Posts Tagged ‘Daniela Distefano’

:: Canale Mussolini. Parte seconda, Antonio Pennacchi, (Mondadori, 2015), a cura di Daniela Distefano

8 maggio 2017
z

Clicca sulla cover per l’acquisto

25 maggio 1944 – ultimo giorno di guerra a Littoria, nel breve intervallo tra la partenza dei tedeschi e l’arrivo in città degli angloamericani – Diomede Peruzzi entra nella Banca d’Italia devastata e ne svaligia il tesoro. E’ qui che hanno inizio – diranno – la sua folgorante carriera imprenditoriale e lo sviluppo di Latina tutta. Ma sarà vero?
Intanto, la guerra continua. E’ una guerra di liberazione, ma anche un conflitto civile crudele e fratricida. E la famiglia Peruzzi è schierata su tutti i fronti. Paride al nord nella Rsi – mentre sogna di tornare dall’Armida e da suo figlio – perseguita i partigiani. Suo fratello Statilio combatte i tedeschi in Corsica.
Il cugino Demostene è partigiano della brigata Stella Rossa.
Accanto a loro, lo zio Adelchi; il mite Benassi e zia Santapace, rabbiosa e bellissima; l’Armida con le sue api, e la nonna Peruzzi.
E su tutti c’è Diomede, il demiurgo della nuova città.
In un marcato e ben amalgamato impasto linguistico veneto-ferrarese Antonio Pennacchi ci riporta indietro nel tempo, e nel mondo di pionieri bonificatori, eroici spiantati, lunatici allunati. Sullo sfondo, la costruzione della nostra Italia democratica e repubblicana.

C’è tutto il bene e tutto il male del mondo, in ognuno di noi. Si tratta di imparare a governarli e a questo serve la Storia, poiché è un cammino lungo.

Un romanzo corale, “Canale Mussolini. Parte seconda”. Eppure una voce sgomita per far sentire la potenza del suo parlare. E’ quella che racconta la parabola di Diomede, il figlio di tutti e di nessuno. Il ragazzo che impara l’esistenza senza mai riuscire davvero a viverla. Le pagine che descrivono i suoi anni giovanili sono le più toccanti dell’intero romanzo, forse tra le più belle della nostra letteratura contemporanea. Diomede è un ragazzo che cerca la fortuna sbarcando il lunario. Incontra un ufficiale tedesco e i due cominciano a scambiarsi confidenze e quotidianità. Non accade nulla di eclatante tra i due, amicizia e spensieratezza in mezzo alla guerra e alle sue divisioni. Solo ogni tanto l’ufficiale, ragazzo come Diomede, si struscia contro la sua gamba. Imbarazzo reciproco, poi il tedesco viene ucciso e in punto di morte dice a Diomede: “Ich liebe dich”, ti amo. E’ un evento minuscolo in mezzo agli eventi giganti di questa saga familiare e nazionale, però è bello (Gertrude Stein direbbe: “è interessante”) leggere una storia d’amore universale, perché non solo omosessuale. Erano due anime che si sono ritrovate, ma Diomede lo capirà tardi, anni dopo, quando diventerà l’ago della bilancia della sua città e dovrà allora fare i conti con il cinismo e la complessità del Potere. Un romanzo lucido e commovente, graffiante e godibile, nel quale concetti come la dignità e la libertà assurgono a motori di una macchina fatale che sposta le vite e le montagne con la fede e la giustizia.

Cosa vuole che ne sapessimo noi prima, della libertà? Ma neanche che esistesse. Se lei nasce e fin da piccolo è abituato a stare attento a quel che dice, anzi, a ripetere sempre quel che affermano gli altri, se no chissà che succede… come vuole che le salti per la testa di uscirsene con un qualcosa di diverso? Neanche lo sa che si può fare(..) Ma quando poi all’improvviso viene a sapere che c’è finalmente la libertà e che ognuno può dire quello che vuole senza che nessun altro glielo vieti o gli faccia qualcosa, lei permette che è un bel passo avanti che non se lo sarebbe nemmeno mai aspettato?

Antonio Pennacchi è nato a Latina, dove vive. Operaio fino a cinquant’anni, è scrittore e ha pubblicato per Mondadori i romanzi Mammut (2011), Canale Mussolini (2010, Premio Strega), Il fascio comunista (2003, premio Napoli), da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, e i racconti di Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni (2006). E’ autore anche di Camerata Neandertal (Baldini&Castoldi, 2014), Storia di Karel (Bompiani, 2013), Palude (Dalai,2011), Fascio e martello – Viaggio per le città del Duce (Laterza,2008). Collabora a “Limes”.

Source: Libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sandro Pertini. L’autunno del centrismo e l’alternativa socialista. Scritti e discorsi: 1953-1958, curato da Stefano Caretti, con introduzione di Vittorio Emiliani, (Piero Lacaita Editore, 2016) a cura di Daniela Distefano.

29 aprile 2017
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto Sandro (San Giovanni di Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990), è stato un politico, giornalista e partigiano italiano. Fu il settimo Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, secondo socialista (dopo Giuseppe Saragat) e unico esponente del PSI a ricoprire la carica.

E’ così che viene presentato Sandro Pertini su Wikipedia. Ma davvero non occorrono presentazioni per una figura umana – come la sua – di forte impatto meteoritico per il nostro Paese.
Ero piccola e vedevo in televisione questo omino vestito di scuro, sorrideva e parlava con piglio autorevole, era il nonnino d’Italia. Con gli anni ho appreso che Sandro Pertini è stato sì Capo di Stato, ma anche una guida sicura verso la salvezza, un combattente per la giustizia sociale, un vanto per noi tutti che lo abbiamo amato per la coriacea tenacia, la sanguigna caparbietà, la serenità dello spirito.
In questa raccolta di Scritti e discorsi: 1953-1958, curati magistralmente dal prof. Caretti, emerge pure il pensiero di Sandro Pertini. La sua lungimiranza. Per fare un esempio, ecco cosa diceva sulle donne e sulla loro agognata libertà:

L’emancipazione della donna non è un atto di ribellione verso l’uomo(..). La donna raggiunge la sua vera emancipazione quando, trovandosi dinanzi ai problemi della vita, sente, prima ancora che il diritto, il dovere di cooperare con l’uomo alla loro giusta soluzione e quindi sente il dovere di gettarsi nella lotta.

Pertini, eroe della Resistenza, constatava poi amaramente:

Uomini che erano entrati in carcere con una giovinezza esuberante, ne uscirono quando la loro giovinezza se n’era andata con tutti i suoi sogni, quei sogni che gran parte di voi è riuscito a realizzare. Se io fossi entrato in carcere per un reato comune, commesso in un momento di smarrimento, vi assicuro che non avrei sopportato il carcere, l’avrei fatta finita subito, perché la galera è una cosa veramente schifosa, impone delle rinunce tremende. Soltanto chi ha fede può resistere in carcere.

Per non dimenticare la tragicità della guerra, il sacrificio, l’abnegazione di chi non volle capitolare dinanzi al Male, Pertini lanciava un monito:

Se il vento dell’oblio ha cancellato molte cose un segno tuttavia rimane: i nostri morti. (..) Antonio Gramsci ha sopportato la prigionia soffrendo in silenzio pene indicibili. E fu spento ma la sua luce si irradia ancora dagli scritti e soprattutto dalle lettere che ci ha lasciato.

La fede di Pertini era tutta fondata sull’edificio umano. Occorreva una più osservata Giustizia sociale:

gli operai e soltanto gli operai devono difendere le loro conquiste in un regime socialista, non già la polizia e tanto meno lo straniero.

Nel ricordare i Martiri delle Ardeatine, celebrati solennemente, il futuro Presidente della Repubblica denunciava però la involuzione della classe dirigente italiana, di cui una prova era costituita dalla collusione con le forze di destra sul piano parlamentare.
Non basta –diceva– accontentarsi della democrazia politica, bisogna arrivare alla democrazia economica e sociale, bisogna dare un contenuto economico e sociale alla nostra democrazia, immettendo le classi lavoratrici nella direzione dello Stato, affinché sia adempiuto il precetto costituzionale che vuole la Repubblica “fondata sul lavoro”.

Stefano Caretti è ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena. E’ autore di numerosi studi su figure e vicende del socialismo italiano. Sua l’edizione critica delle opere di Giacomo Matteotti in dodici volumi. E’ membro della giuria del Premio Di Vagno e del Premio Matteotti della Presidenza del Consiglio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo il prof. Stefano Caretti per la gradita disponibilità.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’eclisse dell’antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989. Prefazione di Anna Foa, Manuela Consonni, (Laterza,2015), a cura di Daniela Distefano

20 aprile 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il paradigma antifascista rappresentò il legame storico con il passato antifascista utilizzato per costruire il nuovo Stato democratico e il modello che pose le condizioni formali per la legittimazione del nuovo ordine. La democrazia avrebbe potuto così ricevere la propria giustificazione istituzionale.

Un libro importante questo sulla memoria di fatti indelebili.
Malgrado l’ansia di non essere creduti, fu una sorta di obbligo sociale e di impegno civile a spingere i superstiti a parlare, a raccontare, a dire:

” Siamo in molti a ricordare il modo specifico in cui laggiù temevamo la morte: se morremo nel lager in silenzio come vogliono i nostri nemici, se non ritorneremo, il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di cosa è tuttora capace; il mondo non conoscerà se stesso, sarà più esposto di quanto non sia ad un ripetersi della barbarie nazionalsocialista”.

Può l’Olocausto assurgere a stillicidio politico e non solo razziale?                                   Anche gli ebrei  potevano reclamare una Resistenza gloriosa e la deportazione razziale era una deportazione politica, come aveva sostenuto Primo Levi.
Perché occorre leggere i diari, le testimonianze, i resoconti atroci delle vittime dello sterminio nazista?
I brevi memoriali testimoniano che anche nell’inferno dell’odio e della violenza, dove si abbruttivano gli individui con la fame, la sete, la paura, il bastone e il lavoro, germogliarono spontaneamente mille e mille episodi di solidarietà, di amicizia, di abnegazione tra persone diversissime per classe sociale, cultura e lingua.
Anche all’Inferno arriva la voce di Dio per chi continua a cercarla, per chi spera nella liberazione dello spirito.

Manuela Consonni insegna alla Hebrew University of Jerusalem al Dipartimento di storia ebraica. Si occupa di storia contemporanea europea ed ebraica, di studi della Shoah, di memoria e di studi di genere.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Imma dell’Ufficio Stampa “Laterza”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mute, bianche e stupende, Tod Robbins, curato e tradotto da Francesco Cappellini, (Via del Vento edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

13 aprile 2017
1234

Clicca sulla cover per l’acquisto

Un giovane artista squattrinato trova accoglienza presso due donne, madre e figlia, assatanate di moine e voluttà. Per loro solo disprezzo e senso di insondabile obbrobrio. La madre, la padrona di casa,

“era come un vaso polveroso e incrinato in cui giacciano sepolte le foglie di rosa calpestate della primavera scorsa. Una volta ricettacolo del desiderio, ora risultava ormai risucchiata fino al midollo”. 

La figlia procace e languida sarebbe presto diventata anche più inguardabile.                     La fortuna aveva smesso di bussare alla porta dell’artista che giorno dopo giorno covava il desiderio di evadere da quella gabbia di antiestetiche futilità. Una forte malinconia lo faceva zittire nei momenti di riposo.

 “Tutto scompariva sugli stupidi sorrisi della gente che mi passava davanti. Avevano fretta, tutte queste persone; fretta di attraversare il tunnel della loro vita in modo anonimo, guardando in alto e in basso, semplicemente immerse nei loro sogni  luminosi e indisposte a contemplare le austere e severe espressioni dell’arte. Avrei potuto andare avanti per secoli nella mia soffitta, sforzandomi, creando  per rimanere poi del tutto anonimo, se non fosse stato per quel gruppo: “La famiglia felice”. (..) Una mite famiglia felice che non aveva bisogno di parole per raggiungere una completa unione d’animo”.

Ben presto s’ impossessa di lui un progetto diabolico sotto le sembianze di un’opera di carità, cioè rendere puri quei volti che durante la giornata lo pungolavano come uno spillo.

“E poi, nella mia immaginazione, le vidi come statue; le vidi sedute là, silenziose, bianche e stupende; le vidi poste sul loro piedistallo, unite e ormai in pace, purificate…”.

L’idea era di sbarazzarsi di loro per rendere le loro vite  eterne e oggetto di ammirazione universale.

“Siamo così certi della nostra immortalità, che raramente mettiamo in dubbio lo sguardo di coloro che ne possono disporre. Louise e sua madre non sospettavano nulla”.

Il piano viene eseguito con scrupolo e metodo. Il finale lo rivela l’incipit di questo racconto breve con il quale l’autore, Tod Robbins, omaggia il genere pulp inanellando colpi di scena, fiato corto, suspense e voglia di saperne di più…  senza mai scadere nel trash o nella pattumiera delle storie fallite. Si avverte un perfetto connubio di surrealismo e cruda realtà, un dipinto macchiaiolo, un sentore di rancida soffitta dove si consuma la fiammella di un’anima che  non conosce pentimento né rimorso, ma solo consapevolezza della propria fatalità.  Prendere a morsi l’esistenza  non ci salva dal giudizio che non solo nell’aldilà viene alla ribalta schiacciando come vermi i nostri più turpi deliri.

Clarence Aaron “Tod” Robbins (1888 – Saint-Jean-Cap-Ferrat, 10 maggio 1949) è stato uno sceneggiatore statunitense. Noto per aver scritto la sceneggiatura del film scandalo Freaks (1932), diretto da Tod Browning, prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer.

Source: Libro inviato dall’Editore, ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice  “Via del Vento edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Washington. Fondazione della repubblica degli Stati Uniti d’America, Francois Guizot, curato da Maurizio Griffo, (Rubbettino, 2004), a cura di Daniela Distefano

6 aprile 2017
w

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ci sono avvenimenti che la Provvidenza cela alla comprensione dei contemporanei. Eventi così grandi, così complessi che superano per molto tempo lo spirito umano, e che, anche manifestandosi in maniera eclatante, rimangono per lungo tempo oscuri in quelle profondità dove si preparano i mutamenti importanti che decidono dei destini del mondo.

A volte cade sulla Terra un meteorite, a volte ha il volto umano, impassibile, amletico di George Washington, oggetto di studio di un eclatante intellettuale prestato alla politica, cioè Francois Guizot.
Non ci vogliono trattati interminabili per abbozzare la figura di un servo di Dio.
Non serve tratteggiare una sagoma con maestria leonardesca per comprendere che tanto il biografo quanto il personaggio approfondito siano sparsi in un un’unica porzione di cielo, confusi tra le nubi della fama mondiale e la pioggia di riconoscimenti ultrasecolari.
Due uomini e basta. Uno vive, agisce, si eclissa nella notte della vittoria, l’altro ne ricostruisce il cammino predestinato.
Sullo sfondo l’America in cui le colonie crescevano rapidamente in popolazione, ricchezza, importanza all’estero.
Invece di pochi insediamenti oscuri, si veniva formando un popolo che con l’agricoltura, il commercio, gli scambi, le relazioni prendeva il suo posto nel mondo.
Intanto, assieme alle fortune del paese cresceva lo spirito pubblico, e il sentimento di appartenenza alla comunità si elevava. Così quando il re Giorgio III e il suo parlamento, più per orgoglio e per impedire la prescrizione del potere assoluto che per raccoglierne i frutti, pretesero di tassare le colonie senza il loro consenso, un partito numeroso, forte, ardente, il partito nazionale si sollevò d’improvviso, pronto a resistere in nome del diritto e dell’onore del paese.
Questione di diritto e d’onore, non di benessere e di interesse materiale.
Le tasse erano leggere e non imponevano alcuna sofferenza ai coloni.
Questo era, all’inizio della contesa, il pensiero dello stesso Washington e il sentimento pubblico.
Sentimento politico e morale.
Washington era convinto che la causa per conquistare l’indipendenza fosse giusta.
Nei giorni peggiori, quando doveva difendersi dalla sua propria tristezza diceva:

“non posso non sperare e credere che il buon senso del popolo alla fine prevarrà sui suoi pregiudizi … Non riesco a immaginare che la Provvidenza abbia fatto tanto per nulla … il grande sovrano dell’universo ci ha condotti troppo a lungo e troppo avanti sulla via della felicità e della gloria, per abbandonarci a metà del cammino … Ho fiducia che ci resti abbastanza buonsenso e virtù perché possiamo riprendere la strada giusta prima di essere del tutto perduti”.

Genio regolare, più fermo che fecondo, giusto, benevolo verso gli uomini, ma grave, un po’ freddo, nato per comandare più che per combattere, George Washington nell’azione amava l’ordine, la disciplina, la gerarchia e preferiva l’impiego semplice e potente della forza di una buona causa alle complicazioni sottili e alla discussioni appassionate del pulpito.
Rimase federalista, avversario delle pretese locali e popolari, partigiano dell’unità e del potere centrale.
Fece le due cose più grandi che in politica sia dato all’uomo di tentare: mantenne, con la pace, l’indipendenza degli Stati Uniti conquistata con la guerra; fondò un governo libero, in nome dei principi d’ordine e ristabilendo il loro dominio.
Scusate se è poco; quando un simile astro sorge nel manto celeste non resta che seguirne la scia, ben visibile ancora oggi basta rivolgere lo sguardo in su, oltre le nubi della decadenza, laddove placidi sogni si uniscono al regno dell’immortalità e nascono desideri realizzati per gli uomini di ogni tempo.

Francois Guizot (1787-1874) è stato uno storico e uomo politico.
Di famiglia protestante, partecipò alla vita pubblica francese a partire dalla Restaurazione, come membro influente del gruppo dei cosiddetti “dottrinari”.
Dopo la rivoluzione di Luglio fu ministro della Pubblica istruzione, poi ministro degli esteri, e da ultimo presidente del consiglio.
La rivoluzione del 1848 mise fine alla sua carriera politica.
Fra le sue opere più importanti, “La Storia della civiltà in Europa”, la “Storia della civiltà in Francia”, e la “Storia della rivoluzione d’Inghilterra”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Isabella Guanzini, (Ponte alle Grazie, 2017), a cura di Daniela Distefano

28 marzo 2017
1bis

Clicca sulla cover per l’acquisto

La tenerezza – con il suo corredo di affezioni tenaci, che sfidano i predatori e i prepotenti, i cinici e gli insensibili, i corrotti e i gaudenti a spese altrui – sta nell’ombra delle virtù civili e dei tempi forti della comunità.
E’ un integratore della vita privata, una tisana per il tempo libero.

Forse non siamo più capaci di appuntare nel nostro cuore la spilla degli affetti. Siamo presi da altro oramai, “quell’altro” che non vale oltre la vita ma che per molto tempo è la nostra ragione di vita: il successo, l’ambizione, il timore di cadere..
Il saggio “Tenerezza” di Isabella Guanzini è un regalo che dobbiamo fare alla nostra coscienza brutalizzata dalla noia della lotta quotidiana.
Siamo così stretti nell’armatura, nella corazza dell’indifferenza che non sappiamo più apprezzare le gioie della condivisione, della dolcezza, della compassione.
Ci stordiamo con il ritornello delle emozioni usa e getta. Non ci manca la leggerezza, ma l’appesantiamo con la superficialità.

Ci troviamo – almeno noi occidentali – in una costellazione sociale, culturale e tecnologica povera di tracce di una vita complessiva dello spirito: la nostra anima non ha più storia, non sa a che cosa affezionarsi.

Come recidere questa zizzania che cresce assieme al nostro grano buono?
Di chi è la colpa? Come si è arrivati a venerare l’alienazione e la distanza siderale tra un corpo e l’altro?
Un abbraccio è ancora il punto esclamativo dell’amore, dell’amicizia, della fraternità?

La rimozione sistematica della tenerezza reciproca dalla grammatica della vita crea un’insensibilità devastante per la qualità della convivenza:
in ogni civiltà, anche la più rispettabile e la più avanzata.

Contro l’immigrato, contro il profugo, contro l’omosessuale, contro la donna, poi contro noi stessi. Contro. E se fermentassero, fiorissero, sbocciassero come in primavera i sorrisi, le parole dette con gli occhi, il sentimento senza paura di rimanere sempre fregati?
Il rischio. Dobbiamo solo rischiare, agguantare la mappa dei nostri percorsi emotivi, e poi lasciarci andare, c’è Dio che supervisiona, ovunque.

Finché qualcuno ha il coraggio di invitare alla rivoluzione dell’amore e della tenerezza, abbiamo la possibilità di ricordare che è da lì che veniamo e lì siamo chiamati a dirigerci e a sostare.
Noi umani non abbiamo altro che questo per proteggerci dal freddo e dal buio che ci assalgono, in quei movimenti della coscienza che mettono in questione tutto.

Un saggio libro che ci conduce per mano alla lettura delle criticità della società di oggi. L’Occidente è in crisi ma ha ancora riserve visibili per sopravvivere alla notte dei pensieri mutilati.

Isabella Guanzini, nata a Cremona, è filosofa e teologa.
Ha insegnato Storia della filosofia e Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Dal 2016 è professore ordinario di Teologia fondamentale dell’Università di Graz.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Matteo dell’ufficio stampa “Ponte alle grazie”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ossessione e altre prose, Joris-Karl Huysman, curatore del volume Pasquale Di Palmo, (Via del vento edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2017
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

La venditrice ambulante, La lavandaia, Il mercante di marroni, Il parrucchiere, Damiens, L’ascella, La secca, L’ossessione.
Sono  otto prose inedite in Italia tratte dai “Croquis parisiens” e pubblicate dalla casa editrice “Via del Vento edizioni”.
Su tutte aleggia il respiro illuminato di Joris-Karl Huysman celebre per il romanzo “A rebours”, vero e proprio vangelo del Decadentismo che ha ispirato l’opera di autori del calibro di Wilde e D’Annunzio.
La critica ha suddiviso in tre fasi la produzione letteraria di Huysman.
Dopo il Naturalismo e Zola, il momento decadente,  infine lo stadio mistico e religioso.
I Croquis parisiens” raccolgono prose ispirate ai vari mestieri che si svolgevano a Parigi, a fantasie, a paesaggi urbani.
Uno  “humour devastante”, l’ironia, un  surrealismo che surclassa la condizione naturalistica dello scrittore, sono elementi che emergono da un fondo di grottesca percezione del reale.
C’è chi vi ha ravvisato anche l’influenza dell’arte figurativa (il padre dello scrittore era pittore).
Linguisticamente, “L’Ossessione ed altre prose” è una raccolta di storie nelle quali i termini ricercati e dotti sono sapientemente mescolati ad altri gergali derivanti dall’argot, arcaismi raffinati accoppiati ad espressioni di tipo triviale e popolaresco.
Ne vien fuori un calderone di sensori che solleticano la pelle, la scorza del nostro animo. Siamo stimolati, incitati, infilzati come spiedini, dalla narrazione di un alchimista che ricerca nel mondo la convinzione della sua improbabilità, del suo non-senso, della sua finta metamorfosi.
Galleggia nel trambusto dei nostri pensieri il piacere del disgusto, vetro infranto con il quale l’autore osserva la turpitudine maniacale di un istante, di un particolare di nessuna importanza, di un soggetto da cestinare tra i rifiuti della memoria.
Nel racconto  “Il parrucchiere” si condensa questa propensione al distacco dalla globalità olistica e ci si tuffa nel lago dei dettagli, delle descrizioni intrecciate, delle ispezioni visive.
Viene narrata la tortura di un gentiluomo che va a tagliarsi i capelli.

Al bruciante ticchettio del ferro che il tosatore agita, i  capelli si sparpagliano come pioggia, cadono dentro gli occhi, si sistemano dentro le ciglia, si fissano alle ali del naso, si incollano agli angoli delle labbra che solleticano e pungono, mentre una nuova stretta di mano vi piega improvvisamente il cranio a sinistra”. (…)

E ancora più avanti:

(..) “..il parrucchiere vi ha come per miracolo alleggerito di vari anni; l’atmosfera sembra più clemente e nuova, l’anima schiude freschezze, ma esse appassiscono, ahimè, quasi subito a causa dei pruriti che procurano i capelli tagliati, caduti dentro la camicia, che si fanno sentire.
E lentamente, covando un raffreddore, si ritorna a casa, ammirando l’eterno eroismo dei religiosi le cui carni sono, notte e giorno, volontariamente grattate dall’aspro crine del duro cilicio”.

Una lettura per amanti del retrogusto speziato, uno spazio quasi onirico offerto con abbondanza di immaginazione e perizia lessicologica.

Joris-Karl Huysman fu scrittore francese, di origine olandese (Parigi 1848 – ivi 1907).
Esordì con Le drageoir à épices (1874), raccolta di poemetti in prosa d’imitazione baudelairiana; si volse poi al romanzo naturalista: Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e collaborò al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Scrittore di raffinate aspirazioni, rappresentò egualmente la meschinità e mediocrità della vita con romanzi quali En ménage (1881), À vau-l’eau (1882), finché giunse a una svolta decisiva con À rebours (1884), in cui il protagonista, Des Esseintes, cerca di salvarsi dal tedio conformando la propria esistenza al più raffinato estetismo decadente.
Dopo un altro romanzo amaro, di fondo autobiografico, En rade (1887), inclinò con Là-bas (1891) verso un satanismo che gli aprì la via della conversione al cattolicesimo, rispecchiata nei romanzi successivi: En route (1895),
La cathédrale (1898), L’oblat (1903). Coltivò la critica d’arte (L’art moderne, 1883; Certains, 1889; Trois primitifs, 1905) e scrisse, nell’ultima parte della vita, opere di pietà e di spiritualità: Sainte Lydwine de Schiedam (1901);
Les foules de Lourdes (1906).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sedute spiritiche e un’altra prosa inedita, Thomas Mann, (Via del Vento Edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

17 febbraio 2017
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Thomas Mann è stato un romanziere che non necessita di presentazioni, le sue opere, i suoi gioielli letterari parlano da soli, una leggenda della narrativa di tutti i tempi.
Eppure c’è ancora qualcosa che lo rende inafferrabile, lo dimostrano questi scritti inediti che la casa editrice “Via del Vento Edizioni” ha avuto l’onore di divulgare nel nostro Paese.
Nel primo racconto – “Sedute spiritiche” – si respira l’odore del mistero.
L’atmosfera è cupa, predomina l’ambiguità nel corso di una serata bizzarra.
In una casa frequentata da pittori, musicisti, professori universitari, scrittori, tutti sono accomunati dalla curiosità di assistere ai fenomeni mediatici.
E’ un’epoca crepuscolare quella vissuta da Mann che la traspone nel cerchio del tempo della storia raccontata.
Esoterismo e occultismo, già presenti nella Germania prebellica, si diffusero quasi capillarmente dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.
Il senso di frustrazione e disorientamento che ne derivò, oltre alla pessima situazione economica del popolo, conferì uno straordinario ascendente a questo genere di cose. Molti erano ciarlatani. Non pare però che sia questa la linea tracciata dall’autore anche se registra una fede cieca della gente a queste abilità. Sarà pure cieca questa fede, ma non sembra tutta finzione.

Nei fatti ogni pensiero di frode nel senso consueto e furbastro della parola si prospettava assurdo. Dietro l’atto di afferrare, scuotere e gettar via la campana non c’era verosimilmente nessuno. (..) Chi o che cosa sollevò il fazzoletto, deformandolo dall’interno?

La fantomatica ossessione per la seduta spiritica abbraccia il bisogno di evasione perché allora si era dentro la gabbia di eventi luttuosi.
La guerra, l’inflazione, la crisi economica, politica, sociale: meglio fuggire nel mondo dell’imperscrutabile, meglio sgattaiolare da questo cubico terrore, da quest’angoscia espressionista, da questa pazienza maltrattata.

Voglio ancora ricordare il fugace, labile, indistinto insorgere della materializzazione al termine della seduta di ieri, che per un attimo davanti alla tenda si accese come un fulmine, e voglio concludere chiarendo che quanto alla realtà, all’occulta autenticità dei fenomeni per me non c’è ombra di dubbio. Io sono convinto che una scienza futura sarà grata a quelli che oggi hanno avuto la mancanza di pregiudizio e il coraggio di affidarsi alla loro sensibilità.

Con queste audaci parole è posta una croce sul nostro istinto, perché l’occultismo non è stato creato dall’uomo, anche se solo l’uomo può sbracciarsi per riscoprirlo senza effetti collaterali e dannosi.
“La mia casa estiva” è l’altro racconto inedito che fa da contraltare al primo, quasi due opposti di ombra e luce.
Cavo connettente è il viaggio, non turbinoso, non incalzante;
piuttosto domina la placida serenità della contemplazione, un’inclinazione che si conquista col tempo, con l’avanzare dell’età e della saggezza.

Il senso della vista, la beatitudine per ciò che si osserva, l’attitudine a farlo, l’apprezzamento del mondo esterno cui si guarda con un certo ingenuo favore e con franchezza, sono qualcosa di tardivo. L’adolescente è un essere chiuso in sé, scostante, piuttosto ascetico, forse non sempre così, ma l’esperienza insegna che ciò accade. La sensibilità per l’osservazione sopravviene solo più tardi.

L’autore, il protagonista, nutre una forte simpatia per questo paesaggio:
la penisola di Neringa, la sottile lingua di terra fra il territorio di Memel e Konigsberg, tra la laguna curlandese e il Mar Baltico.
E noi godiamo delle sue emozioni trasfuse in uno stile letterario vertiginoso e di pura grazia descrittiva.

Thomas Mann ( 1875-1955) è stato uno dei maggiori letterati del Novecento, autore di grandi capolavori della letteratura tedesca come I Buddenbrook, La morte a Venezia, La montagna incantata.

Source: Libro inviato dall’editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Giuseppe Dossetti. Un itinerario spirituale, Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni, Eugenio Ravignani, (Nuova dimensione, 2006), a cura di Daniela Distefano

1 febbraio 2017
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il mio sacerdozio è nato per una scelta non mia, ma di altri, da uno sbocco, che è sembrato coerente, della vita che già conducevo, vita già consacrata nell’intenzione e nella forma, già orante, prevalentemente orante, con un dominio dell’orazione sull’azione, che intrideva, si mescolava nel profondo con la vita di ricerca e di studio…

Giuseppe Dossetti nacque a Genova nel 1913, fu deputato alla Costituente e nella legislatura successiva, si ritirò dalla vita politica per dedicarsi al sacerdozio monastico.
La sua strategia era la non ingerenza della chiesa nelle questioni di natura puramente politica e rispetto assoluto per la chiesa stessa come istituzione divina.
In questo libro che fa tappa nel vissuto di un uomo speciale si ricava linfa da una meravigliosa unità interiore, una lucida razionalità del suo procedere ragionando.
L’Italia di oggi, l’Italia della ritrovata “partecipazione popolare”, della “centralità repubblicana”, della “difesa dei diritti”, deve a Dossetti grande riconoscenza.
Sembra quasi un paradosso, ma è almeno divertente, che sia stato per primo
Il Sole 24Ore – di certo non il giornale della “povera gente” – ad “azzardare l’ipotesi che un po’ più di Dossetti e un po’ meno di realpolitik ci avrebbero riservato anni migliori di quelli che abbiamo vissuto”.
Ma come si sviluppò il suo percorso sociale che poi digradò lentamente verso il sacerdozio monastico?
L’attività pubblica di Dossetti incomincia con un colpo di fiuto, cioè con l’idea che se vuole avere un futuro all’interno della Dc deve “conquistare il Veneto”. E per conquistare il Veneto alla fine del ’45 dedica otto settimane di capillare predicazione repubblicana itinerante all’interno delle parrocchie, dei gruppi,
dei circoli, delle sezioni democristiane di questa regione.
De Gasperi non voleva che si prendesse posizione sul referendum istituzionale, Dossetti, invece, era convinto che senza una scelta repubblicana non si sarebbe dato un sicuro sviluppo democratico del Paese.
Da dove prese origine l’astio tra questi due giganti?
Lo scontro con De Gasperi non era solo un dissidio fra capi corrente, fra due grandi leader politici, entrambi di enorme statura morale e intellettuale.
I due si distinguevano su un punto fondamentale: per De Gasperi la questione di fondo era quella delle soluzioni pratiche, della empirìa, del concreto, mentre per Dossetti i problemi si potevano affrontare e risolvere solo partendo dal piano dei sistemi e delle istituzioni. Due prospettive diametralmente diverse.
Quale evoluzione si materializzò nelle sue scelte politiche?
La preoccupazione di Dossetti negli anni del primo dopoguerra è stata quella di una linea politica che certamente condivideva e che non gli era per nulla estranea, cioè l’opposizione al Partito Comunista: Dossetti non è mai stato un “criptocomunista”, “un pesce rosso che nuota nell’acqua santa”.
Gli anni successivi furono per lui quelli del silenzio espresso, della tacita lotta contro l’ipocrisia ed il degrado morale.
Mancano oggi figure che possano –  anche solo lontanamente  – accostarsi alla sua sagoma diritta, alla sua levatura spirituale, alla sua umile metafora di vita.
Un esempio però, il suo,  che porta frutto: oggi forse no, ma domani un nuovo Dossetti può farci rivivere il sogno di una fede che non stinge nel nero mare della perversità umana.

Giuseppe Alberigo (1926-2007)  è stato professore emerito di Storia della Chiesa all’Università di Bologna, ha diretto  l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, fondato da Dossetti.
E’ stato direttore della rivista “Cristianesimo nella storia” nonché titolare della Cattedra Unesco di Bologna Giovanni XIII sul pluralismo religioso e la pace.

Alberto Melloni è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dirige la Biblioteca G. Dossetti della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.
Collabora con la Rai e il “Corriere della Sera”.

Eugenio Ravignani. Già vescovo di Vittorio Veneto dal 1983,  è vescovo emerito  di Trieste.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah dell’Ufficio Stampa “Ediciclo- Nuova dimensione”

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola, 2016), e intervista a Claudio Giunta, a cura di Daniela Distefano

18 gennaio 2017

libro-claudioIl libro di cui mi accingo a parlare è un manuale di letteratura per le scuole superiori, uno di quei testi che incutono timore anche a chi ha oltrepassato da un bel po’ la frequentazioni di banchi, la campanella delle lezioni, le ore di studio spesso inconcludente, come è capitato alla sottoscritta.
E invece no: il volume in questione ha già dal titolo definito il proprio raggio di seduzione per  ragazzi e non solo.
Già, perché “Cuori intelligenti” non sono poi così rari da pescare.
La rete viene gettata ogni anno con l’avvio dell’anno scolastico, però qualcosa finisce per incepparsi sempre.
Compagni di classe non stimolatori di interessi culturali, programmi al limite della digeribilità, lezioni leziose, spiegazioni usuranti.
E poi c’è quell’alone di indeterminatezza che compare come una nuvoletta sulle teste degli studenti:
“Perché devo studiare? A cosa serve apprendere cose che per noi non hanno attinenza con la realtà quotidiana?”.
E’ uno stillicidio di menti che al Sud sono spremute per altro, non di certo per la scuola.
Poi però capita che lo sconforto, il pessimismo, spariscano di colpo, basta una domanda acuta nel bel mezzo della lezione deserta, è sufficiente far lievitare una curiosità spontanea, l’attenzione che è in grado di affiorare grazie ad antologie come questa: globale, sinteticamente completa, predisposta con amore da chi vede l’insegnamento come la maieutica applicata al pensiero.
E così non possiamo non parlarne, difenderne la cristallina purezza d’intenti, la capacità di coinvolgere, intrigare, far innamorare della letteratura italiana che si è evoluta lentamente come la nostra forma politica, come i nostri ideali, come il nostro passato non sempre unitario.
Nell’approntare questo percorso verso la comprensione di capolavori letterari di oggi e di ieri, Claudio Giunta –  docente all’Università di Trento,  saggista, scrittore e storico della letteratura italiana – si serve del proprio armamentario stilistico con una coloritura vivace che ‘acchiappa’ il lettore.
Nel trattare i vari argomenti, l’autore fa uso di riquadri che specificano, chiariscono, accompagnano le note e la bibliografia:

-Analisi del testo.
-Laboratorio: comprendere- analizzare – contestualizzare.
-Mappa di sintesi.
-Il percorso delle opere.

Nel focalizzare l’attenzione sulla pagina di un nuovo secolo, delle sue caratteristiche, dei suoi impulsi innovatori,  Giunta compie una panoramica dei vari aspetti rilevanti per la società:

  • l’arte con tutti i suoi presupposti;
  • la storia con le sue vittorie e sconfitte;
  • la scienza e il suo progresso.

E poi la narrativa, la poesia, non solo italiane, non solo raccontate in modo didascalico, anzi, cercando di ammaliare il giovane che si ritrova a godere della propria intelligenza, della propria capacità di cogliere al volo quello che gli autori giganti del passato hanno voluto tramandare.
Abbiamo incontrato Claudio Giunta al termine del suo tour di presentazione del volume “Cuori intelligenti” in tutta Italia.

Il suo manuale ha il dono della sintesi nel mare vasto della nostra letteratura italiana, ritiene necessario un cambiamento nei programmi scolastici delle scuole superiori?
Più voce alle voci nuove letterarie o più attenzione alla storia della nostra lingua?

Direi che i manuali-antologie in commercio sono generalmente buoni. Però sì, generalmente sono scritti da professori universitari di una certa età, mentre sono destinati a ragazzi di 14-18 anni che parlano un tutt’altro linguaggio e che non devono per forza diventare professori universitari di letteratura (o storia, storia dell’arte ecc.). L’impianto del mio manuale è storico, e in ciò è simile a tutti gli altri: ma con dei ‘tagli tematici’ che forse aiutano i docenti (e gli studenti di riflesso) a non restare schiavi delle scansioni cronologiche. Però sì, credo che occorra ripensare in toto l’insegnamento della letteratura a scuola: sacrificando un po’ di storia, facendo più Novecento, tagliando o riducendo molto lo studio di grandi autori che sino a ieri sarebbero stati intoccabili.
E sì, credo che a scuola sia utile fare non solo un po’ di storia della lingua ma anche di filologia: poche cose semplici (per esempio partire dalla domanda “Che storia ha il libro che ho di fronte? Era un manoscritto? Nasce come libro a stampa?” Ecc.).

Crede che le vignette e i fumetti possano trovare una congrua collocazione nell’elenco materie da studiare a scuola? E’ anche questa letteratura?

Lo è senz’altro. A scuola però cercherei di far studiare i grandi autori ‘canonici’ del passato per una ragione molto semplice: se non lo fa la scuola non lo fa nessun altro. Perciò non esageriamo con la modernizzazione, anche perché di fumetti i ragazzi sanno più di noi, si rischia di fare la figura degli attardati proprio mentre ci si crede moderni. Comunque, con un collega abbiamo provato a fare una lista di bei libri da leggere, qualche settimana fa, e dentro c’è anche Andrea Pazienza (qui) (e ci possono stare anche i Peanuts, i fumetti della Disney, Calvin e Hobbes, eccetera. Ma ripeto, con cautela).

Qual è l’autore che – secondo lei  – merita più di ogni altro di essere approfondito dai ragazzi delle scuole superiori?

Be’, difficile inventarsi delle novità, e difficile indicare un solo nome. Direi, per il primo anno Dante (e non è una risposta originale); per il secondo cercherei di leggere un po’ di buona prosa illuminista francese (Voltaire, Diderot, d’Holbach) e italiana (Verri, Beccaria, Filangieri): di solito non si ha il tempo di leggerla, ma è un peccato, perché sono dei modelli di pensiero e di argomentazione; per il terzo anno direi, a parte quelli ovvi (Verga, Montale, Svevo), un paio di grandi scrittori del secondo Novecento: le poesie di Sereni, i saggi e i romanzi di Sciascia.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, Il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, Il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola.
I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, Il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al «Sole 24 ore» e a «Internazionale». Condirige la «Nuova rivista di letteratura italiana».

:: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (2016, Salani), basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, a cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2017
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di affermare di essere perfettamente normali, e grazie tante”.

E’ questo l’incipit della saga di Harry Potter, cioè del primo libro: Harry Potter e la Pietra filosofale (1998).
Con molta circospezione mi accingo a dire la mia su un bestseller che ha conquistato il mondo, e che è diventato un must per i lettori di ogni età. Una vera e propria industria del piacere per affetti da libridine mai sazi di trottole mentali, guizzi linguistici, girandole di avventure stregate.
Non chiedetemi perché proprio Harry Potter abbia raggiunto una platea vasta quanto il pianeta nel disegnare la parabola di un ragazzo che diventa uomo pagina dopo pagina, libro dopo libro, magia dopo incantesimo…
Accade spesso quando un romanzo dosa gli ingredienti senza lasciar trasparire la ricetta dei loro miscugli.

“Il signor Dursley fabbricava trapani, era un uomo corpulento, nerboruto. La signora Dursley era magra, bionda, passava il tempo a spiare i vicini. Avevano un figliolo di nome Dudley, e secondo loro non esisteva al mondo bambino più bello. (..)Possedevano anche un segreto: odiavano i Potter. La signora Potter era sorella della signora Dursley, ma non si vedevano da anni. I Potter avevano un figlioletto ….”

E’ una famiglia – quella del piccolo Harry – che surroga quella vera: l’assenza di affetto genitoriale, la vita priva di entusiasmo e prospettive. Harry cresce come una ginestra solitaria e mal tollerata dal terreno sassoso che la racchiude.
Da queste premesse tristi a aride, nasce il virgulto di un successo letterario senza precedenti. Ma come si è evoluto il percorso narrativo della scrittrice
– J.K.Rowling – che ha dato vita ad un cult? Il nuovo capitolo – che è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro (la première si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016) – regge il confronto col primo in termini di coinvolgimento, novità, leggerezza stilistica?
Ora Harry è impiegato al Ministero della Magia, è marito e padre di tre figli.
Albus, suo secondogenito, deve combattere con il peso di un’eredità famigliare che non ha mai sopportato.
Assieme al suo amico Scorpius intraprende un trip che lo porterà a scoprire rivelazioni sorprendenti sulla scia di peripezie, avvicendamenti, tortuosi camminamenti nel passato.
Albus e Scorpius non stanno sparendo e riapparendo, stanno viaggiando . Nel tempo” (..)
E’ stata rubata una GiraTempo. Ho rubato una GiraTempo. Con Albus” , dice Scorpius.
Questo libro è un agenda promemoria, un riassunto, un ripasso per chi
‘si è perso qualcosa’ della vicenda toccata ad un ragazzo sfortunato e predestinato.
Vorrei poter dire altro di questo ultimo tassello aggiunto ad un puzzle studiato e minutamente predisposto, invece mi trattengo e lascio che la Harry- Potter-mania faccia il suo corso: non c’è critica nel voler incanalare l’avidità di esseri ipnotizzati.

J.K.Rowling nasce il 31 luglio 1965 a Chipping Sodbury, un piccolo paesino nei pressi di Bristol, in Inghilterra. Già durante l’infanzia aveva dimostrato capacità e fantasia nello scrivere racconti. A soli 6 anni scrive “Rabbit”, la storia di un coniglietto con il morbillo. Dopo il liceo studia Francese all’Università di Exeter. Dopo l’università è a Londra dove lavora per Amnesty International. E’ durante questo periodo, tra un viaggio in treno e la pausa pranzo, che inizia a prendere forma il personaggio di Harry Potter. A 26 anni si trasferisce in Portogallo per fare l’insegnante di inglese. Qui conosce il marito, con il quale divorzierà poco dopo la nascita di una bambina. Dopo il divorzio, si trasferisce con la figlia ad Edinburgo, dove, essendo disoccupata, vive grazie ai sussidi statali. Per far fronte allo stato depressivo che la attanaglia, cerca conforto nella fantasia, continuando a scrivere con passione. Nel 1997 la piccola casa editrice Bloomsbury pubblica il suo romanzo, dal titolo “Harry Potter e la pietra filosofale“, avviando uno degli eventi letterari più importanti degli ultimi anni. Il successo travolgente del primo romanzo ha spinto l’autrice a proporre altre nuove avventure di Harry Potter, le quali sono state trasposte per il grande schermo. “Harry Potter e i Doni della Morte”, settimo e ultimo episodio della serie, uscito nel luglio 2007, ha venduto 72 milioni di copie in tutto il mondo solo nel primo fine settimana, diventando il libro più venduto nella storia dell’editoria. Dalla necessità di ricevere sussidi statali, l’autrice è diventata più ricca della Regina, grazie ai diritti d’autore, cinematografici e d’immagine. Joanne Rowling è inoltre nota per il suo impegno nelle opere di beneficenza in aiuto dei poveri.

Jack Thorne scrive per il teatro , il cinema, la televisione e la radio.

John Tiffany è un regista teatrale pluripremiato e di grande successo sia nel West End che a Broadway.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa “Salani”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cicerone, Stefan Zweig, (Castelvecchi,2016), a cura di Daniela Distefano

31 dicembre 2016
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

“La scelta più saggia, per un uomo intelligente ma non particolarmente coraggioso che si trovi alle prese con qualcuno più forte di lui, è di evitarlo e restarsene in disparte senza vergognarsi, in attesa di una svolta che possa sgombrargli nuovamente il campo. Marco Tullio Cicerone, il primo umanista dell’Impero romano, il maestro dell’Oratoria, il campione del diritto, per tre decenni si è dedicato alla difesa delle leggi dei padri e alla tutela della Repubblica (…) Ma ora è arrivato qualcuno più forte di lui: Giulio Cesare”.

Cosa può fare un monumento umano di tale grandezza di fronte al pericolo incombente rappresentato da un’altra statua vivente di eguale magnificenza? Il pensatore si allontana da un ambiente indegno di lui per ritirarsi nella propria inviolabile interiorità. Ogni forma di esilio per lui è una spinta al raccoglimento personale. Cicerone ha condotto processi nel Foro, ha comandato legioni sul campo di battaglia, da console ha governato la repubblica e da proconsole alcune province, milioni di sesterzi sono passati per le sue mani liquefacendosi in debiti. Solo a una cosa non si è potuto dedicare, la più importante: l’esame della sua stessa vita.
Adesso è arrivato il momento di riappropriarsi del suo spirito. Cicerone lascia  così Roma, la metropoli caotica, e fa ritorno a Tusculum, l’odierna Frascati, nella sua casa circondata da uno dei più bei paesaggi italiani.
Nuovamente sconfitto e amareggiato, farà ritorno ai suoi libri nell’isolamento della villa Pozzuoli sul golfo di Napoli.
E’ qui che redigerà il suo testamento politico e morale, vale a dire il “De officiis”, la dottrina dei doveri che l’uomo libero e onesto ha verso se stesso e verso lo Stato. Si tratta di un capolavoro letterario in cui prevale il sentimento di humanitas : la cooperazione tra gli uomini è l’ideale più importante e alto.
In questo opuscoletto di pochissime pagine, Stefan Zweig incanala il lettore verso la comprensione di scelte fatali che – per metà frutto del destino, per metà effetto dell’arbitrio dell’ànthropos – hanno accompagnato il tragitto di un letterato eccezionale e poliedrico.
Cicerone ha abbandonato strada facendo i bagagli ingombranti delle ambizioni smodate, le bramosie del Potere, gli appetiti di gloria, ha abbracciato la morte per non vivere da semplice spettatore del disastro di un mondo che oramai non gli apparteneva più.

Stefan Zweig (Vienna 1881- Petròpolis 1942) è stato  poeta, drammaturgo, romanziere, tra gli scrittori più popolari del primo Novecento e maestro del genere biografico.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Enzo dell’Ufficio Stampa “Castelvecchi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.