della serie Lost, per la quale è stato nominato per il premio Writers Guild of America per migliore serie drammatica. Saga, insieme alla co-creatrice Fiona Staples, è il suo primo lavoro creator-owned.

Cliff Chiang, dopo la laurea ad Harvard in Letteratura inglese e Arti visuali, inizia l’attività di illustratore e fumettista grazie alla collaborazione con Disney Adventures magazine, DC Comics (Wonderwoman, Batman) e Marvel (Avengers, Ant-man, Ms. Marvel). I suoi lavori più noti sono Human Target, Architecture & Morality, Green Arrow/ Black Canary, tutti usciti per la DC Comics. Per BAO Publishing ha realizzato Cliff, il logo della Casa editrice. Sempre per la stessa Casa editrice, nel 2011 disegna Greendale, la trasposizione dell’omonimo album di Neil Young, e nel 2016, in coppia con Brian K. Vaughan, Paper Girls, serie candidata agli Eisner Awards come “Best new series”.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco, di Andrea Marcolongo, (Laterza, 2017) a cura di Greta Cherubini

13 giugno 2017
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È da settimane in vetta alle classifiche, ha venduto migliaia di copie e si prepara a sbarcare all’estero. “La lingua geniale” di Andrea Marcolongo riapre di colpo il decennale dibattito sull’utilità degli studi classici (e sull’attualità delle lingue “morte”) indicando almeno 9 fondamentali ragioni per amare il greco. Ma ce ne sono molte, molte di più. Ecco le mie preferite:

  • oida, “so” (mi perdonino i puristi per la volgare traslitterazione del greco): che non è proprio “so”, da “sapere”, ma “ho visto, quindi so”, perfetto di “orao” che appunto significa “vedere”. Ripeto, “ho visto, quindi so”. Vale a dire: dopo aver avuto diretta conoscenza/esperienza della cosa (valore aspettuale perfetto, l’azione è compiuta nel passato ma ne restano le conseguenze nel presente) posso dire di sapere. Non perché ho letto un post su Facebook, ma perché ho “guardato attentamente”. Capite?

  • tàlatta, póntos, pèlagos: “il mare”. Ma solo il primo è proprio “mare”: “póntos” è “il passaggio”, “il sentiero”, verso un altrove, che sta al di là di questa immensa distesa azzurra e che per ora possiamo solo immaginare, mentre pèlagos è proprio questa “immensa distesa azzurra”, una specie di pianura blu galleggiante. “Dire cose complesse con parole semplici, vere, oneste: ecco la potenza del greco antico”, scrive Andrea Marcolongo. In un’epoca in cui le parole scompaiono, sacrificate dalla fretta dei rapidi messaggi scambiati su whatsapp, quale lingua riuscirebbe ad esprimere in maniera tanto sintetica questa infinita varietà di significati?

  • poiesis, “poesia”: sublime arte del dire in versi. Dal verbo “poieo”, “fare”. Fare materialmente, e quindi “costruire”, “fabbricare”. Il greco utilizzava lo stesso verbo per indicare tanto il lavoro del falegname quanto quello del poeta. Semplicemente, fare poesia era un lavoro come un altro, artigianato, diremmo oggi. Geniale, no?

La lingua geniale” si rivolge fondamentalmente a due categorie di lettori: quelli che hanno fatto il classico e quelli che non l’hanno fatto. I primi torneranno nostalgicamente (e masochisticamente) agli interminabili pomeriggi di studio trascorsi a scandire macchinalmente centinaia e centinaia di declinazioni e coniugazioni, fino allo stremo psicofisico, nonché al senso di smarrimento/terrore provato innumerevoli volte davanti alle temutissime e indecifrabili versioni; tappe fondamentali della carriera scolastica di un qualunque classicista che si rispetti, e insieme riti di iniziazione alla conoscenza di una cultura ricchissima e profonda, che dopo, quando ormai si è consegnata la versione di maturità e si è deposto il Rocci, si ricorderà sempre con un po’ di orgoglio. I secondi semplicemente rimpiangeranno di non aver fatto il classico. Perché, come diceva Marguerite Yourcenar, “quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco”. E perché, come spiega in maniera leggera ed ironica Andrea Marcolongo, sotto le sottigliezze grammaticali degli specchietti da imparare a memoria si nasconde un modo di pensare, un concetto del mondo e della vita affascinante e sublime.
Semplicemente, geniale.

Andrea Marcolongo, grecista, si è laureata all’Università degli Studi di Milano. Nella sua vita ha molto viaggiato e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno. Dopo essersi specializzata in storytelling, ha lavorato come consulente di comunicazione per politici e aziende. Capire il greco, però, è sempre stata la sua questione irrisolta e a questa ha dedicato buona parte delle sue notti insonni.

Source: acquisto personale, Laterza, 2016.

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