Posts Tagged ‘Maria Anna Cingolo’

:: Se una notte d’inverno un narratore. Viaggio a fumetti nelle opere di Italo Calvino, Gianluigi Pucciarelli/Redhouse Lab (Beccogiallo, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

31 maggio 2017
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Se una notte d’inverno un narratore. Viaggio a fumetti nelle opere di Italo Calvino è un graphic novel pensato, scritto ed illustrato in onore di Italo Calvino, considerato oggi l’ultimo degli scrittori classici della letteratura italiana.
Il filone centrale del testo ha come protagonista un uomo dal volto oscurato che rappresenta il lettore, ogni lettore, come me e come te. Il lettore, che durante la storia incontrerà anche la lettrice, vuole leggere la biografia di Calvino ma, proprio come succede nella quasi omonima opera calviniana (Se una notte d’inverno un viaggiatore), il testo che ha davanti si rivela altro da quanto aspettato e spinge la curiosità del protagonista verso una ricerca mai pienamente soddisfatta. Più si ha sete di conoscenza, più il risultato della queste non disseta pienamente. Il lettore si ritroverà a leggere accidentalmente sezioni di altre opere di Calvino, iniziando con Il barone rampante, continuando con Il sentiero dei nidi di ragno, Ti con zero, e Le città invisibili finendo con Il castello dei destini incrociati. Ciascuna di queste parti costituisce un capitolo a sé, intervallato da intermezzi che descrivono l’avventura del lettore e della lettrice alle prese con la loro straordinaria avventura metaletteraria. Ogni capitolo ha un titolo aggiuntivo che lo connota e gli attribuisce una chiave di lettura intelligente: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, ovvero i cinque titoli delle cosiddette Lezioni americane, un ciclo di conferenze che Calvino fu chiamato a presiedere ad Harvard nel 1984 nell’ambito delle Poetry Lectures ma che per le sue aggravate condizioni fisiche non furono mai tenute, solamente pubblicate postume.
Ideatore di questo bellissimo omaggio ad Italo Calvino è Gianluigi Pucciarelli che, avendo studiato da sceneggiatore, ha avuto fin dall’inizio in mente la congiunzione tra letteratura nel senso più classico ed illustrazione. I disegnatori provengono dal Redhouse Lab, la prima scuola di illustrazione e fumetto lucana e in questo testo si sono divisi equamente il lavoro. Se, infatti, esistono tanti modi di scrivere concentrandosi, per esempio, su uno dei cinque fondamentali sostantivi che danno il titolo ai capitoli del libro, così il disegno può veicolare sensazioni diverse, ponendosi obiettivi precisi e vari. Pertanto, gli stili che avrete modo di incontrare sfogliando queste pagine, sono frutto di un’arte che rimane fedele ai colori del testo, arricchendolo, rendendolo ancora più intellegibile e limpido.
Se una notte d’inverno un narratore è, proprio come afferma il sottotitolo, un vero Viaggio a fumetti nelle opere di Italo Calvino, un percorso senza meta o forse il cui traguardo è il tragitto stesso. La vera conquista, infatti, è non smettere mai di essere curiosi, non saziarsi, non essere satolli di conoscenza perché, senza insuperbirsi come l’Ulisse dantesco, la Verità assoluta è impossibile da raggiungere ma l’avventura che ci avvicina ad essa è un tesoro indescrivibile. Perciò, iniziate a riempire il vostro forziere procurandovi questo volume: se avete già letto l’opera di Calvino, potrete abbracciarla sotto nuove vesti, altrimenti darete inizio al vostro meraviglioso viaggio negli scritti di uno scrittore unico, vero orgoglio della letteratura nostrana.

Gianluigi Pucciarelli vive tra Salerno e Potenza. Tra i suoi libri Gian Maria Volonté sempre per la BeccoGiallo edizioni (2014)

Redhouse Lab è la prima scuola lucana del fumetto e dell’illustrazione che ambisce a costituire un centro di formazione, informazione e produzione nell’ambito della comunicazione per immagini. A questo volume hanno partecipato Gianfranco Giardina, Giulio Giordano, Annamaria Santopietro, Mario Berillo, Rosa Maria Gallone, Alessandra Messina, Marìca Montemurro, Fabio Ponticelli e Carmen Violante.

Suorce: inviato al recensore dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Liberi junior – SuperSorda!, Cece Bell (Piemme junior/Il battello a vapore, I vortici, 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

16 maggio 2017
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SuperSorda! è uno dei titoli di esordio della nuova collana del Battello a vapore, I Vortici, dedicata ai ragazzi a partire dai dodici anni. Questo graphic novel, il primo della casa editrice, racconta l’infanzia dell’autrice ed illustratrice Cece Bell, tra elementi puramente autobiografici e alcuni di fiction. Cece è una coniglietta come le altre, è molto carina, ha una bella famiglia e una vita ordinaria, questo finché a quattro anni la meningite non le procura una sordità di un livello tra il grave e il profondo. La sua vita, naturalmente, cambia. La piccola Cece è costretta a portare un apparecchio fonico, una scatoletta ingombrante a cui si legano degli auricolari e senza la quale Cece non distingue le parole. La sordità della protagonista è resa visivamente attraverso i baloon, il cui contenuto è vuoto quando Cece non sente nulla, è sbiadito quando sente molto poco e molto spesso è costituito da parole prive di senso, come il suono che, distorto, arriva alle orecchie lunghe di Cece. 3Queste strategie rappresentative aiutano molto il lettore ad immedesimarsi nella difficoltà vissuta dalla piccola coniglietta e negli sforzi che deve compiere per comunicare. Cece deve osservare sempre il labiale degli altri, frequentare controvoglia lezioni di lingua dei segni, sopportare amiche che le parlano urlando e a rallentatore o fare finta di ridere per quello che dicono alla radio; la coniglietta cerca di nascondere la sua sordità e vuole essere come una qualsiasi delle sue compagne di giochi. Di fronte alle avversità, Cece si immagina in veste di supereroina, SuperSorda che con strabilianti poteri e con il suo apparecchio fonico riesce a risolvere ogni situazione: i litigi con le amichette, la goffaggine di fronte alla prima cotta, le ingiustizie e le lezioni di educazione fisica. Piano piano Cece inizierà a percepirsi come SuperSorda anche nella realtà e non solo nell’immaginazione, scoprendo la differenza che c’è tra sentire bene e sentirsi bene.

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L’autrice da piccola

La piccola coniglietta di SuperSorda! spiega ai ragazzi di oggi, vittime di una società che li intrappola nell’omologazione più ferrea, l’importanza della diversità e dell’inclusione. Come Cece, infatti, tutti siamo diversi ed è questo il nostro superpotere; il compito che ciascuno di noi ha è quello di utilizzarlo a fin di bene, proprio come farebbero gli eroi dei fumetti, impegnandoci affinché le differenze che ci contraddistinguono non siano più percepite come carenze e difetti, ma come quella ricchezza aggiunta che ci rende unici al mondo.
Traduzione di Elena Orlandi

Cece Bell è autrice e illustratrice di libri per ragazzi e con Supersorda! ha vinto numerosi premi come il Newbery Honor 2015 e Eisner Award 2015.

Source: libro inviato al recensore dalla casa editrice. Ringraziamo Federica del web marketing Piemme Junior.

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:: Le otto montagne, Paolo Cognetti (Einaudi Supercoralli, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

4 maggio 2017
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(…) questa storia è uscita così com’è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine.
(paolocognetti.blogspot.it)

Nel novembre 2016 esce nella collana Supercoralli di Einaudi “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, un libro destinato presto al successo, venduto in trenta paesi prima della pubblicazione, vincitore del Premio ITAS del Libro di montagna 2017 e oggi tra i candidati al premio Strega 2017. Molti lettori imparano a diffidare del caso letterario e dei libri tutto fumo e niente arrosto ma, rimanendo nella metafora, questa volta ogni pezzo (di pagina) è succulento.
Nel suo blog, Cognetti racconta l’episodio autobiografico che lo ha spinto a tradurre in parole i suoi ricordi, scrivendo una storia che è sempre stata viva dentro di lui e lo ha accompagnato in ogni passo. Protagonista è Pietro, figlio di due genitori amanti della montagna che si sono conosciuti e innamorati sotto le Tre cime di Lavaredo e che, sebbene in modo diverso, cercano di trasmettere la loro grande passione anche al figlio, portandolo ogni estate a Grana, in Val d’Aosta. Qui Pietro diventa amico di Bruno, un bambino che non ha mai messo piede in città e che, poco considerato dai genitori, sembra essere più che altro un figlio della montagna, un ragazzo selvatico.
Il libro attraversa un arco temporale che va dagli anni della fanciullezza di Pietro fino all’inizio della sua maturità, concentrandosi pochissimo sugli inverni passati a Milano e poi a Torino, preferendo le estati, quando la montagna diventa più accogliente. L’amicizia con Bruno e il complicato rapporto tra Pietro e suo padre sono il cuore di questo romanzo in cui i personaggi maschili, il loro modo di esprimere affetto e dolore, vengono messi sotto una lente di ingrandimento. Meno spazio è dedicato all’ universo femminile che, nonostante il ruolo secondario, appare però più forte e risoluto: il vento contrario non sposta le donne di questo libro, proprio come non muove le Alpi. Crescendo, Pietro cerca il suo posto nel mondo e lo trova sempre tra i monti ma questa volta quelli altissimi dell’Himalaya, in Nepal; nel frattempo, abituato al Grenon estivo, deve tornare a Grana e confrontarsi con l’inverno che dipinge tutto di bianco e dà sepoltura ai ricordi.
La prosa di Cognetti rifugge ridondanze, fronzoli e asianesimi, descrivendo la montagna con la purezza di chi l’ha vista e vissuta da sempre e che sa che la sua bellezza non ha bisogno di essere accresciuta perché la realtà, priva di sentimenti retorici, è più che sufficiente per raccontarla. Questo romanzo, ad onor del vero, è speciale. È uno di quei rarissimi libri che sono un dono. In queste pagine, della montagna Cognetti ci regala i panorami mozzafiato, l’aria pulita e il cielo terso, le arrampicate e i ghiacciai, i torrenti e le case di legno. Ci permette di conoscere l’anima della montagna che si traduce forse in un modo di accogliere la Vita, il bene che offre e il male che impone, con un’energia e una dignità estranee ai “topi di città”.

Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio. 

Chiuso questo libro, vi alzerete anche voi di notte con il desiderio di scappare dalla città, cercando quella pace che vi manca e che “Le Otto montagne” era riuscito a darvi.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Autore di documentari a carattere sociale, politico e documentario, ha esordito come scrittore nel 2004, pubblicando raccolte di racconti pluripremiate per Minimum Fax e Terre di mezzo editore.

Source: Libro in prestito in biblioteca.

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:: Il cuore in libertà, Emily Dickinson (Salani, collana Poesie per giovani innamorati, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

22 marzo 2017

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IL CUORE IN LIBERTÀ

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Il cuore in libertà” è una raccolta di poesie di Emily Dickinson che prende il titolo da un verso del celebre componimento 384:

No rack can torture me- /my soul – at Liberty- (Per me non c’è tortura/ho il cuore in libertà)

e che si inserisce all’interno di una collana che ha come scopo quello di avvicinare un pubblico giovane alla poesia, genere letterario apprezzato con più difficoltà.
Sono a tutti note le qualità artistiche di Emily Dickinson, personalità alquanto fuori dall’ordinario che ha scelto per sé un destino discordante rispetto ai dettami della società, decidendo a soli ventitré anni di chiudersi al mondo e vivere in solitudine. Proprio la solitudine resta uno dei temi più ricorrenti nei versi di questa raccolta Salani; la poetessa scrive infatti nel componimento 405:

“it might be lonelier/without the Loneliness/ I’m so accustomed to my Faith (mi sentirei più sola/ senza la solitudine/al mio destino ho fatto l’abitudine”).

La sua penna evoca con delicatezza un amore che la scrittrice non sembra aver mai sperimentato davvero, un sentimento platonico che viene spesso descritto in metafora, attraverso allusioni senza veri contorni che, però, riescono a prendere forma nella mente del lettore, suggerendo atmosfere romantiche. Lo sguardo della Dickinson è fuori dagli schemi della società, così come lo è il suo rifiuto del matrimonio o di alternative religiose, e a volte sembra quello di un bambino: curioso, attento, mai banale. Emily guarda alla vita e alla natura in modo diverso dagli altri. Descrive le api, il vento, il sole e il mare come se fossero suoi conoscenti; incontra i germogli, le stelle, un grillo e un pettirosso e li fa giocare con le sue parole: tutto si fa scrittura e il creato diviene manifestazione viva e immortale di ciò che la poetessa prova. Oltre a solitudine, amore e natura, ampio spazio è riservato anche al desiderio di morte, alla quale Emily anela in modo ambiguo eppure semplice e naturale.

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Il suo poetare è una melodia, è il ritmo della natura riprodotto in lettera; la Dickinson spezza i versi facendo uso di un’interpunzione che esprime la necessità della scrittrice di veicolare il dramma e il sentimento della sua esistenza. La frammentazione del verso si lega indissolubilmente a quella dell’animo di Emily ma anche a quello di chi legge e rimane scosso dal suo terremoto sintattico, dal mistero non svelato della sua scrittura, dalla rivelazione del mondo, oscura e quasi iniziatica, che la Dickinson vuole trasmetterci ma allo stesso tempo tenere tutta per sé. Nicola Gardini, curatore di questa edizione, affronta con successo l’avventuroso compito di tradurre in italiano la poesia della Dickinson, rispettando le sue scelte stilistiche, il ritmo, le rime, la brevità e il linguaggio. Gardini si è preso cura di Emily, della fragilità e della forza della sua arte, in questa edizione che è un brillante tentativo di valorizzare i testi poetici agli occhi di ragazzi e ragazze, e non solo.
Traduzione di Nicola Gardini.

Emily Dickinson nata ad Amherst nel 1830 nel cuore dell’America puritana e muore nello stesso luogo nel 1886. Si definì “regina”, “zingara”, “strega”, “monaca ribelle” e trascorse quasi tutta la sua vita nella casa dei genitori, scegliendo di confinarsi nella sua stanza. Dopo la sua morte, la sorella Vinnie fece pubblicare le poesie di quest’autrice che è considerata una delle maggiori poetesse del suo secolo.

Nicola Gardini è traduttore e poeta.  Vive tra Oxford e Milano, insegna Letteratura italiana all’università di Oxford. Ha tradotto classici come Ovidio, Marco Aurelio, Catullo e versi di Woolf, Hughes, Auden e Simić. Di grande successo la sua ultima pubblicazione per Garzanti “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

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:: Le nostre anime di notte, Kent Haruf (NN Editore, 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

13 marzo 2017
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Kent Haruf è stato uno scrittore americano di innegabile talento, morto nel 2014 e al quale la NN editore ha deciso di legare il suo destino, pubblicando i suoi libri dal 2015. Benedizione, Il canto della pianura, Crepuscolo, acquistabili anche insieme in un cofanetto intitolato Trilogia della pianura, sono tutti ambientati ad Holt, cittadina immaginaria del Colorado. Nelle stesse strade prende vita anche l’ultimo racconto lungo di Haruf, Le nostre anime di notte, subito bestseller e sulla base del quale verrà girato un film originale Netflix, con protagonista Jane Fonda.

“Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.”

Addie Moore e Louis Waters, entrambi relativamente anziani, vedovi e con figli, decidono di frequentarsi per tenersi compagnia e trovare il coraggio di non dimenticare di vivere. Di notte, Addie e Louis si raccontano attraverso dialoghi semplici e non costruiti, conversazioni che danno l’impressione di essere esistite, parole vere perché chi le proferisce è autentico. Infatti, i due protagonisti sono persone comuni con storie ordinarie ed hanno sperimentato i doni che la vita regala generosamente ma anche quelle croci che attribuisce con violenza e senza chiedere: la loro vita è quasi finita ma ancora non vogliono smettere di vivere e per questo iniziano una relazione di amicizia e d’amore. Il loro rapporto non rispetta le puritane regole sociali delle cittadine americane di periferia e fa parlare gli abitanti di Holt, ma, scegliendo di essere liberi, i due non si interessano dei pettegolezzi della gente, anche se in questa storia alcuni giudizi hanno inevitabilmente più peso di altri. Addie e Louis escono dalla prigione della solitudine tenendosi per mano ed incarnano in modo intimo, delicato e quotidiano la Bellezza. In centosettantacinque pagine, il lettore trova il tempo di riscoprirsi, riassaggiando con sorpresa la beatitudine e il conforto nei piccoli gesti, nell’abbraccio della natura, nella presenza calda e rassicurante di chi si sceglie di avere accanto.

“Di nuovo in camera di Addie, Louis mise una mano fuori dalla finestra e sentì la pioggia che gocciolava dalle grondaie, quindi tornò a letto e con la mano bagnata sfiorò la guancia morbida di Addie.”

Le nostre anime di notte è una carezza sul viso piena di questa stessa premura e della consapevolezza che esista una pioggia capace di far fiorire ogni fase della nostra vita, trasformandola sempre in primavera.
Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: La memoria dell’acqua, Mathieu Reynès e Valérie Vernay (Tunué, collana tipitondi, ristampa 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

7 marzo 2017
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Vincitore del premio Gran Guinigi al Lucca Comics 2013 per Miglior storia lunga, La memoria dell’acqua torna in stampa in una nuova edizione arricchita di extra.
Dopo la separazione dei suoi genitori, l’adolescente Marion si trasferisce nella casa in cui la madre Caroline viveva da bambina, un edificio vecchio ma stabile, situato in prossimità di una scogliera. Mentre Caroline è alla ricerca di un nuovo inizio, Marion passa il suo tempo ad esplorare i luoghi che circondano la sua nuova casa; rimane subito affascinata dal mare che costituisce un forte richiamo, facendola spesso finire nei guai. La ragazzina è dotata di un acuto spirito di osservazione e la sua curiosità la spinge ad indagare sulla scomparsa del nonno e sulle strane rocce scolpite presenti nel paese e nei suoi dintorni. Più di ogni altra cosa, Marion è attratta dall’isolotto del faro, determinante per dare inizio ad un’avventura piena di suspance, da seguire pagina dopo pagina. Infatti, un’oscura leggenda mette in pericolo il villaggio e tiene in pugno il destino di alcuni dei suoi abitanti.

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Valérie Vernay illustra magnificamente questa storia avvincente, prendendo spunto dallo spettacolo naturale offerto dalla Bretagna che “si è letteralmente imposta” nell’immaginario degli autori nel momento di scegliere l’ambientazione delle vicende, probabilmente anche per le numerose leggende ancorate a questa terra. I colori sono fondamentali e guidano la scoperta della bambina e il suo viaggio nella memoria dell’acqua, evidenziando i momenti cruciali, le rivelazioni ed i pericoli semplicemente attraverso una diversa scelta cromatica. Il colore dominante è il blu, quello del cielo ma soprattutto del mare che si contende il ruolo di protagonista insieme alla piccola Marion. Il mare calmo e tranquillo, lo stesso mare che può improvvisamente trasformarsi in tempesta rovinosa e mortifera.

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Il finale della storia, che non può essere svelato in questa sede, non chiude del tutto la storia e nascerà in voi il desiderio di saperne di più, bramando un prossimo volume. A tal proposito gli extra di questa edizione ci lasciano sperare, scrivono infatti gli autori nell’ultimissima pagina: “Per più di due anni abbiamo convissuto quotidianamente con Marion e Caroline. Alla fine dell’avventura ci è dispiaciuto separarci da loro, ma speriamo nel prossimo futuro di poterci ritrovare!”.
Ne La memoria dell’acqua, Marion si tuffa all’indietro in un passato pieno di misteri da svelare, correndo il rischio di affogare nei suoi pericoli. Riemergere la renderà più consapevole del suo presente ma tornare a riva non sarà per niente facile: i colpi di scena sono assicurati. A voi non resta che buttarvi giù dallo scoglio e seguire Marion in un graphic novel che disseta gli impavidi ma sa anche come farli commuovere.

Mathieu Reynès (1977) è un illustratore e sceneggiatore francese. Dopo un’istruzione di tipo scientifico, si è concentrato sull’animazione 3D. Ha lavorato a tempo pieno come disegnatore di fumetti in collaborazione con lo sceneggiatore Frédéric Brrémaud, realizzato script di libri umoristici e creato la serie Alter Ego con Denis Lapière e Pierre-Paul Renders per Dupuis (2007).

Valérie Vernay (Lione, Francia, 1976) inizia la sua formazione come illustratrice presso la scuola d’arte Émile Cohl. Dopo la laurea realizza il suo primo libro per bambini, Il guardiano della notte, con la casa editrice Petit à Petit (2000). Ha partecipato a diverse collettive e ha lavorato come colorista per Sexy Gun, volumi 1 e 2 (Delcourt) prima di realizzare l’adattamento a fumetti de La guerra dei bottoni (Petit à Petit, 2005).

Source: copia inviata al recensore. Si ringrazia Simone dell’ufficio stampa Tunué.

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:: Non sei mica il mondo, Raphaël Geffray (Tunué, collana tipitondi, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

4 marzo 2017
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Edito da Tunué nella collana tipitondi, Non sei mica il mondo è il primo graphic novel di Raphaël Geffray e ha come protagonista Bené, un bambino di otto anni e mezzo, aggressivo, irascibile e con una storia familiare dolorosa. Bené è analfabeta perché il suo atteggiamento violento non è accettato nelle scuole e per questo ogni volta viene cacciato ancor prima di poter imparare a leggere e a scrivere. All’inizio di Non sei mica il mondo, Bené giunge alla porta della direttrice dell’ennesima scuola, la Scuola dei colori, e viene mandato nella classe della maestra Valentine. Il bambino continua a comportarsi molto male, finendo subito nei guai come tutti in fondo si aspettano. Bené, infatti, è consapevole della maschera che si è costruito e che gli altri continuano ad attribuirgli: è la stessa maschera che disegna, quella di un viso arrabbiato e cattivo, quella di un bambino da allontanare. La maestra Valentine, però, non si lascia convincere dalle apparenze, crede nelle sue potenzialità, glielo dice e glielo dimostra, riuscendo ad entrare in contatto con lui. Così Bené, proprio nel periodo di carnevale, quando si può scegliere di essere chi più si vuole, decide per una volta di provare ad essere sé stesso; inizia a relazionarsi con i suoi coetanei integrandosi e facendosi degli amici; grazie alle cure di Valentine impara a leggere le scritte e anche un po’ quel mondo che prima non riusciva a decifrare. Quando, però, alla maestra viene affidata un’altra classe, tutto quanto cambia e Bené rimette la sua maschera, tornando il bambino dagli occhi grandi e spenti, rabbioso e incontrollabile, che era nelle prime pagine.

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Geffray lascia raccontare questa storia soprattutto alle immagini. Non ci sono colori in questo graphic novel, tranne il bianco e il nero, tutto appare senza speranza e cupo, così che il lettore si senta incompreso e in trappola come Bené; i disegni spesso si trasformano in gomitoli di linee, un labirinto dove l’unica via di uscita è chiudersi in sé stessi; le immagini spesso si fanno sfocate come quelle di un incubo che, una volta aperti gli occhi, speri finisca e invece rimane lì, perché la realtà spesso sa essere peggiore.
Non sei mica il mondo racconta la vita di un ragazzino difficile che non desidera altro che essere come gli altri ma è troppo fragile per credere in sé stesso con le proprie forze. Bené ha bisogno che qualcun altro lotti per lui, si impegni e gli dia quella possibilità di ricominciare che la vita sembra avergli strappato dalle mani prematuramente. Per questo Geffray ha creato il personaggio di Valentine, una maestra che non si dà per vinta e urla a Bené “io non ti mollo!”. Non sei mica il mondo vuole ricordarci l’importanza di una didattica veramente inclusiva, di una scuola che si prenda cura di ogni bambino senza mai trascurare quei casi difficili che non si inseriscono nello standard previsto. “Straordinario”, infatti, significa “fuori dall’ordinario” ma può allo stesso modo essere sinonimo di “meraviglioso” così come di “anomalo”: la differenza sta nella decisione dell’insegnante di non mollare.

Raphaël Geffray: francese d’origine, si stabilisce in Belgio per studiare illustrazione e fumetto, e lì comincia a firmare i suoi primi lavori. Con Non sei mica il mondo (C’est pas toi le monde), porta ora in Italia un’opera d’esordio che l’ha già reso celebre.

Source: libro inviato al recensore dalla casa editrice. Ringraziamo Simone dell’ufficio stampa Tunué.

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:: Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

23 febbraio 2017
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Nel 1917 veniva per la prima volta messa in scena una commedia scritta da Luigi Pirandello: Così è (se vi pare). Fulcro di questa rappresentazione teatrale è l’impossibilità di conoscere la Verità assoluta perché ognuno è portatore di una propria versione dei fatti che riconosce come vera e che spesso entra in contrasto con quella che gli altri chiamano verità. A distanza di anni, in “Tutto quello che non ricordo” Jonas Hassen Khemiri persegue lo stesso scopo attraverso mezzi diversi.
In questo romanzo, uno scrittore vuole ricostruire le vicende legate alla morte di Samuel, cercando di capire mediante le testimonianze dei suoi cari, se quello del ragazzo sia stato un tragico incidente stradale o se abbia deciso volontariamente di togliersi la vita.

“(…) il sole splendeva, i ragazzi tedeschi parlavano dei pomodori ananas, davanti a un negozio di mobili c’era un furgone da cui uscivano lampade e cassettiere, sui tavolini di un bar all’aperto la birra scintillava nei bicchieri di plastica, era una bella giornata, la gente stava bene, le bici trotterellavano sul pavé, i taxi suonavano il clacson, i gatti miagolavano, la città pulsava, ma Samuel era morto.” (pag. 81)

La narrazione è originale, tanto spezzata ed inusuale quanto piacevole. Infatti, la descrizione di Samuel, della sua vita e delle sue giornate è raccontata contemporaneamente da due voci di cui una è quella di Vandad, il migliore amico che ora si trova in carcere. La seconda voce varia: si tratta di quella della Pantera, amica di infanzia di Samuel, artista contemporanea trasferitasi a Berlino; è la voce di Laide, interprete attivista per le donne immigrate che subiscono violenza, grande amore di Samuel; è la voce della mamma del giovane che si rifiuta di incontrare lo scrittore e comunica solo attraverso messaggi; infine, è la voce della nonna di Samuel, a cui il ragazzo era tanto affezionato ma alla quale la malattia sta togliendo senno e ricordi. Le loro parole si aggiungono alla versione raccontata da Vandad, cambiando il punto di vista degli avvenimenti e il colore dei dettagli. Ognuno di questi personaggi ha conosciuto Samuel e lo descrive in modo diverso, seguendo le proprie sensazioni attraverso un personale filtro percettivo. Pagina dopo pagina le contraddizioni aumentano e, sotto il dominio di un relativismo imperante, diviene sempre più complesso comprendere quale traduzione della realtà sia vera. Forse tutte. Forse nessuna.

«E dai! Ci divertiamo. Pensa alla Banca delle esperienze!»
«La Banca delle esperienze?»
«Per quanto palloso possa essere, ce ne ricorderemo. E allora ne vale la pena, no?» (pag. 69)

Samuel è un ragazzo particolare, sempre alla ricerca di situazioni che possano essere ricordate e inserite in quella che chiama la Banca delle esperienze. Vorrebbe ricordare tutto quanto, come se dimenticare equivalesse a non vivere e portasse ad essere ad un passo più vicini alla morte. Samuel, però, non ha una buona memoria e ha bisogno di legare episodi ad oggetti e di scrivere tutto nei suoi taccuini. L’oblio lo spaventa al punto tale di sentire la necessità di esagerare, riempiendo la sua Banca con azioni sempre fuori dall’ordinario, abusando spesso di alcol e droga. L’intensità delle sensazioni provate lo fa sentire vicino al cuore della vita e lo aiuta a non dimenticare. L’amore per Laide è altrettanto intenso e a lungo sostituisce l’esigenza di soddisfare la Banca delle esperienze. Attraverso questo personaggio, Khemiri affronta problemi di natura complessa come la violenza sulle donne e il razzismo.

Donne che erano state maltrattate, violentate, bruciate con le sigarette. Uomini che si lamentavano di essere stati discriminati nel mercato immobiliare e in quello del lavoro, e che quando cercavano di denunciarlo all’autorità contro la discriminazione, venivano discriminati anche lì. Donne prese a calci negli stinchi, con gli occhi così gonfi da non riuscire a tenerli aperti. (…) Erano avvocati dello Jämtland, campioni del triathlon nati in Finlandia, volti noti delle tv svedese. Erano fruttivendoli siriani, violinisti belgi, alcolizzati della Scania. Ma gli uomini non avevano importanza. Gli uomini erano superflui. Erano le donne che volevo aiutare. (pag. 115)

L’autore ha sperimentato sulla sua pelle il razzismo essendo per metà origine svedese e per l’altra metà tunisino. Sebbene la sua famiglia fosse benestante e gli abbia garantito gli studi migliori e una casa nel centro della città, il suo nome e la sua genìa sono sempre stati malvisti e percepiti come stranieri, laddove straniero assume il valore di nemico e di pericolo, all’ombra di quel razzismo che diviene uno dei temi principali della scrittura di Khemiri e bersaglio della sua denuncia. Allo stesso modo, Samuel ha madre svedese e padre nigeriano, porta un nome europeo che avrebbe dovuto facilitare la sua assunzione negli ambienti di lavoro; anche lui da piccolo ha subito atti di bullismo: lo chiamavano “«Gabbiano» per il colore della sua pelle che era bianca e nera allo stesso tempo”.
In bilico tra la scrittura e l’oralità, non avrete la sensazione di leggere ma quella di essere lì, davanti a chi parla ed ascoltare. Poi, proprio come lo scrittore protagonista del romanzo, organizzerete dentro di voi la vostra versione dei fatti unendo i pezzi di un puzzle troppo difficile da ricomporre correttamente. Alla fine, tutto verrà rimesso in discussione perché in fondo nessuno può essere padrone della Verità, in quanto Così è, se vi pare.
Tutto quello che non ricordo” è un romanzo diverso e forse lo stesso Samuel avrebbe avuto il piacere di leggerlo proprio perché fuori dall’ordinario, quindi, impossibile da dimenticare e perfetto da inserire nella sua Banca delle esperienze.

Jonas Hassen Khemiri nasce a Stoccolma nel 1978 da madre svedese e padre tunisino. Autore di quattro romanzi e una raccolta di racconti, saggi e drammi teatrali rappresentati in tutto il mondo, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Augustpriset proprio con “Tutto quello che non ricordo”.
Traduzione di Alessandro Bassini

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Francesca, addetto stampa di Iperborea.

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:: Liberi junior – L’uomo montagna, Séverine Gauthier, Amélie Fléchais, (Tunué, collana tipitondi, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

17 febbraio 2017
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Dal 9 Febbraio la Tunuè condivide con il suo pubblico un piccolo tesoro intitolato L’Uomo Montagna.
Nelle pagine iniziali di questo volume il primo sguardo che incrocerete sarà quello, dolcissimo, di un nonno. Dopo tanti viaggi insieme a suo nipote, il vecchio è pronto a compierne un ultimo, ma questa volta deve portarlo a termine da solo. Il bambino non vuole rassegnarsi all’idea di non poter più camminare con lui, ma il nonno è troppo stanco e le montagne che gli sono cresciute sulla schiena sono infinitamente pesanti: nessuno può spostarle, tranne il vento che “vive sulla montagna più alta di tutte”. È così che inizia per il bambino un viaggio di formazione, pericoloso e difficile ma alla fine del quale il piccolo si ritroverà cambiato, perché tutti i viaggi lasciano un segno in chi li compie, soprattutto quelli realizzati per amore di qualcuno.
1In tanti credono che scrivere libri per bambini sia facile. Nella loro mente sono sufficienti solo un’ideuzza, due o tre personaggi, quel poco di azione che basta, et voilà, la storia è fatta! Ovviamente, senza scordarsi delle immagini perché nei libri per bambini, non scherziamo, non possono mancare. La verità, però, è un’altra: scrivere per i più piccoli è un’impresa straordinariamente complessa e non tutti ne sono capaci. Séverine Gauthier, autrice di questo libro, sa farlo. In cinquantasei pagine riesce a parlare direttamente al cuore di chi legge e affronta nel modo più semplice del mondo questioni che neanche il più maturo degli adulti sa gestire serenamente, in primis la morte. In che modo ciascuno di noi si misura con la morte? Come la giustifichiamo a noi stessi? Come la spiegheremmo ad un bambino? Gauthier racconta ai più piccoli cosa voglia dire separarsi per sempre da una persona cara e il risultato è delicato come una carezza, rassicurante come un bacio sulla fronte. Chi ci lascia continua a vivere dentro di noi, costituisce le nostre radici e l’essenza di quello che siamo. Questa eredità di cui siamo custodi viventi e la sua importanza non rappresentano l’unico messaggio di questo volume. Infatti, Gauthiér racconta la necessità di saper chiedere aiuto e di avere l’umiltà di accettarlo quando ci viene offerto, perché più importante della meta del nostro viaggio è la possibilità di condividerlo con gli altri. Non serve a niente dimostrare di sapere fare tutto da soli se significa chiudersi in sé stessi e rinunciare a conoscere l’altro. L’Uomo Montagna insegna ai bambini che la diversità è preziosa e che ciascuno può mettere a disposizione di chi incontra il proprio talento e le proprie radici divenendo così strumento di aiuto e di conforto nelle difficoltà della vita, garantendo “sogni di cotone, di nuvole e di vento caldo”. In verità, accoglienza e solidarietà nascono spontaneamente nei più piccoli e sono gli adulti che purtroppo faticano a metterle in pratica…

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L’Uomo Montagna non sarebbe così tanto prezioso senza le illustrazioni di Amélie Fléchais, autrice francese di straordinario talento. I suoi disegni hanno linee morbide, i colori sono tenui e accoglienti durante le fasi più piacevoli del viaggio ma diventano più scuri e forti quando sopraggiungono momenti carichi di avversità, tenendo per mano il lettore in ogni istante e in ogni emozione. Fléchais è minuziosa nei particolari e se i suoi personaggi risultano amichevoli agli occhi dei più piccoli, sono altresì adorati dallo sguardo adulto. L’immaginario creato da questa autrice permette alla realtà del mondo di diventare incantata e leggera come in un sogno, traducendo perfettamente un testo così poetico.
Leggerete questa storia ai vostri figli o ai nipoti prima che vadano a dormire, la leggerete ai fratellini e alle sorelle più piccole oppure nelle biblioteche o nelle vostre classi. Però, L’Uomo Montagna parlerà sempre direttamente anche a voi e, attraverso i suoi personaggi e le illustrazioni color pastello, vi accorgerete di poter ritrovare l’abbraccio di chi non c’è più in quello di coloro che avete deciso di accogliere nel vostro meraviglioso viaggio. Traduzione di Stefano Andrea Cresti

Amélie Fléchais è una talentuosa artista francese, autrice anche del picture book Lupetto rosso e del graphic novel Il sentiero smarrito. Inoltre, ha lavorato a progetti di animazione come Brendan e il segreto di Kells, Kung Fu Panda e La canzone del mare.

Séverine Gauthier è scrittrice da sempre appassionata di letteratura per l’infanzia. Due dei suoi albi sono stati pubblicati nel 2008 da Delcourt, e hanno vinto numerosi premi. Insieme a Thomas Labourot ha creato le serie Washita (Dargaud) e Garance (Delcourt). Nel 2015 ha pubblicato il primo volume di Haida, L’immortale balena.

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Simone, addetto stampa Tunué.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mickey – Uomini e topo, Tito Faraci (Add editore, collana Incendi- narrazioni combustibili, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

6 dicembre 2016
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La collana Incendi di Add editore racconta la passione di artisti di ogni tipo, sperando che quel fuoco vivo che ha incendiato la vita di scrittori, pittori, sportivi e musicisti spinga “il lettore a fare propria quella passione, o a cercarne altre, ancora più deflagranti.” Tra queste  “narrazioni combustibili” c’è quella di Tito Faraci: “MICKEY, uomini e topo”.

Questo libro è come una chiacchierata in un bar. Come se fossimo seduti al bancone e io vi parlassi di Topolino, spiegandovi perché è così importante per me. Spiegandolo anche a me stesso (…) Quindi ora mettetevi comodi e ordinate un’aranciata (nei bar di Topolinia si beve quella). E ascoltate una storia, fatta di tante storie. Compresa la mia. (pag. 7)

Il libro di Tito Faraci inizia in modo calviniano, catturando immediatamente l’attenzione del lettore e catapultandolo inevitabilmente a Topolinia, senza quasi nemmeno aver iniziato a parlare del suo abitante più famoso.
Generazioni sono cresciute con Topolino, il settimanale che Tito distingue bene dal personaggio attraverso l’uso del corsivo, e in moltissimi hanno imparato a leggere proprio associando le immagini ai testi dei baloon. Eppure quasi tutti preferiscono Paperino e Paperopoli alle avventure del topo con le orecchie tonde che, infatti, viene solitamente considerato antipatico e troppo perfettino, come se Topolino se la tirasse e fosse sempre pronto a fare il primo della classe. Leggendo questo libro capirete quanto tutto questo non sia vero: Faraci cade consciamente nella trappola della sfida tra papero e topo, risolvendo l’agone a favore di quest’ultimo e con argomentazioni che vi sorprenderanno, soprattutto se siete tra quelli che, dopo aver fatto acquisti in edicola il mercoledì, saltano le storie ambientate a Topolinia.
Tito Faraci ci racconta un altro Topolino, quello vero, che da giovane era folle e scavezzacollo nei cartoni animati (come si vede in “Streamboat Willie” e “Plane Crazy”) ma che poi è cambiato, è diventato responsabile e ha fatto le giuste amicizie. Secondo Tito, è semplicemente cresciuto.

“L’irresponsabilità si è trasformata in autentico coraggio. La follia in capacità di accettare e affrontare ciò che sembra impossibile. L’anarchia in indipendenza e autonomia di pensiero. Imparando a uscire dai propri guai, Topolino ha imparato a togliere gli altri dai loro.” (pag. 74-75)

Topolino è gentile dentro e ha tanti amici. Faraci parla anche di loro: Pippo, Pluto, Basettoni, Manetta, Zapotec e Marlin; attraverso la penna di Faraci persino Gambadilegno diventa un nemico-amico e sono interessantissime le pagine che in “Mickey, uomini e topo” sono dedicata al buon vecchio Gamba.
L’autore, inoltre, difende il mondo del fumetto da chi vuole declassarlo e descrive il suo lavoro di sceneggiatore: gli orari, cosa pensa la gente di lui, come si scrive un soggetto, la realtà da cui si prende spunto, quali sono gli argomenti e le parole tabù in Topolino. Faraci ci parla della redazione, che è come una famiglia, e dei colleghi che stima (per citarne alcuni Cavazzano, Ziche, Artibani, Enna e Casty, secondo il fandom un nemico-amico); ci informa sui grandi nomi che hanno scritto e disegnato Topolino (Gottfredson e Scarpa per esempio) ma anche sulla sua ricerca di autori nuovi a disposizione dei quali mette tutta la sua esperienza. Insomma, come promesso nel titolo, vengono raccontati uomini e topo.
Protagonista di questo libro, però, è il rapporto privilegiato tra Tito e Topolino, al quale Faraci vuole davvero bene e ha dedicato tutta la sua vita. Anche quando durante la sua carriera si è allontanato dalla redazione, è stato per poi ottenere una visione d’insieme e capire che senza Topolino non poteva proprio stare. Topolino è suo amico anche se non si sono mai incontrati e Tito ci confessa che sta ancora sperando di ricevere una sua telefonata.

Tito Faraci (nome d’arte di Luca Faraci) nasce a Gallarate il 23 maggio 1965. Fumettista e scrittore, emerge a metà degli anni novanta. È autore di storie per Topolino, PKNA, Dylan Dog, Martin Mystère, Tex, Zagor, Diabolik, Lupo Alberto e tra i primi scrittori italiani ad essersi confrontato con personaggi della Marvel Comics, come Uomo Ragno, Devil e Capitan America. Recentemente ha pubblicato “La vita in generale” (Feltrinelli 2015) ed è autore, insieme allo youtuber Sio, di “Le entusiasmanti avventure di Max Middlestone e del suo cane alto trecento metri” (Feltrinelli, 2016)

Source: ebook inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Enea di Add editore.

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:: Jerry Frost, Francis Scott Fitzgerald – cura e traduzione di Nicola Manuppelli (Aliberti compagnia editoriale, collana Colibrì, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

19 novembre 2016
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Al nome di Francis Scott Fitzgerald solitamente vengono associati grandi titoli come “Belli e Dannati”, “Tenera è la notte”, “Racconti dell’età del jazz” e in primis, soprattutto dopo l’ultimo successo cinematografico, “Il grande Gasby”. Invece, Aliberti compagnia editoriale ha deciso di recuperare per il suo pubblico una perla pressoché sconosciuta in Italia e che dal 4 novembre potete trovare sullo scaffale della vostra libreria preferita: “Jerry Frost”.
Si tratta di una commedia in tre atti pubblicata nel 1923 con il titolo  “The vegetable or From President to Postman”; il protagonista, Jerry, è un uomo qualunque che sognava di diventare presidente degli Stati Uniti d’America oppure un postino e che, invece, nella vita lavora infelicemente per le ferrovie.

“Cli-in-ng! Cli-in-ng! Cli-in-ng! Campanello di casa! Poi la porta si spalanca, e una dozzina di uomini corrono nella stanza. In testa c’è il signor Jones, un politico.

SIGNOR JONES: (avvicinandosi a Jerry) Lei è il signor Jeremiah Frost?
JERRY: (terrorizzato) Sì.
SIGNOR JONES: Sono il signor Jones, il noto politico. Sono stato incaricato di comunicarle che alla prima votazione le è stata conferita all’unanimità la nomination repubblicana per diventare Presidente degli Stati Uniti.

Applausi scatenati provenienti da dentro e fuori, e di nuovo il battere della grancassa. Jerry stringe la mano al signor Jones, ma Pesce, seduto in silenzio, non si cura di quanto sta accadendo; pare non vedere né sentire la scena che gli si sta svolgendo davanti.

JERRY: (al signor Jones): Perbacco! Pensavo che fosse un ispettore fiscale.

In mezzo a una raffica ancora più forte di ovazioni, Jerry viene sollevato in spalla dalla folla e trasportato con entusiasmo fuori dalla porta. “ (pag. 60)

Jerry Frost è considerato dalla sua famiglia un uomo incompetente e mediocre e lo è per davvero; per questo quando immagina di essere diventato il presidente del Paese più potente del mondo, lo scenario diviene ridicolo e surreale. Infatti, Jerry non è in grado di governare, perde tempo in frivolezze, si fa ingannare e rende Ministro del tesoro suo padre Dada, un vecchio sordo, pazzo e malamente fissato con la Bibbia. Dietro gag inverosimili e divertenti, si nasconde l’amarezza di una critica sociale acuta e brillante; l’autore mette alla berlina il presidente, l’esercito, le alleanze e ogni gioco di potere, mostrando in modo grottesco il teatro della politica e tutti i pericoli che in esso vanno in scena. In queste pagine viene deriso in particolar modo il carattere puritano della società americana, la necessità di apparire sempre ben educati, puliti dentro ma soprattutto fuori, l’ambizione a coprire un ruolo rispettoso nella vita cittadina, l’aspirazione a un buon matrimonio, insomma, questa commedia canzona tutti i dictat della più provinciale mentalità americana. L’ultimo atto, però, è più positivo e ci ricorda di non dare per scontati gli affetti e che ognuno può trovare il suo vero posto nel mondo se solo riesce ad essere sé stesso, anche se un semplice postino.
Sebbene Fitzgerald scriva durante gli anni ’20, le riflessioni che propone rimangono estremamente attuali perché leggere questo testo teatrale dopo le recenti elezioni presidenziali degli U.S. A., a dire la verità, è totalmente suggestivo e fa paura. Forse l’autore, tra i più stimati della letteratura americana, non immaginava che le sue parole potessero un giorno trovare totale riscontro nella realtà, visto chi è oggi l’inquilino della Casa Bianca. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Francis Scott Fitzgerald: (Saint Paul, 1896- Hollywood 1940) Viene considerato il più importante scrittore della cosiddetta “Età del jazz” e tra i giganti della letteratura americana. Alcune delle sue opere, come “Belli e Dannati”, “Il grande Gasby” e “Tenera è la notte”, oggi sono longseller e regalano al lettore un affresco vivo della società americana tra le due grandi guerre mondiali.

Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, cura, scopre e “importa” autori americani e irlandesi (fra i quali Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Fazi, Clichy, Aliberti.
Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, Wuz.
Diversi suoi racconti sono inseriti in antologie italiane e americane. Esordisce come romanziere nel 2014 con “Bowling” (Barney Edizioni). Dello stesso anno la prima biografia italiana di Alice Munro, “La fessura”, pubblicata da Barbera Editore.
È il biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.

Source: ebook inviato dalla casa editrice al recensore. Si ringrazia Lucrezia dell’ Ufficio Stampa Aliberti Compagnia Editoriale

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:: Le cento vite di Nemesio, Marco Rossari (edizioni e/o, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

29 ottobre 2016
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Quando nasce suo figlio, Nemesio Viti detto il Vecchio ha sessant’anni e per questa ragione ogni mattina, appena sveglio, Nemesio jr si ripete la stessa frase: Sono nato da uno sperma vecchio (pag.9).
Nemesio odia suo padre e talmente non riesce a sopportarlo che si fa chiamare Nemo, nomignolo aberrante, soprannome che indica chiaramente come il giovane si senta un nessuno. Da una vita, infatti, egli è costretto a confrontare la sua inutile esistenza con quella avvincente e caledoiscopica di Nemesio il Vecchio; nel giorno del suo centesimo compleanno, però, l’anziano genitore ha un ictus e, finito in coma, è ormai prossimo alla morte. Disorientato dalla disgrazia e dalle forti dosi di Ansiolin, ogni notte Nemo sogna di rivivere tutto il secolo in cui il padre è stato protagonista: il ‘900 delle due guerre mondiali, del fascismo e delle avanguardie, della guerra partigiana e del PCI, della caduta del muro di Berlino.

«Senti, un conto è essere scioccato» continuò Nemo. «Un conto è…è…». Non trovava le parole. «È una metempsicosi a ritroso! Una trasmigrazione controcorrente da una generazione all’altra! Una reincarnazione surreale! Un delirio notturno…». (pag.149)

Nemo di notte diventa suo padre, ama l’arte come suo padre e ama le donne, numerose, che suo padre ha amato. Episodi storici si riempiono di dettagli rocamboleschi e di picaresche avventure che scuotono Nemo nel profondo; il giovane inizia a desiderare che la notte sopraggiunga per sognare ancora e conoscere meglio un padre tanto distante. Sebbene le sue visioni siano il risultato di un cocktail di psicofarmaci, fantasia e suggestione, a Nemo sembra di sperimentarle sulla sua pelle e, finalmente, di vivere per davvero.
Le cento vite di Nemesio” sono cinquecento pagine di scrittura ironica, intelligente, sempre piacevole e mai banale, il cui finale è dolce e insieme vigoroso. Vero acrobata della parola, l’autore racconta di un giovane depresso e del suo complesso d’Edipo o, forse, semplicemente narra la storia di un figlio e di un padre. Infatti, Rossari dimostra copiosamente di conoscere la storia, la musica e la letteratura ma il suo sapere più prezioso non è accademico, è la sua capacità di comprendere la natura umana. In questo romanzo, l’autore affronta le difficoltà dei rapporti interpersonali, le lotte interiori, la forza che nasce dal dolore e la fragilità che si nasconde dietro ogni maschera che si sceglie di portare e, a conferma di tutto ciò, dietro una prosa tagliente cela la sua sensibilità straripante.

Marco Rossari: nasce a Milano nel 1973, è scrittore e traduttore. Ha scritto anche “L’unico scrittore buono è quello morto” (Edizioni e/o, 2012) e “Piccolo dizionario delle malattie letterarie” (Edizioni Italosvevo 2016) e tradotto autori come Dickens, Twain, Everett, Eggers, Cain, Thompson.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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