Posts Tagged ‘il Saggiatore’

:: Motel Chronicles – Sam Shepard (Il Saggiatore 2016) a cura di Nicola Vacca

11 settembre 2017
motel sam shepard

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Lo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.
Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down (2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders
Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.
In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.
Wim Wenders sì innamorò dei racconti di «Motel Chronicles» e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.
Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni di questo libro non si seppe più nulla.
Nel 2016 il Saggiatore riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.
Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.
Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.
Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard (di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Motel Chronicles e gli altri suoi libri raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.
Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.
Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin, nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.
E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.
Lo scorso anno esce per i tipi di Playground Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro. Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri si trova sempre la fotografia di un’ America che cambiava mentre stava tradendo se stessa, di cui Shepard è stato lucido testimone.

Sam Shepard, nato nel 1943, è attore, commediografo e scrittore. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. È apparso in film come I giorni del cielo (1978), Uomini veri (1983) e Black Hawk Down (2001) e ha collaborato alla sceneggiatura di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (1970) e Paris, Texas di Wim Wenders (1984).

Scheda libro:

Prezzo: € 19,00 (su Libreria Universitaria € 16, 15)
Ebook: non disponibile
Pagine: 201
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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:: L’ occhio dello zar, Sam Eastland, (il Saggiatore, 2010) a cura di Laura M.

18 giugno 2016
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Vagando per mercatini dell’usato si possono fare scoperte interessanti, anche quando non si cerca un determinato libro, ma ci si lascia guidare in un certo senso dal caso. Ci si può imbattere in un libro del 2010, edito da il Saggiatore, dal titolo quanto meno enigmatico L’occhio dello zar, (Eye of the Red Tsar) tradotto da Giancarlo Carlotti.
Lo zar rosso del titolo (originale) è sicuramente Stalin, e ammettiamolo romanzi, in questo caso di taglio poliziesco, con lui protagonista me ne vengono in mente pochi, forse giusto Archangel di Robert Harris.
Scritto da un fantomatico Sam Eastland, nom de plume di uno scrittore inglese che vive in America (questo sappiamo dalle scarne note biografiche) che se non è uno storico in pensione quando meno ha il piglio e un certo amore per i dettagli tipico di questa professione. Ma naturalmente oggi c’è Wikipedia, quindi basta fare una velocissima ricerca e si scopre che il suo vero nome è Paul Watkins, classe 1964, di fatto insegnante oltre che scrittore, e la bella notizia è che di romanzi con protagonista Pekkala, il nostro investigatore finlandese nella Russia staliniana, ce ne sono parecchi, (almeno 7) l’ultimo di quest’anno dal titolo Berlin Red. In Italia sempre il Saggiatore ha pubblicato anche il secondo volume della serie, Bara rossa, ma non devono avergli fatta molta pubblicità, per lo meno io non ne avevo mai sentito parlare.
La domanda che sembra avere ispirato la stesura di L’occhio dello zar, sembra senz’altro Che cos’è successo realmente ai Romanov?Russian_Imperial_family,_1913_a E’ indubbio questo è un romanzo, frutto di fantasia, non un saggio storico che deve attenersi al criterio della veridicità, pur se vogliamo, anche in passato, la fantasia ha galoppato parecchio, pensiamo solo a cosa sorse intorno alla principessa Anastasia, scampata, non scampata, libri, film, testimonianze più o meno contrastanti, e non solo. Sembra che ogni membro della famiglia sia rispuntato da qualche parte, in qualche luogo.
La verità è probabilmente molto più prosaica (e sembra confermata dai riscontri del DNA), il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, la famiglia imperiale fu sterminata. Fu fatto per motivi politici (sicuramente), o per avidità, (il tesoro degli Romanov, non è esattamente una leggenda metropolitana).
Dunque questa prima indagine è incentrata sull’uccisione dei Romanov e sulla volontà di Stalin di recuperare il loro tesoro. Tra passato e presente (il 1929) dunque seguiamo le gesta di Pekkala, guardia segreta dell’ultimo zar Nicola II, incaricato proprio dell’incolumità della famiglia imperiale, e per questa ragione dopo la Rivoluzione spedito in Siberia, come molti in quel periodo.
Per 10 anni dunque il nostro è solo il prigioniero 4745- P nel campo di lavoro di Borodok. Ma le sue doti investigative sembrano troppo preziose per starsene lì inoperose, e Stalin stesso ordina la sua liberazione, in cambio deve recuperare i cadaveri dei Romanov e il favoloso tesoro che apparteneva alla famiglia imperiale. Tutto risale alla notte in cui furono massacrati e i corpi furono gettati in un pozzo. Pekkala è convinto che manchi lo zarevič Aleksej. Ma quando Pekkala e il fratello Anton vanno alla Casa Ipatiev, una grande sorpresa li attende.
Ma il mistero dello zarevič continua. E Pekkala è l’unico di cui lo Zar rosso si fidi, come al tempo dello Zar Romanov, le sue eccezionali doti investigative sono più rare e preziose di un credo politico.

Sam Eastland è lo pseudonimo di uno scrittore inglese. Il Saggiatore ha pubblicato L’occhio dello zar (Supertascabili, 2011), prima avventura dell’ispettore Pekkala.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: ‘The Beat Book’, poesie e prose della Beat generation, a cura di Anne Wladman e Luca Fontana (Il Saggiatore, 2015) a cura di Lorenzo Mazzoni

12 giugno 2015

The-Beat-book1In principio c’erano gli hipster, marginali esistenzialisti statunitensi che sentivano in modo oppressivo il peso della società consumistica del dopoguerra e dell’asfissiante standardizzazione delle masse. Accanto a questi personaggi, emersero i beat che diventarono una sorta di movimento che esplose come “una bomba all’idrogeno” (per citare Allen Ginsberg, uno dei massimi esponenti della corrente) nella cultura americana nei primi anni Cinquanta.
Anne Waldman, poetessa e amica di lunga data di quegli scrittori, ha raccolto in un unico volume, The Beat Book (prefazione di Allen Ginsberg, pubblicato in Italia da Il Saggiatore e tradotto e curato da Luca Fontana), alcuni dei loro testi più esemplari. A una selezione dei grandi classici Beat si affiancano prose e poesie più recenti, che dimostrano la persistente vitalità di quell’esperienza.
Particolarmente significativa la presenza di voci femminili come Joanne Kyger e Diane Di Prima, o di poeti di alto valore e fin troppo negletti dalla voga di alcuni anni fa, come Gary Snyder o John Wieners.
Protagonisti di una vera rivoluzione artistica e sociale, compagni di vita e di letteratura, i Beat non solo si battevano in favore delle rispettive opere, ma all’interno di esse parlavano l’uno con l’altro e l’uno dell’altro. Ritmi del parlato americano, ritmi jazz, ritmi dei viaggi in auto e in carro merci, cut-up verbale: se ciò che da sempre attira dei Beat è il mito – i fantastici Sessanta, le droghe, il Vietnam, la musica selvaggia -, dalle opere emerge il loro rapporto viscerale e onnipresente con il linguaggio, che ne ha definito il canone negli anni.
Le note introduttive e una guida dettagliata dei luoghi Beat in giro per il mondo (dalla città natale di Kerouac, Lowell, Massachusetts, dove si svolge il romanzo Il dottor Sax, a Tangeri, dove Burroughs ha scritto parti di Pasto nudo), ne fanno uno strumento indispensabile anche per chi si avvicini per la prima volta al composito mondo Beat.
The Beat Book è il libro che meglio rappresenta quella generazione, che da simbolo della controcultura è divenuta centrale nell’arte del Novecento. Una schiettezza e una generosità imperturbante agiscono all’interno di questi scritti. I Beat cantano contro il cinismo, l’apatia, l’ingiustizia, l’inganno, il compromesso, il razzismo, il consumismo, la guerra, i mali del mondo. Ma è difficile sfruttarli per qualche fine propagandistico: erano, sono e sempre saranno primariamente individui.

Anne Waldman è nata nel 1945. Ha studiato al Bennington College nel Vermont, ma ha vissuto nel Greenwich Village di New York. Ha fondato l’Angel hair books. E’ stata redattrice del progetto poesia della chiesa di St. Mark’s a New York (1966-1978) durante il quale ha pubblicato The world magazine e altre numerose antologie di poesia contemporanea americana. Nel 1947, con Allen Ginsberg, ha fondato la “Jack Kerouac School of Disembodied Poetics”al Naropa Institute a Boulder. Numerose le sue pubblicazioni negli Stati Uniti. In Italia ha pubblicato l’antologia The Beat Book (Il Saggiatore, 1966) e Poesie, Donna che parla veloce (Edizioni City Lights Italia, Firenze)

Luca Fontana, traduttore e saggista, insegna Fondamenti di pratica del teatro e Drammaturgia al corso di laurea in Arti visive e dello spettacolo dell’Istituto universitario di Architettura di Venezia, e al Corso di alta formazione e specializzazione per attori del Teatro Due di Parma. Tra le sue numerose traduzioni per allestimenti teatrali ricordiamo Peccato che fosse puttana di John Ford. Per il Saggiatore ha tradotto le opere di Allen Ginsberg: Saluti cosmopoliti (1996), Urlo & Kaddish (1997) e Poesie scelte (1997). Luca Fontana collabora con Diario.