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:: Il carattere antropologico della scrittura di Wanda Marasco in La compagnia delle anime finte (Neri Pozza, 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 settembre 2017
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Nel romanzo La compagnia delle anime finte, edito da Neri Pozza, candidato al LXXI Premio Strega, Wanda Marasco racconta Napoli.
Quella di metà secolo scorso. Tra la fine della guerra e l’inizio della miseria. Tra la sporcizia e le malattie. Tra l’amore e la prostituzione. Tra i debiti e gli strozzini. Tra la morale e l’omosessualità. Tra la follia e il pianto. Tra la rabbia e gli schiaffi. Tra il dialetto e i gesti. Tra le parole e gli sguardi. Tra la realtà e il sogno.
Una Napoli che nasce e muore nel ventre di una madre. Una madre che, all’inizio del romanzo, respira gli ultimi minuti di esistenza su questa terra. Una madre che torna, nelle parole della figlia, a ripercorrere tutta una vita. E in questa vita ci sono tutte quelle anime, anime finte, attrici nel palcoscenico della realtà, che la scrittrice incontra dall’infanzia fino all’età adulta.
Ogni personaggio che abita la pagina viene caratterizzato attraverso un particolare fisico, che ne diventa l’elemento fondante della personalità. E ogni personaggio altro non è che una parte di Napoli, unica grande protagonista del narrare. La bellezza della madre Vincenzina, la malattia del padre Rafele, l’omosessualità dell’amico Mariomaria, lo stupro dell’amica Emilia, le bocche spaventosamente grandi delle pettegole vicine di casa, i denti gialli dell’usuraio, la risata pazza della zia Iolanda, lo sguardo freddo della nonna Lisa Campanini, altro non sono che uno spaccato della città partenopea.
Il lettore ha la sensazione di trovarsi all’interno di uno di quei film di Tornatore che indaga, dietro la macchina da presa, quei segreti silenziosi che abitano le vie delle città del Sud. Segreti ben nascosti agli occhi stranieri che guardano. Quei misteri che solo chi ci nasce dentro conosce, ma anche non riesce a spiegarsene la motivazione. Come Rosa, la scrittrice/narratrice che ha origine nel ventre della madre ma non riesce a comprendere i misteri della donna, neanche sul finire dei suoi giorni. Ecco che il finale del romanzo è un sogno. Una narrazione sfumata e leggera nella quale Rosa si ritrova a percorrere le vie della sua infanzia e, occhiata dopo occhiata, incontra nuovamente tutte le anime finte.
Un profondo sentimento di attaccamento viscerale alla terra materna è tradotto in una scrittura focosa e tragica. Confusa a tratti. Che quasi si perde nel racconto del ricordo. Una scrittura dalla forte valenza antropologica che mira a raccontare il vivere quotidiano, ponendo sotto una lente di ingrandimento tutti quei gesti ripetuti che caratterizzano l’Italia del dopoguerra.

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Diplomata in Regia e Recitazione all’Accademia d’arte drammatica «Silvio D’Amico» di Roma, è autrice di romanzi e di raccolte poetiche. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni editore, 2003), prefato da Giovanni Raboni, e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto 1997). Ha lavorato in teatro come regista e autrice; in questo doppio ruolo ha messo in scena l’Asino d’oro di Apuleio e, con Quei fantasmi del presepe, una rivisitazione del teatro di Eduardo, oltre al poemetto Tre donne di Sylvia Plath e a Tutti quelli che cadono e Giorni felici di Samuel Beckett. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio letterario Neri Pozza.

Scheda libro:

Prezzo: € 16,50 (su Libreria Universitaria € 14, 02)
Ebook: disponibile
Pagine: 238
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: acquisto del recensore.

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:: Memoria di ragazza di Annie Ernaux (L’orma 2017) a cura di Nicola Vacca

14 settembre 2017
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Annie Ernaux sa fare della scrittura un’impresa insostenibile. Tra tutti i suoi libri Memoria di ragazza è quello in cui la scrittrice francese reinventa se stessa seguendo la lezione di Proust.
Anche in queste pagine (tradotte magnificamente da Lorenzo Flabbi) Annie va alla ricerca del tempo perduto e di un futuro che ancora non è stato scritto.
L’autobiografia si fa materia di questa sua scrittura, diventa strumento di una narrazione che diventa romanzo e non solo.
La scrittrice racconta da sempre la propria vita, non rinuncia mai al distacco che impone una memoria da coltivare come un’impresa collettiva che parla di noie a noi.
Memoria di ragazza è il libro che l’autrice ha inseguito per tutta la vita. Proprio per questo è il suo romanzo più bello.
La ragazza del 1958, che tanto le somiglia, va alla ricerca di se stessa come educatrice in una colonia di vacanze.
Annie trova una fototessera che la ritrae diciottenne. Così parte l’indagine intorno a se stessa e con un tuffo nel passato torna a quel 1958 dove tutto ebbe inizio.
Con una rinuncia all’io, la scrittrice inizia a scavare nell’inquietudine della sua scrittura per restituire all’oggi il suo modo di affacciarsi al mondo, la sua formazione, le sue vecchie amicizie, forse nel tentativo disperato di trovare un baricentro tra il passato e il presente.
Ernaux racconta, di lacerazione in lacerazione, la sua giovanile immanenza che si affaccia al mondo.
Per fare questo ha bisogno di riflettere sulla scrittura, di esternare (durante il racconto della sua formazione) riflessioni universali sul suo modo di fare letteratura: «Bisogno di scrivere su qualcosa di vivente, con il rischio di metterlo a repentaglio, e non nella tranquillità conferita dalla morte delle persone, restituite all’immaterialità delle creature di finzione. Fare della scrittura un ‘impresa insostenibile. Espiare il potere di scrivere – non la facilità, nessuno ne ha meno di me – tramite la paura immaginaria delle conseguenze».
Annie Duchesne/Ernaux è consapevole che la memoria è una forma di conoscenza. Tornare indietro di oltre mezzo secolo e andare alla ricerca di una diciottenne che in una colonia inizia il suo cammino nella vita per la scrittrice significa una sola cosa. Capire se tra la ragazza del 1958 e Annie di oggi ci sia una somiglianza.
«E quale desiderio c’è oltre a quello di capire, in questo accanirsi a cercare, tra le migliaia di nomi, verbi e aggettivi, quelli che diano la certezza – l’illusione – di aver raggiunto il più alto grado possibile di realtà?»
Annie Ernaux va alla ricerca del suo tempo perduto seguendo sempre una corrispondenza tra vita e scrittura. Scrivere della ragazza che è stata è un esercizio per diseppellire cose, ma soprattutto scrivere significa sopportare ciò che accade e ciò che facciamo.
Annie Ernaux scrive questo libro per cogliere la vita e comprendere il tempo, ma soprattutto godere di esso.
«Ho iniziato a fare di me stessa un essere letterario, qualcuno che vive le cose come se un giorno dovessero essere scritte».
Questo ha pensato la ragazza quando una domenica pomeriggio di fine agosto o inizio settembre 1960 seduta su una panchina dei giardini accanto alla stazione di Woodside Park deicide di scrivere un romanzo.
Alla fine è arrivato Memoria di ragazza, che la stessa Ernaux definisce il racconto di una perigliosa traversata verso il porto della scrittura.
Quello che per lei conta non è ciò che succede, è ciò si fa di quel succede.
Anche qui la grande scrittrice francese ha saputo reinventare l’autobiografia senza mai tradire il legame tra la vita e la scrittura e allo stesso tempo è riuscita a esplorare il baratro tra la sconcertante realtà di ciò che accade nel momento in cui accade e la strana irrealtà che, anni dopo, ammanta ciò che è accaduto.
La ragazza del ’58, grazie a Annie Ernaux, ha un posto nella letteratura. Adesso la scrittrice con lei ha fatto i conti entrando magistralmente nell’abisso dell’essere della memoria. Il risultato è questo libro straordinario, materia immanente di un vivente che ci coinvolge e appartiene.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata di recente consacrata dall’editore Galli­mard, che nel 2011 ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale.
Amata da generazioni di lettori e studenti, le sue opere maggiori sono Gli anni (2008), romanzo-mondo salutato come uno dei capolavori dei nostri tempi (Premio Strega Europeo 2016), e Il posto (1983), considerato un classico contemporaneo. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato nel 2016 L’altra figlia, mentre Memoria di ragazza, il suo ultimo romanzo, è stato acclamato in patria come un’altra sorprendente vetta di una scrittrice ormai imprescindibile.

Lorenzo Flabbi è critico letterario e editore. Ha insegnato letterature comparate nelle università di Paris III e Limoges dedicandosi in particolare agli aspetti teorici della traduzione. Ha tradotto, tra gli altri, Apollinaire, Rushdie, Valéry, Rimbaud, Stendhal e, di Ernaux, Il posto, Gli anni e L’altra figlia.

Scheda libro:

Prezzo: € 18,00 (su Libreria Universitaria € 15, 30)
Ebook: non disponibile
Pagine: 256
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: Motel Chronicles – Sam Shepard (Il Saggiatore 2016) a cura di Nicola Vacca

11 settembre 2017
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Lo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.
Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down (2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders
Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.
In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.
Wim Wenders sì innamorò dei racconti di «Motel Chronicles» e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.
Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni di questo libro non si seppe più nulla.
Nel 2016 il Saggiatore riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.
Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.
Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.
Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard (di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Motel Chronicles e gli altri suoi libri raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.
Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.
Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin, nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.
E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.
Lo scorso anno esce per i tipi di Playground Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro. Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri si trova sempre la fotografia di un’ America che cambiava mentre stava tradendo se stessa, di cui Shepard è stato lucido testimone.

Sam Shepard, nato nel 1943, è attore, commediografo e scrittore. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. È apparso in film come I giorni del cielo (1978), Uomini veri (1983) e Black Hawk Down (2001) e ha collaborato alla sceneggiatura di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (1970) e Paris, Texas di Wim Wenders (1984).

Scheda libro:

Prezzo: € 19,00 (su Libreria Universitaria € 16, 15)
Ebook: non disponibile
Pagine: 201
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: Il buio oltre la siepe, Harper Lee (Feltrinelli, 2015)

23 aprile 2016
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Nell’estate del 1960 una giovane scrittrice dell’Alabama, nata a Monroeville, pubblicò un libro destinato non solo a mettere scompiglio nelle afose serate di quel lontano luglio, ma a trasformare definitivamente la letteratura in un reale strumento per sensibilizzare le coscienze sulla questione razziale in America (e lasciatemi dire anche nel resto del mondo).
Il libro di cui parlo è naturalmente Il buio oltre alla siepe (To Kill a Mockingbird, 1960), e l’autrice, l’allora trentaquattrenne Harper Lee. Bianca, figlia di un avvocato segregazionista, amica di infanzia e assistente di Truman Capote, la Lee resta assieme a Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom, una scrittrice mito, emblema di quanto la sensibilità femminile, e il coraggio, abbiano sempre precorso i tempi nella dura guerra contro il razzismo, la segregazione, la disparità e l’ingiustizia non solo sancita dalle leggi, ma dal senso comune della più bieca opinione pubblica.
Per primo vidi l’omonimo film, uscito nel 1962 e diretto da Robert Mulligan, con un fantastico Gregory Peck nella parte dell’avvocato Atticus Finch, solo più tardi lessi la versione italiana, edita da Feltrinelli nella storica traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer giunta alla quarantaquattresima edizione, nel settembre del 2015. La mia vecchia edizione la prestai, e non la vidi più tornare in dietro (comprensibile), e in occasione della morte dell’autrice, in sua memoria, ho preso quella che ora tengo in mano.
Quale occasione per rileggere un libro di per sé bellissimo, anche spogliato delle sue valenze morali e etiche. Infondo è, e resta, un bellissimo libro per ragazzi, ragazzi moderni, evoluti che conoscono il significato di termini come “violenza sessuale” “razzismo”, “ingiustizia”. Che sanno che la vita è una costante lotta tra il bene e il male, e che a un certo punto bisogna decidersi da che parte stare.
Prima di parlare del libro, vorrei ancora parlare del contesto in cui fu scritto, del fatto che nel 1960 erano ancora in vigore le leggi Jim Crow che di fatto tenevano insieme tutto quel sistema razzistico, intollerante e fanatico che ha inquinato la società americana di buona parte del secolo scorso. Ma si sa abrogata la legge (la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti può essere fatta coincidere con l’abrogazione delle Jim Crow, con la firma da parte di Lyndon Johnson del Civil Rights Act del 1964 e l’ anno successivo del Voting Rights Act) non è immediato il cambiamento delle coscienze, se pensiamo solo che questo libro è ancora oggi bandito da numerose scuole e biblioteche americane.
Naturalmente i motivi addotti saranno che è un libro troppo violento per i ragazzi, non certo per difendere segregazione e razzismo, ciò non toglie che bandire un libro come Il buio oltre la siepe ha un che di scandaloso. A far paura è forse proprio la capacità dell’autrice a entrare nelle coscienze e metterle di fronte alle proprie debolezze.
Dicevo che Il buio oltre la siepe è un bellissimo libro per ragazzi, parla di amicizia, coraggio, altruismo, senso della famiglia, di giustizia, di lealtà, e tratta con rispetto i suoi lettori, non gli nasconde la povertà e il disagio sociale in cui possono fermentare le abiezioni più feroci, che i diversi sono sempre emarginati (anche oggi, qui, ora), e molte volte possono compiere gesti di grandissima umanità, proprio da loro da cui non si aspetta niente, che a volte bisogna fare ciò che è giusto, e ci detta la nostra coscienza, anche se va contro al senso comune o si mettono a repentaglio interessi personali o finanche la vita dei propri cari.
Insomma è un libro etico, e didattico nella sua più nobile accezione. Un libro che è piacevole leggere, che giunge a noi attraverso la voce chiara e argentina di Scout ormai cresciuta che ricorda episodi della sua infanzia. E Harper Lee fu proprio incoraggiata da Truman Capote a fare lo stesso, nel libro se vogliamo identificabile con il ragazzo di città loro amico.
Il buio oltre la siepe (e il titolo italiano è secondo me altrettanto bello che il titolo originale) e insomma un libro di cui non ci stancheremo mai di parlare, né di studiarlo. Un libro stilisticamente ricco, elegante, per cui non è affatto inappropriato spendere parole come luminoso, splendido, o commovente. Quando Tom Robinson viene abbattuto durante il suo tentativo di fuga da una giustizia bianca iniqua, non posso smettere di piangere, sebbene sono perfettamente al corrente che così accadrà. Ma la Lee ha deciso che non sarebbe stato questo il finale, no la storia continua e in un certo senso si apre a un nuovo lieto fine.
Ecco concludo questo mio articolo dicendo che Il buio oltre la siepe è davvero un testo imprescindibile, bisogna averlo letto almeno una volta nella vita. Uscite, come se fuggiste da una casa in fiamme, andate nella prima biblioteca e procuratevelo. Poi la tentazione di rubarlo sarà grande, vi avverto.

Nelle Harper Lee  (Monroeville, 1926-2016). Originaria dell’Alabama, studiò legge e poi si impiegò a New York presso una compagnia aerea. Amica di Truman Capote da quando aveva tre anni, fu consigliata da lui a mettere per iscritto i racconti che lei gli andava facendo della propria infanzia. Un giorno, abbandonò l’impiego per scrivere il suo libro: nacque così Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960 (tradotto in Italia da Feltrinelli nello stesso anno e attualmente disponibile anche in audiolibro), che le valse un immediato e strepitoso successo di pubblico e il premio Pulitzer 1960. Nel 2007 le è stata conferita dal presidente Bush la prestigiosa Medaglia della Libertà per i suoi meriti letterari. Feltrinelli ha anche pubblicato Va’, metti una sentinella (2015), il romanzo ritrovato di Harper Lee, ambientato vent’anni dopo il suo capolavoro.

Source: acquisto personale.

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:: Tre giusti, Nikolaj Leskóv (Marcos Y Marcos, 2016)

22 aprile 2016
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Nikolàj Semënovicˇ Leskóv nacque a Gorohovo all’inizio del 1831. Sicuramente tra gli autori russi suoi contemporanei non ha mai raggiunto la fama di Tolstoj, Dostoevskij, o anche Čechov sebbene di alcuni anni più giovane, ma se si ha modo di leggere anche solo un suo racconto, si intuisce subito la grandezza e la profondità di questo scrittore, forse in anticipo con i tempi.
Si sa gli innovatori, i visionari, i precorritori dei tempi (e pensare che era considerato un conservatore) non hanno mai avuto vita facile, e se vogliamo forse proprio per questo motivo sebbene se ne intuisse la grandezza, (per lo meno i suoi colleghi illustri la intuirono bene), forse appunto i suoi lettori ideali siamo noi o i nostri figli e nipoti. Così almeno la pensava Tolstoj denominando appunto Leskov lo scrittore del futuro.
Non che naturalmente fosse considerato uno scrittore mediocre dai suoi contemporanei, era ben conosciuto e ammirato, ma non forse quanto avrebbe meritato. Siamo quindi ancora in tempo per tributare giusta fama al suo genio e rendere più noto e familiare il suo nome, da molti ancora ignorato.
Leskov fu un autore singolarmente prolifico, scrisse numerosi romanzi e ancor più racconti pubblicati su riviste, antologie, libri, e alcuni forse ancora oggi esistono solo squisitamente in lingua russa. Ettore Lo Gatto, insigne slavista, ho sicuramente studiato letteratura russa su un suo manuale all’Università, ha curato in lingua italiana Romanzi e racconti (di Leskov), Mursia, 1961, per chi fosse interessato.
Tre giusti, di Nikolaj Leskov, traduzione a cura di Paolo Nori, edito da Marcos Y Marcos è dunque un piccolo dono che troverete in libreria e che vi invito caldamente a leggere. (Se avete un piccolo budget per il libri questo mese, dedicatelo a lui. Non ve ne pentirete).
Ma veniamo a spiegare perché non ve ne dovreste pentire. Innanzitutto Tre giusti raccoglie tre racconti scritti da Leskov in periodi differenti: L’angelo sigillato, il più antico, è del 1873, A proposito della Sonata a Kreutzer, è stato scritto nel 1890 e pubblicato, postumo, nel 1899, e l’ultimo L’uomo di sentinella, è del 1887. Ma che appartengono tutti al periodo della maturità, (ricordiamoci che Leskov morì nel 1895 a 64 anni, e definisce noialtri scrittori anziani, sé stesso quando non aveva ancora compiuto cinquant’anni).
Due riflessioni mi sento di poter fare a proposito di questi racconti e della scrittura di quest’autore in genere. La prima è che indubbio scriveva per essere letto, ad alta voce. Il legame con la fiaba e l’oralità è fortissimo. E non lo dico per dire, ne ho le prove. In questo video Paolo Nori presenta il libro e legge alcune pagine dei vari racconti.  Beh prendono vita, letteralmente acquistano una forza espressiva che mentre li leggevo solo nella mia mente non mi ero manco accorta possedessero, sebbene li avessi trovati tutti e tre notevoli.
Un’altra riflessione, ruota intorno al concetto dei tre giusti. Trovare il giusto nei due ultimi racconti A proposito della Sonata a Kreutzer e L’uomo di sentinella è un gioco da ragazzi, spicca senza esitazione, ma provate a capire chi sia il giusto in L’angelo sigillato. Ho letto diverse recensioni e ogni recensore lo individuava in un personaggio diverso, chi nell’ isografo Sevas’jan, chi nello starec Pamva, chi addirittura in Pimen Ivanov, (non si contano quante specie di miracoli riesce a fare con la sua zoppicante intercessione) o nel narratore del racconto, (il tipo buffo con la barba rossa che crede di aver visto gli angeli).
Insomma ci vuole davvero uno stato di grazia per distinguere i giusti dai peccatori, e questo è senz’altro il messaggio sotteso che Leskov infonde ai racconti che avremo modo di leggere. Quello che è piaciuto più a me è senz’altro il secondo, A proposito della Sonata a Kreutzer, dove è evidente che chi si crede giusto raramente lo è, e proprio la donna che si crede una terribile peccatrice, (tra la Maddalena del Vangelo e l’Anna Karenina di Tolstoj) emerge come un personaggio moralmente titanico, al confronto per esempio del marito, che la società determina come l’offeso. Di questo racconto ho apprezzato l’ironia e il paradosso, la lievità pur trattando temi di per sé pesanti. Un bambino muore di difterite e come viene strappato brutalmente alla madre e sepolto in tutta fretta in una palude, sebbene per motivi igienici, ha un che di orrorifico. Più ancora forse del finale.
Insomma che dire, spero di leggere altro di Leskov, e sono certa che non mi deluderà.

Di Nikolàj Semënovicˇ Leskóv (1831-1895) è stato detto che “I russi riconoscono in Leskóv il più russo degli scrittori russi, e quello che meglio di chiunque altro conosce il popolo russo” (l’ha detto il principe e critico letterario Dmìtrij Petróvicˇ Svjatopólk-Mìrskij – 1890-1939).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Roberta dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

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:: Il cormorano, Stephen Gregory, (Elliot, 2016)

18 aprile 2016
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Archie è un cormorano, brutto, nero, agressivo, puzzolente, sparge guano ovunque al suo passaggio con l’arroganza di un piccolo gangster. Niente è più lontano da lui del placido animale da compagnia, e nello stesso tempo esercita un fascino quasi ipnotico nelle persone che incontra sul suo cammino di volatile. Almeno, quasi in tutte. Specialmente quelle di sesso maschile. Come entra nella vita di una simpatica e giovane famiglia inglese, John il marito, Ann, la moglie, il piccolo Harry di 11 mesi e un gatto? In modo bizzarro, se vogliamo per uno scherzo del destino. Uno scherzo crudele e malefico che porterà con sé un’ immancabile tragedia, e la cappa opprimente e claustrofobica di questo senso di imminente rovina ci accompagna per tutto il libro, prima come un presentimento, poi in modo sempre più concreto.
Ma andiamo con ordine. Lo zio di John, Ian, anche lui insegnante frustrato, un giorno salva da una chiazza di petrolio un cormorano. Da quel giorno l’adotta, provvede alla sua sussistenza passando sul fatto che l’animale è ben poco riconoscente: è prepotente, ingordo, violento. Ma esercita su Ian un’ influenza misteriosa che sembra destinata ad essere ereditata dal nipote. A un funerale infatti Ian lo incontra e intravede una sorta di fratellanza. Capisce che è la persona giusta per occuparsi di lui, una volta morto. Quindi fa testamento e ditribuisce i suoi beni, tra i componenti della famigliola: al piccolo Harry i contanti, a John un cottage nel Galles. Sia John che Ann non vedono l’ora di lasciare la città per la pace e l’isolamento di questo borgo pittoresco, dove John potrà finalmente scrivere il manuale che ha sempre sognato di poter portare in classe, scontento dei testi inadeguati e superati su cui è costretto a insegnare. Unica clausola, occuparsi del cormorano. Chi di noi non lo farebbe in cambio di un anche piccola eredità? (Attenti a rispondere sì, che qui scatta l’immedesimazione tra lettore e voce narrante, e poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto).
Allora John accetta l’eredità, vende la casa in città e con il ricavato fa ristrutturare il piccolo cottage, lo rende accogliente (con libri, tappeti, un bellissimo camino) e ci si trasferisce con tutta la famiglia. Lui può lavorare al suo libro, mentre Ann lavora in un pub del piccolo borgo. Una sistemazione ideale. La calma prima della tempesta, direbbero i più scafati.
E infatti una sera di pioggia arriva in una cassa di legno bianco il cormorano. John si crede preparato all’incontro, ha letto in alcuni libri cosa mangia, non pensa sia più difficile che occuparsi di una grossa oca, e commette l’imprudenza di aprire la cassa in salotto. Non l’avesse mai fatto. E’ il caos. Guano dappertutto, sui libri, sulle pareti, sul divano, e una puzza di alghe e decomposizione invade il locale. Ann è terrorizzata, Harry piange, il gatto corre a nascondersi e John traffica un po’ per rimetterlo nella scatola e portarlo fuori, improvvisandogli una gabbia di fortuna. A questo punto meglio avrebbe fatto a mollare tutto, cottage, soldi, promesse mute allo zio defunto (entità inquietante e malefica che infesterà l’intero romanzo, ogni volta che si sente puzza di sigari) e prendere la sua famiglia e scappare via. Ma naturalmente non lo fa. Sarà l’avidità, sarà l’attaccamento che già prova per il volatile, sarà che il male spesso ci attrae più di quello che ci ripugna, e spesso non lascia scampo.
Ora non vi racconto altro della trama, starà a voi leggere il libro, (sono poco più di 100 pagine, più che altro una novella) ma sta di fatto che sarà difficile che non cadiate anche voi nella tela che l’autore ha tessuto. Il cormorano, (The Cormorant, 1986) di Stephen Gregory, edito in Italia da Elliot e tradotto da Daniela e Monica Pezzella, è un classico horror anni ’80. Di quelli che più che spaventare o spargere terrore con trucchetti a effetto o sangue a profusione (a parte la scena dell’aggressione al gatto, non c’è altro di veramente gore), creano un’ inquietante aura di malvagità e dannazione che evapora dalle pagine. A un certo punto mentre leggevo mi è caduto il caffè che stavo bevendo, per precisione tra pagina 109 e 110, ora lì c’è una bella macchia proprio a forma di cormorano, giuro. (Ricordatemi di non bere caffè mentre leggo un romanzo di tensione).
Prima dell’incidente ho pensato che la storia potesse essere una metafora ambientalista, un elogio della natura madre – matrigna (sono bellissime le descrizioni naturalistiche che l’autore fa, facendoci conoscere il Galles più selvaggio). La scena dei gabbiani, poi, che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage, molto ricorda le atmosfere de Gli uccelli di Hitchcock. Ma pian piano che leggevo, il cormorano perdeva la sua aura malvagia, (anche il rapporto di fiducia e amicizia con John, contribuisce in questo), per acquaistare un che di eroico. Prima vittima dell’uomo, (ricordiamo la chiazza di petrolio), poi messo in cattività in una gabbia di polli, poi portato a pescare, dove finalmente può far emergere la sua natura ( e diventa, fin bello, aggraziato, abile, coraggioso) e pure Ann suo malgrado lo nota. Ma la malvagità risiede nel patto mefistofelico contratto con lo zio Ian, un grumo nero che farà scivolare la storia vervo l’inevitapile epilogo finale.
Ci ha messo trent’anni ad arrivare in Italia questo libro, ora speriamo che anche altri libri di Gregory vengano tradotti. Evito di recriminare su queste lentezze editoriali, ormai il discorso si è anche fatto ripetitivo, e si ha sempre la sensazione che a noi delle colonie non arrivino mai i libri veramente belli. Il cormorano è un’ eccezione, a cui dobbiamo dire grazie anche alle due coraggiose traduttrici, che oltre ad avere fatto una efficace traduzione, l’hanno fortemente voluto e proposto alla Eliot. Forse solo la spaziatura in paragrafi l’ho trovata un po’ pesante, ma penso rispecchi fedelmente il testo originale. Ora vi lascio, buona lettura e ricordatevi che la cattiveria degli animali non è mai minimamente paragonabile a quella vera dell’uomo.

Stephen Gregory Nato a Derby, in Inghilterra, nel 1952, si è laureato in legge all’Università di Londra e ha lavorato come insegnante in diversi paesi. È autore di numerosi romanzi tradotti in varie lingue. Ha vissuto per un periodo a Hollywood, lavorando come sceneggiatore con William Friedkin.

Source: libro inviato dal traduttore, ringraziamo Monica Pezzella per avercelo proposto e fatto conoscere.

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:: Non torna nessuno, Sophie Littlefield (Sperling & Kupfer, 2016)

5 aprile 2016
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Forse Sophie Littlefield è un nome che vi dice poco, ma se amate i gialli e i thriller dovreste segnarvelo. Di suo ho avuto modo di leggere Non torna nessuno (The Missing Place, 2014, Gallery Books), in questa pausa di marzo, e non me ne sono pentita. Vi invito a visitare il suo sito e a non farvi spaventare dal fatto che scriva anche woman fiction e libri per bambini e ragazzi.
Tradotto da Christian Pastore, per Sperling & Kupfer, Non torna nessuno è un thriller al femminile che vi porterà sulle piattaforme petrolifere del North Dakota alle prese con un’ indagine molto particolare, sulle tracce di due ragazzi scomparsi, entrambi dipendenti di una delle più grandi compagnie petrolifere della zona, la Hunter-Cole.
Ad indagare due improbabili investigatori, due madri disperate, due donne che non potrebbero essere più diverse sia per carattere che per ambiente sociale di provenienza, le sole che pensano che ritrovare Paul e Taylor sia possibile. La polizia del posto non fa niente, (troppo compromessa con le multinazionali), la multinazionale stessa ha molto da nascondere, soprattutto per le mancate politiche di sicurezza che già hanno causato incidenti e morti, e certo non vuole un polverone mediatico che metta in luce le loro irregolarità.
Sole, minacciate, ostacolate in ogni modo le due donne si troveranno a scoprire cose che forse non avrebbero voluto scoprire (soprattutto su sé stesse), ma la verità dopo tutto sale sempre a galla come le chiazze di petrolio sull’oceano.
Cosa mi è piaciuto di più? Su tutto l’ambientazione, realistica e inconsueta: cieli lividi, tavole calde, stazioni di servizio dove si fa la fila per fare una doccia, abitazioni ricavate dai container, supermercati che vendono prodotti scadenti, alberghi di catena dove non si trova una stanza se non con mesi di anticipo (le nostre vivono per buona parte del romanzo in una roulotte, senza acqua calda, con un generatore fuori dai termini di legge). Si sente l’odore del petrolio nell’aria, nonostante la neve, l’avidità e l’indifferenza, la lotta per la sopravvivenza di gente abituata a una vita dura (alcuni vivono in macchina) e senza tutele.
Poi lo stile della Littlefield, diretto, privo di sdolcinatezze, ruvido a tratti, ma piacevole e adatto a descrivere il mondo che ruota intorno alla vita durissima di gente abituata a vivere alle soglie della sopravvivenza. Un lato dell’America che forse non è così conosciuto e non compare certo nei depliant turistici, ma che la Littlefield descrive in modo quasi naturalistico, non dimenticando anche frecciate di critica sociale.
E infine sicuramente i personaggi, ben caratterizzati, con debolezze e difetti, non gli eroi senza macchia con cui vengono dipinti di solito coloro che sono nel giusto. E Shay e Colleen sono nel giusto, rivogliono i loro figli, e sono pronte a tutto anche a mostrare parti di sé delle quali non sono del tutto orgogliose.
Shay la dura, con una vita difficile alle spalle, pochi soldi, pochi privilegi, una che si è conquistato tutto da sola, crescendo i suoi figli da sola magari con un doppio o triplo lavoro. Una tipica donna di frontiera, con la scorza dura, anche se a tratti emergono caratteri di dolcezza e generosità che la rendono forse una madre e una donna migliore di Colleen, ricca signora del Massachusetts, moglie infelice di un avvocato, con un figlio che già da piccolo gli ha dato problemi e ora è fuggito in North Dakota per sfuggire al suo asfissiante controllo.
Ma naturalmente anche Colleen ha i suoi lati positivi, trova la forza in sé di trasformarsi da ricca e viziata madre di un figlio problematico, in una donna determinata e coraggiosa, capace di dare amicizia a una donna tanto diversa da lei. Naturalmente questa amicizia durerà il tempo del libro, sarà difficile vedere le due donne sorseggiare del the insieme o fare shopping, dopo.
Ma per la durata della storia sono le sole su cui possono contare, alleate, complici, amiche. E la vita non è perfetta, così non è perfetto il loro rapporto e la Littlefield non lo rende tale, evitando ogni leziosità. Ecco questo l’ho apprezzato molto, come ho apprezzato il finale, forse un po’ slegato dal contesto, e sicuramente diverso da cosa mi aspettavo.
Non anticipo altro, ho la tendenza di parlare troppo, ma vi consiglio di leggerlo. A me è piaciuto.

Sophie Littlefield è nata e cresciuta in Missouri, ha due figli ormai grandi e ha scelto di vivere in California. È autrice di diversi romanzi, che le hanno valso la candidatura al più prestigioso premio della narrativa gialla, l’Edgar Award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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Nota:  Vi invito anche a leggere i primi capitoli sul sito dell’editore: qui.

:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015)

16 dicembre 2015
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Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

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:: Rumore Bianco, Don DeLillo, (Einaudi, 2014)

24 ottobre 2015
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Prima dell’estate Gianni Montieri di Poetarum Silva, sito tra l’altro molto bello che vi consiglio di visitare, mi ha chiesto di iniziare una piccola collaborazione. Dovevo scegliere e recensire un libro, per iniziare. E io ho scelto “Rumore Bianco” di Don DeLillo. Per i lettori di Liberi che fossero interessati potete seguire il link. Buona lettura.

(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna…

Continuate la lettura su Poetarum Silva.

Source: acquisto personale

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:: Bengodi e altri racconti, George Saunders (minimum fax, 2015)

14 ottobre 2015
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Che l’America sia un gigantesco e bizzarro parco divertimenti (a tema) ne avevamo il sospetto anche noi che dell’America (forse) ne conosciamo poco o niente, per lo più forti di una visione letteraria, se non cinematografica.
Non tutti noi ne abbiamo una conoscenza diretta. E anche tra coloro che questa conoscenza l’avessero, non tutti hanno la sensibilità e la lucidità di gente come George Saunders. Scrittore texano, classe 58, autore di opere come Pastoralia, Dieci dicembre (difficile che non l’abbiate almeno sentito nominare) e tra altre anche di Bengodi e altri racconti, sua prima raccolta di racconti del 1996 (un secolo fa verrebbe da dire). Già uscita in Italia nel 2005 grazie a Einaudi con il titolo Il declino delle guerre civili americane, e sempre tradotta da Cristiana Mannella, come questa nuova edizione minimum fax, riveduta e ampliata (c’è in più un nuovo racconto e soprattutto una preziosa nota dell’autore, che sconsiglio vivamente di leggere prima dei racconti).
George Saunders è un autore stimato e premiato, prediletto dalla critica più sofisticata e con Dieci dicembre capace di raggiungere anche il grande pubblico con vendite più che ragguardevoli. Dunque ormai non più uno scrittore di nicchia, per palati difficili (come avrebbe facilmente rischiato di essere sbrigativamente etichettato, anche solo da coloro che per primi selezionavano i racconti per il New Yorker), sebbene la sua scrittura sia decisamente complessa, non tanto a livello di struttura sintattica, naturalmente ricercata, (la stesura di Bengodi e altri racconti, per esempio, gli ha portato via sette anni) ma più che altro per i significati occulti (a vari livelli di comprensione) che i suoi testi nascondono.
George Saunders non è un autore poco impegnativo quindi, ma chiarito questo è singolare come sappia catturare il lettore, divertirlo, in una fitta rete di strettissime maglie che vanno dalla critica sociale più radicale alla compassione (reale, non pietistica) che sanno ispirare i sentimenti più delicati e profondi, ancor più se sgorgano da persone che non vi aspettereste mai, pensate solo al padre ormai solo che cura la figlia handicappata del racconto Isabelle, il secondo racconto in ordine di apparizione, capace di regalarci anche un improbabile lieto fine. Poi venne la primavera e nel parco sbocciarono i fiori.
George Saunders sorvola il reale, e in questi suoi primi racconti è ancora più evidente, con una scrittura fantasmagorica e immaginifica, ma se stiamo attenti prorio del reale parla, del reale più profondo e se vogliamo doloroso. Che il suo scritto sia una grande allegoria è anche vero, e più si allontana dai canoni classici del realismo per perdersi nell’astrattezza più naïf, più forse si sente limpida la sua voce originale e non imitativa, col tempo destinata a lasciare le spiagge sicure dell’assurdo per una maggiore concretezza e un dissolversi del dualismo, immaginazione realtà.
Ma in questi racconti è ancora tutto in nuce, la libertà creativa spazia limpida senza vincoli come aspetattive o attese, solo animata dal desiderio di realizzare finalmente qualcosa nella vita. E in questo sta sicuramente la bellezza e la peculiarità di questo testo, di cui potremo anche vedere il rovescio creativo in controluce, appassionatamente descritto nella nota iniziale, che sinceramente avrei voluto durasse più a lungo. Ma forse l’essenziale c’era, e oltre sempre tutto è superfluo.
Molti critici hanno trovato parole bellissime per questa raccolta la cui forza penso sia proprio la malinconia per un tempo ormai definitivamente concluso, che sia la giovinezza, che sia l’America pre crisi, di cui Saunders vedeva tutti i sintomi di una malattia incurabile che presto si sarebbe abbattuta: razzismo, violenza, egoismo, disoccupazione, perdita, disperazione, e le invincibili regole del mercato capitalistico, spietate e fredde come una lama in mano a un serial killer.

George Saunders (Amarillo, Texas, 1958) è autore di una raccolta di saggi, Il megafono spento (minimum fax 2009) e delle raccolte di racconti Nel paese della persuasione (minimum fax 2010), Pastoralia (minimum fax 2014) e Il declino delle guerre civili americane (già uscita per Einaudi). Ha pubblicato racconti, articoli e reportage sul New Yorker, GQ e il Guardian, e ha vinto più volte il National Magazine Award. È stato incluso dal New Yorker nella lista dei «venti scrittori per il 21° secolo» e nel 2013 è stato insignito del PEN/Malamud Award, il più prestigioso premio statunitense per gli autori di short stories. La rivista Time l’ha inserito fra le 100 persone più influenti del mondo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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:: Nel cerchio, Bernard Minier, (Piemme, 2014)

27 maggio 2014

nel-cerchio1-185x300Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico, qui trovate la sua recensione), vincitore del prestigioso Prix Polar, edito in Francia con XO Editions , (per chi legge in lingua è già possibile trovare N’éteins pas la lumière, terzo episodio della serie), con cui esordiva l’anno scorso in Italia con Piemme, editore che propone quest’anno il suo secondo romanzo, Nel cerchio.
Sempre il comandante Martin Servaz della polizia di Tolosa al centro della scena, sempre l’ombra di un pericolosissimo serial killer tutto europeo a piede libero, deciso a colpire il protagonista proprio nei suoi affetti più cari. Nel cerchio (Le cercle, 2012) tradotto da Giovanni Pacchiano, è dunque un thriller tutta suspense, colpi di scena, depistaggi, con un buono scavo dei personaggi, una certa originalità di fondo (abbiamo un poliziotto, mancato scrittore, che cita i classici latini con una certa disinvoltura) un buon senso del ritmo teso e privo di tempi morti. Lo stile scorrevole rende leggibili le quasi 600 pagine, e il gioco di incastri, con finale più che conclusivo (dell’indagine in corso per lo meno) da il là a un nuovo capitolo della serie dove forse lo scontro tra poliziotto e serial killer troverà un epilogo definitivo.
Il romanzo ha inizio nell’estate del 2010, in concomitanza con i mondiali di calcio. Un’ estate dannatamente piovosa, allietata da temporali, black out, e chi più ne ha ne metta. A Marsac cittadina universitaria ai confini dei Pirenei una giovane professoressa Claire Diemar, viene uccisa nella sua vasca da bagno, legata e con una torcia conficcata nella gola. Nella piscina della sua abitazione diverse bambole galleggiano aumentando il macabro scenario di questo delitto che vede un solo presunto colpevole Hugo, allievo della vittima, trovato drogato e in stato confusionale nella casa. Se non che la madre di Hugo, Marianne, una vecchia amante di Servaz, una donna che vent’anni prima gli aveva spezzato il cuore abbandonandolo per il suo migliore amico, presa dalla disperazione trova il coraggio di farsi viva, telefonandogli e chiedendogli aiuto.
Tentare di scagionare Hugo diventa per Servaz quasi un dovere, soprattutto quando scopre un cd di Mahler nello stereo della vittima, indizio che sembra la firma di un serial killer evaso da un manicomio criminale, sua vera e propria ossessione. Poi arriva una mail, poi le iniziali del serial killer su un tronco di un albero. Servaz sembra non avere dubbi su chi sia il colpevole.
Ora come per tutti i thriller il buon gusto impone di non andare oltre a descrivere la trama, anche se devo dire che Minier gioca parecchio con il lettore mettendo in scena un vero spettacolo di ombre cinesi, gettando i sospetti su tutti i personaggi che via via entrano in scena, dal politico che aveva una relazione con la vittima, che prima fornisce un’ alibi falso e poi non vuole (o non può) fornire quello vero, al migliore amico di Hugo ritratto dalle telecamere di sorveglianza di una banca mentre abbandona il pub dove avrebbe dovuto essere, al serial killer che gira indisturbato per Tolosa, con lo scopo unicamente di vendicarsi di Servaz. Insomma di presunti colpevoli ce ne è più d’uno, e grazie all’abilità dell’autore tutti plausibili, poi naturalmente starà all’acume investigativo di Servaz districarsi tra false piste, e depistaggi veri e propri, (come lo stesso lettore) e scoprire la verità, una verità sepolta nel passato, più dolorosa di quanto Servaz vorrebbe.
Dunque che dire, è un ottimo libro, scorrevole, capace di tenere alta l’attenzione, di un autore che forse si rifà ai temi di Grangè, abbiamo una città universitaria in una valle sperduta, una verità sepolta nel passato che emergerà grazie all’acume della squadra investigativa, una vendetta se vogliamo come motore dell’intreccio, e penso a I fiumi di porpora principalmente, ma questo senso di dejavu non è spiacevole, anzi è gestito con disinvoltura da Minier, che non perde in originalità e atipicità. Forse avrei gestito in maniera più sofferta il conflitto di interesse che vive il protagonista, che però non perde in integrità, ponendo il suo lavoro di poliziotto e la scoperta della verità davanti ai suoi interessi personali. Ben caratterizzato il personaggio della figlia Margot, che si butta a capofitto anche lei nell’indagine, rivelando iniziativa e intraprendenza. Consigliato.

Bernard Minier, nato e cresciuto nel Sud della Francia, ha lavorato per anni come doganiere. Ha esordito con Il demone bianco, grande bestseller in patria, vincitore del prestigioso Prix Polar e candidato al Premio delle lettrici di Elle – così come il suo secondo successo, Nel cerchio.

:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012)

14 novembre 2012

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Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.  

Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.

Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.

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