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:: Intervista a Qiu Xiaolong

8 settembre 2017

1Bentornato Xiaolong su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Ci ho messo un po’ a mandarti le domande perché prima volevo finire il tuo ultimo libro Il poliziotto di Shanghai (Becoming Inspector Chen) e poi perché ho voluto riflettere su che domande farti. Inizierei col chiederti un bilancio della tua carriera di scrittore fino a oggi. Da ragazzo mentre studiavi letteratura, leggevi le poesie di Thomas Stearns Eliot, o Il Conte di Montescristo, immaginavi o anche solo sognavi che una volta adulto avresti fatto lo scrittore? Che i tuoi libri sarebbero stati letti da così tante persone in tutto il mondo, anche fuori dalla Cina?

Prima voglio dire che ti ringrazio per l’occasione di un’altra intervista e per il tuo interesse per i miei libri durante tutti questi anni. Lo apprezzo molto. Ora per la tua domanda per quanto riguarda l’inizio della mia carriera di scrittore. Mentre ero ancora un ragazzo, sognavo di scrivere qualcosa in futuro, ma non in modo professionale. Nell’ ambiente politico di quegli anni un giovane in Cina era incoraggiato a diventare lavoratore, agricoltore, soldato, ma non uno scrittore, che poteva essere condannato per qualsiasi cosa non fosse allineata alla propaganda del partito. Così divenire l’autore della serie dell’ Ispettore Chen era al di là del mio sogno più selvaggio all’epoca, per non parlare di essere letto da tante persone fuori dalla Cina, in diverse lingue del mondo. Un esempio posso fartelo subito. Mia figlia sta viaggiando in Italia e mi ha appena inviato una foto dei miei libri nella vetrina di una libreria italiana. Anzi, sono così grato dell’accoglienza sempre calorosa e incoraggiante dei miei lettori italiani.

Il poliziotto di Shanghai è un romanzo particolare. Diviso si può dire in tre parti: nella prima Chen Cao parla in prima persona e ricorda il periodo precedente della sua vita, prima di diventare poliziotto; nella parte centrale c’è la prima indagine di Chen Cao, in terza persona; e nella terza parte parli tu e ricordi un tuo caro amico, Lu Tonghao, il Cinese d’oltre mare, che non avrà, anche se trasfigurato, un ruolo marginale nei tuoi romanzi. Come è nata l’idea della struttura di questo romanzo?

Sì, è un romanzo insolito. Come tu sai, non ho iniziato scrivendo mystery, quindi ho sempre voluto sperimentare all’interno del genere. Una delle domande più comuni che mi fanno i miei lettori è: “quanto c’è in te dell’ispettore Chen?”. Inizialmente rispondevo che condivido la passione di Chen per la poesia e il buon cibo, ma non sono mai stato un membro del partito o un poliziotto. Ma poi mi è venuto in mente che le cose potrebbero non essere così semplici. Il lungo cammino come sono diventato uno scrittore internazionale da un “cucciolo nero” durante la Rivoluzione Culturale, in parallelo a quello in cui Chen diventa un esperto ispettore da un giovane ragazzo di lettere, può essere come ho scritto nel prologo di Becoming Inspector Chen, “Parlando in termini di postmodernismo, l’essere e il divenire individuali si materializzano tramite una ramificata interrelazione e interazione con gli altri individui. Invece di realizzarsi come una metamorfosi che avviene in un determinato momento, sono il risultato di un lungo processo caratterizzato da un gran numero di accadimenti che sono in apparenza irrilevanti fintanto che non vengono analizzati a posteriori[1]“. Ecco perché ho progettato una struttura molto speciale per il romanzo. In altre parole, cerco di rispondere alle due domande correlate: cosa è successo a me e alle persone intorno a me (direttamente collegate o meno), per farmi scrivere la serie dell’ispettore Chen così? E cosa è successo a Chen e alle persone intorno a lui (direttamente collegate o meno), per farlo diventare così?

Il personaggio di Chen Cao e te stesso si sovrappongono, si confondono. Scrivere i tuoi romanzi ti ha aiutato a fare chiarezza su periodi difficili come la Rivoluzione Culturale, la tristezza di dover abbandonare un paese amato, la separazione dai tuoi cari? (Sebbene torni spesso in Cina, e il tuo successo internazionale ti ha aiutato, a mantenere la tua indipendenza creativa, nonostante la censura).

Sì, hai davvero ragione a proposito di questo. Ci sono aspetti che si sovrappongono tra me e l’ispettore Chen. In una certa misura, scrivere il romanzo dell’ispettore Chen è stato il mio modo di affrontare le difficoltà che ho fronteggiato lasciando il mio paese natale, lasciando soprattutto la mia famiglia e gli amici. Non era quello che avevo previsto di fare. Per contemplare attraverso il personaggio di Chen, ironicamente come può sembrare, come una redenzione dell’ immaginazione: cosa avrei potuto fare se fossi restato in Cina dopo la strage di Tiananmen nell’estate del 1989. Come lui, sognavo di lavorare e scrivere in Cina e fare la differenza per il mio paese, anche se in modo limitato. Quindi scrivere questi libri fuori dalla Cina è per certi versi un tentativo di espiazione personale. Rispetto ai miei colleghi scrittori cinesi che sono costantemente preoccupati per la censura, mi considero una persona veramente fortunata, libera di scrivere tutto quello che vuole. Quindi è normale che molti lati si sovrappongano e si mescolino tra l’ispettore Chen e me.

Leggendo il tuo libro citi tanti classici della letteratura Occidentale, che leggevi da ragazzo, contrabbandandoli, superando la paura di essere sorpreso e punito. Libri come Tempi difficili di Dickens, Il Conte di Montecristo, l’ Amleto, Bel Ami. Come hanno influenzato la tua vita, prima che la tua scrittura? Da noi i ragazzi non leggono, vedono i libri come un nemico, o perlomeno una cosa noiosa, vedendo cosa rischiavate voi per potere avvicinare questi classici, non ti sembra paradossale?

Come Chen, quei libri sono stati importantissimi per me in quegli anni, con le scuole e le biblioteche chiuse durante la Rivoluzione Culturale, senza nient’altro da leggere che il libro “rosso” di Mao disponibile per il lavaggio dei cervelli maoista. I classici letterari occidentali hanno aperto un nuovo mondo per giovani come me. Non è troppo esagerato dire che siamo stati formati da quelle narrazioni alternative. Diversi anni fa, un libro intitolato Balzac and the Little Chinese Seamstress può vividamente illustrare l’influenza dei classici occidentali sui giovani lettori cinesi. Per quanto riguarda i dettagli della mia storia “Lu cinese d’ Oltremare”, posso assicurarti che sono tutti basati sulle mie esperienze personali. Ecco perché sono sempre debitore a lui e ai suoi libri. Considerando i rischi che abbiamo corso per ottenere questi libri ai nostri tempi, è ironico e paradossale rilevare che, mentre i giovani cinesi oggi non rischiano più come allora per potere avere questi libri, in realtà non leggono tanto. Forse perché sono troppo impegnati a fare soldi nella società sempre più materialistica, o perché trascorrono più tempo on-line. Detto questo, voglio aggiungere che durante la lettura e la pubblicazione on-line, c’è anche il rischio di incontrare i “poliziotti della rete”.

Impreziosisci al tua scrittura con tante citazioni di poeti classici cinesi antichi. Citami i versi della poesia cinese più bella che hai letto e magari tradotto?

Mentre crescevo durante la Rivoluzione Culturale, i miei genitori erano preoccupati che potessi avere problemi leggendo libri diversi da quello di Mao, ma con una sola eccezione, una copia di 100 Tang Dynasty Poems. Un giorno mio padre mi sorprese a leggere in segreto, ma invece di rimproverarmi o di chiedermi di restituire il libro, egli stesso inizio a leggerlo anche lui, copiando le righe su un quaderno e citandomi un vecchio cinese: “Se tu leggi Three Hundred Tang Poem bene, allora potrai scrivere con stile. “Dopo la Rivoluzione Culturale, io stesso ho iniziato a scrivere poesie, sotto l’influenza dei classici cinesi. Quando ho lavorato al primo romanzo dell’ Ispettore Chen, alcuni dei versi dei classici della dinastia Tang e Song mi sono tornati naturalmente in mente, e in qualche modo diventano parte del personaggio poeta/ispettore e forniscono una prospettiva diversa e storica per ciò che sta succedendo oggi in Cina. Successivamente ho tradotto e pubblicato diverse collezioni di poesie cinesi classiche negli Stati Uniti. E ho ancora due libri di traduzioni poetiche da finire per quest’anno.

La cultura tradizionale nel tuo paese sta svanendo sempre più travolta da una sorta di materialismo spirituale, o meglio capitalismo socialista. Leggere i poeti classici, citare proverbi, massime filosofiche antiche, è la tua forma di difesa da tutto ciò? Pensi che i giovani comprendano l’importanza del passato, delle proprie radici?

Ancora una volta, hai ragione. Per l’ispettore Chen, la lettura di poesie classiche, citare le antiche massime filosofiche e la loro traduzione, diventano tutti un modo per mantenersi un po’ distanziato dal materialismo e dalla corruzione pervasivi sotto il regime autoritario del partito. Per anni il governo del Partito ha demolito i templi taoisti, buddisti e confuciani, e ha vietato o bruciato quei libri in un frenetico tentativo di far dimenticare la tradizione, ma più tardi, c’è stato qualcosa come un ritorno da parte delle autorità a interessasi della letteratura classica, pensate agli Istituti Confuciani che avete visto in Italia. È ovviamente solo un passato selettivo attraverso la reinterpretazione e la manipolazione nell’interesse del governo del partito.

Gli echi della Rivoluzione Culturale sono ancora presenti nel tuo vissuto, il grido “Spazzare i quattro vecchiumi”: vecchie idee, culture, convenzioni e abitudini dei capitalisti, credo delle Guardie Rosse, resta un ricordo che ti porterai per tutta la vita. Ora che vivi in Occidente, e conosci il capitalismo da vicino, con le sue luci e le sue ombre, c’è qualcosa che rimpiangi della società comunista?

Questa è una domanda molto interessante. Dopo aver vissuto nella “società comunista” per tanti anni, a volte non posso fare a meno di confrontare le cose che accadono sia qua che là. Per esempio, mentre stavo con mia figlia a San Francisco diversi anni fa, ho notato il processo difficile e prolungato di discussione, approvazione, pianificazione e costruzione di un sistema di trasporto (almeno una parte di esso è ancora in costruzione con la data di completamento sconosciuta) , ma dall’ altro lato ci sono circa quindici subways costruite negli ultimi venti anni a Shanghai, che hanno portato enorme utilità alle persone. Con potere assoluto e nessuna opposizione (nessun partito di opposizione nel sistema intendo), i funzionari del partito danno l’ordine e il progetto deve essere completato in tempo a qualsiasi costo. La velocità di esecuzione è inimmaginabile nelle luci e nelle ombre di un sistema democratico. Ma, pur avendo detto questo, mi piace ancora la citazione di Churchill: “In effetti è stato detto che la democrazia è la forma peggiore di governo, eccezion fatta per tutte le altre “. Riguardo alla citazione sopra citata, posso aggiungere che il ministro cinese del sistema ferroviario è stato condannato come funzionario corrotto del Partito poichè aveva preso duecento cinquanta milioni di dollari in tangenti insieme a 387 appartamenti per se stesso e le sue amanti durante la costruzione del sistema ferroviario in Cina.

Che ricordo hai di Mao? Pensi che per alcuni giovani cinesi sia ancora una figura di riferimento, un padre del tuo paese, aldilà della propaganda o degli slogan ufficiali?

No, non credo che sia una pietra angolare o un padre del paese. E’ molto lontano da questo. Era un dittatore spietato responsabile di molti disastrosi movimenti politici, tra cui le Three Red Flags (più di trenta milioni di persone sono morte a causa della fame) e la Rivoluzione Culturale (ancora più persone sono morte). All’inizio della Rivoluzione Culturale è il grido di Mao di “porre fine ai Quattro Vecchiumi”: vecchie idee, culture, convenzioni e abitudini capitalistiche “che ha portato le Guardie Rosse dalla mia famiglia, strappandoci molte cose preziose nel nome di essa, e mia madre subì un tracollo nervoso. Nella propaganda ufficiale, naturalmente, Mao è ancora chiamato “grande leader” con il suo ritratto appeso in alto sulla Porta di Tiananmen, e c’è con un gran numero di Maoisti che ancora innalzano inni e piangono sullo sfondo, questo è qualcosa di preoccupante sia per l’ ispettore Chen che per me.

Stai lavorando a una nuova storia di Chen Cao, puoi anticiparci qualcosa? Chiuderei questa intervista con la stessa domanda che ti fece tuo fratello “Come mai hai iniziato a scrivere romanzi polizieschi”?

In realtà sto lavorando su due di loro. Mentre ero nel bel mezzo di un libro dell’ Ispettpre Chen, temporaneamente intitolato In the Shadow of Judge Dee, un caso nella Cina contemporanea in parallelo con il giudice Dee nella dinastia Tang, in cui l’ispettore Chen sta riscrivendo la storia del giudice Dee in modo decostruzionale, ma in realtà come copertura per la sua indagine contro le dispute politiche, un amico italiano mi ha mandato un’immagine del suo indossare una maschera grottesca nell’aria piena di smog di Pechino. Di conseguenza, ho riposto il testo dell’ispettore Chen / Judge Dee per il momento e ho iniziato ad espandere una breve storia sull’ inquinamento ambientale cinese in qualcosa di simile a un sequel di Don’t Cry, Tai Lake. È temporaneamente intitolato Do not Breathe, Cina, in cui Chen deve trovare un modo per proteggere la sua ex-girlfriend nelle sue nuove attività ambientali in mezzo a un’indagine di omicidio seriale correlato condotta dal detective Yu e dall’ ispettore Chen. E lo finirò in estate.

[1] Traduzione di Fabio Zucchella pag. 232

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:: Il poliziotto di Shanghai, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2017)

31 luglio 2017
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Mettetevi comodi, sarà una lunga recensione, l’ultima prima della chiusura del blog per agosto. Oggi vi parlerò di un libro molto particolare, per struttura narrativa, temi, stile, che ho avuto modo di leggere, un po’ perché apprezzo l’autore, di cui seguo la serie poliziesca dedicata all’ ispettore Chen Cao, un po’ perché amo l’Oriente, e per la precisione la Cina, la sua gente, la sua cultura, la sua cucina, e leggo libri che riguardano la sua storia, sia antica che contemporanea. Il libro di cui vi parlo oggi si intitola Il poliziotto di Shanghai – Come fu che Chen Cao divenne ispettore (Becoming Inspector Chen, 2016) di Qiu Xiaolong, edito in Italia da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella.
Decimo episodio della lunga e fortunata serie che ha permesso a un professore di letteratura della Washington University di Saint Louis, appassionato di poesia classica cinese ed di T. S. Eliot, di lasciare l’insegnamento e di scrivere a tempo pieno, (la scrittura come l’insegnamento sono per lui una missione, come ci ha detto in una nostra intervista), di girare il mondo tenendo conferenze e presentazioni, e perfino ritornare in Cina dopo l’esilio in America, forte del suo ruolo socialmente riconosciuto di scrittore apprezzato internazionalmente.
Inizio col dire, parlando del suo libro, che la parte più interessante e insolita è rappresentata dalla struttura narrativa. Abbiamo tre unità narrative separate: nella prima Chen Cao (il personaggio) racconta la storia in prima persona, e in seconda persona, il prima, la sua giovinezza, i suoi studi; nell’ unità centrale l’autore ci racconta la prima indagine dell’ispettore in terza persona; e infine l’ultima unità è spiccatamente autobiografica, l’autore ci parla di sé in prima persona e ci racconta, usando come specchio Lu un suo amico di infanzia, perché ha iniziato a scrivere, che peso ha avuto nella sua vita la serie da lui ideata. Nel post scriptum l’autore ci parla delle difficoltà riscontrate nel scrivere questo volume retrospettivo il libro si rifiutava di coagularsi in un insieme organico, sicuramente dovute al fatto che la complessità di ciò che si apprestava a fare, necessitava anche un complesso organismo narrativo, in cui arte, ispirazione e vita fossero strettamente connessi e correlati. hjDa qui l’insolita forma del romanzo, forse il più difficile complesso e drammatico che abbia scritto finora. Entriamo e usciamo dal personaggio, entriamo e usciamo dalla vita dell’autore come amici invitati a discutere di temi anche molto dolorosi come le ripercussioni della Rivoluzione Culturale sulla sua famiglia e la sua vita, o l’esilio in America dopo Tienanmen. Se la struttura può apparire insolita, lo stile è sempre lo stesso limpido e poetico, impreziosito da proverbi, citazioni di poesie, rimandi a saggi del pensiero filosofico e politico cinese.
La grande serenità raggiunta gli permette di narrare avvenimenti anche dolorosamente drammatici del passato, con una voce tranquilla e trasparente, che non perde di obbiettività e a tratti di imparzialità. Lo stile è piano, come un lungo fiume tranquillo, in cui passato e presente si uniscono senza cesure o interruzioni. Chen Cao più che un personaggio e un’ immagine riflessa dell’autore che gli permette di tornare indietro e fare i conti, forse scendere a patti, con fatti di cui lui stesso scopre le ripercussioni scrivendoli. Una forma originale di metanarrazione, dove l’autore parla anche di scrittura, di stile, di letteratura, (tanto sono i classici citati da Il conte di Montecristo a Bel Ami, a classici più recenti come L’insostenibile leggerezza dell’essere), di poesia dove cita poesie adatte al suo stato d’animo o che servono a esplicitare uno snodo della narrazione.
E nello stesso tempo fa conoscere ai lettori, a noi tutti, avvenimenti anche nascosti o trascurati della storia, del nostro presente più o meno recente. Vivere dal di dentro la Rivoluzione Culturale, dalla parte delle vittime è sicuramente straniante, ma nello stesso tempo un’ esperienza di crescita e di consapevolezza. jkQuando parla delle sedute di autocritica a cui fu costretto il padre del personaggio Chen Cao, non è difficile vedere i riflessi di avvenimenti simili capitati nella sua storia familiare. Perseguitato, e discriminato perché appartenente a una famiglia i cui membri erano definiti “nemici di classe del proletariato” borghesi, intellettuali, capitalisti, neri.

Di regola, durante una di queste sedute di critica rivoluzionaria il nemico di classe era costretto a sfilare fino a un palco o in uno spazio aperto sotto un grande ritratto di Mao, a capo chino in segno di pentimento e con il collo gravato da una lavagna su cui era scritto il nome del colpevole barrato da una croce; oppure talvolta, con la testa ricoperta da un alto cappello di carta bianca che simboleggiava gli spiriti maligni dell’aldilà.

Ma cosa fu la rivoluzione culturale, chi erano le Guardie Rosse, che ruolo giocò Mao in questo processo teso a sradicare gli ultimi residui delle vecchie idee borghesi e capitaliste, per il trionfo della rivoluzione comunista del proletariato? Si possono leggere numerosi libri sull’argomento, diari, articoli giornalistici, memorie di anziani protagonisti di queste vicende, ma è anche utile leggere un romanzo che utilizza la fantasia solo come collante di fatti reali o perlomeno percezioni personali. Quando i giovani studenti furono mandati in campagna per la rieducazione, sembra di vederli sradicati dalla loro realtà, trasformati in improbabili contadini. La frantumazione di un’ ipotetica classe intellettuale che in un modo o nell’altro avrebbe potuto opporsi e contrastare i piani politici di Mao, un capo assoluto, che scrive poesie, di cui Qiu Xiaolong cita dei brani che andavano recitati dagli studenti.
Mao Zedong in una foto del 1966, all'inizio della Rivoluzione culturlae cinese
Tornando alla trama puramente poliziesca, (della seconda parte) vi è descritta la prima indagine di Chen Cao, quando non era ancora l’ispettore Chen Cao, ma un semplice laureato che conosceva l’inglese, destinato a entrare nella polizia (il lavoro te lo sceglieva lo stato, il partito, nell’ottica della sua programmazione di ogni fase della vita), utilizzato per tradurre testi per il dipartimento di polizia. Chen Cao subito si mette in luce per acume, intraprendenza e doti investigative, brilla di luce propria, rendendosi subito utile ai superiori, ai piani alti della gerarchia.
Chen Cao risolve i casi e non se ne prende manco il merito, sembra dirci divertito l’autore. E’ un meccanismo perfetto nell’ oliata macchina governativa. E’ un probo dipendente dello stato, fedele, efficiente, per nulla inquinato da sete di rivendicazione o vendetta. Pur tuttavia resta essenzialmente un poeta, che ama la buona cucina cinese (deliziosi sono le descrizioni della cucina tipica regionale, le ombrine al cartoccio da provare), la letteratura anche Occidentale, si innamora delle ragazze (anche di quelle che magari interroga per un’ indagine), ama far collimare i pezzi di un’ indagine investigativa, scagionando gli innocenti e assicurando alla giustizia i colpevoli. Un burocrate forse, e per questo tollerato, anzi apprezzato.
Resta interessante scoprire come è la vita quotidiana dei cinesi, in bilico tra tradizione e modernità, tra lealtà e corruzione, tra comunismo teorico e capitalismo pratico. In un susseguirsi di contraddizioni, incoerenze, irrazionalità. Ma resta un popolo vivo e vitale, in cui il comunismo non ha fatto solo danni, esaltando lo spirito comunitario e solidale, nelle riunioni serali lungo la via, nel coraggio individuale, nel rispetto degli anziani, nell’amore per la natura sebbene i tassi di inquinamento siano i più alti del pianeta. Non è tutto buio in questo libro, c’è molta luce, allegria, voglia di cambiare.
E c’è nostalgia, dell’autore per un paese che ha dovuto lasciare ma non ha mai dimenticato, e quando può rivisita, anche se tutto cambia, in una continua e mutevole corsa verso il futuro. Dove prima sorgevano i vicoli o le case coloniali, ora ci sono grattacieli e parcheggi, i vecchi negozi vengono sempre più sostituiti dalle catene internazionali, dal cibo all’abbigliamento, dall’arredamento alle librerie, dove si trovano anche i libri di Qiu Xiaolong.
Da leggere.

Xiaolong Qiu scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre ai dieci episodi della serie dell’ispettore Chen, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016)

3 aprile 2016
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Qiu Xiaolong

30 marzo 2016

indexBenvenuto Qiu Xiaolong. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Qiu Xiaolong? Punti di forza e di debolezza.

R: Grazie per l’ intervista. Chi è Qiu Xiaolong?, mi ricorda una domanda simile che c’è nel mio nuovo romanzo dell’ ispettore Chen: chi è o chi diventa l’ ispettore Chen? Ebbene, solo alcune informazioni di base su di me. Sono un romanziere accidentale che scrive sulla Cina in lingua inglese. Accidentale in quanto durante la repressione di Tiananmen nel 1989 il governo cinese mise al bando una mia raccolta di poesie e mi fece scrivere in un’altra lingua, in un altro paese, e in un altro genere. Questo potrebbe in realtà indicare alcuni dei punti di forza e di debolezza della serie dell’ ispettore Chen. Sono stato educato come poeta, piuttosto che come romanziere, o tanto meno come un autore di crime in lingua non nativa, ma è ironico che questi svantaggi a volte si trasformino, almeno in parte o in modo imprevisto, in vantaggi in questa era globalizzata.

Una curiosità: qual è il tuo nome e quale il tuo cognome?

R: Il mio nome significa “piccolo drago.” Sono nato nell’anno del drago, così i miei genitori mi hanno dato questo nome. E’ un nome abbastanza comune, poiché il drago è un simbolo fortunato nella mitologia cinese. Per quanto riguarda i cognomi cinesi, di solito non significano nulla. Il mio cognome Qiu è relativamente raro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R: Sono nato a Shanghai, in una famiglia di commercianti, che al tempo è stata condannata come “nera, e capitalista” alla luce della teoria della lotta di classe di Mao, e come risultato, ho sofferto di discriminazione e umiliazioni per essere un “black puppet”. La fine dei miei anni di scuola primaria ha coinciso con l’inizio della Rivoluzione Culturale del 1966, quando tutte le scuole sono state chiuse e i giovani facevano la rivoluzione, così non ho quasi studiato nulla in quegli anni ad eccezione del libretto rosso di Mao. “Poco dopo in attesa della ripresa della rieducazione dei giovani”, nella campagna di Mao di mandare giovani istruiti in campagna per la rieducazione dai contadini poveri e della classe medio-bassa”, ero fuori dalla scuola, e fuori dal lavoro. E ‘stato allora che ho iniziato a studiare inglese da solo in Bund Park. E grazie a questo, dopo la Rivoluzione Culturale, sono stato in grado di superare il test di ammissione all’università con un punteggio alto in inglese, e quindi ho potuto ottenere la mia prima laurea in letteratura occidentale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

R: È difficile individuare un momento preciso. Fu probabilmente durante il periodo in cui stavo studiando inglese nel parco. In quei giorni mi è capitato di entrare in possesso di alcuni romanzi in lingua inglese, la cui lettura mi ha aperto un nuovo mondo, e mi ha dato la voglia di iniziare a scrivere qualcosa di mio.

Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao. Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Come continua? Qual è il ruolo di questa donna?

R: Shanghai Redemption inizia con la scena dell’ ispettore Chen che visita il cimitero durante le festività di Qingming. Il che ha un valore simbolico. Chen si sente così male per non aver seguito le orme di suo padre, uno studioso confuciano, a causa della sua scelta di fare un percorso diverso, ovvero di diventare un poliziotto membro del partito al posto di essere anche lui uno studioso. E nel frattempo, Chen diventa sempre più disilluso della sua carriera nell’ambito di un sistema che pone l’interesse del partito sopra ogni altra cosa, anche se non è ancora disposto a rinunciarvi anche quando viene privato del suo ruolo di ispettore. La donna che incontra lo fa precipitare ulteriormente nella crisi che sta attraversando con la sua richiesta di aiuto e lo trascina in un’indagine che coinvolge alti funzionari del partito collegati ai vertici.

Shanghai Redemption è una storia di fantasia, ma nello stesso tempo si ispira al vero scandalo che coinvolse Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing, e Wang Lijun ex capo della polizia della città. Vuoi dire ai nostri lettori, che magari non conoscono questa vicenda, quali sono i fatti reali dietro la tua storia?

R: Tra i fatti reali dietro la mia storia: Bo era un membro del potente Central Politburo of the Communist Party of China e segretario del partito della città di  Chongqing, un principe rosso in rapida ascesa con un gran numero di seguaci maoisti, ma a causa di un disastroso scandalo internazionale a seguito dell’omicidio di un uomo d’affari britannico da parte di sua moglie, e la fuga del capo della polizia di Chongqing nel consolato americano, Bo è stato distrutto dai suoi rivali in una feroce lotta di potere nella Città Proibita. È stato riconosciuto colpevole di corruzione e condannato all’ergastolo. Per inciso, Bo è stato un mio compagno di scuola presso la Graduate School della Accademia Cinese delle Scienze Sociali a Pechino nei primi anni ottanta. Non che ci frequentassimo, ma un giorno prese in prestito la mia racchetta da Ping Pong preferita, mi ricordo, senza mai restituirmela. Per un principe rosso è stata forse una sciocchezza. Ma è forse non troppo dire che molti di questi principi rossi danno per scontate molte cose, anche in tutta la Cina, come se ciò fosse loro diritto.

In che misura la Rivoluzione Culturale ha cambiato, secondo lei, il destino della Cina?

R: La rivoluzione culturale è stata un disastro (1966-1976) con milioni di persone uccise, molte di più perseguitate o colpite in modi inimmaginabili, e l’economia del paese è stata praticamente distrutta. Di conseguenza, l’ideologia di Mao e la pratica della “rivoluzione continua sotto la dittatura del proletariato” e della “lotta di classe per tutto il periodo del socialismo cinese” sembravano essere totalmente screditate, così ho creduto che, a seguito di questa disastrosa lezione, non ci sarebbe mai stata una seconda rivoluzione culturale per la Cina. Solo un paio di anni fa, tuttavia, l’allora premier cinese Wen Jiabao ha messo in guardia circa la prospettiva di un’altra rivoluzione culturale in relazione alla cospirazione di sinistra di Bo. A dispetto della sua caduta, la inquietante possibilità riconosciuta da Wen sembra essere sempre di più realisticamente fattibile con tutti gli altri principi rossi al potere in una lotta disperata per la conservazione della loro dinastia autoritaria.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura di questo libro?

R: Come accennato, la scrittura del libro è stata in parte ispirata dallo scandalo di Bo Xilai. Alcuni dei dettagli nella vita reale si sono rivelati ancora più incredibili e inimmaginabili rispetto alla mia finzione. Per esempio, Bo schiaffeggiò il viso di Wang (presumibilmente a causa della relazione di quest’ultimo con la moglie) ed è stato descritto come uno schiaffo che ha cambiato radicalmente il destino della Cina. Senza di questo Wang non si sarebbe mai nascosto nel consolato americano, rendendo così il caso un enorme scandalo internazionale, visto che come unica possibilità di sopravvivenza le autorità di Pechino avrebbero potuto benissimo coprire tutto dall’alto, e ciò è abbastanza sicuro, Bo è caduto a causa sua. Non ho potuto resistere alla tentazione di includere tale episodio nel romanzo, ma Chen è un poliziotto troppo onesto per fare ricorso a quel trucco diabolico. Questa si è rivelata una delle parti più laboriose nella scrittura del libro.

Il governo cinese permette la pubblicazione dei tuoi libri in Cina?

R: Il governo di Pechino ha permesso la traduzione e la pubblicazione di alcuni dei miei libri in Cina. Non troppo sorprendentemente, tuttavia, hanno fatto tagli e modifiche senza il mio permesso. Per esempio, nonostante l’importanza di Shanghai nei miei libri, i funzionari della censura hanno deciso che le storie di omicidio non potevano avere successo a Shanghai, e l’hanno cambiata in “città H” (H in inglese) nel testo cinese. Ho protestato più volte invano, così ho deciso di non dare più i diritti di traduzione all’editore che non poteva promettere di mantenere Shanghai nel testo cinese.

Quali poesie ti hanno ispirato più spesso nel corso della stesura di questo libro? Chen è un poeta anche lui, giusto?

R: Chen è un poeta e un traduttore. In origine, avrei citato Thomas Stearns Eliot più di chiunque altro, ma il mio editore americano era preoccupato per il costo dei diritti. Quindi ho scelto le poesie classiche cinesi composte durante la dinastia Tang e Song, più di mille anni fa, con le quali non ho preoccupazioni di questo tipo. E io stesso le traduco in inglese. Cosa c’è di più, scrivo anche poesie, sotto il nome dell’ ispettore Chen, per dare intensità lirica alla narrazione , poesie che diventano parte organica dei romanzi. Una collezione dal titolo Poesie dell’ ispettore Chen arriverà anche in italiano.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

R: Tra i poeti, Thomas Stearns Eliot, tra i romanzieri di polizieschi, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, e Andrea Camilleri.

Pensando alla scuola, c’è stato un insegnante che è stato per te fonte di ispirazione?

R: Forse Bian Zilin più di chiunque altro, un poeta e traduttore e studioso di Shakespeare. Ho studiato “la poesia occidentale” sotto di lui presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ma lui mi ha influenzato molto di più come poeta, sostenendo che uno dovrebbe essere in grado di scrivere poesie prima di provare a essere un critico o un traduttore. Per coincidenza, anche lui stesso ha scritto un romanzo in inglese prima del 1949, che è diventato in ritardo una delle maggiori fonti di ispirazione per me quando ho deciso di provare a scrivere il primo romanzo della serie dell’ ispettore Chen in inglese.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

R: Sì, certamente. Per esempio, hanno dato enfasi alla parte sociologica presente nei miei romanzi polizieschi rendendola più consapevole. E più giustificabile anche.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Una cosa davvero piacevole circa i tour letterari è la possibilità di incontrare e parlare con i lettori. E i lettori italiani sono così calorosi e meravigliosi. Un buon numero di loro sono ora connessi con me su Facebook. Durante una delle visite, ricordo, sono stato riconosciuto da due lettori italiani mentre ero a piedi lungo la strada. Così abbiamo camminato e parlato per un lungo tratto. Mi hanno detto che volevano che l’ ispettore Chen si sposasse, ma poi hanno aggiunto che fino a quando lui è relativamente felice, loro sarebbero stati felici per lui. Sono così nel personaggio, mi sento in dovere di andare avanti con la sua avventura, in particolare con tutto quello che sta accadendo oggi in Cina.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

R: Sono venuto in Italia un paio di volte. Per quanto riguarda i piani di visita futuri, sto lavorando con il mio editore. Alla fine di aprile verrò a Milano per un programma televisivo, e poi a metà giugno, al Festival Parolario a Como. Non vedo l’ora. E molti lettori italiani già mi hanno contattato su Facebook per eventuali incontri.

Pensi che i tuoi romanzi contribuiscano al processo di cambiamento culturale in atto oggi in Cina, o almeno migliorino la percezione all’estero di ciò che è l’universo cinese?

R: Per quanto riguarda la possibilità di migliorare la percezione all’estero di ciò che sta accadendo in Cina, penso di sì. Ho parlato con molti lettori occidentali, e questo è quello che mi hanno detto. Solo un paio di mesi fa, c’ è stato un “gruppo turistico” italiano che è andato in Cina, “seguendo le orme dell’ ispettore Chen,” ed ero così felice di parlare con loro attraverso Skype, rispondendo alle loro domande mentre erano seduti in un caffè di Shanghai. Per quanto riguarda un eventuale contributo al processo di cambiamento culturale in atto in Cina, lo spero. Ma le cose in Cina sono difficili da raccontare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

R: In realtà, ho già finito il manoscritto del nuovo romanzo dell’ ispettore Chen, originariamente intitolato Becoming Inspector Chen. L’edizione francese, con il titolo cambiato in Once upon a Time, Inspector Chen, è uscita questo ottobre, ed è un romanzo in retrospettiva composto da storie legate tra loro, ben diverso nella sua struttura. Ho lavorato su un altro romanzo, con “l’ ispettore” Chen che sta lavorando su un caso sotto la copertura di scrivere una storia del Giudice Dee che sovverte una storia scritta da Van Gulik. Anche in questo caso, è abbastanza sperimentale, con le due indagini che si ispirano e che si contraddicono l’un l’altra, mentre scorrono in parallelo.