Posts Tagged ‘Daniela Distefano’

:: Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Isabella Guanzini, (Ponte alle Grazie, 2017), a cura di Daniela Distefano

28 marzo 2017
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La tenerezza – con il suo corredo di affezioni tenaci, che sfidano i predatori e i prepotenti, i cinici e gli insensibili, i corrotti e i gaudenti a spese altrui – sta nell’ombra delle virtù civili e dei tempi forti della comunità.
E’ un integratore della vita privata, una tisana per il tempo libero.

Forse non siamo più capaci di appuntare nel nostro cuore la spilla degli affetti. Siamo presi da altro oramai, “quell’altro” che non vale oltre la vita ma che per molto tempo è la nostra ragione di vita: il successo, l’ambizione, il timore di cadere..
Il saggio “Tenerezza” di Isabella Guanzini è un regalo che dobbiamo fare alla nostra coscienza brutalizzata dalla noia della lotta quotidiana.
Siamo così stretti nell’armatura, nella corazza dell’indifferenza che non sappiamo più apprezzare le gioie della condivisione, della dolcezza, della compassione.
Ci stordiamo con il ritornello delle emozioni usa e getta. Non ci manca la leggerezza, ma l’appesantiamo con la superficialità.

Ci troviamo – almeno noi occidentali – in una costellazione sociale, culturale e tecnologica povera di tracce di una vita complessiva dello spirito: la nostra anima non ha più storia, non sa a che cosa affezionarsi.

Come recidere questa zizzania che cresce assieme al nostro grano buono?
Di chi è la colpa? Come si è arrivati a venerare l’alienazione e la distanza siderale tra un corpo e l’altro?
Un abbraccio è ancora il punto esclamativo dell’amore, dell’amicizia, della fraternità?

La rimozione sistematica della tenerezza reciproca dalla grammatica della vita crea un’insensibilità devastante per la qualità della convivenza:
in ogni civiltà, anche la più rispettabile e la più avanzata.

Contro l’immigrato, contro il profugo, contro l’omosessuale, contro la donna, poi contro noi stessi. Contro. E se fermentassero, fiorissero, sbocciassero come in primavera i sorrisi, le parole dette con gli occhi, il sentimento senza paura di rimanere sempre fregati?
Il rischio. Dobbiamo solo rischiare, agguantare la mappa dei nostri percorsi emotivi, e poi lasciarci andare, c’è Dio che supervisiona, ovunque.

Finché qualcuno ha il coraggio di invitare alla rivoluzione dell’amore e della tenerezza, abbiamo la possibilità di ricordare che è da lì che veniamo e lì siamo chiamati a dirigerci e a sostare.
Noi umani non abbiamo altro che questo per proteggerci dal freddo e dal buio che ci assalgono, in quei movimenti della coscienza che mettono in questione tutto.

Un saggio libro che ci conduce per mano alla lettura delle criticità della società di oggi. L’Occidente è in crisi ma ha ancora riserve visibili per sopravvivere alla notte dei pensieri mutilati.

Isabella Guanzini, nata a Cremona, è filosofa e teologa.
Ha insegnato Storia della filosofia e Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Dal 2016 è professore ordinario di Teologia fondamentale dell’Università di Graz.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Matteo dell’ufficio stampa “Ponte alle grazie”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’ossessione e altre prose, Joris-Karl Huysman, curatore del volume Pasquale Di Palmo, (Via del vento edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2017
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La venditrice ambulante, La lavandaia, Il mercante di marroni, Il parrucchiere, Damiens, L’ascella, La secca, L’ossessione.
Sono  otto prose inedite in Italia tratte dai “Croquis parisiens” e pubblicate dalla casa editrice “Via del Vento edizioni”.
Su tutte aleggia il respiro illuminato di Joris-Karl Huysman celebre per il romanzo “A rebours”, vero e proprio vangelo del Decadentismo che ha ispirato l’opera di autori del calibro di Wilde e D’Annunzio.
La critica ha suddiviso in tre fasi la produzione letteraria di Huysman.
Dopo il Naturalismo e Zola, il momento decadente,  infine lo stadio mistico e religioso.
I Croquis parisiens” raccolgono prose ispirate ai vari mestieri che si svolgevano a Parigi, a fantasie, a paesaggi urbani.
Uno  “humour devastante”, l’ironia, un  surrealismo che surclassa la condizione naturalistica dello scrittore, sono elementi che emergono da un fondo di grottesca percezione del reale.
C’è chi vi ha ravvisato anche l’influenza dell’arte figurativa (il padre dello scrittore era pittore).
Linguisticamente, “L’Ossessione ed altre prose” è una raccolta di storie nelle quali i termini ricercati e dotti sono sapientemente mescolati ad altri gergali derivanti dall’argot, arcaismi raffinati accoppiati ad espressioni di tipo triviale e popolaresco.
Ne vien fuori un calderone di sensori che solleticano la pelle, la scorza del nostro animo. Siamo stimolati, incitati, infilzati come spiedini, dalla narrazione di un alchimista che ricerca nel mondo la convinzione della sua improbabilità, del suo non-senso, della sua finta metamorfosi.
Galleggia nel trambusto dei nostri pensieri il piacere del disgusto, vetro infranto con il quale l’autore osserva la turpitudine maniacale di un istante, di un particolare di nessuna importanza, di un soggetto da cestinare tra i rifiuti della memoria.
Nel racconto  “Il parrucchiere” si condensa questa propensione al distacco dalla globalità olistica e ci si tuffa nel lago dei dettagli, delle descrizioni intrecciate, delle ispezioni visive.
Viene narrata la tortura di un gentiluomo che va a tagliarsi i capelli.

Al bruciante ticchettio del ferro che il tosatore agita, i  capelli si sparpagliano come pioggia, cadono dentro gli occhi, si sistemano dentro le ciglia, si fissano alle ali del naso, si incollano agli angoli delle labbra che solleticano e pungono, mentre una nuova stretta di mano vi piega improvvisamente il cranio a sinistra”. (…)

E ancora più avanti:

(..) “..il parrucchiere vi ha come per miracolo alleggerito di vari anni; l’atmosfera sembra più clemente e nuova, l’anima schiude freschezze, ma esse appassiscono, ahimè, quasi subito a causa dei pruriti che procurano i capelli tagliati, caduti dentro la camicia, che si fanno sentire.
E lentamente, covando un raffreddore, si ritorna a casa, ammirando l’eterno eroismo dei religiosi le cui carni sono, notte e giorno, volontariamente grattate dall’aspro crine del duro cilicio”.

Una lettura per amanti del retrogusto speziato, uno spazio quasi onirico offerto con abbondanza di immaginazione e perizia lessicologica.

Joris-Karl Huysman fu scrittore francese, di origine olandese (Parigi 1848 – ivi 1907).
Esordì con Le drageoir à épices (1874), raccolta di poemetti in prosa d’imitazione baudelairiana; si volse poi al romanzo naturalista: Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e collaborò al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Scrittore di raffinate aspirazioni, rappresentò egualmente la meschinità e mediocrità della vita con romanzi quali En ménage (1881), À vau-l’eau (1882), finché giunse a una svolta decisiva con À rebours (1884), in cui il protagonista, Des Esseintes, cerca di salvarsi dal tedio conformando la propria esistenza al più raffinato estetismo decadente.
Dopo un altro romanzo amaro, di fondo autobiografico, En rade (1887), inclinò con Là-bas (1891) verso un satanismo che gli aprì la via della conversione al cattolicesimo, rispecchiata nei romanzi successivi: En route (1895),
La cathédrale (1898), L’oblat (1903). Coltivò la critica d’arte (L’art moderne, 1883; Certains, 1889; Trois primitifs, 1905) e scrisse, nell’ultima parte della vita, opere di pietà e di spiritualità: Sainte Lydwine de Schiedam (1901);
Les foules de Lourdes (1906).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sedute spiritiche e un’altra prosa inedita, Thomas Mann, (Via del Vento Edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

17 febbraio 2017
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Thomas Mann è stato un romanziere che non necessita di presentazioni, le sue opere, i suoi gioielli letterari parlano da soli, una leggenda della narrativa di tutti i tempi.
Eppure c’è ancora qualcosa che lo rende inafferrabile, lo dimostrano questi scritti inediti che la casa editrice “Via del Vento Edizioni” ha avuto l’onore di divulgare nel nostro Paese.
Nel primo racconto – “Sedute spiritiche” – si respira l’odore del mistero.
L’atmosfera è cupa, predomina l’ambiguità nel corso di una serata bizzarra.
In una casa frequentata da pittori, musicisti, professori universitari, scrittori, tutti sono accomunati dalla curiosità di assistere ai fenomeni mediatici.
E’ un’epoca crepuscolare quella vissuta da Mann che la traspone nel cerchio del tempo della storia raccontata.
Esoterismo e occultismo, già presenti nella Germania prebellica, si diffusero quasi capillarmente dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.
Il senso di frustrazione e disorientamento che ne derivò, oltre alla pessima situazione economica del popolo, conferì uno straordinario ascendente a questo genere di cose. Molti erano ciarlatani. Non pare però che sia questa la linea tracciata dall’autore anche se registra una fede cieca della gente a queste abilità. Sarà pure cieca questa fede, ma non sembra tutta finzione.

Nei fatti ogni pensiero di frode nel senso consueto e furbastro della parola si prospettava assurdo. Dietro l’atto di afferrare, scuotere e gettar via la campana non c’era verosimilmente nessuno. (..) Chi o che cosa sollevò il fazzoletto, deformandolo dall’interno?

La fantomatica ossessione per la seduta spiritica abbraccia il bisogno di evasione perché allora si era dentro la gabbia di eventi luttuosi.
La guerra, l’inflazione, la crisi economica, politica, sociale: meglio fuggire nel mondo dell’imperscrutabile, meglio sgattaiolare da questo cubico terrore, da quest’angoscia espressionista, da questa pazienza maltrattata.

Voglio ancora ricordare il fugace, labile, indistinto insorgere della materializzazione al termine della seduta di ieri, che per un attimo davanti alla tenda si accese come un fulmine, e voglio concludere chiarendo che quanto alla realtà, all’occulta autenticità dei fenomeni per me non c’è ombra di dubbio. Io sono convinto che una scienza futura sarà grata a quelli che oggi hanno avuto la mancanza di pregiudizio e il coraggio di affidarsi alla loro sensibilità.

Con queste audaci parole è posta una croce sul nostro istinto, perché l’occultismo non è stato creato dall’uomo, anche se solo l’uomo può sbracciarsi per riscoprirlo senza effetti collaterali e dannosi.
“La mia casa estiva” è l’altro racconto inedito che fa da contraltare al primo, quasi due opposti di ombra e luce.
Cavo connettente è il viaggio, non turbinoso, non incalzante;
piuttosto domina la placida serenità della contemplazione, un’inclinazione che si conquista col tempo, con l’avanzare dell’età e della saggezza.

Il senso della vista, la beatitudine per ciò che si osserva, l’attitudine a farlo, l’apprezzamento del mondo esterno cui si guarda con un certo ingenuo favore e con franchezza, sono qualcosa di tardivo. L’adolescente è un essere chiuso in sé, scostante, piuttosto ascetico, forse non sempre così, ma l’esperienza insegna che ciò accade. La sensibilità per l’osservazione sopravviene solo più tardi.

L’autore, il protagonista, nutre una forte simpatia per questo paesaggio:
la penisola di Neringa, la sottile lingua di terra fra il territorio di Memel e Konigsberg, tra la laguna curlandese e il Mar Baltico.
E noi godiamo delle sue emozioni trasfuse in uno stile letterario vertiginoso e di pura grazia descrittiva.

Thomas Mann ( 1875-1955) è stato uno dei maggiori letterati del Novecento, autore di grandi capolavori della letteratura tedesca come I Buddenbrook, La morte a Venezia, La montagna incantata.

Source: Libro inviato dall’editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

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:: Giuseppe Dossetti. Un itinerario spirituale, Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni, Eugenio Ravignani, (Nuova dimensione, 2006), a cura di Daniela Distefano

1 febbraio 2017
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Il mio sacerdozio è nato per una scelta non mia, ma di altri, da uno sbocco, che è sembrato coerente, della vita che già conducevo, vita già consacrata nell’intenzione e nella forma, già orante, prevalentemente orante, con un dominio dell’orazione sull’azione, che intrideva, si mescolava nel profondo con la vita di ricerca e di studio…

Giuseppe Dossetti nacque a Genova nel 1913, fu deputato alla Costituente e nella legislatura successiva, si ritirò dalla vita politica per dedicarsi al sacerdozio monastico.
La sua strategia era la non ingerenza della chiesa nelle questioni di natura puramente politica e rispetto assoluto per la chiesa stessa come istituzione divina.
In questo libro che fa tappa nel vissuto di un uomo speciale si ricava linfa da una meravigliosa unità interiore, una lucida razionalità del suo procedere ragionando.
L’Italia di oggi, l’Italia della ritrovata “partecipazione popolare”, della “centralità repubblicana”, della “difesa dei diritti”, deve a Dossetti grande riconoscenza.
Sembra quasi un paradosso, ma è almeno divertente, che sia stato per primo
Il Sole 24Ore – di certo non il giornale della “povera gente” – ad “azzardare l’ipotesi che un po’ più di Dossetti e un po’ meno di realpolitik ci avrebbero riservato anni migliori di quelli che abbiamo vissuto”.
Ma come si sviluppò il suo percorso sociale che poi digradò lentamente verso il sacerdozio monastico?
L’attività pubblica di Dossetti incomincia con un colpo di fiuto, cioè con l’idea che se vuole avere un futuro all’interno della Dc deve “conquistare il Veneto”. E per conquistare il Veneto alla fine del ’45 dedica otto settimane di capillare predicazione repubblicana itinerante all’interno delle parrocchie, dei gruppi,
dei circoli, delle sezioni democristiane di questa regione.
De Gasperi non voleva che si prendesse posizione sul referendum istituzionale, Dossetti, invece, era convinto che senza una scelta repubblicana non si sarebbe dato un sicuro sviluppo democratico del Paese.
Da dove prese origine l’astio tra questi due giganti?
Lo scontro con De Gasperi non era solo un dissidio fra capi corrente, fra due grandi leader politici, entrambi di enorme statura morale e intellettuale.
I due si distinguevano su un punto fondamentale: per De Gasperi la questione di fondo era quella delle soluzioni pratiche, della empirìa, del concreto, mentre per Dossetti i problemi si potevano affrontare e risolvere solo partendo dal piano dei sistemi e delle istituzioni. Due prospettive diametralmente diverse.
Quale evoluzione si materializzò nelle sue scelte politiche?
La preoccupazione di Dossetti negli anni del primo dopoguerra è stata quella di una linea politica che certamente condivideva e che non gli era per nulla estranea, cioè l’opposizione al Partito Comunista: Dossetti non è mai stato un “criptocomunista”, “un pesce rosso che nuota nell’acqua santa”.
Gli anni successivi furono per lui quelli del silenzio espresso, della tacita lotta contro l’ipocrisia ed il degrado morale.
Mancano oggi figure che possano –  anche solo lontanamente  – accostarsi alla sua sagoma diritta, alla sua levatura spirituale, alla sua umile metafora di vita.
Un esempio però, il suo,  che porta frutto: oggi forse no, ma domani un nuovo Dossetti può farci rivivere il sogno di una fede che non stinge nel nero mare della perversità umana.

Giuseppe Alberigo (1926-2007)  è stato professore emerito di Storia della Chiesa all’Università di Bologna, ha diretto  l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, fondato da Dossetti.
E’ stato direttore della rivista “Cristianesimo nella storia” nonché titolare della Cattedra Unesco di Bologna Giovanni XIII sul pluralismo religioso e la pace.

Alberto Melloni è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dirige la Biblioteca G. Dossetti della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.
Collabora con la Rai e il “Corriere della Sera”.

Eugenio Ravignani. Già vescovo di Vittorio Veneto dal 1983,  è vescovo emerito  di Trieste.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah dell’Ufficio Stampa “Ediciclo- Nuova dimensione”

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:: Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola, 2016), e intervista a Claudio Giunta, a cura di Daniela Distefano

18 gennaio 2017

libro-claudioIl libro di cui mi accingo a parlare è un manuale di letteratura per le scuole superiori, uno di quei testi che incutono timore anche a chi ha oltrepassato da un bel po’ la frequentazioni di banchi, la campanella delle lezioni, le ore di studio spesso inconcludente, come è capitato alla sottoscritta.
E invece no: il volume in questione ha già dal titolo definito il proprio raggio di seduzione per  ragazzi e non solo.
Già, perché “Cuori intelligenti” non sono poi così rari da pescare.
La rete viene gettata ogni anno con l’avvio dell’anno scolastico, però qualcosa finisce per incepparsi sempre.
Compagni di classe non stimolatori di interessi culturali, programmi al limite della digeribilità, lezioni leziose, spiegazioni usuranti.
E poi c’è quell’alone di indeterminatezza che compare come una nuvoletta sulle teste degli studenti:
“Perché devo studiare? A cosa serve apprendere cose che per noi non hanno attinenza con la realtà quotidiana?”.
E’ uno stillicidio di menti che al Sud sono spremute per altro, non di certo per la scuola.
Poi però capita che lo sconforto, il pessimismo, spariscano di colpo, basta una domanda acuta nel bel mezzo della lezione deserta, è sufficiente far lievitare una curiosità spontanea, l’attenzione che è in grado di affiorare grazie ad antologie come questa: globale, sinteticamente completa, predisposta con amore da chi vede l’insegnamento come la maieutica applicata al pensiero.
E così non possiamo non parlarne, difenderne la cristallina purezza d’intenti, la capacità di coinvolgere, intrigare, far innamorare della letteratura italiana che si è evoluta lentamente come la nostra forma politica, come i nostri ideali, come il nostro passato non sempre unitario.
Nell’approntare questo percorso verso la comprensione di capolavori letterari di oggi e di ieri, Claudio Giunta –  docente all’Università di Trento,  saggista, scrittore e storico della letteratura italiana – si serve del proprio armamentario stilistico con una coloritura vivace che ‘acchiappa’ il lettore.
Nel trattare i vari argomenti, l’autore fa uso di riquadri che specificano, chiariscono, accompagnano le note e la bibliografia:

-Analisi del testo.
-Laboratorio: comprendere- analizzare – contestualizzare.
-Mappa di sintesi.
-Il percorso delle opere.

Nel focalizzare l’attenzione sulla pagina di un nuovo secolo, delle sue caratteristiche, dei suoi impulsi innovatori,  Giunta compie una panoramica dei vari aspetti rilevanti per la società:

  • l’arte con tutti i suoi presupposti;
  • la storia con le sue vittorie e sconfitte;
  • la scienza e il suo progresso.

E poi la narrativa, la poesia, non solo italiane, non solo raccontate in modo didascalico, anzi, cercando di ammaliare il giovane che si ritrova a godere della propria intelligenza, della propria capacità di cogliere al volo quello che gli autori giganti del passato hanno voluto tramandare.
Abbiamo incontrato Claudio Giunta al termine del suo tour di presentazione del volume “Cuori intelligenti” in tutta Italia.

Il suo manuale ha il dono della sintesi nel mare vasto della nostra letteratura italiana, ritiene necessario un cambiamento nei programmi scolastici delle scuole superiori?
Più voce alle voci nuove letterarie o più attenzione alla storia della nostra lingua?

Direi che i manuali-antologie in commercio sono generalmente buoni. Però sì, generalmente sono scritti da professori universitari di una certa età, mentre sono destinati a ragazzi di 14-18 anni che parlano un tutt’altro linguaggio e che non devono per forza diventare professori universitari di letteratura (o storia, storia dell’arte ecc.). L’impianto del mio manuale è storico, e in ciò è simile a tutti gli altri: ma con dei ‘tagli tematici’ che forse aiutano i docenti (e gli studenti di riflesso) a non restare schiavi delle scansioni cronologiche. Però sì, credo che occorra ripensare in toto l’insegnamento della letteratura a scuola: sacrificando un po’ di storia, facendo più Novecento, tagliando o riducendo molto lo studio di grandi autori che sino a ieri sarebbero stati intoccabili.
E sì, credo che a scuola sia utile fare non solo un po’ di storia della lingua ma anche di filologia: poche cose semplici (per esempio partire dalla domanda “Che storia ha il libro che ho di fronte? Era un manoscritto? Nasce come libro a stampa?” Ecc.).

Crede che le vignette e i fumetti possano trovare una congrua collocazione nell’elenco materie da studiare a scuola? E’ anche questa letteratura?

Lo è senz’altro. A scuola però cercherei di far studiare i grandi autori ‘canonici’ del passato per una ragione molto semplice: se non lo fa la scuola non lo fa nessun altro. Perciò non esageriamo con la modernizzazione, anche perché di fumetti i ragazzi sanno più di noi, si rischia di fare la figura degli attardati proprio mentre ci si crede moderni. Comunque, con un collega abbiamo provato a fare una lista di bei libri da leggere, qualche settimana fa, e dentro c’è anche Andrea Pazienza (qui) (e ci possono stare anche i Peanuts, i fumetti della Disney, Calvin e Hobbes, eccetera. Ma ripeto, con cautela).

Qual è l’autore che – secondo lei  – merita più di ogni altro di essere approfondito dai ragazzi delle scuole superiori?

Be’, difficile inventarsi delle novità, e difficile indicare un solo nome. Direi, per il primo anno Dante (e non è una risposta originale); per il secondo cercherei di leggere un po’ di buona prosa illuminista francese (Voltaire, Diderot, d’Holbach) e italiana (Verri, Beccaria, Filangieri): di solito non si ha il tempo di leggerla, ma è un peccato, perché sono dei modelli di pensiero e di argomentazione; per il terzo anno direi, a parte quelli ovvi (Verga, Montale, Svevo), un paio di grandi scrittori del secondo Novecento: le poesie di Sereni, i saggi e i romanzi di Sciascia.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, Il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, Il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, Il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola.
I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, Il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al «Sole 24 ore» e a «Internazionale». Condirige la «Nuova rivista di letteratura italiana».

:: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (2016, Salani), basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, a cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2017
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“Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di affermare di essere perfettamente normali, e grazie tante”.

E’ questo l’incipit della saga di Harry Potter, cioè del primo libro: Harry Potter e la Pietra filosofale (1998).
Con molta circospezione mi accingo a dire la mia su un bestseller che ha conquistato il mondo, e che è diventato un must per i lettori di ogni età. Una vera e propria industria del piacere per affetti da libridine mai sazi di trottole mentali, guizzi linguistici, girandole di avventure stregate.
Non chiedetemi perché proprio Harry Potter abbia raggiunto una platea vasta quanto il pianeta nel disegnare la parabola di un ragazzo che diventa uomo pagina dopo pagina, libro dopo libro, magia dopo incantesimo…
Accade spesso quando un romanzo dosa gli ingredienti senza lasciar trasparire la ricetta dei loro miscugli.

“Il signor Dursley fabbricava trapani, era un uomo corpulento, nerboruto. La signora Dursley era magra, bionda, passava il tempo a spiare i vicini. Avevano un figliolo di nome Dudley, e secondo loro non esisteva al mondo bambino più bello. (..)Possedevano anche un segreto: odiavano i Potter. La signora Potter era sorella della signora Dursley, ma non si vedevano da anni. I Potter avevano un figlioletto ….”

E’ una famiglia – quella del piccolo Harry – che surroga quella vera: l’assenza di affetto genitoriale, la vita priva di entusiasmo e prospettive. Harry cresce come una ginestra solitaria e mal tollerata dal terreno sassoso che la racchiude.
Da queste premesse tristi a aride, nasce il virgulto di un successo letterario senza precedenti. Ma come si è evoluto il percorso narrativo della scrittrice
– J.K.Rowling – che ha dato vita ad un cult? Il nuovo capitolo – che è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro (la première si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016) – regge il confronto col primo in termini di coinvolgimento, novità, leggerezza stilistica?
Ora Harry è impiegato al Ministero della Magia, è marito e padre di tre figli.
Albus, suo secondogenito, deve combattere con il peso di un’eredità famigliare che non ha mai sopportato.
Assieme al suo amico Scorpius intraprende un trip che lo porterà a scoprire rivelazioni sorprendenti sulla scia di peripezie, avvicendamenti, tortuosi camminamenti nel passato.
Albus e Scorpius non stanno sparendo e riapparendo, stanno viaggiando . Nel tempo” (..)
E’ stata rubata una GiraTempo. Ho rubato una GiraTempo. Con Albus” , dice Scorpius.
Questo libro è un agenda promemoria, un riassunto, un ripasso per chi
‘si è perso qualcosa’ della vicenda toccata ad un ragazzo sfortunato e predestinato.
Vorrei poter dire altro di questo ultimo tassello aggiunto ad un puzzle studiato e minutamente predisposto, invece mi trattengo e lascio che la Harry- Potter-mania faccia il suo corso: non c’è critica nel voler incanalare l’avidità di esseri ipnotizzati.

J.K.Rowling nasce il 31 luglio 1965 a Chipping Sodbury, un piccolo paesino nei pressi di Bristol, in Inghilterra. Già durante l’infanzia aveva dimostrato capacità e fantasia nello scrivere racconti. A soli 6 anni scrive “Rabbit”, la storia di un coniglietto con il morbillo. Dopo il liceo studia Francese all’Università di Exeter. Dopo l’università è a Londra dove lavora per Amnesty International. E’ durante questo periodo, tra un viaggio in treno e la pausa pranzo, che inizia a prendere forma il personaggio di Harry Potter. A 26 anni si trasferisce in Portogallo per fare l’insegnante di inglese. Qui conosce il marito, con il quale divorzierà poco dopo la nascita di una bambina. Dopo il divorzio, si trasferisce con la figlia ad Edinburgo, dove, essendo disoccupata, vive grazie ai sussidi statali. Per far fronte allo stato depressivo che la attanaglia, cerca conforto nella fantasia, continuando a scrivere con passione. Nel 1997 la piccola casa editrice Bloomsbury pubblica il suo romanzo, dal titolo “Harry Potter e la pietra filosofale“, avviando uno degli eventi letterari più importanti degli ultimi anni. Il successo travolgente del primo romanzo ha spinto l’autrice a proporre altre nuove avventure di Harry Potter, le quali sono state trasposte per il grande schermo. “Harry Potter e i Doni della Morte”, settimo e ultimo episodio della serie, uscito nel luglio 2007, ha venduto 72 milioni di copie in tutto il mondo solo nel primo fine settimana, diventando il libro più venduto nella storia dell’editoria. Dalla necessità di ricevere sussidi statali, l’autrice è diventata più ricca della Regina, grazie ai diritti d’autore, cinematografici e d’immagine. Joanne Rowling è inoltre nota per il suo impegno nelle opere di beneficenza in aiuto dei poveri.

Jack Thorne scrive per il teatro , il cinema, la televisione e la radio.

John Tiffany è un regista teatrale pluripremiato e di grande successo sia nel West End che a Broadway.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa “Salani”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cicerone, Stefan Zweig, (Castelvecchi,2016), a cura di Daniela Distefano

31 dicembre 2016
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“La scelta più saggia, per un uomo intelligente ma non particolarmente coraggioso che si trovi alle prese con qualcuno più forte di lui, è di evitarlo e restarsene in disparte senza vergognarsi, in attesa di una svolta che possa sgombrargli nuovamente il campo. Marco Tullio Cicerone, il primo umanista dell’Impero romano, il maestro dell’Oratoria, il campione del diritto, per tre decenni si è dedicato alla difesa delle leggi dei padri e alla tutela della Repubblica (…) Ma ora è arrivato qualcuno più forte di lui: Giulio Cesare”.

Cosa può fare un monumento umano di tale grandezza di fronte al pericolo incombente rappresentato da un’altra statua vivente di eguale magnificenza? Il pensatore si allontana da un ambiente indegno di lui per ritirarsi nella propria inviolabile interiorità. Ogni forma di esilio per lui è una spinta al raccoglimento personale. Cicerone ha condotto processi nel Foro, ha comandato legioni sul campo di battaglia, da console ha governato la repubblica e da proconsole alcune province, milioni di sesterzi sono passati per le sue mani liquefacendosi in debiti. Solo a una cosa non si è potuto dedicare, la più importante: l’esame della sua stessa vita.
Adesso è arrivato il momento di riappropriarsi del suo spirito. Cicerone lascia  così Roma, la metropoli caotica, e fa ritorno a Tusculum, l’odierna Frascati, nella sua casa circondata da uno dei più bei paesaggi italiani.
Nuovamente sconfitto e amareggiato, farà ritorno ai suoi libri nell’isolamento della villa Pozzuoli sul golfo di Napoli.
E’ qui che redigerà il suo testamento politico e morale, vale a dire il “De officiis”, la dottrina dei doveri che l’uomo libero e onesto ha verso se stesso e verso lo Stato. Si tratta di un capolavoro letterario in cui prevale il sentimento di humanitas : la cooperazione tra gli uomini è l’ideale più importante e alto.
In questo opuscoletto di pochissime pagine, Stefan Zweig incanala il lettore verso la comprensione di scelte fatali che – per metà frutto del destino, per metà effetto dell’arbitrio dell’ànthropos – hanno accompagnato il tragitto di un letterato eccezionale e poliedrico.
Cicerone ha abbandonato strada facendo i bagagli ingombranti delle ambizioni smodate, le bramosie del Potere, gli appetiti di gloria, ha abbracciato la morte per non vivere da semplice spettatore del disastro di un mondo che oramai non gli apparteneva più.

Stefan Zweig (Vienna 1881- Petròpolis 1942) è stato  poeta, drammaturgo, romanziere, tra gli scrittori più popolari del primo Novecento e maestro del genere biografico.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Enzo dell’Ufficio Stampa “Castelvecchi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gita al mare, Daniela Distefano

21 dicembre 2016

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Dormiva beatamente quando la padrona la svegliò.
Si scrollò il sonno agitando la codina, poi si eresse statutariamente, un attimo dopo cercava la sua pappa nella ciotolina, la leccò, ma non le bastò annusare il latte, voleva qualcosa di solido, un’acciughina di quelle che lei sapeva assaporare per ore.
Era quasi luglio, i fiori del giardinetto erano stanchi dei raggi, piegavano i petali in giù, la calura li rinsecchiva.
Un’altalena dondolava solitaria grazie ad un venticello sereno, la gatta Ludmilla ci saltava sopra e viaggiava, per tutto il giorno poi perlustrava il cortiletto, in cerca di svago, gioia, senza mai una tristezza, sempre uguale a se stessa.
Eppure la padrona aveva un suo cruccio riguardo alla gattina:
“Sono quindici anni che ce l’ho e non l’ho portata mai al mare.
Vuoi vedere che mi muore senza aver conosciuto questo prodigio della Natura?”
E così una mattina Ludmilla partì con la padrona per una nuova avventura.
Sembrava intimidita, come se dovesse temere chissà cosa:
“E se mi lascia sui bordi della strada come fanno tanti per liberarsi di noi piccole bestie?”
Ma, quando scese dall’automobile e vide lo specchio di mare di fronte e tangibile, strascicò un “miaooo” da urlo.
Non sapeva cosa fosse, e più si avvicinava alla sabbia, più non comprendeva nulla, però familiarizzò presto con i granuli del terreno, era diventata una sfinge, non si sapeva cosa pensasse.
La padrona al suo fianco sorrideva: “Hai visto dove ti ho portato? Ora facciamo il bagnetto.”
Ludmilla aveva un certo timore dell’acqua. Metteva una zampina a riva e poi la ritraeva, l’onda le spruzzava la sua simpatia, la micina era atterrita.
La padrona la prese in braccio,quindi la buttò nel mare, poi fece un tuffo ed entrambe rimasero così estasiate per tutto il giorno.
“Si è trattato di un malore improvviso, mi dispiace per vostra zia, signore.
Abbiamo fatto tutto il possibile, ma i soccorsi hanno tardato il loro intervento, è arrivata in ospedale già in fin di vita. Un infarto a cinquant’anni, molti sopravvivono, altri – purtroppo – ci lasciano.”
Il medico parlava col nipote della padrona.
Ludmilla era ancora sulla spiaggia, miagolava: aveva fame, sete, voleva tornare a casa, ma nessuno la udì, solo la danza dell’acqua la quietava.
Si sentiva abbandonata perché in certo qual modo lo era davvero.
Decise che non poteva aspettare ancora, il cielo era rosso, c’erano tanti punti luminosi che correvano assieme a lei, saltellava in ogni portone pensando fosse il suo. Poi tre teppistelli la presero con sé.
Uno le diede del formaggio, uno un calcio, un altro la spinse verso il centro della carreggiata.
Era sempre più disperata.
“Cosa ho fatto per meritare questo?” pensava.
“Io le ho voluto molto bene e lei – il mio angelo tutelare – è fuggita via lasciandomi sola al mondo.”
La notte era in cima alle ore. Da un balcone si sentiva il latrare di un cane, poi il rombo di una moto che sgommava, infine il rumore di un treno.
Non era con la padrona quando questa si era accasciata per il malore, ignorava la sua morte però ebbe uno strano sentore passando vicino al cimitero comunale.
Decise che avrebbe sostato lì per qualche ora, si addormentò sulla tomba di un signore.
Il mattino successivo vide il nipote della padrona all’entrata del campo santo.
“Toh, Ludmilla” disse lui riconoscendola.
“Su bella, dài carina, saluta per l’ultima volta la tua padroncina.”
Ludmilla si asciugò i lucciconi dagli occhi.
Un pezzo di lei era morto, ma
sapeva che il giorno e la notte sarebbero arrivati comunque puntuali come la pappa e il riposo.
Il nipote della padrona l’adottò, non era però amorevole come aveva sperato.
Un giorno le disse:
“Su bella, ti porto al mare, sei contenta?”
Ludmilla cominciò a contorcersi dalla gioia: di nuovo in gita, di nuovo le onde, il mare, il mare, il mare!
E al mare tornò, da sola.
Stavolta davvero abbandonata, contenta di poter ritrovare il dono della padrona intatto come i suoi pochi ricordi di animale senza memoria.
Diede la vita a cinque gattini, infine morì come muoiono le dolci bestiole: di felicità.

:: Un amore lontano, Daniela Distefano

12 dicembre 2016

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Anno 2097, luce solare tridimensionale, pomeriggio di afa e gelo, neve sulle Maldive, ghiaccio su Ankara, forti piogge in Siberia.
Linda prepara la cena per suo figlio che torna da scuola.
Eccolo puntuale.
“Ciao mamma.”
“Ciao caro, com’è andata oggi la lezione? Faceva caldo a Oxford?”
“No, c’era un po’ di grandine, guarda il mio dito fotografico, un tempaccio di ben quindici secondi, poi sole a picco.”
“Oh, mi dispiace, qui a Reggio Calabria il tempo non ci ha dato noie, ben trenta minuti di luce chiazzata, e ora è quasi buio.”
“A proposito, cosa c’è per cena?”
“Salmone appena pescato nel fiume norvegese Lakselva, con contorno di patate e pomodorini di Pachino che ho comprato in Sicilia proprio stamani.”
“Ottimo, anche se ho un po’ di mal di testa.”
“ Mettiti a letto, prendi il sintonizzare delle sensazioni e vai alla voce malesseri passeggeri, ti aiuterà a ritrovare l’energia giusta per il nostro pasto.”
“Farò così, grazie.”
Mamma Linda stendeva la tovaglia sulla tavola, poi con una strizzatina di palpebre chiamava il marito che si trovava in Thailandia per dirgli che la cena era pronta.
Lui arrivò nel nano-secondo successivo.
Eccoli tutti insieme, una famiglia come tante, un nucleo pronto a separarsi per poi ricongiungersi di nuovo, nell’arco di una sola giornata.
“Tutto bene a lavoro, caro?” chiese Linda al coniuge in procinto di ingollare il salmone norvegese.
“Beh, sì, nessun intoppo, solo un po’ di stanchezza: il mente-trasporto mi procura ancora vertigini.”
“Capisco.”
“E tu? Sei stata da qualche parte stamani? I pomodorini siciliani sono la fine del mondo, oppssss: scusa, non volevo allarmarti, ma è che erano davvero buoni.”
“Sempre il solito grossolano, non riesci a contenerti neanche di fronte all’evidenza che siamo davvero davanti alla fine del mondo!
E poi io so perché hai le vertigini, e non solo per il mente-trasporto.
Guarda il mio occhio filmico: sei stato nel negozio di quella pakistana-thailandese prima di venire a cenare con me, con noi, con la tua famiglia. Ora basta ne ho abbastanza dei tuoi inganni! Da domani, terapia coniugale di gruppo o divorzio istantaneo.
Ho già tutte le pratiche legali incorporate nel mio orecchio, devo solo firmare con l’unghia e sarai il mio ex marito.”
“Perché sei così drastica, io non adopero le nuove tecnologie per stanarti o per sapere se mi tradisci col pensiero.”
“Oh, suvvia! Non dire corbellerie, è da un pezzo che non vedo con chi mi tradisci mentalmente! Mi ero stancata di corriere dietro ad ogni gonna che facevi sollevare col pensiero! Erano diventate troppe le tue prede, troppe ed ero disgustata.”
“Ok, se continui così finisce che stasera vado a dormire in Alaska, non ci sono ancora stato, e questa sarebbe la volta buona!”
“Figurati! Tu in Alaska ci vai per un minuto, poi te ne ritorni in Thailandia o in Brasile dove puoi darti alla caccia delle femmine di questo pianeta!”
Linda come madre era una creatura amorevole, come moglie, invece, sapeva infierire.
Erano quasi le ventitré, il figlio di Linda andava a dormire, l’indomani avrebbe fatto una gita a Londra, poi di nuovo a Oxford, infine ritorno a Reggio Calabria.
Era una vita diversa dai secoli passati, totalmente nuova e inesplorata.
Linda adesso leggeva un libro col suo occhio sinistro, era un giallo, molto vertiginoso. Dopo che lo ebbe terminato, trangugiato fino all’ultima frase, accese una sigaretta ecologica, e si mise a pensare. Già ma a chi?
Perché finire i giorni della propria vita assieme ad un giurassico donnaiolo?
Perché lei non era mai riuscita a tradirlo neanche col pensiero?
Era perché lo amava? Ancora? Dopo tutto e nonostante tutto?
No, non era per questo. E allora azionò il suo controllo interno di fedeltà e vide che almeno in un paio di occasioni anche lei lo aveva tradito mentalmente.
Molto tempo fa, quando erano ancora due studenti della Columbia University e vivevano ad Arezzo.
Già ma come si chiamava il tizio in questione?
Linda rivisitò in un istante la memoria di quel mese, anno, ed ora.
Il nome non saltò fuori perché era uno sconosciuto incrociato nel negozio di frutta e verdura di San Francisco, però premette il tasto emozioni del suo cervelletto e scoprì di aver conservato intatto quel sentimento estemporaneo.
Lo degustò per tutta la tarda serata, poi fece una doccia calda, quindi riordinò i suoi pensieri: doveva ritrovarlo; doveva rimettersi sul cammino della gioia amorosa.
In una città svuotata, privata – nell’arco di pochi decenni – di macchine e macchinari, affidato il trasporto solo alla velocità del cervello, il verde aveva ricoperto il paesaggio urbano come se fosse ritornato quello del tardo Medioevo.
L’indomani, Linda era già in piedi quando il marito si stava radendo prima di intraprendere il solito tragitto intorno al mondo.
Il caffè era sul tavolo, accanto ad un biglietto: Stasera vestiti da top model, ti porto a Parigi!
E così tutto era rimasto uguale, il marito vuol farsi perdonare le scappatelle: proprio come un secolo, dei secoli, fa.
Linda sorseggiò il caffè e poi scelse l’abito da indossare per la cena parigina.
Sfogliò virtualmente il catalogo dei vestiti e lo acquistò con il chip –buy, un dispositivo che ti consente di comprare le cose mentalmente e poi disporne immediatamente dopo l’acquisto.
Si trattava di un abito di tessuto stretch con lavorazione double. Silhouette a tubino, con taglio sotto il seno. Vestibilità asciutta. Scollo a barchetta arrotondato. Apertura a goccia con bottone dietro. Spalle a giro. Senza maniche. Chiusura con zip invisibile sul fianco. Lunghezza sopra il ginocchio. Corpetto foderato.
Era un amore, e addosso a lei sembrava valorizzato al meglio.
Linda aveva quarantotto anni, giovanissima per gli standard di vita di adesso.
In genere, nel 2097 l’età media degli anziani si aggira intorno ai 108-115 anni.
Si muore sempre più tardi, ma poi arriva quel giorno e non sappiamo ancora perché ci tocca: la vita è diventata mostruosamente facile.
Quella mattina passò in un attimo, marito e moglie avevano azionato l’opzione nasale dell’accelerazione delle ore.
Così fu subito sera.
Il figlio era tornato da scuola nel pomeriggio, fu mandato subito dai nonni che risiedevano in Austria.
Scelsero la stagione ideale da passare in Francia: ecco la primavera in pieno gennaio.
“Pronti –su-via!”
Erano a Parigi.
Avevano camminato un po’, fianco a fianco, imbarazzati per non farlo da tempo immemore.
Nessuno dei due riusciva a dire alcunché, erano due sconosciuti che non avevano parole e interessi da scambiarsi.
“Forse dovremmo separarci, che ne pensi?”, disse lei.
“Forse, ma prima ordiniamo qualcosa: sto svenendo dalla fame.”
Si sedettero in un ristorantino che avevano visto col dito fotografico, il loro tavolo era prenotato per le ventuno, mancava ancora un minuto.
“Sei molto bella con questo tubino”, fece lui mentre adocchiava una biondina dietro la sala per drogati tecnologici.
“Molto gentile da parte tua, grazie.”
“Ehm, cosa?”
“Ho detto: grazie! Per il complimento.”
Una serata penosa, ma né lui né lei osarono accelerarla per scansare il reciproco disagio.
Pagarono col doppio applauso, poi uscirono per respirare a pieni polmoni l’aria parigina.
Un mendicante chiedeva: “Mettete un’unghia qui, ne ho davvero bisogno. Basta un’unghia e la mia vita potrà ribaltarsi.
Stavano per attraversare la strada, con l’intento di aiutarlo, ma fece prima un donatore anonimo che mise un’unghia sul braccio del barbone e questi si tramutò subito dopo nella fotocopia di Richard Gere da giovane.
Potenza della tecnologia! Miracolo della fine dei tempi.
Avanzavano come due ubriachi, stanchi della loro reciproca presenza.
Si fermarono davanti ad una Chiesa, aperta e vuota al suo interno.
Solo un piccolo crocifisso in alto, sull’ultimo oblò vicino al tetto.
Si inginocchiarono per salutare Cristo, e accesero una candela grazie ad una grattatina sulla guancia destra.
“E’ che non siamo più gli stessi.. Capisci quello che voglio dire?”, fece lei.
“Capisco perfettamente, ma devo andare urgentemente al gabinetto. Ne parliamo subito dopo, ok?”
Mentre lui, col mentre-trasporto, faceva pipì nella propria abitazione a Reggio Calabria, lei lo aspettava a Parigi seduta in uno dei tavolini all’aperto che insistevano nel centro storico della Metropoli.
“Posso sedermi, madam?”, disse qualcuno alle sue spalle.
Non ebbe il tempo di dire alcunché perché lo sconosciuto si era già seduto, aveva ordinato un caffè e la scrutava con un che di indovinello sul volto enigmatico per vedere cosa avrebbe alla fine detto lei.
In effetti, era sul punto di andare in escandescenza per il modo poco ortodosso di presentarsi, poi però rimase con il volto in stand-by.
“Non, non ci siamo già visti da qualche parte noi due?”
Lo disse come se stesse parlando a se stessa, ma lui lo prese come un incoraggiamento a dire: “Pensavo la stessa cosa, mia cara.”
“Chi è lei? Se non sono indiscreta.”
“Chi è lei,madam tutta soletta nella città degli intrighi..”
Lei non rispose, lui aggiunse:
“Bene, basta con i giochi, madam. Sono qui per un motivo ben preciso.”
“E quale sarebbe, di grazia, questo motivo?”, fece lei con la fonte imperlata di goccioline di sudore.
Ieri ho ricevuto una comunicazione dal mio <<controllo sulla memoria>>, qualcuno aveva visto la mia persona entrare ed uscire da un negozio di frutta e verdura di San Francisco circa venti anni fa. Il sensore delle emozioni era al limite della sua potenza, lei mi ha inondato di emozioni, ecco perché sono qui. E’ stato bellissimo rivivere quel frangente. Volevo scoprire chi era l’artefice di questo fortunato incontro.
Ed il sensore ha individuato lei”.
“Beh, tutto bellissimo, ma io adesso sono sposata, mio marito torna a momenti, non so, sono confusa, non so cosa mi succede, io.. io..”
Dopo lo stupore iniziale, si abituò velocemente a quegli occhi scuri che la inondavano di piaceri mai emersi.
Perché no – si disse – Cosa c’è di sbagliato nel prendere un caffè con uno sconosciuto gentile che ti reclama l’attenzione. Non c’è niente di sbagliato. Siamo esseri umani, in fondo. Viviamo non solo per e con le leggi che ci siamo dati, c’è anche il mondo del subconscio, e mio marito sarà qui a momenti, potrei farlo ingelosire, ma non credo che servirà. Siamo due barche non più complementari.
Meglio capirlo subito. Meglio cogliere al volo le opportunità che ti lancia la vita dal paracadute della fortuna.
Mentre pensava tutto ciò, il marito non arrivò, lo sconosciuto, invece, si presentò.
Si chiamava John Muratti, era italoamericano, viveva a Boston e a Trieste, contemporaneamente. Aveva tre lavori, e il suo massimo interesse era la musica di Nick Drake, cantautore del secolo scorso, morto (forse suicida) nel lontano 1974.
John le impresse col dito il profumo <<dolcezza imperitura>>( in un attimo si sentì invasa dalla gioia) e le propose un salto a Kyoto, un viaggio meraviglioso nel posto più romantico della terra.
Lei fece qualche smorfia, ma poi accettò, era strafatta di profumi orientali, lui le teneva la mano, si baciarono il momento successivo nel parco pieno di fiori di Kyoto.
“Perché mi hai cercato col pensiero?”, disse John.
“Non so, volevo sapere se mio marito era davvero la mia scelta definitiva.
“E lo è?”
“In un certo qual modo. Non avrei potuto fare un figlio con nessun altro, credo.
Però non ci amiamo più da molto tempo. Per questo forse chiederò il divorzio, non penso però ad un futuro amore. Vivrò con me stessa e per mio figlio.
Serberò nella cassaforte del cervelletto i ricordi più belli, lui se ne farà una ragione.”
“Pensi che anche lui non ti ami più?”
“Non penso a nulla, voglio solo godermi questi attimi di felicità, stare con te per me è come un riscatto, una vendetta, una vittoria.”
Si sedettero in una panchina, il vento faceva volare i fiori caduti dagli alberi, era tutto un turbinio rosa e giallo, si era fatto tardi.
“Bene, ci rivedremo”, fece lui.
“Magari”, disse lei.
Si ritrovò due secondi dopo nel proprio letto, accanto il marito russava forte, però emanava uno strano odore, un profumo inebriante. Ebbe un formicolio alle narici.
Capì che l’indomani non gli avrebbe fatto una scenata, altrimenti lui – col cambia-persona – si sarebbe tramutato nuovamente in John e lei avrebbe sposato così due volte la stessa persona.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Soltanto una vita, Laura Lombardo Radice, Chiara Ingrao, (Baldini&Castoldi,2016), a cura di Daniela Distefano

9 dicembre 2016
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Chiara Ingrao racconta la lunga esperienza di vita della madre, una donna sommessamente speciale, una combattente che non ha mai sbrindellato il concetto di Pace.
Ecco cosa diceva di sé:

Io sono una Lombardo Radice, figlia di Giuseppe Lombardo Radice e sorella di Lucio. La nostra famiglia negli anni del regime fascista era di livello finanziario modesto, di vita monacale. Mia madre, Gemma Harasim, era una fiumana e un’irredenta socialista.. Così noi fratelli non siamo mai stati iscritti al fascio: mai balilla, mai avanguardisti, mai piccole italiane..

Essere antifascisti oggi vuol significare stare dalla parte del Vero, della Forza, della Ragione. Non era così ai tempi della giovinezza di Laura Lombardo Radice. Rigettare il Regime voleva dire cacciarsi nei guai, mettere in conto di essere perseguitati, sputare in silenzio la saliva della sottomissione.
Laura era giovane, istruita, attenta ai risvolti del destino che la vedeva lottare da una parte che si preannunciava vincente ma non lo era ancora.

Mia madre mi diceva:<< Il fascismo è andato avanti perché la gente ha avuto paura del comunismo>>. E allora bisognava fare una ricerca marxista. Si comincia da Marx.

Un impegno preciso: stare al fianco dei deboli, amare il proprio mestiere, accudire l’amore per Pietro Ingrao che fu il compagno della sua esistenza, il padre dei suoi figli, la metà della mela che combaciava perfettamente con la sua.
Laura fa parte di quell’universo di donne che hanno scoperto di essere pianeti non alienati. Non c’era solo il mondo maschile con le sue alleanze, le prevaricazioni, la prepotenza dell’essere privilegiato. La guerra è stata fatta anche da donne come Laura, come lei in prima linea nell’azione umile dell’obbedienza a principi che venivano sottoposti al macero.
Si lottava per una liberazione totale, anche per e della donna.

Quando Togliatti, dopo la liberazione di Roma, riunì per la prima volta le compagne, nel teatrino del ministero delle Finanze, aveva davanti un pubblico con tutti i difetti antichi delle donne: emotività che rasentava l’isterismo, bisogno di farsi sentire, di farsi apprezzare.. Ma aveva davanti un pubblico di non subalterne, un pubblico di donne sindacaliste, organizzatrici, propagandiste; donne italiane del 1945 che facevano comizi.

C’era voglia di gettare via la maschera della schiava che per secoli ha offuscato il vero volto celato in ogni donna del nostro mondo.

Scriveva Laura nel 1944:

La metà della popolazione non può essere lasciata nelle stesse condizioni in cui il fascismo aveva voluto ridurre l’intera popolazione: senza diritti e con tutti i doveri.

Oggi – complice il tempo di declino che respiriamo – abbiamo compiuto passi da gambero sulla strada dell’emancipazione femminile. Mancano donne che, come Laura Lombardo Radice, mettano la propria vita al servizio di un ideale di sorellanza. Siamo ridiventate monadi solitarie.
Il Potere è maschio, l’intelligenza della donna un contorno ornamentale.
Non è l’uomo che ha vinto, è la donna che non è riuscita a porgere la fiaccola alla staffetta del 2000. Corriamo troppo e rimaniamo ferme ai posti di partenza. “Soltanto una vita” (Baldini&Castoldi) è una raccolta di riflessioni sotto le quali si nasconde la biografia di una donna miracolata. Il suo pensiero è giunto a noi per vie traverse, per cunicoli di lettere, articoli, appunti, scritti che compongono il puzzle di una vita piena di gioie e lotte, sottofondo di un’epoca che si ripropone alle porte della nostra memoria come monito e mai rassegnazione.

Laura Lombardo Radice, figlia di pedagogisti innovativi, ha maturato molto presto una coscienza antifascista e negli anni ‘40 ebbe un ruolo di primo piano nella Resistenza. Nel movimento di cospirazione incontra Pietro Ingrao, suo compagno di vita. Nel dopoguerra, Laura e Pietro si impegnano nella vita politica del PCI: lui ne diventa dirigente, lei sceglie l’attività politica << di base>>. Professoressa appassionata, negli anni ’60 e ’70 Laura si impegna sui temi della scuola e della cultura, partecipa al movimento del ’68.
Negli anni ’80 è insegnante volontaria nel carcere romano di Rebibbia. Muore nel 2003, lascia cinque figli, nove nipoti e una lunga schiera di pronipoti.

Chiara Ingrao è nata nel 1949, è sposata e ha due figlie, due figliocci e tre nipoti. Scrittrice e animatrice culturale nelle scuole, ha lavorato come interprete, sindacalista, programmista radio, parlamentare, consulente del Ministro per le pari opportunità.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Mario dell’Ufficio Stampa “Baldini&Castoldi”.

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:: Autunno, Daniela Distefano

2 dicembre 2016

piogge

“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Claudio Pavone (Roma, 30 novembre 1920 – Roma, 29 novembre 2016), a cura di Daniela Distefano

1 dicembre 2016

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E’ morto lo scorso ventinove novembre lo storico e partigiano Claudio Pavone, avrebbe compiuto 96 anni il giorno successivo, il trenta novembre. È stato presidente, per il quadriennio 1995-1999, della Società italiana per lo studio della storia contemporanea nonché direttore della rivista di studi storico-politici “Parolechiave”. Dall’autunno del 1943 prese parte alla Resistenza.
Tale esperienza, oltre ad incidere sulla sua coscienza civile e sulla sua visione politica, si rivelò determinante anche per la sua attività di ricercatore scientifico nel campo storico, infatti esercitò per molti anni l’attività di funzionario degli Archivi di Stato.
Dal 1975 è stato professore incaricato e dal 1980 al 1991 professore associato, presso l’Università di Pisa.
È stato presidente della SISSCO dal 1995 al 1999. Nel 2007 è stato insignito del Premio Internazionale Ignazio Silone per la saggistica.
Con la sua scomparsa si disperdono i rivoli di una testimonianza lucida, a tratti aspra, ma sempre autentica: le voci della lotta alla follia nazista e fascista, il coro dei fucilati che morivano per vivere nei ricordi futuri.
Tutto quello che è stato raso al suolo dalla falce della Morte ha preso forma di materiale grezzo che la Storia e suoi interpreti – come Claudio Pavone – hanno disossato per far affiorare la Verità di un’epoca dannata e da non dimenticare. Perché non accada mai più quello che nessuno mai aveva osato concepire.