Posts Tagged ‘Letteratura inglese’

:: La donna silenziosa di Debbie Howells (Newton Compton 2017) a cura di Federica Belleri

13 settembre 2017
la-donna-silenziosa

Clicca sulla cover per l’acquisto

Thriller d’esordio per Debbie Howells, autrice britannica. Romanzo dal ritmo equilibrato, con il giusto carico di tensione. L’ambientazione è in un paese della provincia inglese. Il luogo è circoscritto e tutti si conoscono. Ci sono fattorie, campi coltivati, boschi rigogliosi e impenetrabili. Lo sa Kate, sposata, con una figlia in procinto di trasferirsi all’università. Ha una passione empatica con i cavalli, che prende in cura da proprietari in difficoltà. Di questi meravigliosi animali ama la stazza imponente e lo spirito libero. E lo sa Rosie, bellissima diciottenne, che aiuta Kate e adora cavalcare, ed è riuscita a creare con i cavalli uno rapporto davvero speciale. Ma Rosie scompare, di lei non si hanno più notizie. Tra lo sconcerto di sua madre e la preoccupazione dei coetanei, la tranquilla quotidianità del paese viene travolta da uno tsunami di emozioni. Davvero i genitori possono restare tranquilli quando i figli escono? E davvero gli adolescenti si sentono così invincibili? La polizia fa domande, la stampa si accalca attorno alla famiglia di Rosie. Si insinua il sospetto, si cerca la ragazza e un presunto responsabile della sua sparizione …
La donna silenziosa è scritto in prima persona da tre voci femminili. È il percorso fatto attraverso i ricordi dolorosi. È lo strazio della solitudine e l’asfissia provocata dal controllo. È l’inquietudine generata dal pericolo. È il destino avverso che si accanisce e la delusione di promesse mai mantenute. È la voglia di libertà, che viene calpestata con ferocia. La donna silenziosa si nasconde tra sorrisi falsi e cicatrici da cammuffare, tra menzogne e terribili sbalzi d’umore.
In questo thriller emergono egoismi e maschere ben costruite. Emerge una natura selvaggia in grado di farsi amare e odiare allo stesso tempo. Spicca l’amicizia disinteressata e il bisogno primordiale d’amore. E ancora la violenza, la prevaricazione, la fragilità di chi si trasforma in un contenitore vuoto e si lascia vivere. Angosciante, agghiacciante, travolgente.
Ottima lettura, che vi consiglio.

Debbie Howells in passato ha studiato psicologia, è stata un’istruttrice di volo, la proprietaria di un negozio di fiori, e attualmente scrive a tempo pieno. Il suo thriller d’esordio, La donna silenziosa, è stato un successo di critica e di pubblico e i diritti di traduzione sono stati venduti a cifre molto alte in numerosi Paesi. Debbie vive nel West Sussex con la sua famiglia.

Sito dell’autrice: debbiehowells.com

Scheda libro:

Prezzo: € 10,00 (su Libreria Universitaria € 8, 50)
Ebook: disponibile
Pagine: 330
Formato: rilegato
Scheda editore: qui

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Annunci

:: La cattura dell’effimero – Beatrice Colin (Neri Pozza 2017) a cura di Federica Spinelli

5 settembre 2017
la_cattura_dell_effimero_01

Clicca sulla cover per l’acquisto

La cattura dell’effimero è ambientato nella Parigi alla vigilia dell’Esposizione Universale del 1889, quella in cui sorgerà una delle meraviglie del mondo moderno: la Tour Eiffel. Siamo nella Parigi delle stagioni dell’alta nobiltà, dei corsetti e delle redingote, dei balli e degli inviti a colazione, ma anche nella Parigi dell’impressionismo e della pittura di Jeorge Seurat. Un Ottocento ancora ruggente nelle sue consuetudini e nelle sue regole ferree.
La storia si apre con un viaggio in mongolfiera in cui Alice Arrol e suo fratello Jamie, due giovani scozzesi nel bel mezzo del loro Grand Tour, accompagnati da Caitriona Wallace, si godono in una fredda mattina invernale la vista di Parigi. Sulla stessa mongolfiera si trova anche Emile Nougier, ingegnere co-responsabile insieme a Gustave Eiffel della costruzione della Tour Eiffel. Cait fa per caso la conoscenza di Emile e tra i due scatta subito il colpo di fulmine, ma Jamie si intromette architettando di far sposare la sorella al giovane ingegnere ed entrare così anche lui nella costruzione della famosa Torre. Sarà proprio intorno alla costruzione della Torre si intrecceranno così i destini di tutti i personaggi, restando inevitabilmente compromessi.
Il romanzo tocca il tema del ruolo della donna nella società di metà Ottocento, incastrata in un dedalo di regole dell’etichetta e la cui unica speranza di sopravvivenza è commisurata alla possibilità di fare un buon matrimonio. Cait, dopo essere rimasta vedova, secondo la società ha come sola speranza di sopravvivenza quella di risposarsi se non vuole incorrere in un destino di povertà. La stessa Alice, seppure provvista di mezzi materiali, ha come unica aspirazione quella di sposarsi con un buon partito. La prima riesce a riscattarsi solo fuggendo lontano dalle convenzioni in un luogo dove resterà libera di prendere le proprie decisioni, mentre la seconda pagherà ben presto il prezzo della sua superficialità. Nel corso del romanzo, come metafora della rete di cui sono vittime le donne per via dell’etichetta, si fa riferimento alla quantità di vestiti e indumenti che le signore sono costrette a indossare, con numerosi commenti circa la scomodità e la difficoltà ad annodare, tirare, allacciare, abbottonare, costringere e schiacciare il corpo in questa armatura di ferro e stoffa. In riferimento agli abiti come esempio della costrizione delle regole della società, nel finale la libertà raggiunta dalla protagonista si esprime anche nell’indossare vestiti leggeri e comodi.
La Parigi descritta nel libro è esattamente come ci si immagina la città all’epoca dell’impressionismo, con i caffè e i locali notturni dove dare sfogo a vizi proibiti, Montmatre e la vita di strada, gli artisti e personalità notabili che camminano lungo i nuovi viali voluti dal barone Haussman. Il sapore di quest’epoca è restituito alla perfezione dall’autrice che ne evoca non lo solo lo spirito ma persino colori e profumi. Il romanzo scorre sotto gli occhi del lettore come un film dove la trama lascia poco all’immaginazione ma è ben scritta e funzionante. La cattura dell’effimero a cui il titolo fa riferimento si rivolge sia alla Tour Eiffel che svetta verso il cielo – una volta eretta era l’edificio più alto dell’epoca – , a tutte le storie legate alla sua costruzione e allo sgomento che questo strano edificio suscitava, ma anche alle illusioni verso cui ciascun personaggio tende nel corso del romanzo e che sarà costretto ad abbandonare.

Beatrice Colin, nata a Londra e cresciuta in Scozia, ha vissuto per anni a New York lavorando come giornalista freelance per il Guardian e numerose altre testate. Autrice di testi teatrali e radiofonici per la BBC, ha pubblicato il romanzo La vita luminosa di Lilly Afrodite, tradotto in molti paesi e pubblicato in Italia da Neri Pozza. Vive a Glasgow. http://www.beatricecolin.co.uk/

Scheda libro:

Prezzo: 18 Euro (su Libreria Universitaria 15, 30)
Ebook: disponibile
Pagine: 352
Formato: brossura
Scheda editore: qui

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cuori in viaggio: Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen (Garzanti, 2004)

26 febbraio 2017
edizit-oep-garzanti-1975-1989

Clicca sulla cover per l’acqusito

I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle e un amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso. L’avversione aumenta quando le sorelle riescono a separare Charles da Jane. Darcy chiede la mano di Elisabeth, non nascondendo però quanto la cosa costi al suo orgoglio. La ragazza, sdegnata, lo respinge. In un secondo tempo Elisabeth apprende che la sorella Lydia è fuggita con Wickhman. Con l’aiuto di Darcy i fuggiaschi vengono rintracciati e fatti sposare. Infine Darcy e Elisabeth, Bingley e Jane si fidanzano.

Tra gli amori letterari quello tra Elisabeth Bennett e Mr Darcy, personaggi principali del celeberrimo Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) di Jane Austen, splende di luce propria e se vogliamo è ancora in grado di competere, per freschezza e spontaneità, con tante storie d’amore anche più recenti e contemporanee. Non male per una storia d’amore presente in un romanzo edito nel 1813, che non dimostra affatto i suoi più di 200 anni, e che è di fatto una delle storie d’amore più lette al mondo. Non è stato perciò difficile scegliere e rileggere questo libro per questa bella iniziativa, Cuori in viaggio, dedicata da 28 blogger all’amore. Ho pensato a Il dottor Živago, Anna Karenina, Romeo e Giulietta, poi ho scelto loro, l’antipatico per eccellenza e scorbutico signorotto di città e l’intelligente e ironica Elisabeth, appartenente a una modesta famiglia della borghesia di campagna. Quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Rimanere così moderno e contemporaneo, sebbene i riti e i costumi sociali di quel periodo siano ormai irrimediabilmente cambiati se non evoluti (anche se c’è da dire che l’animo umano è cambiato ben poco dall’Era della Pietra)? Ecco forse le risposte sono esattamente ricavabili dalle domande stesse. Lo spirito arguto di Jane Austen è stato capace di parlare d’amore universalizzando i contesti e le opportunità concesse a una donna, non solo nel lontano 1813. Elisabeth Bennett è a modo suo un modello, un’ eroina capace di tenere testa a tutti personaggi maschili della storia, a partire da suo padre, che tra l’altro l’adora. Gli scontri, i battibecchi con Mr Darcy sono d’antologia, come il rifiuto alla sua prima proposta di matrimonio. Elizabeth difende la sua identità, la sua singolarità e non si piega ai mille compromessi che la sua seppur modesta condizione sociale imporrebbe. E lo fa con leggerezza, humour, straordinaria perspicacia. Ama sinceramente Mr Darcy, ma non permette a questo amore di cambiarla, limitarla, e in questo credo consista la bellezza e l’ anticonformismo di questo personaggio, quanto mai moderno e rivoluzionario. Concreta, realista, testarda, romantica Elizabeth Bennett è la perfetta metà di Mr Darcy, il suo complemento e la sua compiutezza. Se non avete ancora letto Orgoglio e Pregiudizio, fatevi un regalo, leggetelo in lingua originale o nella bella traduzione di Isa Maranesi. Se già conoscete la storia, rileggetela, non vi annoierà, potete contarci, la Austen ha uno stile di scrittura che è il trionfo dell’intelligenza, una gioia per qualsiasi lettore.

Edizione considerata: Garzanti editore 1975- 1982, XXII edizione marzo 2004, introduzione di Attilio Bertolucci, traduzione di Isa Maranesi.

Jane Austen. Scrittrice inglese. Compì la sua educazione quasi interamente in casa, sotto la guida del padre ecclesiastico.
Nel 1801 si trasferì con la famiglia a Bath; nel 1805, dopo la morte del padre, a Southampton; poi, nel 1809, a Chawton, Hampshire, dove scrisse quasi tutti i suoi romanzi.
Profondamente attaccata alla famiglia, in particolare alla sorella Cassandra, la Austen non si sposò mai e trascorse un’esistenza raccolta e casalinga, interrotta solo da brevi visite a Londra e ai luoghi di villeggiatura sulla costa meridionale inglese.
Il suo primo romanzo completo a noi pervenuto è L’abbazia di Northanger (Northanger abbey), pubblicato solo nel 1818.
Il romanzo è centrato sul tema della maturazione di una giovane ingenuamente romantica, convinta, all’inizio, che la vita sia fatta a somiglianza dei romanzi «gotici» della Radcliffe (dei quali il libro costituisce la garbata parodia) e che alla fine arriva a comprendere, realisticamente, la realtà quotidiana.
Lo stesso tema (la maturazione di un’anima romantica attraverso l’esperienza) è al centro di Ragione e sentimento (Sense and sensibility, 1811), iniziato nel 1797 col titolo di Elinor and Marianne, e ritorna in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice, 1813), rifacimento del giovanile e non pubblicato Prime impressioni (First impressions, iniziato nel 1796).
Anche in Mansfield Park (1814), romanzo di complessa struttura narrativa e di ammirevole sincerità, in Emma (1816), considerato uno dei suoi capolavori, e in Persuasione (Persuasion), che fu pubblicato postumo insieme a Northanger Abbey ed è forse la sua opera più ricca e sottile, l’autrice compie un’analisi dei rapporti tra valori personali e valori sociali e della validità delle emozioni come guida del comportamento.
Il mondo descritto non si estende mai al di là dei limiti della vita e degli ambienti da lei direttamente conosciuti; ma il suo fine tocco ironico, la sua prosa elegante e fredda, la sottigliezza con cui analizza e descrive il conflitto tra esigenze psicologiche e morali di varia natura conferiscono a questa narrativa una non comune complessità e collocano la Austen tra i più grandi nomi del romanzo inglese.
Parzialmente tratto da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

cuori-in-viaggio

Clicca sull’ immagine per l’elenco dei 28 blog partecipanti

:: La ragazza perfetta, Gilly Macmillan, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

15 dicembre 2016
la

Clicca sulla cover per l’acquisto

Fin dall’infanzia, Zoe Maisey ha rivelato un grande talento per la musica, incoraggiata dalla madre che ha visto in lei un riscatto per una vita non felice, insieme ad un suo secondo matrimonio con un uomo ricco e alla nascita di una nuova bambina. Ma una notte causa un incidente d’auto in cui perdono la vita tre suoi coetanei e deve scontare una pena detentiva.
Il discorso sembra chiuso e Zoe Maisey è pronta ad affrontare un nuovo concerto con il fratellastro Lucas, a cui è legata e che oltre alla musica ha anche velleità di sceneggiatore cinematografico. Ma qualcuno scopre la sua esibizione e non manca di rovinarle la festa e quella stessa notte sua madre muore in condizioni misteriose.
Il tema del disagio adolescenziale non è nuovo, ma l’autrice lo tratta in maniera non banale, parlando anche di un tabù come un periodo in carcere per un incidente non voluto ma accaduto (nei Paesi anglosassoni se si guida in stato di ebrezza e si provoca un incidente mortale si va in galera, anche se si è giovani), ma anche di bullismo, droga e violenze familiari, oltre che di dipendenza affettiva.
Il romanzo procede su più piani, tra il racconto delle verità dei vari personaggi fino alla rivelazione finale: il personaggio di Zoe è interessante e ben tratteggiato, una ragazza caduta all’inferno ma capace di risollevarsi e di voler essere diversa da una madre che si rivelerà l’anello debole della catena. Risulta però essere più interessante Lucas, membro di quella nuova famiglia in cui Zoe si è trovata inserita, e dove dovrebbe trovare la sua nuova strada. Lucas condivide interessi e passioni artistiche con la sorellastra, ma nelle storie che scrive, come quella della morte di sua madre Julia per un male incurabile, forse sa dire la verità su una situazione d’inferno nascosta dietro ad una casa elegante.
La ragazza perfetta racconta quindi tante storie con tante voci, in una ricerca della verità e della giustizia, parlando anche di seconde possibilità e anche di ruolo della donna nella società, tra aspettative eccessive di madri che non sono riuscite a realizzarsi come volevano e dipendenza amorosa che come insegna la cronaca nera per troppe donne risulta essere fatale.
La vita è comunque fatta di chiaroscuri e tante verità, in cerca di una soluzione per la vita di una ragazza che doveva essere perfetta e che invece è solo umana, vittima di situazioni ma forse capace anche di cambiare e andare avanti.

Gilly Macmillan è cresciuta nel nord della California, poi è venuta in Gran Bretagna, dove ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al Burlington Magazine e alla Hayward Gallery, poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Vive a Bristol con il marito e i tre figli e ha debuttato con un altro thriller di successo, 9 giorni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il gioco del male, Angela Marsons (Newton Compton, 2016)

22 ottobre 2016
il

Clicca sulla cover per l’acquisto

Prima di parlare della trama e dei personaggi di Il gioco del male (Evil Games, 2015), secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, di Angela Marsons, (tradotto dall’ inglese da Erica Farsetti e Angela Ricci), con estimatori entusiasti e vagamente insospettabili, come Antonio D’Orrico che dalle pagine della Lettura arriva a definire la Marsons diretta erede di Patricia Cornwell (di cui comunque continua a rimpiangere i tailleur), volevo spendere qualche parola sull’ambientazione, e su quanto incide sul mood di tutto il romanzo. La Black Country, area delle Midlands Occidentali, (che per intenderci va da Birmingham a Wolverhampton) merita qualche riflessione. Innanzitutto partiamo dal nome, erede e vestigia di un tempo in cui la zona era davvero la culla della Rivoluzione industriale, (c’erano concentrate così tante fabbriche, che l’aria aveva una consistenza quasi solida, per i vapori esalati dalle ciminiere, tra il nerofumo e la polvere di carbone). La ricchezza del periodo d’oro finì di colpo alla fine degli anni 70, quando iniziò l’era postindustriale,  e gli scontri vivacissimi (a base di scioperi e rappresaglie) tra Margaret Thatcher (fu leader del Partito conservatore britannico, dal 1975 al 1990) e i sindacati affatto entusiasti della riforma del diritto del lavoro da lei voluta (drammatici gli scontri tra la polizia a cavallo britannica e i minatori). Di queste lotte sociali, danni ambientali e povertà ormai diffusa, la Marsons fa trasparire le conseguenze.

La Black Country era la terza zona del paese con la concentrazione più alta di disoccupazione, non si era mai veramente ripresa dal declino dell’industria del carbone e dell’acciaio che aveva attraversato il suo momento di gloria nel periodo vittoriano. Le fonderie e le acciaierie erano state demolite per fare spazio a grandi complessi industriali e residenziali.

Conseguenze che si riflettono sugli umori della gente, gente dura, povera, abituata a vivere con gli assegni sociali, a entrare e uscire di galera, ad essere assistita da assistenti sociali e poliziotti sottopagati, sempre più oberati di lavoro tra violenze domestiche, violenze sui minori, e veri casi di omicidio. Disoccupazione, povertà, violenza, malattie mentali, sembrano lo scenario perfetto per un thriller e infatti da questo contesto sociale esce il personaggio della detective ispettore Kim Stone, anche lei entrata negli ingranaggi del sistema fin da piccola, separata dalla madre schizofrenica e data in custodia a una serie di famiglie affidatarie, che in fin dei conti non hanno fatto un cattivo lavoro crescendola così com’è. Se il passato e i traumi infantili sono un pesante bagaglio per le spalle della Stone, (anaffettiva, introversa, quasi asociale), non da meno lo sono per il suo esatto opposto la psichiatra Alex Thorne, ricca, bella, affermata, inserita nel contesto sociale come un membro autorevole e rispettato. Angela Marsons rende chiaro fin da subito che lo scontro tra le due sarà il filo conduttore del romanzo. E qui entrano in gioco le sfumature, le sottotracce, la capacità dell’autrice di giocare sull’ambiguità e l’oscurità che entrambi i personaggi si portano dentro. Uno scontro impari, venato di attrazione e di odio, tra un ligio tutore dell’ordine e una sociopatica (del tutto priva di coscienza e di sensi di colpa), di cui la Marsons declina tutte le fasi della sua sociopatologia. Non c’è redenzione per la psichiatra Alex Thorne, che fino all’ultimo userà la sua abilità per manipolare, ferire, distruggere tutte le persone che il suo capriccio le pone davanti. Due casi paralleli percorrono la trama. Il caso di un pedofilo, Leonard Dunn, che abusava delle sue figlie, senza che la moglie si fosse accorta di niente, e il caso di una ragazza, vittima di stupro, che accoltella a morte il suo stupratore. Due casi diversi, separati, che non porteranno a sovrapposizioni come molto spesso accade nei thriller, ma non privi entrambi di colpi di scena e effetti imprevedibili. Il libro inizia infatti con l’irruzione in casa di Leonard Dunn (da parte di Kim Stone della sua squadra) e il suo conseguente arresto. Ma soprattutto una seconda persona sembra essere stata presente agli abusi. Trovarla sarà compito della squadra (e dell’intuizione di Kim Stone). Il secondo caso è invece più corposo, e ricco di implicazioni. E non sarà il primo, ma tutta rientrerà nel piano di una mente manipolativa che vuole dimostrare che la mancanza di coscienza e sensi di colpa è una dimensione naturale dell’essere umano. La Marsons si è ben documentata da un punto di vista psichiatrico, tra sociopatologia, sindromi post-parto e schizofrenia, il tutto venato da una sottile diffidenza verso la reale possibilità di effettuare diagnosi e dispensare cure, quando anche coloro che sono preposti a farlo sono spesso vittime di traumi e debolezze psicologiche. Bello il personaggio di Dougie, l’ospite autistico di Hardwick House, che intuisce quanto Alex Thorne sia pericolosa, prima di tutti gli altri. Buona lettura.

Angela Marsons ha debuttato nel thriller con Urla nel silenzio arrivando a vendere un milione e mezzo di copie nel mondo. In Italia è arrivato ai primi posti delle classifiche. Urla nel silenzio è il primo, fortunato capitolo della serie che vede protagonista la detective Kim Stone, che prosegue con Il gioco del male. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.angelamarsons-books.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blogathon “Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II”: Harry Potter e la Pietra Filosofale

31 luglio 2016

Prima di lasciarci per questa breve pausa estiva ecco il nostro ultimo post dedicato a una bellissima iniziativa in onore del maghetto più famoso della letteratura per ragazzi: Harry Potter, chi se no? Il blog Over The hills and far away ha infatti lanciato una blogathon, una maratona di blog, in occasione dell’uscita oggi 31 luglio, di Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II. Per conoscere tutti gli altri blog partecipanti e i relativi argomenti trattati vi invito a visitare il post di lancio.

HarryPotterELaPietraFilosofaleNella mia tappa mi occuperò di recensire il primo libro della serie, Harry Potter e la Pietra Filosofale, e cercherò di farlo in un modo un po’ speciale, per lo meno diverso dal solito. Recensioni del libro in rete ce ne sono centinaia, per cui più che parlarvi della trama, delle incoerenze che hanno notato alcuni recensori e lettori, del modo in cui noi grandi ci siamo quasi appropriati della serie, togliendola quasi agli originari destinatari, i ragazzi, cercherò di esprimervi le mie riflessioni durante la lettura. Riflessioni di un adulto che legge un libro per l’infanzia, un adulto quanto mai babbano, privo di quella magia che ancora possiedono i ragazzi. E non è forse la fantasia ancora incorrotta della loro età la vera magia, che la Rowling ha proiettato in questi libri, ironici, divertenti, leggeri, poetici. La fantasia, l’amicizia, il potere dell’amore, la capacità di vincere il male con il bene, cose a cui molto spesso gli adulti hanno smesso di credere, condannandosi a esistenze grigie e deprimenti.
Spazzando via anni e anni di polemiche sul fatto che sia un libro diseducativo o meno, che sembrano comunque non aver scalfito il successo mondiale di questi libri, mi concentrerei su alcune riflessioni dedicate ai genitori che si interrogano se fare o no leggere questi libri ai loro figli, nell’età più vulnerabile della crescita. Avendo letto solo il primo volume e non essendo una potteriana storica, forse le mie osservazioni potranno parere alquanto parziali, ma mi sforzerò che almeno siano obiettive e senza pregiudizi. Harry Potter e la Pietra Filosofale è essenzialmente un fantasy, proiezione di un mondo in cui la magia, gli incantesimi, la stregoneria esistono. Sono parte fondante della realtà. Si studia per poterla applicare in scuole come Hogwarts e sebbene ci voglia predisposizione, ciò non toglie che i poteri si acquistino con lo studio e il duro lavoro, e si debba scegliere se usarli per il bene o per il male. Insomma il piccolo Harry cresce facendo delle scelte, operando delle precise prese di posizione, sebbene la tentazione del male sia sempre presente, anche solo quando escogita lo scherzo allo zoo al cugino Dudley.
Il lavoro psicologico della Rowling nel descrivere la psiche infantile è realistico e accurato, la sua visione materna del processo di crescita dei ragazzi presente, si vede che è una madre che osserva, ascolta i ragazzi e sa immedesimarsi nel loro mondo. Stare al gioco, consapevoli che la magia non esiste (risibili le accuse di fondamentalismo magico), ma è bello immaginare un mondo alternativo dove con una bacchetta magica si possa cambiare la realtà (molto spesso fatta di violenza e sopraffazione), fa parte dello stesso processo educativo che la Rowling mette in atto. Se la magia è appunto la fantasia, la Rowling sembra portarci in un mondo capace di meraviglia, di mistero, di straordinario. Aiutarli a distinguere poi la realtà dalla fantasia, spetterà ai genitori, agli insegnanti, agli educatori, non investiamo la Rowling di un peso che non le compete.
Harry Potter e la Pietra Filosofale fu pubblicato per la prima volta nel giugno del 1997 dalla casa editrice londinese Bloomsbury. Dopo un percorso piuttosto travagliato fatto di rifiuti. Sono ormai passati quasi vent’anni e i ragazzi di allora sono adulti. Nuove generazioni si accostano al libro e sembra con lo stesso medesimo interesse. Leggere questo libro ai propri figli è una cosa che viene fatta molto spesso, molte mie amiche con figli me ne accennano, e sembra che non annoi e non stanchi ancora dopo tutti questi anni. Siamo difronte a un testo ormai diventato un classico della letteratura per ragazzi, un libro che appunto nasconde strati adatti anche a interessare gli adulti. Rimandi filosofici, letterari, politici, educativi. Insomma ben più complesso di quanto lo stile apparentemente semplice con cui è scritto faccia pensare. Cosa abbastanza inconsueta, e forse il segreto del grande successo che ha conservato negli anni.
L’uscita di Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II, proprio oggi in concomitanza con la nostra Blogathon, sembra confermarlo. Questo libro poi neanche scritto dalla Rowling, ma tratto da un suo soggetto, è stato il libro più prenotato di sempre. Un altro record dei tanti che la serie ha raggiunto. Buona lettura!

Joanne Rowling (Bristol, 31 luglio 1965) è una scrittrice britannica. La sua fama è legata alla serie di romanzi di Harry Potter, che ha scritto firmandosi con lo pseudonimo di J. K. Rowling (in cui “K” sta per Kathleen, nome della nonna). I suoi libri della saga potteriana hanno riscontrato un successo internazionale e hanno vinto numerosi premi; da essi è stata inoltre tratta una fortunata serie di film.

Source: acquisto personale.

:: L’ americano tranquillo, di Graham Greene (Mondadori, 1992)

22 giugno 2016
cop

Clicca sulla cover per l’acquisto

Innanzitutto è bene precisare che L’ americano tranquillo (The Quiet American, 1955) non è un saggio di geopolitica, lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo, dedicandolo a René e Phuong, due suoi carissimi amici, dice che non ci sono alcune controparti reali ai suoi personaggi, e che anche i fatti storici sono in parte rimaneggiati, insomma questo è un racconto non un libro di storia. Ciò non toglie che un racconto di personaggi immaginari possa fare trasparire in filigrana personali convinzioni dell’autore, ovvero molto spesso scherzando si dice la verità, ma appunto distinguere fantasia e realtà in un romanzo non è un’ impresa così facile e soprattutto priva di rischi. Si potrebbe iniziare a leggere tutti gli articoli che Greene scrisse come corrispondente di guerra per The Sunday Times e Le Figaro durante la guerra d’ Indocina, facendo raffronti e comparazioni, o le sue lettere private, quasi con l’entusiasmo di un entomologo, ma ne vale davvero la pena? Non che non lo si possa fare naturalmente, ma lasciamo agli storici questo compito, noi accontentiamoci di trascorrere una delle tante sere afose di Saigon.
Un’altra questione che vorrei affrontare, non certo con leggerezza, riguarda le polemiche e le accuse di antiamericanismo, misoginia, e irresponsabilità che gli furono fatte da più parti all’uscita del romanzo (fu pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1955 da William Heinemann Ltd. e solo l’anno dopo negli Stati Uniti da Viking Press). Polemiche sicuramente virulente negli anni 50, in piena caccia alle streghe, che oggi hanno perso parte dello slancio lasciando in tutti, critici e lettori, la convinzione che Un americano tranquillo è una riuscita opera letteraria, meritevole di apprezzamento appunto per il suo valore artistico. Affermazione quest’ultima forse non del tutto veritiera se si pensa che l’uscita del film di Noyce del 2002, molto fedele al libro (sicuramente più del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958) fu ritardata per i fatti dell’ 11 settembre del 2001. Insomma il libro, e i film da lui tratti, hanno ancora oggi una componente di tale portata da essere giudicati pericolosi, o destabilizzanti. Potere della letteratura.

der

Per avvicinare i lettori a questo libro credo sia comunque necessario inquadrare il romanzo nel periodo storico in cui fu scritto, giusto per ricordare chi furono i Viet Minh, chi fu Ho Chi Minh, in che regioni si estendeva l’ Indocina, cosa portò la battaglia di Dien Bien Phu. Giusto una traccia e uno spunto, insomma, per chi vorrà in futuro documentarsi.
Che nel romanzo si parli di colonialismo francese, comunismo, imperialismo americano, antimilitarismo, terrorismo è indubbio, i temi etici e politici sono senz’altro parte dell’intreccio, anzi ne costituiscono il tema portante, ma non dimentichiamoci che il libro si può anche benissimo leggere senza conoscere niente della situazione del Sud-est asiatico degli anni 50, che portò se vogliamo alla guerra del Vietnam, e Greene sembra vedere le chiare premesse (sottolinea più volte il concetto di Terza forza) di questa deriva descrivendo le imprese coperte già in atto nel paese, e forse proprio il suo doppio ruolo di giornalista e di spia gli dava se vogliamo una posizione privilegiata per analizzare e interpretare i fatti. Solo molto più tardi, anche in America, si sviluppò un certo spirito critico se non un aperto dissenso verso il coinvolgimento americano nel Sud-est asiatico, disinnescando in un certo senso la portata delle tesi di Greene. E allora le sue parole acquisteranno sì solo più una sorta di preveggenza o per lo meno di attenta lungimiranza. Ma potrei dire di più, una certa universalità, slegata ai fatti contingenti della guerra del Vietnam, proprio un certo atteggiamento di critica verso la condotta etica e morale, collegabile al kipliniano fardello dell’uomo bianco, di autoinvestitura dell’America come esportatrice di diritto e democrazia, e di cibi energetici, coca cola e armi (come ironizza Greene) ci riporta alla più stretta attualità. L’ America come gendarme del mondo dunque, ruolo che tutt’ oggi ha conseguenze tutt’altro che trascurabili nelle vicissitudini del nostro tormentato pianeta. Detto questo, si può leggere comunque il romanzo anche come una storia d’amore, come un giallo poliziesco, come un romanzo di formazione, un esotico libro di viaggi. Insomma le letture sono molteplici e tutte legittime. Ogni lettore trovi la sua strada interpretativa.

quietamerican

Ma tornando al mio piccolo quadro riassuntivo del periodo storico, innanzitutto partirei col dire che l’ Indocina del 1950 assimilava gli odierni stati della Cambogia, del Laos, della Thailandia, della Birmania, della Malesia e del Vientnam. La parte orientale dell’Indocina, comprendente a vario titolo Vietnam, Laos e Cambogia, rientrava dall’ottobre del 1887 nelle dinamiche colonialiste francesi, dinamiche di sfruttamento economico, sudditanza commerciale e culturale, che Greene certo non approfondisce, ma a cui velatamente accenna. Dopo alterne vicende nel 1946 la Francia riprese il controllo dell’Indocina ma già Ho Chi Minh, a capo di un movimento comunista e indipendentista – nazionalista noto come Viet Minh, pone le basi per la guerra d’Indocina, combattuta dal 1946 al 1955, che portò dopo la battaglia di Dien Bien Phu, alla totale disfatta francese, e alla fine del suo sistema coloniale. Francia e patrioti (o ribelli) vietnamiti, a secondo dei punti di vista, furono i soldati sul campo, ma la vera guerra tra alleanze, aiuti, e balletti della diplomazia, fu combattuta tra Stati Uniti, e Unione sovietica e Cina. Tutti stati seduti allo stesso tavolo della conferenza di pace di Ginevra del 1954. Trattato di pace che lasciando tutti scontenti portò quasi senza logica di discontinuità alla guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975.
Un americano tranquillo uscì nel 1955, dopo una gestazione di alcuni anni, proprio all’inizio di quella guerra che leggendo il libro sembra inevitabile. Tre sono i personaggi principali: Thomas Fowler, cinico e disilluso reporter inglese di stanza a Saigon, voce narrante della storia; Alden Pyle, agente della CIA sotto copertura (ufficialmente lavora per una fantomatica Missione per gli aiuti economici), in Vietnam per creare proprio quei presupposti che avrebbero portato ad un intervento diretto americano; e Phuong, giovane vietnamita amante prima di Fowler, e poi di Pyle, che promette di sposarla e garantirle una vita sicura e onorevole in America.
Il romanzo inizia con la notizia della morte di Pyle, e grazie a una serie di flashback che ci riportano a un passato filtrato dagli occhi di Fowler, ricostruisce pian piano le motivazioni che portarono a questo delitto, scoprendo se Fowler (e in quale misura) fu coinvolto. Uno schema classico, classico almeno per Greene che già nel Terzo uomo lo presentò: un’amicizia tradita, una donna contesa, un contesto politico difficile. Pyle comunque ha ben poco dell’antagonista Harry Lime, la Vienna occupata, ben poco della Saigon colonialista, ma nonostante tutto lo spirito sembra il medesimo, Greene sembra continuare un discorso precedentemente iniziato, almeno a livello artistico.
Fowler non è un eroe, può in un certo senso richiamare una proiezione dell’autore stesso, forse più che altro per alcuni atteggiamenti, ma resta un personaggio di fantasia, una creazione strumentale all’intreccio, utile alla narrazione e se anche non ci fidassimo delle premesse dell’autore, lo scopriremo durante la lettura, quando il suo doppio e triplo animo si dipana durante la storia, creando un meccanismo perfetto di suspense e dissimulazione, godibile per il lettore, anche il più smaliziato, e ammirevole da un mero punto di vista narrativo.

8442887_quiet-ameri_393923b

L’ambiente giornalistico intorno al Continental è sicuramente realistico, nato dai ricordi di Greene, da quel mood cinico e senza illusioni di una comunità di espatriati, riuniti al capezzale di una guerra che sono pagati per documentare con i loro articoli mandati per telegramma, depurati dalla censura, portati sui campi di battaglia come chiassose classi di studenti in gita, assistendo a conferenze stampa pilotate, dove ottenere vere notizie o anche solo disvelamenti è una cosa più unica che rara.
Tutti recitano un ruolo, lo stesso ruolo di Fowler, l’uomo senza opinioni, l’uomo che non si lascia coinvolgere, l’ateo convinto, mosso solo dal suo personale egoismo visto come un’ unica ancora di salvezza giustificata dalla disperazione e dalla solitudine.
Il suo stesso amore per Phuong quasi non si spiega. Come lei ce ne sono molte, donne vietnamite disponibili a intrattenere rapporti con gli occidentali. Phuong infondo è una donna senza apparenti particolari qualità a parte la giovinezza e la bellezza. Il suo mistero resta inaccessibile, lo stesso Fowler si stanca presto di cercare di penetrare i suoi pensieri, di vedere cosa si agita nella sua mente. Phuong a tratti può sembrare quasi un contenitore vuoto, che colleziona sciarpe colorate, che ammira la famiglia reale inglese, di cui sfoglia in continuazione riviste e libri illustrati, che lascia un uomo per mettersi con un altro senza drammi, concedendo il suo corpo con indifferenza, preparando le pipe d’oppio priva di morali resistenze. Fondamentalmente ignorante, in questo simile a Pyle, anche se Fowler sembra giudicare l’ignoranza un effetto condizionato della giovinezza, calcolatrice, attenta più che altro al suo benessere materiale, a tratti insensibile, anche se Fowler raccomanda a Pyle di non trattarla come un bel oggetto, di non farla soffrire, perché anche lei ha sentimenti, emozioni, anche se la compostezza tutta orientale che l’anima sembra negarlo.

MCDQUAM EC039

THE QUIET AMERICAN, Michael Caine, Brendan Fraser, Do Thi Hai Yen, Pham Thi Mai Hoa, 2002, (c) Miramax

L’accusa di misoginia potrebbe essere sensata, se non si percepisse, anche distintamente, in questa quasi totale snaturalizzazione del personaggio, il riflesso di un’idea. Phuong non è una donna, ma lo spirito stesso del Vietnam, occupato, colonizzato, sfruttato, diviso. Un paese che cerca di sopravvivere, e si adatta a risorgere dalle sue ceneri. In questo la metafora della Fenice, non sembra limitarsi al significato letterale del nome o alla piacevolezza del suo suono o alla facilità di pronunciarlo per un occidentale. Il Vietnam è destinato a risorgere sembra dirci Greene, dopo anni di sfruttamento coloniale, alle soglie di una guerra ancora più devastante di quella già in atto, che nessuno può evitare, o forse manco ci si prova.
L’antimilitarismo di Greene è radicale, la guerra è il pianto di un uomo nel buio, potente raffigurazione che colpisce nel profondo il lettore più che la descrizione di corpi dilaniati, cadaveri ingrigiti, e innocenti sanguinanti. Forse più ancora della madre che nasconde con il cappello il cadavere del figlio dopo l’attentato nella piazza di Saigon. Odio la guerra, Greene fa dire con disperazione a Fowler, dopo l’attacco al piccolo sampan, sgretolando definitivamente la sua apparente indifferenza e il suo cinismo. Quando il capitano Trouin ci parla dei bombardamenti al napalm, (Si vede la foresta che va a fuoco. Sa Dio cosa si vedrebbe stando a terra. Quei poveri diavoli bruciano vivi, le fiamme gli arrivano addosso come una marea. Annegano nel fuoco) passano nella mente inevitabilmente i fotogrammi del film Apocalypse Now ponendo fine a ogni riflessione sul concetto di guerra giusta.

The-Quiet-American

Il personaggio di Pyle, a cui Fowler, pur dichiarandosi suo amico e nutrendo del vero affetto, non evita una battuta di vendicativo scherno (mi immaginavo i suoi occhi molli e un po’ canini. Avrebbero dovuto chiamarlo Fido, non Alden) con tutte le sue valenze simboliche e metaforiche, si discosta grandemente dal villain classico. E’ un ragazzone americano giovane, con le gambe dinoccolate, i capelli tagliati a spazzola, e lo sguardo aperto, da studente universitario, (…) incapace di fare del male. E’ serio, corretto, idealista, coraggioso (salva la vita a Fowler a rischio della propria), quando se ne innamora vuole proteggere Phuong, lontano anni luce da molti suoi simili che vedono nelle donne vietnamite meri oggetti di piacere. Ma è tragicamente ingenuo e colpevolmente innocente. Tutto quello che sa dell’Estremo Oriente l’ha imparato dai libri (anche quello che sa del sesso e forse dell’amore l’ha unicamente imparato dai libri). E’ imbottito di concetti astratti sui dilemmi della Democrazia e le responsabilità dell’Occidente, concetti presi di sana pianta dai libri di York Harding (scrittore inesistente, naturalmente inventato da Greene) che racchiude in sé i tanti commentatori politici, apertamente anticomunisti, veicoli di propaganda, più che di convinzioni profonde. E solo l’ingenuo Pyle può considerare York Harding (se cercate un colpevole Vigot, è lui l’assassino di Pyle) un profeta, detentore delle più salde e incrollabili verità. Pyle è totalmente privo di spirito critico, ed è questa fondamentalmente l’accusa che Fowler gli rivolge, la sua assurda innocenza (chi può dirsi innocente a quel punto della guerra), la sua certezza di essere nel giusto, (anche quando donne e bambini cadono sul campo) il suo giustificare la propria inettitudine (doveva controllare che la parata fosse stata rimandata). Nel definirlo un americano tranquillo, (la prima è Phuong a farlo) Greene paradossalmente accentua l’ironia amara che stigmatizza chi fa danni suo malgrado, anzi con le migliori intenzioni, e lo stesso Vigot, della Suretè francese, lo definisce così alludendo al fatto che è freddo e rigido nella sala mortuaria.

1885b80aaf7dba5ae477e747fd12d021

E poi c’è il Vietnam che inevitabilmente Greene ama, di un amore capace di far provare nostalgia quando ancora vi ci vive (pur sapendo che molto presto sarà altrove). Il suo clima afoso, le zanzare, le pipe d’oppio, le ragazze in bicicletta con i pantaloni di seta bianca e le lunghe vesti attillate a fiori, le vecchie in pantaloni nere intente a spettegolare, le risaie, il tè servito ad ogni ora come forma di ospitalità, le parate variopinte dei caodaisti, i guidatori di risciò, i tavolini all’aperto dei bar, tutto l’esotico scenario già presente nelle sue cronache giornalistiche, che qui riporta fedelmente con lo stesso rispetto e dignità e un velato senso di colpa, (noi inglesi siamo colonialisti di vecchia data tanto quanto i francesi).
Chiudo dicendo che se vi avvicinate a Greene per la prima volta, L’ americano tranquillo, può essere il libro che vi farà innamorare perdutamente di questo autore, con le sue contraddizioni, la sua fede tormentata, la sua lucidità integra e onesta, e la sua capacità di trovare le parole giuste in ogni circostanza, a cui ci si avvicina con una certa invidia, la stessa di Vigot quando cerca le parole sul piano della scrivania, parole capaci di esprimere i suoi pensieri con la mia stessa precisione.
Nuova traduzione di Alessandro Carrera ripresa dalla prima edizione I Meridiani del giugno 2000, pubblicata a partire dalla terza ristampa, condotta sul testo autorizzato della Collected Edition, la serie di volumi che Heinemann e Bodley Head pubblicarono tra il 1970 e il 1982 con l’imprimatur dell’autore.

Greene Graham (Berkhamsted, Inghilterra, 1904 – Vevey, Svizzera, 1991), convertitosi al cattolicesimo intorno al 1926, è tra i narratori inglesi novecenteschi più popolari. Giornalista e inviato speciale, ma anche autore di teatro e sceneggiatore per il cinema, Graham Greene è famoso soprattutto per i suoi romanzi, come Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) e Il console onorario (1973). Tutte le sue opere principali sono pubblicate negli Oscar Mondadori.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blogathon “I migliori film tratti dai libri”: Triangolo a Rodi, di Dame Agatha Christie

20 giugno 2016

Hercule Poirot sedeva sulla sabbia bianca e il suo sguardo vagava sulla smagliante superficie azzurra dell’acqua. Era vestito con eleganza puntigliosa, quasi eccessiva; abito di flanella di taglio sportivo, e un cappello di panama a tesa larga che gli parava il capo. La sua generazione apparteneva al tempo in cui si credeva nella necessità di proteggersi con cura dai raggi solari.

4

Scegliete il miglior film o la miglior serie tv tratta da un libro, sembra facile ma non lo è affatto, perché per quanto si sia sempre molto critici quando si compiono operazioni del genere (il libro era meglio, quante volte l’avete sentito dire) esistono anche casi in cui la trasposizione cinematografica è così accurata, originale, elegante, che beh ti può spingere a riscoprire un autore che per vari motivi più o meno validi non avevi mai preso in gran seria considerazione, (anche se magari monumentale come Agatha Christie).
Diciamolo chi non ama i gialli classici all’inglese con Scotland Yard, zitelle impiccione, villaggi ameni, tè delle cinque, e via dicendo non è molto tentato di imbattersi nei suoi libri, liquidati come storielle borghesi in cui il delitto è più che altro un pretesto o peggio un gioco di società. Converrete che lo spessore morale o anche solo filosofico della cosa sembra del tutto assente, il delitto quasi una burla o una scusa per parlarci di ricchi aristocratici sfaccendati, ereditiere quasi ninfomani, scrittrici eccentriche o archeologi fuori dal mondo. Insomma se si cerca uno specchio della società, lo si trova ben distorto o quanto meno privo di spunti davvero interessanti.
Almeno questo pensavo (sbagliando) prima di imbattermi nella serie tv dedicata a Poirot, Agatha Christie ‘s Poirot. Serie televisiva britannica, prodotta originariamente dalla London Weekend Television e poi dalla ITV Production and Agatha Christie Ltd, con ben 13 stagioni, per un totale di 70 episodi ispirati in parte ai racconti brevi e in parte ai romanzi di Dame Agatha Christie.
La mostruosa bravura di David Suchet, ma a dire il vero di tutti i vari comprimari da Hugh Fraser, Philip Jackson, Pauline Moran, a Zoë Wanamaker, oltre a tanti attori di teatro o vere e proprie star come Michael Fassbender, Jessica Chastain, Elliott Gould, John Hannah, Elizabeth McGovern, i dialoghi frizzanti, le scenografie sontuose, le ricostruzioni d’epoca certosine fin nei minimi particolari, gli abiti, l’arredamento, le macchine, i giornali, le riviste, insomma credo che Agatha Christie ‘s Poirot si meriti di stare qui in questo post, senza rimpianti, insomma.

5

Dicevo gli episodi sono 70, e io ne ho scelto uno forse minore, Triangle at Rhodes, regia di Renny Rye, tratto da un racconto e forse neanche il più famoso, Triangolo a Rodi, che compare nella raccolta “Quattro casi per Hercule Poirot” edita da Mondadori e tradotta da Grazia Griffini e Lidia Lax, nel 1990 per il centenario dalla nascita, che ben si presta a questo mio piccolo ma entusiasta omaggio. Ho anche scelto Triangolo a Rodi perché avevo sottomano il libro, e ho potuto leggere il racconto più volte, e ho potuto rivedere anche l’episodio studiandone struttura e peculiarità e facendo i debiti raffronti.
Ma partiamo dal racconto, la cui trama se vogliamo è quanto meno esile. Poirot si trova in vacanza, (Poirot viaggia parecchio, va in Iraq, in Egitto, sull’Orient express, in Costa Azzurra o anche solo in campagna a ritemprarsi). In questo episodio va a Rodi, isola del scintillante Mediterraneo cara a tanti inglesi, giusto un accenno al fatto che era sotto il governo italiano – e vi rimase fino a metà del 1943-, (nel telefilm molti soldati italiani scorrazzano sull’ isola in tenuta da figli della lupa disprezzati dagli indigeni), poi la storia ruota intorno a un comunissimo triangolo amoroso, che in realtà non è affatto quello che appare a prima vista.
Insomma poche pagine e il lettore ha un’ idea di quanto la fantasia della Christie sia capace di creare illusioni, svelandole subito dopo sotto gli occhi (più o meno disorientati) del lettore come in un abile gioco di prestigio. Naturalmente Poirot capisce tutto, ma non ha modo di intervenire nè di fermare gli eventi che inevitabilmente porteranno al delitto. Se vogliamo questo racconto ha tutti gli elementi che poi la Christie amplierà nel romanzo Evil Under the Sun, (Corpi al sole), cambiando personaggi, nomi, moventi e anche l’isola se vogliamo, ma un senso di dejavu li unisce sicuramente.

8

Da questa storia prende spunto la trama dell’episodio televisivo, prendendo numerose licenze poetiche pur mantenendosi fedele, a volte fin anche nei dialoghi, in un equilibrio forse davvero difficile da ripetere. Insomma è come se uno stato di grazia mettesse tutto al suo posto. L’episodio televisivo se vogliamo acuisce l’aspetto politico, il Poirot televisivo è fortemente antifascista, e antinazista e in molti episodi esprime chiaramente la sua avversione per Hitler e per l’occupazione del Belgio, e il suo esilio in Gran Bretagna ne è se vogliamo una diretta conseguenza, mentre nel racconto questo aspetto è forse meno marcato (unico accenno come prima dicevo che fa la Christie è l’occupazione italiana dell’isola).
Un’altra connotazione è la sua fede religiosa cattolica, spesso nelle puntate lo troviamo con un rosario in mano, o in una chiesa, testimone di una fede autentica e non posticcia, e in questo episodio proprio la conoscenza del credo cattolico lo spinge a scoprire una discrepanza che lo porterà dritto dritto a svelare la realtà dei fatti e il vero colpevole. Nel racconto è più tutto basato sulla perspicacia di Poirot nel conoscere il carattere delle persone, anche quando esse vogliono nascondere la loro vera natura.
Dicevo è una storia di inganni, di fraintendimenti, di personaggi che danno fumo negli occhi spostando l’attenzione dalla più classica dinamica che si possa pensare: un marito che ha sposato per denaro una donna e in realtà ne ama un’altra. Niente di più banale o squallido, ma la Christie nel pur minimo spazio che le concede un racconto, per dinamicità dell’intreccio, profondità psicologica dei personaggi e gusto per il paradosso dà un esempio di quanto la sua arte e la sua bravura siano capaci di fare.

10

La critica sociale è velata ma ferrea e tagliente, l’avidità che porta al delitto è specchio di una società effimera e sfaccendata, di cui certo la Christie faceva parte ma ciò non le impediva di vederne le derive pur nascoste dall’effervescenza della coreografia. L’arte del pettegolezzo, all’opera nel personaggio della signorina Pamela Lyall, (una splendida Frances Low), l’ostentazione della ricchezza, che trova tragicamente ragion d’essere nel personaggio della viziata, e per certi versi ingenua, Mrs Valentine Dacres-Chantry, la parte della moglie tradita, (in cui una donna è giusto vista come vittima e sottomessa) recitata alla perfezione dall’ambigua Marjorie Gold, l’arrampicatore sociale, con i panni del bruto e sanguigno comandante di marina Tony Chantry (c’era un lui qualcosa della scimmia primordiale), e infine Mr Douglas Gold, l’uomo di paglia, di cui la Christie si limita a dire per bocca della Lyall “è un uomo tremendamente bello”.
Visione letteraria e visione filmica insomma si fondono, dando luce a mille sfaccettature diverse, meglio di così insomma è difficile trovare. E devo aggiungere che avendo avuto modo di vedere anche il telefilm doppiato in spagnolo, il doppiatore italiano Eugenio Marinelli contribuisce e non poco alla simpatia del personaggio.

Tappa del Blogathon I migliori film tratti dai libri. A questo link potete trovare l’elenco di tutti i blog partecipanti: qui.   

:: Alice nel paese delle meraviglie; Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, Lewis Carroll (classici BUR deluxe, 2015), a cura di Maria Anna Cingolo

24 maggio 2016
7

Clicca sulla cover per l’acquisto

Alice Liddell era la figlia del decano del Christ Church di Oxford dove L. Carroll insegnava ed è per lei che il nostro autore, che per le bambine aveva un particolare ma disinteressato amore, inventò una serie di storie che l’avevano come protagonista. Così hanno inizio le sue avventure in un mondo diverso e pieno di meraviglie:

Alice saltò in piedi, perché le balenò nella mente di non avere mai visto prima di allora un coniglio fornito di panciotto e di taschino, per non parlare di orologi; e, bruciando di curiosità, lo inseguì di corsa per il campo, dove fece appena in tempo a vederlo scomparire in una gran buca sotto la siepe.
Un attimo dopo Alice si era infilata dietro a lui, senza minimamente riflettere a come avrebbe poi fatto per uscire. (pag. 36)

Alice brucia di curiosità e questo aspetto del suo carattere le permetterà di vivere una serie di strabilianti peripezie ma, naturalmente, la farà anche finire in un mucchio di guai. Proprio la curiosità, che appartiene a tutti i bambini, è l’unica chiave di lettura di quest’edizione che contiene non solo Alice nel paese delle meraviglie ma anche Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, il secondo libro che Carroll scrisse per la bambina. Infatti, questo bellissimo volume dei classici BUR deluxe, oltre alle famose illustrazioni originali, ha un asso nella manica: le note di Martin Gardner, giornalista e filosofo che si dedicò con passione allo studio di questi testi. La sua edizione annotata non è adatta a chi non è curioso e, invece, soddisfa copiosamente chi, come la piccola protagonista, ha sempre una domanda pronta e vuole ottenere tante risposte. Lo studio di Gardner nasce dall’esigenza di spiegare ogni arcano, ogni segreto o dubbio nascosto dietro parole che Carroll non ha mai scelto per caso. Infatti, pur essendo un libro per bambini, ogni frase è imbevuta di riferimenti letterari, storici, matematici e scientifici; cela giochi linguistici e palesa un nonsense che spesso è coraggioso rivelatore di una critica alla società vittoriana; a volte cita in modo originale eventi vissuti in prima persona da Carroll e dalla piccola Alice stessi. Le note di Gardner, perciò, divengono uno strumento unico ed indispensabile per una lettura davvero autentica di questi due famosissimi libri.

3

Seguendo un coniglio bianco nella sua tana in un caldo giorno di maggio o passando dall’altra parte del vetro dentro la Casa dello Specchio in un giorno d’inverno, insieme ad Alice incontreremo personaggi conosciuti e alcuni meno celebri. Tutti hanno presente il bruco che fuma il narghilè e la lepre, il ghiro e il cappellaio matto o ancora i fiori parlanti e Tweedledum e Tweedledee (Pincopanco e Pancopinco) ma la Tartaruga e il Grifone, il Cavaliere Rosso e il Cavaliere Bianco sono meno noti eppure sempre sorprendenti. Però, se sarete curiosi quanto Alice e, come vi consiglio, leggerete tutte le note di questo volume, finirete per conoscere a fondo il più eccentrico di tutti questi personaggi: Lewis Carroll stesso. Edizione annotata a cura di Martin Gardner, illustrazioni originali dalle incisioni di John Tenniel, traduzione di Masolino D’Amico.

Lewis Carroll (Daresbury 1832 – Guildford 1898) è lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, insegnante di matematica al Christ Church di Oxford, divenne diacono della Chiesa anglicana senza mai sposarsi. Anima caleidoscopica, è famoso per aver scritto due libri per Alice, la figlia del decano Liddell.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibile anche la versione ebook.

:: Il cormorano, Stephen Gregory, (Elliot, 2016)

18 aprile 2016
CORMORANO_Layout 1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Archie è un cormorano, brutto, nero, agressivo, puzzolente, sparge guano ovunque al suo passaggio con l’arroganza di un piccolo gangster. Niente è più lontano da lui del placido animale da compagnia, e nello stesso tempo esercita un fascino quasi ipnotico nelle persone che incontra sul suo cammino di volatile. Almeno, quasi in tutte. Specialmente quelle di sesso maschile. Come entra nella vita di una simpatica e giovane famiglia inglese, John il marito, Ann, la moglie, il piccolo Harry di 11 mesi e un gatto? In modo bizzarro, se vogliamo per uno scherzo del destino. Uno scherzo crudele e malefico che porterà con sé un’ immancabile tragedia, e la cappa opprimente e claustrofobica di questo senso di imminente rovina ci accompagna per tutto il libro, prima come un presentimento, poi in modo sempre più concreto.
Ma andiamo con ordine. Lo zio di John, Ian, anche lui insegnante frustrato, un giorno salva da una chiazza di petrolio un cormorano. Da quel giorno l’adotta, provvede alla sua sussistenza passando sul fatto che l’animale è ben poco riconoscente: è prepotente, ingordo, violento. Ma esercita su Ian un’ influenza misteriosa che sembra destinata ad essere ereditata dal nipote. A un funerale infatti Ian lo incontra e intravede una sorta di fratellanza. Capisce che è la persona giusta per occuparsi di lui, una volta morto. Quindi fa testamento e ditribuisce i suoi beni, tra i componenti della famigliola: al piccolo Harry i contanti, a John un cottage nel Galles. Sia John che Ann non vedono l’ora di lasciare la città per la pace e l’isolamento di questo borgo pittoresco, dove John potrà finalmente scrivere il manuale che ha sempre sognato di poter portare in classe, scontento dei testi inadeguati e superati su cui è costretto a insegnare. Unica clausola, occuparsi del cormorano. Chi di noi non lo farebbe in cambio di un anche piccola eredità? (Attenti a rispondere sì, che qui scatta l’immedesimazione tra lettore e voce narrante, e poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto).
Allora John accetta l’eredità, vende la casa in città e con il ricavato fa ristrutturare il piccolo cottage, lo rende accogliente (con libri, tappeti, un bellissimo camino) e ci si trasferisce con tutta la famiglia. Lui può lavorare al suo libro, mentre Ann lavora in un pub del piccolo borgo. Una sistemazione ideale. La calma prima della tempesta, direbbero i più scafati.
E infatti una sera di pioggia arriva in una cassa di legno bianco il cormorano. John si crede preparato all’incontro, ha letto in alcuni libri cosa mangia, non pensa sia più difficile che occuparsi di una grossa oca, e commette l’imprudenza di aprire la cassa in salotto. Non l’avesse mai fatto. E’ il caos. Guano dappertutto, sui libri, sulle pareti, sul divano, e una puzza di alghe e decomposizione invade il locale. Ann è terrorizzata, Harry piange, il gatto corre a nascondersi e John traffica un po’ per rimetterlo nella scatola e portarlo fuori, improvvisandogli una gabbia di fortuna. A questo punto meglio avrebbe fatto a mollare tutto, cottage, soldi, promesse mute allo zio defunto (entità inquietante e malefica che infesterà l’intero romanzo, ogni volta che si sente puzza di sigari) e prendere la sua famiglia e scappare via. Ma naturalmente non lo fa. Sarà l’avidità, sarà l’attaccamento che già prova per il volatile, sarà che il male spesso ci attrae più di quello che ci ripugna, e spesso non lascia scampo.
Ora non vi racconto altro della trama, starà a voi leggere il libro, (sono poco più di 100 pagine, più che altro una novella) ma sta di fatto che sarà difficile che non cadiate anche voi nella tela che l’autore ha tessuto. Il cormorano, (The Cormorant, 1986) di Stephen Gregory, edito in Italia da Elliot e tradotto da Daniela e Monica Pezzella, è un classico horror anni ’80. Di quelli che più che spaventare o spargere terrore con trucchetti a effetto o sangue a profusione (a parte la scena dell’aggressione al gatto, non c’è altro di veramente gore), creano un’ inquietante aura di malvagità e dannazione che evapora dalle pagine. A un certo punto mentre leggevo mi è caduto il caffè che stavo bevendo, per precisione tra pagina 109 e 110, ora lì c’è una bella macchia proprio a forma di cormorano, giuro. (Ricordatemi di non bere caffè mentre leggo un romanzo di tensione).
Prima dell’incidente ho pensato che la storia potesse essere una metafora ambientalista, un elogio della natura madre – matrigna (sono bellissime le descrizioni naturalistiche che l’autore fa, facendoci conoscere il Galles più selvaggio). La scena dei gabbiani, poi, che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage, molto ricorda le atmosfere de Gli uccelli di Hitchcock. Ma pian piano che leggevo, il cormorano perdeva la sua aura malvagia, (anche il rapporto di fiducia e amicizia con John, contribuisce in questo), per acquaistare un che di eroico. Prima vittima dell’uomo, (ricordiamo la chiazza di petrolio), poi messo in cattività in una gabbia di polli, poi portato a pescare, dove finalmente può far emergere la sua natura ( e diventa, fin bello, aggraziato, abile, coraggioso) e pure Ann suo malgrado lo nota. Ma la malvagità risiede nel patto mefistofelico contratto con lo zio Ian, un grumo nero che farà scivolare la storia vervo l’inevitapile epilogo finale.
Ci ha messo trent’anni ad arrivare in Italia questo libro, ora speriamo che anche altri libri di Gregory vengano tradotti. Evito di recriminare su queste lentezze editoriali, ormai il discorso si è anche fatto ripetitivo, e si ha sempre la sensazione che a noi delle colonie non arrivino mai i libri veramente belli. Il cormorano è un’ eccezione, a cui dobbiamo dire grazie anche alle due coraggiose traduttrici, che oltre ad avere fatto una efficace traduzione, l’hanno fortemente voluto e proposto alla Eliot. Forse solo la spaziatura in paragrafi l’ho trovata un po’ pesante, ma penso rispecchi fedelmente il testo originale. Ora vi lascio, buona lettura e ricordatevi che la cattiveria degli animali non è mai minimamente paragonabile a quella vera dell’uomo.

Stephen Gregory Nato a Derby, in Inghilterra, nel 1952, si è laureato in legge all’Università di Londra e ha lavorato come insegnante in diversi paesi. È autore di numerosi romanzi tradotti in varie lingue. Ha vissuto per un periodo a Hollywood, lavorando come sceneggiatore con William Friedkin.

Source: libro inviato dal traduttore, ringraziamo Monica Pezzella per avercelo proposto e fatto conoscere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016)

23 gennaio 2016
sarta

Clicca sulla cover per l’acquisto

Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era infondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e infondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Shirley, Charlotte Brontë (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015
unnamed

Clicca sulla cover per l’acquisto

Fazi editore continua la sua riproposta di classici ottocenteschi inglesi con un libro meno noto di Charlotte Brontë, Shirley, suo secondo romanzo dopo Jane Eyre, assente dalle librerie dagli anni Novanta, quando ci furono un paio di edizioni per gli Oscar Mondadori e per la Newton Compton.
Si tratta di una storia abbastanza diversa da quella di Jane Eyre, romanzo di formazione con elementi gotici: qui l’autrice abbraccia infatti un registro più sociale, ambientando la vicenda nello Yorkshire dell’inizio Ottocento, in piene guerre napoleoniche, e incentrando il tutto su Shirley, giovane ereditiera, che si trasferisce nel villaggio in cui c’è parte della sua ricchezza, tra terreni, casa, quote in un’azienda, un po’ come succederà ad un’altra famosa eroina inglese, la Bathsebea di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy. Qui diventa amica di Caroline, orfana e piena di debiti, innamorata di Robert Moore, imprenditore in difficoltà e desideroso di riscattare il buon nome della sua famiglia. Robert non può permettersi, per motivi economici, di seguire il cuore e scegliere Caroline, mentre sarà attratto dai soldi di Shirley, che però preferirà qualcun altro, tra altri gentiluomini che si contenderanno i suoi favori, attratti comunque dalla sua insolita situazione che la rende la parte forte all’interno di una possibile coppia.
Shirley è un romanzo in cui tornano gli interessi femministi dell’autrice, visto che ancora una volta traccia due ritratti di donne anticonvenzionali, due amiche agli antipodi ma capaci di sostenersi a vicenda. Anche l’intreccio sentimentale non è melenso, ma realistico e soprattutto insolito, riproponendo di nuovo la ricerca di un sentimento moderno e maturo e non dettato dalle convenzioni sociali.
Quello che colpisce poi più di tutto è il contesto storico e sociale, che ricostrruisce un’epoca fondamentale come eventi esterni e interni della Gran Bretagna, alla base della costruzione poi di una società che durò per tutto l’Ottocento.
Per questo motivo Shirley è un classico da riscoprire, con forti elementi di modernità e di interesse, oltre che essere il libro a cui molte donne e ragazze, da allora in poi, dovettero il loro nome, ancora oggi abbastanza diffuso in ambito anglosassone.

Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.