Posts Tagged ‘Daniela Distefano’

:: Traditi e traditori, Guglielmo Mariani, (Giovane Holden Edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

27 luglio 2017
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Siamo in guerra, la più spudorata, la più alienante dell’umanità: 8 aprile 1945, tra qualche settimana finisce il III Raich, ma nessuno ci crede ancora.
Si respira odore di morti, putridume ovunque, in ogni angolo dei territori in conflitto, il Secondo conflitto mondiale.
Kristine ha tre figli e decide di fuggire per non assistere al precipitare degli eventi. Suo marito è generale delle SS di stanza in Polonia, non può partire con la sua famiglia che adesso è diretta verso ovest, fino alla Baviera, invasa dagli americani.
Ma accade qualcosa che fa voltare pagina al destino di questa madre e dei suoi pargoli, qualcosa di inaspettato, di non credibile in pieno abominio umano. Sboccia un sentimento come ginestra tra i sassi, in mezzo
alla migrazione biblica di milioni di persone che temono l’Armata Rossa incalzante.
Mentre perlustrano una foresta, si imbattono in una casa disabitata.
Non è una casa qualunque, di quelle diroccate, mezzo spettrali, ritrovo per animali o assassini bestiali, no. E’ piuttosto una magione dei sogni, non manca nulla, è colma di provviste, e Kristine capisce subito di aver trovato la cuccagna.
Passa del tempo e un giorno arriva un uomo portato dal vento. Il vento della passione per Kristine. Il suo nome è Vladislav, in missione per la Resistenza Polacca.
Tra i due si accende una fiammella d’amore incendiaria. Non riescono a resistere più di tanto, cedono e si arrendono l’uno tra le braccia dell’altra.
Un amore impossibile? sì. Anche perché non si può vivere a lungo nell’acquario se non si è pesci muti.
Non lontano accadono eventi drammatici, quattro eserciti si contendono il suolo tedesco.
Il finale non va svelato, però davvero non importa saperlo o meno, quel che è certo è che questo romanzo ci ha donato ore di piacevole svago prendendo spunto invece dalla storia, da un passato che di favolistico ha ben poco.
Se siete al mare, in spiaggia, sotto l’ombrellone, o se vi godete la montagna con il suo verde estivo, oppure semplicemente scacciate il caldo con l’acchiappa mosche sulla terrazza di casa, potrete assaporare questo concentrato di fantasia sensuale in un contesto che è descritto con doveroso puntiglio.

Guglielmo Mariani, medico, ha insegnato nelle Università di Roma, L’Aquila e Palermo. Ora è Professore all’Università di Westminster, Londra.
Ha pubblicato più di 370 lavori scientifici, la maggior parte su prestigiose riviste internazionali.
Il suo primo romanzo, “Roberto”, Armando Curcio Editore, 2014, ha ottenuto il secondo premio al Concorso Letterario Zingarelli nel 2015; nel 2016 pubblica il secondo romanzo “Il Gaullista di Parma”, Editrice DGS.
Il suo ambito preferito è la Storia nella quale cala i suoi personaggi per dare alle loro vicende umane un significato più ampio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Miranda e Marco della “Giovane Holden Edizioni”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Londra, Virginia Woolf, curato e tradotto da Mario Fortunato (Bompiani, 2017), a cura di Daniela Distefano.

18 luglio 2017
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L’occhio non è un minatore, né un tuffatore, e neppure uno scopritore di tesori nascosti. Ci porta con dolcezza lungo la corrente; riposando, fermandosi, il cervello forse dorme mentre guarda.

Quindici racconti, quindici modi di osservare con occhio fermentato:

Per le strade di Londra, Casa Carlyle, Hampstead, Un moderno salon, Ebrei, Tribunali civili, Vecchio Bloomsbury, Tuoni a Wembley, I Docks, La marea di Oxford Street, Le case degli uomini illustri, Abbazie e cattedrali, “Ecco la Camera dei Comuni”, Ritratto di una londinese, In volo su Londra.

Si tratta di scritti londinesi nei quali non esiste un io narrante; la città si narra da sé, parla la modernità novecentesca registrata da una Virginia Woolf nel pieno della sua vocazione letteraria.
Un’esperienza semplice, quotidiana, come può essere una passeggiata fra l’ora del tè e quella della cena, diventa un’esperienza primaria di apertura al mondo, che libera la mente, e che è uno specchiamento nella folla anonima, un affondo nel proprio Io prima dell’Io.
Come ebbe modo di notare Doris Lessing, questi sono “esercizi di stile che contengono semi di futura grandezza”.
Nella cartina stradale del suo cervello il Gruppo Bloomsbury, nel quadrante nordorientale di Londra, occupa un posto di forte risonanza: un luogo soffuso di prestigio e illusione durante quegli ultimi anni che precedettero la guerra.

Un guscio che protesse molte menti celebri dalla peste dei totalitarismi.
London calling” ( come cantavano i mitici Clash )?
La città non è fatta soltanto di strade, piazze, luoghi, ma anche di persone con la loro storia, non importa se nota o ignota ai più.
Una raccolta preziosa, questa, un felice connubio di arte narrativa, horror vacui di pensieri, nel solco di uno stile che divenne vertiginoso e inarrivabile.
Virginia Woolf era affetta dalla malattia del troppo vivere, del troppo guardare con occhi stupiti ad un congegno che ci fa agire come attori senza copione.
Non vinse la battaglia finale, si smorzò fino all’ultimo rigagnolo di inchiostro vitale, però sapeva che:

Solo quando guardiamo al passato e da esso togliamo ogni elemento di incertezza, possiamo godere una pace perfetta.

Donò la propria spremuta di pace interiore al lettore di ogni epoca. Forse per questo la associamo senza sforzo al simulacro dell’umana intelligenza. Una santa delle lettere suicida per paura dei vuoti del cuore.

Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico Leslie Stephen, è una delle voci più importanti della letteratura inglese del Novecento.
Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro, Mrs Dalloway, Orlando, Le onde, è stata anche saggista di straordinaria intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune). E’ scomparsa gettandosi nel fiume Ouse il 28 marzo 1941.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Frida e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: Lasciami il posto, Daniela Distefano

9 luglio 2017

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Se vuoi scoprirlo visita il nostro sito web. Scopri le nostre offerte imperdibili, basta un clic. Radio cucù, David Bowie, poi le stramaledette Hole…

Cambio frequenza nella radio dell’auto di mia madre, tutto è lento come lei, e poi essere imbottigliati nel traffico a ferragosto è come fare un barbecue di se stessi. Sono appena tornata da un giretto in centro con un’amica. Nei negozi roba che costa troppo o troppo poco. Non mi sono rilassata perché ho il chiodo fisso di Marco conficcato nelle tempie. Mi ha mandato tre messaggi sullo smartphone. Vuole vedermi. Ma per dirmi cosa? E’ finita tra noi da un bel po’, mi vedo con un altro ragazzo, un amore recuperato dalla prima giovinezza. Marco mi aspetta sotto casa, eccolo, ed io sono in frantumi.
Non voglio salire sulla tua auto, ho da fare, vattene. Ti prego, non farmi spazientire, non tirarmi, non voglio, non ho nulla da dirti. Lasciami i polsi, ti imploro, se non vuoi capirlo chiamo aiuto. Siamo per strada, esattamente sulla tangenziale Catania- Paternò.
Studio Medicina, ho vent’anni e Marco mi ha convinta a salire sulla sua auto giurandomi che sarà l’ultima volta che accade.
Non parla; un lavavetri al semaforo ci vede sfrecciare incuranti dei suoi occhi supplichevoli e lancia un urlo a tutto volume come quello del vecchio profeta pazzo Elijah terrorizzato dal diabolico Capitano Ahab nel romanzo “Moby Dick”. Registro queste emozioni.
Allora, cos’hai da dirmi? Non girarci intorno, non torno sui miei passi, non ti amo più, no che non sono dura, restiamo amici se ti va, ma perché non parli? Dimmi qualcosa, mi fai paura. Almeno dimmi dove stiamo andando. Vedo che è più calmo, quasi sereno, ha raggiunto il suo scopo, sono in suo potere. E comincia a questo punto la mia agonia.
Tre mesi fa mi sono accorta di essere ad un bivio dell’ esistenza. Ho sofferto pensando che lasciare Marco sarebbe stato per lui una sconfitta e un colpo al suo orgoglio, ma c’era di mezzo il mio avvenire. Mi ero iscritta alla facoltà di Economia, poi però ho scoperto di avere una particolare sensibilità nei confronti delle persone che soffrono. Non sono una santona o una guaritrice, mi piacerebbe alleviare un po’ il dolore di chi lo sopporta in solitudine.
Mio padre è morto quando avevo dieci anni, mia madre ed io viviamo in simbiosi come due sorelle gemelle dalle braccia incollate. Sono la sua appendice. E’ stata lei a dirmi che se Marco non era più nel mio cuore era giusto separare le nostre vite.
Guardo i capannoni vuoti e abbandonati che corrono davanti al finestrino dell’automobile di Marco, è una fila indiana che mi getta sconforto ogni volta che ci passo accanto, poi però altri funghi commerciali sorgono come centri di raccolta umana, non mi piace, amo la grande città, ma non la sua propaggine industriale, commerciale, anti-estetica, le cattedrali secolari del 2000 e oltre.
No che non ho cessato di aver paura, ho lasciato la borsa con dentro lo smartphone nella macchina di mia madre, sono spacciata, non voglio pensare al peggio, ma inesorabilmente mi avvicino all’orlo dell’abisso.
E’ chiaro che non ne uscirò facilmente, non riesco a trovare una soluzione, non c’è nessuno che può far niente. Non so cosa sarà, e se continuerò ad esserci. Troppo buio dentro al mio animo congelato.
Mi viene in mente la ninna nanna che mia mamma mi cantava per farmi addormentare quando ero piccolissima: “Ninna nanna ninna oh, questa bimba a chi la do.. se la do all’uomo nero se la tiene un anno intero..”. Una canzoncina popolarissima che adesso mi fa sgocciolare una smorfia e voglia di dimenticare tutto. Davvero Marco è l’uomo nero? E da quando? Quando ha cominciato a scansare lo specchio per non vedersi nelle pupille, per non ammettere a se stesso di essere un Visitor oramai? Dietro l’aspetto gagliardo si nasconde una pelle di serpente in putrefazione; le sue parole, i suoi monosillabi, hanno un timbro alienante.
Dice il Signore Gesù nel Vangelo che non conta quello che entra nella bocca, ma quello che esce dalla bocca perché proviene dal cuore. “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie”.
Oddio Marco, ti prego, riportami a casa. Mi dispiace davvero che sia finita, ma siamo adulti, anche tu ammetterai che non è più una favola noi due insieme. Marco, mi senti?
Lo vedo premere sull’acceleratore, abbiamo sorpassato una volante della Polizia, non c’è stato tempo di attirare l’attenzione su di noi, una coppia in viaggio in piena estate con una giornata di sole che tiene nascosti i misfatti degli uomini neri, che ci tengono anni interi.
Finalmente la macchina decelera, c’è una rotonda ultimata da poco tempo, siamo in coda, mi balena l’idea di gettarmi fuori al volo, ci riesco. Ma sfortunatamente accanto alla carreggiata c’è un’area di sosta dove vedo parcheggiare Marco. Cerco di correre per non farmi acciuffare. Marco è rapidissimo, io faccio zigzag tra le auto in fila, grido, voglio convogliare l’attenzione dei passanti su di me.
Ma cosa succede? Non c’è nessuno che mi dà un aiuto, molti alzano il finestrino nonostante l’afa imperante, una coppia di anziani mi rivolge un insulto, vedo una sagoma che il sole trasfigura ai miei occhi pieni di lacrime, è Marco.
Amore, non litighiamo davanti a tutte queste persone, amore andiamo in trattoria e parliamo.
Mi stringe il braccio, poi – appena raggiungiamo la sua auto- mi guarda con occhio animale, pupille nere e abissali, non c’è nessuno che si ferma a chiedere se qualcosa non va.
Marco tenta di innaffiarmi di benzina. Appena lo capisco mi agito con tutto il corpo e la voce, inutilmente.
Ma guarda questi che fanno spettacoli in mezzo alla strada, un signore dice alla sua signora.
Che vergogna, non c’è più decenza, via, non guardiamoli sennò non ce li scrolliamo più di dosso.
Marco mi soffoca con tutte e due le mani sul collo, poi mi dà fuoco.
Nessuno ha visto, nessuno si è fermato per evitare questa tragedia. Marco va via e corre a lavoro per cercarsi un alibi, per convincersi di non aver agito da mostro.
Sì, perché se nessuno si è accorto di niente, o nessuno voglia convincersi di nulla, lui rimane il bravo ragazzo che è stato mollato dalla fidanzata. Ragazzate, ma mica orco, orco è una parola per asociali, Marco, invece, paga le tasse, ha una famiglia, amici, il lavoro.
E poi chi piangerà questa ragazza, a parte la madre?
Noi donne siamo isole nell’oceano umano. Non ci curiamo se molte nostre simili nel mondo sono schiave, ancora, nel 2000 e oltre.
Volevo studiare per diventare medico. Ero più matura, non amavo più Marco per questo, ero cresciuta.
Lui era rimasto il bambinone che ottiene sempre tutto. Io volevo dedicarmi al mio prossimo perché tramite la fede ho scoperto di non essere del tutto inservibile.
La mia morte ha spazzato via la vigliaccheria e l’indifferenza degli esseri umani; nel punto esatto dove è stato ritrovato il mio corpo bruciato sono arrivati fiori, messaggi scritti, candele accese, immagini sacre, e un po’ di rimorso.
Forse si poteva evitare questa vergogna. Qualcuno, non tutti, almeno un passante, poteva fermarsi, poteva avvertire la polizia che stava succedendo qualcosa di strano, qualcosa forse di turpe. Ma la gente è andata avanti, come sempre, come se fossimo telecomandati, dei robot che vivono con meccanismi automatici, dei burattini manovrati dalle nostre preoccupazioni.
Ci accaniamo su cose che non meritano una vita. Chi c’era lì a quell’ora, in quell’istante esatto mentre Marco mi dava alle fiamme? Chi si è voltato dall’altra parte per non essere testimone di un delitto atroce? In Cielo lo sanno, c’era quel ragazzo col cappellino che doveva consegnare un pacco ed era in ritardo con la consegna. C’erano anche due donne che parlavano, parlavano di vestiti che sono troppo vecchi, del guardaroba da rinnovare, dei soldi che non bastano mai, dei mariti, della spesa, dei bambini che chiedono tutto e vogliono essere accontentati.
C’era pure un ciclista intento a battere il suo personale record, c’era una signora che era appena stata dal parrucchiere di lusso, intenta a parlare al telefonino, in comunicazione con il mondo, con la crema di questo mondo. C’era una coppia di giovani innamorati. Lui le baciava le dita mentre a pochi passi io esalavo l’ultimo respiro come una vittima dell’Olocausto, buttata ai bordi di una polverosa arteria stradale come scempio nello scempio e monito per tutti: non crediamo neanche se vediamo.
E ora è arrivato il momento di parlare dell’artefice di questo ordinario fatto di cronaca. Marco è tornato a casa dopo aver eseguito il suo lavoro metodicamente, come sempre. La polizia lo attendeva con un mandato di arresto, lui l’indiziato principale. Sono stati letti gli ultimi messaggi che ci siamo scambiati.
In uno io dicevo: “Perché Marco vuoi uccidermi?”. Marco messo alle strette ha subito confessato, ha raccontato per filo e per segno come si sono svolti i fatti.
Non ha trascurato il benché minimo particolare, non spera nella grazia, ma non sembra preoccuparsene. Il vero martello sul chiodo ero io. Ero io la sua ossessione, ed ora che si è liberato di me è pronto a rifarsi una vita, sia pure dietro le sbarre.
Sono passati due anni dall’uccisione di Paula Gettoni, l’ex fidanzato Marco Procelli si dichiara sempre colpevole, non vuole ostacolare la giustizia.
Da qualche mese viene a trovarlo, nelle ore di visita, una giovane donna che ammette di essere la sua nuova fidanzata.
I due si sono conosciuti tramite lettere scritte, e fotografie.
Marco vive da santo oramai da otto anni, non si è dimenticato di me, ma nella nostra lotta all’ultimo sangue io ho perso e lui ha vinto. Io non ci sono più, lui ha una nuova famiglia, pure un figlio, anche questo regalo per la sua buona condotta.
Ed ha vinto su tutti i fronti perché dopo il polverone che lo ha messo in una gabbia anche mediatica, la gente è tornata a provare la stessa emozione nei miei confronti, nei confronti di una vittima di femminicidio: indifferenza.
Povera ragazza, ma intanto la società ha decretato il mio oblio. Non c’è morte sociale per l’assassino.
E così eccomi a bere la rugiada dei petali sulla mia tomba. Un’altra donna, lo so, in questo stesso istante subisce violenza, è uccisa, stuprata, malmenata e vive con terrore le sue ore. Allora invoca Gesù e si rivolge all’altra che l’ha preceduta,e che adesso è nel Regno dei Cieli: “Lasciami il posto”. E l’altra – tra le altre – in sogno le dice: “Così sia”.

:: Carlo Pisacane. Lettere al fratello borbonico 1847- 1855, libro curato da Carmine Pinto, Ernesto Maria Pisacane, e Silvia Sonetti (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2017
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Carlo Pisacane fu l’eroe romantico per eccellenza. Dopo una lunga serie di peripezie tra l’Europa e l’Africa diventò un militante della rivoluzione risorgimentale, alla fine martire del nazionalismo italiano.
Suo fratello, Filippo Pisacane, fu un fedele sostenitore della dinastia borbonica, leale amico della famiglia del re. Scelse prima l’esilio a Roma, poi il ritiro in Francia.
Due concezioni dell’esistenza agli antipodi, due modi opposti di partecipare alla Storia dell’epoca, ma connessi da un filo robusto di affetto e rispetto.
Lo testimoniano queste lettere che la casa editrice Rubbettino ha avuto l’onore di pubblicare qualche anno fa.
Cosa rappresentò Carlo Pisacane per l’Italia?
Sappiamo che non ebbe ruoli di primo piano, fu intellettuale riconosciuto solo dopo la morte. La sua tragica fine, nell’impresa di Sapri, ne fece uno dei pilastri della costruzione mitica della nazione italiana.
La Spedizione fu, per molti aspetti, l’ultimo atto del 1848: ripropose il progetto radicale mazziniano, l’esaltazione dell’eroismo e del sacrificio spinto ai limiti del suicidio.
Pisacane era convinto di tentare il tutto per tutto: provocare la rivoluzione in Italia per ricominciare il 1848 spezzato da errori e tradimenti.
Era un militare, e un napoletano. Uomo d’azione da sempre, non era capace di resistere al richiamo della grande avventura e si legò di nuovo a Mazzini, con il sogno di tornare nella sua patria, per demolirla.
Queste lettere al fratello sono un piccolo frammento che getta luce su uno degli aspetti più controversi delle origini della nazione.
L’ultima lettera chiude il carteggio al 1855. La vita di Carlo si spense due anni più tardi nel tragico epilogo della Spedizione di Sapri.
Quella di Filippo, invece, proseguì fino alla fine, al servizio della causa dinastica.
Sul palcoscenico del melodramma dell’800 italiano, Carlo e Filippo, interpretarono due personaggi contrari e complementari.
Carlo fu eroe della nuova patria, la sua fu una vita densa di viaggi, esperienze, moti incessanti. Filippo rimase saldo, invece, nel circuito sociale e culturale napoletano fino alla fuga dalla sua patria divenuta straniera.
Entrambi, dunque, finirono vinti, spegnendo i propri giorni dopo aver vanamente inseguito un ideale.
Merita, a mio giudizio, di essere indagata la relazione che romanticamente unì Carlo ad Enrichetta di Lorenzo, moglie di un ricco commerciante, abbandonato assieme ai figli in nome del Vero Amore.
I due vissero per breve periodo insieme, ebbero una figlia, si separarono fisicamente varie volte, ma il loro legame andò oltre, oltre il destino, oltre la lontananza, oltre la morte. Nelle lettere si avverte la traccia di un sentimento imperituro, Carlo racconta al fratello la sua scelta di vita privata con Enrichetta.
Un esempio, il loro, di coppia che conosce il sacrificio perché non riesce sostenere il peso di una divisione.
Un esempio che oggi può sembrare antiquato, ma il vero amore non lo è mai.

Carmine Pinto, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno, si occupa di Storia politica e di Storia militare.

Ernesto Maria Pisacane, medico, è impegnato nel riordino, lo studio e la pubblicazione dei documenti dell’archivio privato della sua famiglia.

Silvia Sonetti si occupa di Storia del Risorgimento e Storia dell’Ottocento presso l’Università di Salerno.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: Pio La Torre. Ecco chi sei, di Filippo e Franco La Torre con Riccardo Ferrigato, (Edizioni San Paolo, 2017), a cura di Daniela Distefano

1 luglio 2017
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“La realtà non ha mai paura: se non la guardi, è perché sei tu ad averne”.

Chi era veramente Pio La Torre? Cosa ha rappresentato per il nostro Paese sempre deficitario di uomini veri?
Questo libro, la cui prefazione è stata affidata a Giuseppe Tornatore, cerca di fare chiarezza su un personaggio storico e venerabile.
Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica.
A 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe, di un uomo, di un padre che noi tutti abbiamo il dovere di ricordare.
La sua era una sagoma modellata sull’antimafia, ma Pio La Torre aveva anche altre manie, se così vogliamo chiamarle.
Una su tutte: la difesa dei più poveri.
Voleva uno Stato giusto, che non schiaccia i deboli e che non è debole coi forti, una società senza sfruttamento.
Se fosse nato in una città della Pianura Padana, La Torre sarebbe stato il peggior nemico degli industriali senza scrupoli; è diventato, invece, il peggior nemico della mafia e di chi se ne serviva.
L’ha combattuta perché era l’antitesi della sua fede nell’uomo.
Aveva ambizioni concrete e di enorme portata, una riforma agraria, per esempio.
L’obiettivo ossessivo era togliere la “roba” ai mafiosi perché la galera a volte era inutile: pure da dietro le sbarre si può rimanere potenti.
Qual era il suo slogan, il suo motto ancestrale?
Tutto può cambiare”, non è vero che “non cambia nulla”.
Lo Stato, le istituzioni hanno lasciato solo Pio La Torre.
Anche Berlinguer lo disse ad alcuni compagni: “Solo adesso capisco…”, ma era tardi.
Se si fosse compreso il peso gigantesco che Pio La Torre portava sulle sue spalle, forse la mafia non avrebbe trionfato in modo così eclatante.
E’ stata una perdita per tutti, e tutti hanno contribuito a procurarla.
La retrocessione economica di questi anni, gli sbalzi sociali, la sfiducia sono l’effetto di un crollo umano: abbiamo perso coscienza della Verità.
Forse possiamo tentare di rimuoverla, ma presto o tardi dobbiamo fare i conti con il nostro passato di gente che manda a morire i fiori, per sopravvivere da soli nel deserto.

Filippo La Torre (1950) è docente di Chirurgia Generale presso la Facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’Università La Sapenza di Roma.

Franco La Torre (1956) è esperto in cooperazione internazionale. E’ autore di “Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia (Melampo, 2015).

Riccardo Ferrigato (1986) è autore di diversi documentari per Rai Storia.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa Edizioni San Paolo.

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:: La corriera stravagante, John Steinbeck, (Bompiani, 2016), a cura di Daniela Distefano

21 giugno 2017
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Pubblicato per la prima volta nel 1947, il romanzo di John Steinbeck
“La corriera stravagante” è un autentico monumento alla rocambolesca bizzarria della vita. Un’opera d’arte che si legge con il palato del buongustaio letterario.
La storia narrata ha inizio da una stazione di servizio a cui erano annessi anche un ristorante e un servizio autobus, tutti gestiti da
Juan Chicoy e da sua moglie Alice.
In una giornata offuscata dal maltempo un gruppo male assortito di personaggi decide di partire a bordo della corriera Sweetheart – il cui autista è sempre Juan Chicoy – per raggiungere la località immaginaria di San Juan de la Cruz sulla costa californiana del Pacifico.
In viaggio verso una meta evanescente come una Chimera, ci sono:
Kit “Fignolo” Carson, il garzone che aiuta Juan come meccanico nell’officina, con la sua brutta acne, e la sua passione per le torte;
Ernest Horton, un reduce di guerra, rappresentante di commercio con una grossa valigia piena di oggetti strani e strampalati;
Elliot Pritchard, tipico businessman americano, cauto, calcolatore, ipocrita e attento alle apparenze;
Bernice Pritchard, sua moglie, donna graziosa con continui mal di testa forse provocati ad arte per contrariare i colpi dei più cari;
Mildred Pritchard, irrequieta figlia dei Pritchard (avrà una breve fuga d’amore con Juan e imparerà a volare con il proprio istinto);
Norma, la cameriera del ristorante, aspetto insignificante, innamorata di un divo di Hollywood (lascia il suo lavoro e sulla corriera conosce Camille Oaks vistosa ragazza “avventuriera”);
Van Brunt, un vecchio insopportabile attratto da tutto il genere femminile.
Una sfilza di figure rifinite nei minimi particolari. In una giornata che doveva scorrere veloce come l’età terrestre, questa gente rimane bloccata in mezzo al verde ed è allora che il velo delle convenzioni umane viene strappato lasciando ogni personaggio in balìa dei sensi più animaleschi, il peggio dell’animo, la scorza che gettata fa rimanere l’essere nudo e indifeso.

Bernice Pritchard, per quanto dichiarasse di non essere superstiziosa, dava una grande importanza ai segni premonitori.
Il fatto che l’autobus si fosse guastato all’inizio del viaggio la spaventava, perché le pareva di vederci il pronostico di una serie di guai, che avrebbero finito col rovinare tutto il viaggio.

Mentre Juan e i suoi passeggeri sono sulla corriera e non sanno ancora che ci rimarranno per un bel po’, Alice è rimasta da sola nella stazione di servizio. Ha chiuso tutto e si gode la solitudine ritrovata ubriacandosi e cacciando una mosca molesta. Lei crede che Juan non la ami più:

Per Alice, esistevano veramente solo le cose e le persone suscettibili di aggiungere o togliere qualcosa alla sua vita immediata.
E ora mentre giaceva in abbandono, calda e tranquilla, la sua mente riprese a lavorare, e con il pensiero le tornò il terrore.
Ripassò tutta la scena. Il terrore nasceva dalla dolcezza stessa di Juan: avrebbe dovuto picchiarla, ma non l’aveva fatto, e la sua mancanza era ragione d’angustia.
Forse non gli importava più nulla di lei, e l’esperienza le aveva insegnato che la gentilezza indifferente di un uomo verso una donna è il primo sintomo della sua intenzione di piantarla.

La corriera stravagante” è un libro perfetto, riuscito, impeccabile come tutti i capolavori. E’ per via di una leggerezza che solo il lavorio dell’autore sulla scrittura è stato in grado di assicurare. Un romanzo pensato per divertire e godibile come una bibita refrigerante. Ma c’è una penetrazione psicologica nel descrivere gli attori di questo racconto che non ci permette di trasformare la leggerezza in superficialità.
Tutto è meditato. Tutto è calibrato, e Juan che voleva cambiare vita, andare in Messico, lasciare Alice, abbandonare in mezzo al nulla i suoi passeggeri della corriera impantanata, farà una scelta non dettata dal dovere, ma dalla sorpresa di un flirt durato un istante abbondante.

John Steinbeck (1902- 1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale.
Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per Furore nel 1940, nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”.
Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.

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:: La schiavitù raccontata a mia figlia, Christiane Taubira, (Baldini&Castoldi, 2017), a cura di Daniela Distefano

14 giugno 2017
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Se ti dico “Terra della libertà”, a che Paese pensi?
Agli Stati Uniti, naturalmente.
Ma è in questa Terra di libertà che la schiavitù figurava tra le leggi dello Stato della Virginia ancora nel 1980.
Coincidenza: questo è stato l’anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato facente parte dell’ONU ad abolire la schiavitù.
Nei testi giuridici, non ancora nei fatti!

Un dialogo fra madre e figlia fa da sottofondo a questo opuscolo dal titolo eloquente: “La Schiavitù raccontata a mia figlia” (Baldini&Castoldi) di Christiane Taubira.
Ma cos’è la schiavitù oggi e cos’è stata nel passato?
E’ in corso una riflessione nel tentativo di definire il contenuto del crimine contro l’umanità.
“Non sono né il numero delle vittime né l’intensità della loro sofferenza, ma la negazione della parte eterna dell’uomo che è in ciascuno”, a costituire un crimine contro l’umanità.
Lo stato di guerra non è dunque l’unico contesto nel quale possa essere perpetrato.
E non c’è un concetto più pertinente per racchiudere la totalità di quello che furono la tratta e la schiavitù, cioè il primo sistema economico e la prima organizzazione sociale gerarchizzata le cui fondamenta sono la deportazione in massa della popolazione e l’omicidio legalizzato.
Come si è sviluppata la schiavitù nella Storia?
Napoleone Bonaparte, imperatore di Francia, ripristinò l’asservimento nelle colonie francesi per soddisfare le rivendicazioni dei proprietari delle piantagioni.

Quando vi parlano di Luigi XIV, il Re Sole, a Versailles, vi devono anche insegnare che promulgò il Codice nero, che dichiarava gli schiavi “beni mobili”
e autorizzava i padroni a infliggere loro sevizie corporali…

I numeri sono da vergogna.
Numero totale dei deportati nelle rotte dall’Africa all’America: fra i 15 e i 30 milioni.
La schiavitù è durata in Europa per oltre quattro secoli, in Francia due.
C’è poco altro da aggiungere, la deportazione degli ebrei è il nostro grado zero del genere umano, ma almeno ne abbiamo consapevolezza.
Il sistematico oltraggio alla popolazione di colore valica ogni nostro pentimento.
Siamo mostri se non amiamo come Gesù ci ha insegnato nel Vangelo.

La pace non è né l’equilibrio del terrore, né la supremazia dei più forti.
La pace è questa fragile costruzione comune, ricucita senza sosta sulle ingiustizie e le disuguaglianze che ci ostiniamo a combattere.

Una conversazione, questa, che vuole essere propulsiva e stimolante.
Azzeriamo il debito dei Paesi del Terzo mondo,
non per scolparci, ma per riprendere il filo dell’umiltà, la corda alla quale ci aggrappiamo per non cadere nel vuoto.
Le future generazioni hanno bisogno di una ragione per crescere senza rimorsi oltraggiosi, senza quei massi che la nostra coscienza ci tramanda a volte automaticamente, meccanicamente, involontariamente.

Christiane Taubira (1952) – guardasigilli di Francia dal 2012 fino alle dimissioni del gennaio 2016 – è uno dei più autorevoli e influenti esponenti della gauche francese.
Impegnata in politica, in difesa dei diritti umani e delle libertà civili sin da giovanissima, è stata protagonista delle battaglie per il matrimonio per le coppie omosessuali e per la riforma della giustizia penale.

Source: libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Mario Vanni dell’Ufficio stampa “Baldini&Castoldi”.

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:: “Il cinese a fumetti”, Stefano Misesti, (NPE, 2017), a cura di Daniela Distefano

7 giugno 2017
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Negli ultimi tempi è aumentato rapidamente il numero della popolazione cinese in Italia: sono mezzo milione di persone oramai.
Si è imposta di conseguenza la necessità di inalare la cultura ultramillenaria di questo popolo che ci vive intorno.
Da dove cominciare allora? Dalla lingua, naturalmente.
Fatta eccezione per una non scontata somiglianza della sintassi, siamo anni luce distanti dalla scrittura cinese e muovere i primi passi nell’apprendere questa lingua così magnetica può costituire uno sforzo immane per le nostre capacità.
Ci viene incontro questo opuscolo edito da NPE, “Il cinese a fumetti” di Stefano Misesti il quale afferma:
Questo libro è una raccolta di appunti sulla lingua cinese che ho condiviso in questi anni sul mio blog”.
La prima parola importante? “Persona” che ha il carattere simile al bastone da rabdomante e si pronuncia “Rén”.
Quando si incontra qualcuno si dice: Tu bene, cioè “Nì Hao” che equivale al nostro “Ciao”, “Salve”.
Andando avanti con le pagine, ricche di vignette divertenti e utili, c’è spazio per piccole storie che come fiabe incantano e come pensieri alleggeriscono il peso dell’apprendimento:

L’inventore dei caratteri cinesi quando era piccolo disse: “da grande farò il disegnatore dei cerchi”. Ma per quanto si sforzasse i cerchi gli venivano male. Era diventato lo zimbello del 93% della popolazione. Così crebbe con un profondo odio verso questa forma geometrica. “Non disegnerò mai più cerchi in vita mia”. Il problema sorse quando dovette inventare il carattere del Sole.
Decise di farlo quadrato. Ma qualcuno gli fece notare che aveva già disegnato il carattere “bocca” allo stesso modo. Con un gesto di rabbia tracciò una linea per cancellarlo. Ma questo carattere piacque. Sole si dice:”Rì”. E viene anche usato nelle date per indicare il giorno.

Un amorevole modo di imparare il cinese sorridendo e gustando immagini davvero “acchiappanti”, studiate per far fiaccare il meno possibile il nostro cervello, destinate a togliere un po’ il velo dietro cui si celano occhi a mandorla che amano la nostra civiltà ma non cessano di osservare i comandamenti della propria storia, cultura, tradizione.

Parliamo un po’ della scarsa fantasia dell’inventore dei caratteri cinesi. Soprattutto per quanto riguarda la frutta. Nel suo mondo ideale tutti i frutti dovevano avere un suono simile.
La pera è “Li’ Zi”; la prugna “Li Zi”;la castagna “Lì Zi”.
Mi accusano di scarsa fantasia? Allora i Lychees li chiamiamo “Lì Zhi”.
E’ un po’ come chiamare la banana “banàna”; l’arancia “bànana”; i fichi “bananà”; il mandarino “panana”.
La gente criticò molto l’inventore dei caratteri cinesi per questo metodo. “Ti critichiamo. Non ti stimiamo più”.
Allora cambio sistema. Per esempio la mela non la chiamerò più “Li’ Zhi” ma “Ping Guò” che è come chiamano anche la nota ditta dell’I Pad.

Stefano Misesti è illustratore, autore di fumetti e pittore. Nato a Como nel 1966, da più di dieci anni vive e lavora un po’ in Italia e un po’ a Taipei (Taiwan). Ha illustrato numerosi libri per ragazzi, fumetti per riviste di costume, economia, design e ha esposto i suoi lavori in diverse mostre personali e collettive.
Attualmente collabora con “Avvenire” e con “Fumettologia.it”
misesti.blogspot.com

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Angelo Zabaglio della “NPE Editore”.

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:: Maigret 11, Georges Simenon, (Adelphi, 2015) a cura di Daniela Distefano

1 giugno 2017

2Maigret si mette in viaggio, Gli scrupoli di Maigret, Maigret e i testimoni recalcitranti, Maigret si confida, Maigret in Corte d’Assise.

In questi cinque racconti si articola la fervida immaginazione di Georges Simenon, uno scrittore che alla prolificità della produzione letteraria unisce la qualità di una stesura sempre fresca e avvincente.
Non conta – molto spesso – la trama ma la ragnatela narrativa, l’incastro di pezzi che combaciano con il gusto del lettore avido di arrivare all’ultima pagina senza perdersi in dissertazioni, senza però rinunciare alla meticolosità dei dettagli.
Chi era veramente il personaggio inventato da Simenon? Un commissario, un poliziotto e:

“Un poliziotto, il poliziotto ideale, dovrebbe sentirsi a suo agio in qualunque ambiente..” Era stato Maigret a dirlo, tanto tempo prima, e per tutta la vita si era sforzato di dimenticare le differenze superficiali che esistono tra gli individui, di grattare via la vernice per scoprire, sotto la diversità delle apparenze, l’uomo messo a nudo.

In questa prima storia, Maigret si mette in viaggio, il commissario deve dunque scoprire gli altarini del bel mondo del jet set e non mancano precisioni psicologiche baciate dall’acutezza e penetrazione del ragionare:

Non c’era ancora niente di preciso, ma il commissario aveva la sensazione di stare facendo una scoperta importante. Si trattava di questo, in sostanza: tutta quella gente – e ci metteva dentro i clienti del George V, di Monte Carlo, di Losanna, i Ward, i Van Meulen, le contesse Palmieri, chiunque conducesse un simile genere di vita – , quelle persone dunque, se all’improvviso fossero state gettate nella vita normale, quasi sicuramente si sarebbero sentite perse, indifese, in un certo senso completamente nude, e incapaci, maldestre, fragili come bambini piccoli.

Nel secondo racconto, Gli scrupoli di Maigret, invece, cambia l’acquario delle indagini:

“Di solito prima c’è un delitto, e soltanto quando è stato compiuto dobbiamo cercare il movente. Questa volta abbiamo il movente, ma il delitto ancora no”.

Non mi soffermo a raccontare plot e personaggi di un caleidoscopio umano ritratto con piglio perfetto dall’Autore di questi cinque scrigni; ciò che fuoriesce dal libro è la melodia della suspense, la caparbietà di un tessitore che riesce a mandare in frantumi convenzioni e mentalità stagnanti nei nostri pensieri ristretti. Una società – quella fotografata da Simenon – che rimane chiusa in se stessa, un lago dove galleggiano crimini efferati, testimoni attivi, la vita di una Parigi segreta e misteriosa, autunnale o invernale, la tecnologia di un pensiero capace sempre alla fine di sbrogliare la matassa, o perlomeno di non ingarbugliarla mai. Consiglio di leggere Simenon non solo ai patiti del giallo, ma a tutti coloro che si trastullano con cruciverba, rebus, giochi intellettivi: la sua opera è un monumento all’intelligenza e ci aiuta ad allenarla. Non è poco.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: Canale Mussolini. Parte seconda, Antonio Pennacchi, (Mondadori, 2015), a cura di Daniela Distefano

8 maggio 2017
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25 maggio 1944 – ultimo giorno di guerra a Littoria, nel breve intervallo tra la partenza dei tedeschi e l’arrivo in città degli angloamericani – Diomede Peruzzi entra nella Banca d’Italia devastata e ne svaligia il tesoro. E’ qui che hanno inizio – diranno – la sua folgorante carriera imprenditoriale e lo sviluppo di Latina tutta. Ma sarà vero?
Intanto, la guerra continua. E’ una guerra di liberazione, ma anche un conflitto civile crudele e fratricida. E la famiglia Peruzzi è schierata su tutti i fronti. Paride al nord nella Rsi – mentre sogna di tornare dall’Armida e da suo figlio – perseguita i partigiani. Suo fratello Statilio combatte i tedeschi in Corsica.
Il cugino Demostene è partigiano della brigata Stella Rossa.
Accanto a loro, lo zio Adelchi; il mite Benassi e zia Santapace, rabbiosa e bellissima; l’Armida con le sue api, e la nonna Peruzzi.
E su tutti c’è Diomede, il demiurgo della nuova città.
In un marcato e ben amalgamato impasto linguistico veneto-ferrarese Antonio Pennacchi ci riporta indietro nel tempo, e nel mondo di pionieri bonificatori, eroici spiantati, lunatici allunati. Sullo sfondo, la costruzione della nostra Italia democratica e repubblicana.

C’è tutto il bene e tutto il male del mondo, in ognuno di noi. Si tratta di imparare a governarli e a questo serve la Storia, poiché è un cammino lungo.

Un romanzo corale, “Canale Mussolini. Parte seconda”. Eppure una voce sgomita per far sentire la potenza del suo parlare. E’ quella che racconta la parabola di Diomede, il figlio di tutti e di nessuno. Il ragazzo che impara l’esistenza senza mai riuscire davvero a viverla. Le pagine che descrivono i suoi anni giovanili sono le più toccanti dell’intero romanzo, forse tra le più belle della nostra letteratura contemporanea. Diomede è un ragazzo che cerca la fortuna sbarcando il lunario. Incontra un ufficiale tedesco e i due cominciano a scambiarsi confidenze e quotidianità. Non accade nulla di eclatante tra i due, amicizia e spensieratezza in mezzo alla guerra e alle sue divisioni. Solo ogni tanto l’ufficiale, ragazzo come Diomede, si struscia contro la sua gamba. Imbarazzo reciproco, poi il tedesco viene ucciso e in punto di morte dice a Diomede: “Ich liebe dich”, ti amo. E’ un evento minuscolo in mezzo agli eventi giganti di questa saga familiare e nazionale, però è bello (Gertrude Stein direbbe: “è interessante”) leggere una storia d’amore universale, perché non solo omosessuale. Erano due anime che si sono ritrovate, ma Diomede lo capirà tardi, anni dopo, quando diventerà l’ago della bilancia della sua città e dovrà allora fare i conti con il cinismo e la complessità del Potere. Un romanzo lucido e commovente, graffiante e godibile, nel quale concetti come la dignità e la libertà assurgono a motori di una macchina fatale che sposta le vite e le montagne con la fede e la giustizia.

Cosa vuole che ne sapessimo noi prima, della libertà? Ma neanche che esistesse. Se lei nasce e fin da piccolo è abituato a stare attento a quel che dice, anzi, a ripetere sempre quel che affermano gli altri, se no chissà che succede… come vuole che le salti per la testa di uscirsene con un qualcosa di diverso? Neanche lo sa che si può fare(..) Ma quando poi all’improvviso viene a sapere che c’è finalmente la libertà e che ognuno può dire quello che vuole senza che nessun altro glielo vieti o gli faccia qualcosa, lei permette che è un bel passo avanti che non se lo sarebbe nemmeno mai aspettato?

Antonio Pennacchi è nato a Latina, dove vive. Operaio fino a cinquant’anni, è scrittore e ha pubblicato per Mondadori i romanzi Mammut (2011), Canale Mussolini (2010, Premio Strega), Il fascio comunista (2003, premio Napoli), da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, e i racconti di Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni (2006). E’ autore anche di Camerata Neandertal (Baldini&Castoldi, 2014), Storia di Karel (Bompiani, 2013), Palude (Dalai,2011), Fascio e martello – Viaggio per le città del Duce (Laterza,2008). Collabora a “Limes”.

Source: Libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Sandro Pertini. L’autunno del centrismo e l’alternativa socialista. Scritti e discorsi: 1953-1958, curato da Stefano Caretti, con introduzione di Vittorio Emiliani, (Piero Lacaita Editore, 2016) a cura di Daniela Distefano.

29 aprile 2017
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Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto Sandro (San Giovanni di Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990), è stato un politico, giornalista e partigiano italiano. Fu il settimo Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, secondo socialista (dopo Giuseppe Saragat) e unico esponente del PSI a ricoprire la carica.

E’ così che viene presentato Sandro Pertini su Wikipedia. Ma davvero non occorrono presentazioni per una figura umana – come la sua – di forte impatto meteoritico per il nostro Paese.
Ero piccola e vedevo in televisione questo omino vestito di scuro, sorrideva e parlava con piglio autorevole, era il nonnino d’Italia. Con gli anni ho appreso che Sandro Pertini è stato sì Capo di Stato, ma anche una guida sicura verso la salvezza, un combattente per la giustizia sociale, un vanto per noi tutti che lo abbiamo amato per la coriacea tenacia, la sanguigna caparbietà, la serenità dello spirito.
In questa raccolta di Scritti e discorsi: 1953-1958, curati magistralmente dal prof. Caretti, emerge pure il pensiero di Sandro Pertini. La sua lungimiranza. Per fare un esempio, ecco cosa diceva sulle donne e sulla loro agognata libertà:

L’emancipazione della donna non è un atto di ribellione verso l’uomo(..). La donna raggiunge la sua vera emancipazione quando, trovandosi dinanzi ai problemi della vita, sente, prima ancora che il diritto, il dovere di cooperare con l’uomo alla loro giusta soluzione e quindi sente il dovere di gettarsi nella lotta.

Pertini, eroe della Resistenza, constatava poi amaramente:

Uomini che erano entrati in carcere con una giovinezza esuberante, ne uscirono quando la loro giovinezza se n’era andata con tutti i suoi sogni, quei sogni che gran parte di voi è riuscito a realizzare. Se io fossi entrato in carcere per un reato comune, commesso in un momento di smarrimento, vi assicuro che non avrei sopportato il carcere, l’avrei fatta finita subito, perché la galera è una cosa veramente schifosa, impone delle rinunce tremende. Soltanto chi ha fede può resistere in carcere.

Per non dimenticare la tragicità della guerra, il sacrificio, l’abnegazione di chi non volle capitolare dinanzi al Male, Pertini lanciava un monito:

Se il vento dell’oblio ha cancellato molte cose un segno tuttavia rimane: i nostri morti. (..) Antonio Gramsci ha sopportato la prigionia soffrendo in silenzio pene indicibili. E fu spento ma la sua luce si irradia ancora dagli scritti e soprattutto dalle lettere che ci ha lasciato.

La fede di Pertini era tutta fondata sull’edificio umano. Occorreva una più osservata Giustizia sociale:

gli operai e soltanto gli operai devono difendere le loro conquiste in un regime socialista, non già la polizia e tanto meno lo straniero.

Nel ricordare i Martiri delle Ardeatine, celebrati solennemente, il futuro Presidente della Repubblica denunciava però la involuzione della classe dirigente italiana, di cui una prova era costituita dalla collusione con le forze di destra sul piano parlamentare.
Non basta –diceva– accontentarsi della democrazia politica, bisogna arrivare alla democrazia economica e sociale, bisogna dare un contenuto economico e sociale alla nostra democrazia, immettendo le classi lavoratrici nella direzione dello Stato, affinché sia adempiuto il precetto costituzionale che vuole la Repubblica “fondata sul lavoro”.

Stefano Caretti è ordinario di Storia contemporanea all’Università di Siena. E’ autore di numerosi studi su figure e vicende del socialismo italiano. Sua l’edizione critica delle opere di Giacomo Matteotti in dodici volumi. E’ membro della giuria del Premio Di Vagno e del Premio Matteotti della Presidenza del Consiglio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo il prof. Stefano Caretti per la gradita disponibilità.

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:: L’eclisse dell’antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989. Prefazione di Anna Foa, Manuela Consonni, (Laterza,2015), a cura di Daniela Distefano

20 aprile 2017
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Il paradigma antifascista rappresentò il legame storico con il passato antifascista utilizzato per costruire il nuovo Stato democratico e il modello che pose le condizioni formali per la legittimazione del nuovo ordine. La democrazia avrebbe potuto così ricevere la propria giustificazione istituzionale.

Un libro importante questo sulla memoria di fatti indelebili.
Malgrado l’ansia di non essere creduti, fu una sorta di obbligo sociale e di impegno civile a spingere i superstiti a parlare, a raccontare, a dire:

” Siamo in molti a ricordare il modo specifico in cui laggiù temevamo la morte: se morremo nel lager in silenzio come vogliono i nostri nemici, se non ritorneremo, il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di cosa è tuttora capace; il mondo non conoscerà se stesso, sarà più esposto di quanto non sia ad un ripetersi della barbarie nazionalsocialista”.

Può l’Olocausto assurgere a stillicidio politico e non solo razziale?                                   Anche gli ebrei  potevano reclamare una Resistenza gloriosa e la deportazione razziale era una deportazione politica, come aveva sostenuto Primo Levi.
Perché occorre leggere i diari, le testimonianze, i resoconti atroci delle vittime dello sterminio nazista?
I brevi memoriali testimoniano che anche nell’inferno dell’odio e della violenza, dove si abbruttivano gli individui con la fame, la sete, la paura, il bastone e il lavoro, germogliarono spontaneamente mille e mille episodi di solidarietà, di amicizia, di abnegazione tra persone diversissime per classe sociale, cultura e lingua.
Anche all’Inferno arriva la voce di Dio per chi continua a cercarla, per chi spera nella liberazione dello spirito.

Manuela Consonni insegna alla Hebrew University of Jerusalem al Dipartimento di storia ebraica. Si occupa di storia contemporanea europea ed ebraica, di studi della Shoah, di memoria e di studi di genere.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Imma dell’Ufficio Stampa “Laterza”.

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