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:: Blogtour – Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) – seconda tappa

11 luglio 2017

Oggi siamo felici di ospitare la seconda tappa del Blog tour dedicato al nuovo libro di Maurizio de Giovanni Rondini d’ inverno, capitolo finale del ciclo delle canzoni, della saga di Ricciardi. Buona lettura!

3Benvenuto Maurizio e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Parleremo perlopiù del tuo nuovo libro Rondini di inverno, ma anche di libri in genere, di tango, di progetti per il futuro.

Sempre felice di ritrovarti, e di ritrovarsi in mezzo ai lettori. La scrittura, come la lettura, è un’attività individuale e un po’ onanistica, quindi ogni occasione di condivisione è un vero piacere.

Iniziamo col tranquillizzare i tuoi lettori il sottotitolo Sipario per il commissario Ricciardi, non significa ancora che Ricciardi ci dice addio, ma ci saranno altre storie, confermi?

Nelle mie attuali intenzioni, questo romanzo è il terzultimo per Ricciardi. Conclude il ciclo delle canzoni, quello intervallato dalla storia degli incontri tra un giovane cantante che vuole perfezionare il suo modo di suonare e il suo anziano Maestro, di cui scopriremo l’identità. Il sipario del titolo è riferito all’ambientazione, che è il mondo magico dell’avanspettacolo.

Ho letto in anteprima il romanzo, l’anticipazione della pubblicazione al 5 fa sì che ormai anche molti lettori l’abbiano letto. Rondini di inverno è ambientato negli ultimi giorni del 1932, prima del Capodanno. Parla di teatranti, di amore, di vendetta, di follia. Come hai amalgamato tutti questi temi?

La cosa più bella della creazione di un romanzo, per il quale esistono già i personaggi principali, è il reperimento del mondo che si vuole raccontare. La scelta dell’ambientazione, lo sfondo, il palcoscenico sul quale si svolge la narrazione e le conseguenti a volte lunghe e difficili ricerche sono una tessitura complessa ma bellissima. E’ poi la storia, la trama stessa, che amalgama perfettamente tutti gli elementi.

Ricciardi non ama il teatro. Sue parole, che riporto “Il cinematografo e il teatro propongono una ridda di emozioni false, dove l’amore è sempre buono e l’odio sempre cattivo.” In questo romanzo invece la rivista, il varietà, il teatro, sono protagonisti. Ricordo mio padre (napoletano in esilio al nord) che detestava la sceneggiata, mentre amava Totò e il teatro di De Filippo. In che misura il teatro caratterizza la cultura napoletana, e per la precisione quella degli anni’30? E perché hai scelto questo tema per il romanzo?

Il teatro è per Napoli una forma d’arte istintiva e primaria, più di ogni altra. Il numero di compagnie, di autori, di spettacoli che c’è dalle mie parti non c’è in nessun altro luogo, e il pubblico è esigente e temutissimo anche dai più grandi attori. Questo è ancora più vero negli anni Trenta, quando praticamente non esistevano altre forme di fruizione degli spettacoli. Avevo già trattato il teatro lirico (Il senso del dolore) e la prosa (La condanna del sangue), ma un po’ lateralmente. Pensavo da tempo di addentrarmi un po’ nelle quinte, e finalmente ne ho trovata l’occasione.

Come di consueto c’è una trama principale, l’uccisione di una diva del cinematografo, e alcune sottotrame: l’aggressione a Lina, l’ “incarico” di Livia, Nelide e Tanino, Bianca e il duca etc… Di solito hai tutto in mente, o le sottotrame nascono scrivendo?

Per carità, nasce tutto durante la mia istintiva ventrale scrittura! Certo so di volerne parlare, di dover incontrare i personaggi; e la seconda storia, in questo caso quella di Modo e di Lina, devono essere almeno imbastite perché hanno bisogno di qualche ricerca preventiva, ma mi riservo il diritto di espandere o contrarre i personaggi durante la stesura del romanzo. Altrimenti sai che noia!

Due sono i personaggi se vogliamo più tragici del romanzo: Gelmi e l’invalido di guerra Pacelli. Come hai costruito questi due personaggi?

Una delle cose più complesse, quando si ambienta una narrazione in un’altra epoca, è tener conto del passato di quell’epoca. Quanto conta per noi quello che è successo di recente, gli avvenimenti che sono nella nostra memoria? E’ così anche per i personaggi dei romanzi. Nei primi anni Trenta era fortissima la memoria della Grande Guerra, chi era stato al fronte ne riportava segni profondi fisici e psicologici. Ho voluto rendere omaggio a questo con la relazione tra Pacelli, un invalido di guerra, e il suo capitano: uno era riuscito a emergere dal passato e a dimenticare, l’altro era rimasto fermo a quel momento per sempre.

Vincenzo Zupo in arte Zuzù è un omaggio a Totò?

Sì. In quei giorni Totò era al teatro Mercadante con la sua rivista di grandissimo successo. Ho voluto ricordarlo, e ho anche dovuto resistere alla tentazione di svilupparne il ruolo perché il personaggio me lo chiedeva, ma non volevo distrarmi dalla trama principale.

Prosegue la storia d’amore tra Enrica e Ricciardi. Sembra che questa volta qualcosa accadrà (sempre che Bianca e Livia si mettano da parte), o è tutto fumo negli occhi? Senza anticipare troppo anche Chandler non vedeva per Marlowe un futuro di coppia, poi in Poodle Springs Story…

A questa domanda non sono autorizzato a rispondere. Posso però dirti che ho finalmente chiara l’evoluzione della storia, così come si svolgerà nei prossimi due romanzi.

Per Proust era cattleya, per Enrica e Ricciardi è Caminito, la parola in codice, con un preciso significato unicamente per i due innamorati. Come non pensare al tango, all’Argentina degli anni 20 e 30. Hai mai pensato di far fare un viaggio a Ricciardi in questo paese?

Amavo profondamente l’Argentina per il tango e per motivi calcistici prima ancora di andarci, ora che l’ho vista ne sono pazzo. Per scriverne però dovrei conoscerla molto meglio. Se riuscirò in futuro a starci per qualche mese, probabilmente potrei pensarci.

Maurizio de Giovanni che lettore è?

Un lettore bulimico e disordinato, che non ha pregiudizi di genere ma che preferisce i romanzi con una storia forte e definita a quelli che approfondiscono relazioni e psicologie ma nei quali non succede mai niente. In assoluto penso che la letteratura americana, sud e nord, sia il grande regalo degli ultimi cento anni della scrittura al mondo.

Infine per concludere, ringraziandoti della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: può dirci qualcosa della prossima indagine di Ricciardi?

Ci vuole troppo tempo. Devo scrivere un paio di testi teatrali, rifinire i soggetti della prossima serie dei Bastardi, di Mina Settembre, dei Guardiani e di Ricciardi stesso per la TV; poi dovrò scrivere il romanzo dei Bastardi e il seguito dei Guardiani, che si chiamerà La Seminatrice. Prima di poter pensare al prossimo Ricciardi ho troppe storie da raccontare, ancora.

֎ Le tappe ֎

banner 11) 10 luglio Recensione – [The Mad Otter]
2) 11 luglio Intervista – [Liberi di scrivere]
3) 12 luglio Gli abiti del tempo – [Strategie evolutive]
4) 13 luglio Cibi e bevande e cucina tipica napoletana (cilentana) [Livingamongthebookspage]
5) 14 luglio Dreamcast – [Milioni di particelle]
6) 15 luglio Profilo personaggi – [Contorni di noir]

:: Panorami d’inchiostro: La Cornovaglia di Daphne du Maurier

15 maggio 2017

imagesGià ho avuto modo di recensire lo scorso dicembre Jamaica Inn, di Daphne du Maurier, ma quando mi sono trovata a dover decidere che libro scegliere per Panorami di inchiostro la mia scelta è caduta ancora su questo libro. Confesso di aver pensato in un primo tempo alla Cornovaglia di Cime tempestose, alla splendida campagna inglese del sud di Orgoglio e pregiudizio, al Galles del sud de La Cittadella, all’Irlanda di Gente di Dublino o dell’ Ulisse (ammetto la Gran Bretagna gioca un ruolo chiave nel mio immaginario paesagistico). Poi mi sono detta perchè non parlare della Cornovaglia di Daphne du Murier, e permettere al lettore di fare un viaggio in questa terra di per sè aspra e selvaggia, che conserva ancora oggi il fascino che possedeva nell’Ottocento, tra vento (quasi incessante), pioggia, brume e scogliere a picco sul mare. Così ho ripreso in mano Jamaica Inn (nella traduzione di Marina Vaggi) e ho iniziato il mio viaggio in questa aspra penisola inglese affacciata sull Atlantico.

Già dall’incipit del romanzo Daphne du Maurier ci descrive una terra difficile, quasi inospitatale, mutevole, sferzata dalla pioggia e dal vento.

Era una giornata fredda e grigia sul finire di novembre. Il tempo era cambiato durante la notte e un vento mutevole aveva portato con sé un cielo plumbueo e una sottile acquerugiola. Benché fossero appena trascorse le due e mezzo, il pallore di una serata invernale sembrava essere già sceso sulle colline, ammantandole di foschia.

La locanda Jamaica Inn, in cui è ambientato quasi interamente il romanzo, è un luogo realmente esistente che si colloca tra Bodmin e Launceston. Oggi museo.

Daphne du Maurier descrive il paesaggio circostante così:

Il paesaggio le era estraneo ed era per lei un motivo di frustrazione. […] Questa, invece era una pioggia sferzante e spietata che batteva sui finestrini della carrozza e andava a inzuppare un suolo duro e sterile. Non c’erano alberi, a parte quei due o tre che tendevano i rami spogli ai quattro venti, piegati e contorti da secoli di tempeste e talmente torturati dagli anni e dalle intemperie che, se anche la primavera avesse alitato il suo fiato in quei luoghi, nessun germoglio avrebbe osato trasformarsi in foglia per paura di essere ucciso dal gelo tardivo. Era una landa desolata, senza arbusti né prati, una terra di pietre, di tetre brughiere e di ginestre rachitiche.

E ancora:

Il vento sbatteva sul tetto e gli scrosci di pioggia, sempre più violenti a mano a mano che si allontanava il riparo delle colline, sferzavano i finestrini con rinnovato accanimento. Ai lati della strada si stendeva interminabile una landa desolata, senza un albero, senza un sentiero, senza un solo grappolo di case o un villaggio: niente altro che miglia e miglia di spoglia brughiera, buia e disabitata, che come un deserto si allungava verso orizzonti invisibili.

E finalmente appare la Jamaica Inn:

In cima, sulla cresta dell’altura, verso sinistra si vede una costruzione che si discostava dalla strada. Mary intravide nell’oscurità camini alti e neri.

Arrivata alla taverna Mary inizia a fare conoscenza con i luoghi e interessante è il 4° capitolo in cui dice:

Le brughiere erano ancora più selvagge di quanto non avesse inizialmente immaginato. Come un immenso deserto si allungavano da est a ovest, solcate qui e là da sentieri e attraversate da grosse colline che spezzavano la linea dell’orizzonte.
Dove fosse il loro confine naturale non avrebbe saputo dirlo, anche se una volta, dopo essersi inerpicata sulla roccia più elevata a occidente del Jamaica Inn, era riuscita a scorgere il luccicore argenteo del mare. Era una terra desolata e silenziosa, vasta e incontaminata dalla mano dell’uomo. Sugli alti torrioni le lastre di pietra sovrapposte formavano strane figure e sagome, come massicce sentinelle che sostavano in quei luoghi fin da quando la mano di Dio le aveva modellate.

Ma è soprattutto il mare a caretterizzare la drammaticità del panorama, al capitolo 11° per esempio scrive:

Era il suono del mare e la gola era una via che conduceva alla spiaggia.
Ora capiva perché l’aria si fosse addolcita e perché la pioggerella le cadesse leggera sulla mano con una punta di salmastro. Le alte sponde davano una falsa impressione di riparo in contrasto con la squallida desolazione delle brughiere, ma una volta fuori dalla loro ombra ingannevole l’illusione sarebbe svanita e la burrasca furibonda avrebbe urlato più forte di prima. Non poteva esserci pace dove il mare andava a frangersi, contro una spiaggia orlata di scogli.

Non male, no?