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:: Dall’1 al 15 luglio GEOGRAFIE SUL PASUBIO Narrare i luoghi e i popoli A cura di Viviana Filippini

26 giugno 2017

1Se ami viaggiare, osservare il territorio e provare a raccontarlo dall’ 1 al 15 luglio si terrà “Geografie sul Pasubio”, un progetto sulle diverse e varie forme di comunicazione che possono essere usate raccontare i territori, i luoghi e ciò che contengono o li attraversano:
Paesaggi, città, fiumi, persone, memorie, animali, nature, società, fatti politici, esistenze individuali saranno le protagonista di Geografie sul Pasubio che comprende anche una vera e propria scuola estiva di reportage (dall’ 11 al 14 luglio) con pellicole, incontri a tema e passeggiate con esperti conoscitori della montagna per confrontarsi con le vecchie e nuove geografie. Set di sviluppo del progetto sarà l ’ampio massiccio del Monte Pasubio, collocato tra Trentino e Veneto dove si alternano paesaggi, scenari naturali e sedimenti storici molto forti che, ancora oggi, sono i testimoni delle memorie della Grande guerra.
“Geografie sul Pasubio” è un progetto promosso dai cinque Comuni del Pasubio (Posina, Terragnolo, Trambileno, Vallarsa, Valli del Pasubio) in collaborazione con Keller editore che hanno identificato nel massiccio roccioso il luogo ideale per un calendario di eventi, un ciclo di proiezioni e una piccola scuola estiva di reportage e narrazione con un forte spirito internazionale. La scuola sarà una quattro giorni in montagna tra trekking e reportage dall’11 al 14 luglio, sul Monte Pasubio in una location che passa da idilliaci pascoli alpini a fitti boschi e scorci lunari pieni di memorie del passato.
Il laboratorio si rivolge ad un numero limitato di partecipanti e avrà temi vari, incontri generali, camminate immersi nella natura e ospiti che hanno saputo narrare in modo nuovo e innovativo i tempi di oggi. Costo euro 280 (pernottamenti in rifugio e malga, cene, colazioni, pranzi, guida… e incontri http://www.geografiesulpasubio.it) nel clima essenziale della montagna.
Ecco alcuni degli ospiti di questa prima edizione:

Burhan Ozbilici, l fotoreporter turco fresco vincitore del World Press Photo 2017.
Valerio Pellizzari storico inviato del giornalismo italiano sui più caldi fronti degli ultimi decenni.
Francesco Cataluccio che parlerà della scuola di reportage polacca e degli eredi di Ryszard Kapuściński. Marco Ansaldo inviato di Repubblica per la Turchia, Vaticanista e docente di Giornalismo Estero alla LUISS di Roma.
Martin Pollack uno dei maggiori scrittori e reporter dell’Europa centro-orientale.
Sandro Orlando – reporter e giornalista per il gruppo RCS e viaggiatore di lungo corso – che ci accompagnerà alla scoperta del reportage di viaggio.
Edoardo Camurri che con il programma Viaggio nell’Italia del Giro della RAI ha raccontato in modo nuovo e diverso la provincia del nostro Paese.
Roberto Abbiati, attore che ha cesellato una serie di personaggi indimenticabili per l’edizione 2017 del format.

GEOGRAFIE SUL PASUBIO
Narrare i luoghi e i popoli.
Scuola estiva di reportage.
Pellicole, Incontri, Passeggiate.
MONTE PASUBIO, 11-14 LUGLIO Quattro giorni di trekking in montagna dedicati al reportage con ospiti nazionali e internazionali inoltre pellicole, incontri, passeggiate dal 1° al 15 luglio.
Informazioni e iscrizioni: http://www.geografiesulpasubio.it

:: La cura, Arno Camenisch, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

23 giugno 2017
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Può essere straordinaria la vita quotidiana con i suoi ritmi, abitudini e ripetizioni? Sì e ce lo dimostra Arno Camenisch con il suo ultimo romanzo “La cura” edito da Keller. Protagonisti un uomo e una donna di mezza età alle prese con un viaggio premio in un super lussuoso albergo a cinque stelle in Engadina. L’hotel elegante e il paesaggio spettacolare scatenano nella coppia due approcci diversi verso quella che dovrebbe essere una rilassante vacanza. La donna è affascinata dall’Engadina e il contatto con il paesaggio svizzero le crea emozioni così forti, che la sua mente va a ripescare ricordi nei cassettini della memoria e a trovare nel presente della terza età nuove aspirazioni e speranze per il futuro. Lui, invece, vive il viaggio premio in modo molto più traumatico, nel senso che l’uomo è ossessionato in modo costante dal bisogno di dove mangiare (e dalla paura di non aver cibo), dalla terrore di spendere più soldi del dovuto e che qualcosa di brutto accada loro mentre cercano di godersi la vacanza. A rendere meno problematico il soggiorno, per il protagonista c’è quella inseparabile borsa di plastica che si porta sempre con sé e che è stracolma di tutto ciò che gli potrebbe servire. Marito e moglie parlano, ricordano, vanno a recuperare i primi amori, i viaggi all’estero –Italia compresa-, gli amici di un tempo, le cose fatte e quelle che avrebbero potuto fare. Il tutto con una particolare attenzione a quello che è il senso della vita e a come le azioni compiute e le parole dette possano influenzarne il corso e lo sviluppo. Nella coppia c’è quindi una profonda consapevolezza che le scelte e gli eventi del passato appartengono ad un tempo che non tornerà più e che quello che resta del vivere, deve essere vissuto- anche se non sempre è facile- al meglio. Poi, ad un certo punto del soggiorno i due partono per una camminata nel bosco, ma dopo un po’ su di loro incombe un temporale, evento atmosferico che, ancora una volta, evidenzia il diverso atteggiamento verso la vita della coppia. Lei è coraggiosa, impavida e non teme a continuare la passeggiata, come se il temporale fosse sì qualcosa di spaventoso, ma dopo si esso ci sarà nuova speranza. Lui, invece è molto cupo e vede nell’evento atmosferico un qualcosa di catastrofico, dal quale scappare, per sfuggire a conseguenze disastrose. Il romanzo di Camenisch presenta, con acuta e saggia ironia, una coppia di anziani consapevoli che quella che stanno vivendo è la parte finale del loro cammino esistenziale, che avrà come termine ultimo la fine del vivere. “La cura” di Arno Camenisch non solo dimostra come la routine di ogni giorno riesca, nella sua totale e umile semplicità, a diventare argomento narrativo nel quale il lettore può identificarsi. La cura di Camenisch, che non è quella fatta di medicine, è quella forza solida e quel sostegno reciproco che l’affiatata coppia protagonista si è data in passato e che continuerà a scambiarsi nel presente e nell’incombente arrivo dell’imbrunire dell’esistenza umana. Traduzione di Roberta Gado.

Arno Camenisch è nato nel 1978 nella regione dei Grigioni, in Svizzera. Ha studiato Letteratura a Biel, dove vive attualmente. Camenisch ha vinto numerosi premi per la sua poesia, le prose e i drammi, che scrive in tedesco e in romancio. È membro dell’ensemble Spoken Word ‘Bern ist überall’. I suoi lavori in prosa e alcuni estratti sono stati tradotti in 15 lingue. Camenisch è stato inserito nell’Antologia della migliore fiction europea del 2012. Tra i premi che ha vinto: Plema d’aur, Premio Berna, Premio Schiller, Premio Eidgenössischer; Hölderlin Litteratur Preis.Il primo volume della trilogia dei Grigioni, Sez Ner, è edito da Casagrande e Keller editore dopo Dietro la stazione, pubblicherà l’ultimo volume della trilogia intitolato Ustrinkata. In romancio è uscito nel 2005 il romanzo Ernesto ed autras manzegnas (Ed. Romania).

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: Io sono un gatto, Natsume Sōseki, (Beat, 2017) a cura di Viviana Filippini

19 giugno 2017
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Cosa accade quando un gattino abbandonato si introduce in una casa di umani sconosciuti? E cosa succede se a raccontarci il destino del musetto peloso è il gatto stesso? È quello che avvien in “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, romanzo del 1905, pubblicato in Italia da Beat, che ha per protagonista un gattino tutto solo. Il trovatello, dopo essersi intrufolato in una umile casa viene accettato, ma non accolto con tutto l’entusiasmo che ci si aspetterebbe. Ad ospitarlo una famiglia giapponese dell’epoca Meiji: i Kushami. Il fatto che il micetto non sia tanto amato dai padroni è dato dalla mancanza di gesti affettivi concreti e dal suo non avere un nome. Il gatto viene “adottato” da una famiglia composta dal padre (l’unico che ogni tanto gli tocca la testa), un professore con perenni problemi di stomaco, una madre, tre figlie del tutto indifferenti a lui e una serva. Quest’ultima non ama il micio, ma gli dà da mangiare e questo gesto caritatevole, unito al tocco del padrone, fanno sentire il felino, il padrone di casa. Il gatto passa le sue giornate tra l’abitazione del padrone e i suoi simili (il Nero del vetturino e l’amata Micetta), ma il vero interesse di questo gatto perspicace è ascoltare i discorsi del suo proprietario e degli amici che vanno a trovarlo. I dialoghi si snodano tra il serio e il faceto e hanno al centro i problemi d’amore di Kangetsu, laureato in fisica ed ex studente di Kushami che dovrebbe sposare Tomiko, figlia viziata dei coniugi Kaneda, vicini di casa del professore, superbi, ottusi e incredibilmente ricchi. Al giovane si alternano le visite di altri amici di Kushami: il ridanciano Meitei, l’uomo d’affari Sanpei, il poeta Tōfū e tanti altri individui, che con il loro dire e agire, fanno conoscere a noi lettori usi e costumi del Giappone di inizio del XX secolo. Il gatto assiste, testimone muto, alle vicissitudini di una umanità comica, a tratti imbranata e minata dai piccole ossessioni comportamentali che la rendono simpatica e, allo stesso tempo, ne mostrano le fragilità interiori. Il gatto ascolta e innesta nelle narrazione tutta una serie di riflessioni personali che dimostrano la sua intelligenza, la sua capacità di passare dalla vita vera, alla storia dell’antica Grecia, alla letteratura, alla medicina e alla filosofia, il tutto per esprimere la propria opinione sulle spinose questioni riguardanti la vita degli uomini. Il protagonista del romanzo di “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, tradotto da Antonietta Pastore, è un felino simpatico, ironico che dimostra di avere una mente arguta e un cuore abili a provare sentimenti ed emozioni come quelle vissute dagli uomini, solo che il micio – differenza degli esseri umani che lo circondano – sembra sperimentare con maggiore coscienza e consapevolezza – Zen direi – ogni singolo evento del suo vivere quotidiano.

Natsume Sōseki, pseudonimo di Natsume Kinnosuke, nacque ad Edo (antico nome di Tokyo) nel 1867, da un samurai di basso rango, ultimo di sei figli, è considerato il più grande scrittore del Giappone moderno, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Mishima. Nel 1905 pubblicò il suo primo romanzo Io sono un gatto, edito da Neri Pozza nel 2006. Seguono, tra gli altri, Bocchan (Il signorino, Neri Pozza 2007), nel 1906 e Sanshirô del 1908.Morì nel 1916 a 49 anni. Tra le sue opere ricordiamo Il viandante, Erba lungo la via e i due romanzi apparsi in Italia sempre per Neri Pozza: Guanciale d’erba e Il cuore delle cose.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Mostri mitologici, Sergio Fontana, (Scienze e lettere 2017) a cura di Viviana Filippini

12 giugno 2017
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“Mostri mitologici” di Sergio Fontana edito da Scienze e lettere è il quarto volume della collana Monstra dedicata alla riscoperta dei miti dell’antichità. A differenza dei volumi precedenti qui i protagonisti sono nove mostri che raccontano se stessi a noi lettori. I libro è per un pubblico composto da bambini, ma anche gli adulti possono riscoprire alcune delle creature della mitologia antica leggendolo da soli o, meglio ancora, in compagnia. Acheloo, Aracne, Centauro, Chirone, Cerbero, Ecate, Medusa, Minotauro, Scilla e Tifone sono i protagonisti di questa raccolta, i quali si mettono in primo piano come narratori della loro origine. Leggendo le avventure di questi personaggi, il lettore scopre come Acheloo perse uno dei suoi corni, come Medusa si ritrovò le serpi al posto dei capelli e il perché e da chi Minotauro venne rinchiuso nel labirinto di cunicoli dove rimase per il resto della sua vita. Tanti brevi testimonianze che permettono ai protagonisti non solo di raccontare di se stessi, ma di parlare anche dei luoghi dai quali provengono. In questo modo il lettore non solo avrà la possibilità di conoscere le vicende e i miti delle vite delle nove creature mitologiche, ma avrà lo strumento letterario visivo per collocarli in un luogo preciso. A rendere effettiva questa opzione ci pensano le belle illustrazioni presenti nel libro realizzate da Lucia Conversi, nelle quali immagini fotografiche e disegnate si mescolano alla perfezione donando al lettore la perfetta ricostruzione scenica degli ambienti di sviluppo delle avventurose esistenze dei mostri mitologici. “Mostri mitologici” è nato in parallelo all’applicazione “Mostri Mitologici – Mythological Monsters”, prodotta da Sema s.n.c., disponibile per tablet e telefoni cellulari sui principali store digitali, in lingua italiana e inglese. Il libro e la app vanno quindi di pari passo, nel senso che nel volume edito da Scienze e Lettere ci sono la carta, i colori, il piacere di sfogliare le pagine, mentre nell’app c’è l’aggiunta di voci, musiche, animazioni e giochi. Tradizione e innovazione che riescono a conquistare il lettore di ogni età.

Sergio Fontana, Archeologo di formazione, ha pubblicato numerosi studi scientifici sulla ceramica di età romana e sulle antichità dell’Africa del Nord. Ha sviluppato con la società Sema le App “Colonna Traiana” (Mondadori Electa 2013) e “Imperial Fora” (Sema2015). Ha pubblicato l’e-book “Colonna Traiana”(Mondadori Electa 2013). È autore del concept, ha svolto la ricerca iconografica e ha scritto i testi dell’App Mostri Mitologicioltre a curarne la produzione.

Lucia Conversi, pittrice e illustratrice, ha partecipato alla realizzazione di numerosi prodotti cartacei e multimediali. Tra gli altri, i classici illustrati in lingua inglese con l’editore Liberty e le pluripremiate app Pinocchio (2011) e Ulisse (2012) con Elastico. Vive e lavora sulle colline di Parma, dividendo il suo tempo fra tele, tavoletta grafica ed esclusive bambole di pezza per la sua bambina. Ha realizzato le illustrazioni dell’App Mostri Mitologici con Sema (2016).

Source: Inviato dall’editore, grazie a Costanza Ciminelli dell’ ufficio stampa.

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:: Miraggio 1938, Kjell Westö, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2017
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“Miraggio 1938” di Kjell Westö è un romanzo ricco di tante sfaccettature, che evidenziano quanto complessa possa essere la realtà quotidiana nella quale si vive ogni giorno. Il romanzo, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione dallo svedese di Laura Cangemi, è un giallo psicologico e, allo stesso tempo, ha un intreccio storico interessante, che porta il lettore nel Nord Europa. La storia si svolge nel 1938, ed è ambientata ad Helsinki e i protagonisti attorno ai quali si sviluppa l’intreccio narrativo sono due. Claes Thune, un ex diplomatico dalla carriera fallita, tornato nella sua terra e Matilda Wiik, la nuova segretaria di Thune, una giovane molto riservata, silenziosa e diligente. I due parlano poco, ma il gioco di sguardi che si percepisce durante la lettura fa capire che entrambi, nonostante le apparenze, non sono così felici come sembrano. Thune è un uomo deluso dalla vita; la moglie lo ha lasciato e si è fidanzata con il suo migliore amico, i valori liberarli e di democrazia nei quali lui credeva sono stati traditi dai fatti europei degli anni Trenta e dalla presa di potere dei regimi totalitari. Non è tutto, Thune capisce che qualcosa sta cambiando in modo irreparabile, perché anche il suo «Circolo del mercoledì», creato con due medici, un uomo d’affari, un giornalista e un attore ebreo, comincia a presentare delle crepe evidenti, poiché ognuno dei soci manifesta idee e riflessioni ben diverse da quelle degli altri. Matilda è una giovane donna solitaria, lavora per Thune, è meticolosa in ogni cosa che fa al lavoro e nella suo piccolo appartamento, uno – se non l’unico- posto deve lei si sente protetta. Tutto però si complica quando da Thune arriva un suo amico, che la ragazza identifica con il Capitano. Da questo momento per la donna inizierà un vero e proprio viaggio indietro nel tempo e nei drammatici ricordi della guerra civile finlandese dove lei, come altri, fu vittima di inaudite violenze. Westö crea un storia avvincente che scava nella psiche umana, nel senso che c’è la vittima (Matilda), la sua ricerca spasmodica del colpevole (l’aguzzino tornato dal passato) per punirlo dei tremendi crimini dei quali si è macchiato. Quando vede riapparire il suo carnefice, la giovane donna entra in crisi, sente destabilizzata la pace che con grande fatica era riuscita a costruirsi, cercando di dimenticare il male subìto. Il passato che ritorna la fa precipitare in un baratro tale da scatenare in Matilda un vero e proprio sdoppiamento della personalità. Da una parte la Matilda del presente che cerca di controllare il tumulto emotivo nel suo corpo. Dall’altra, la parte vittima di Matilda, quella del passato che ha subìto il male, quella che si è risvegliata e che vuole la punizione per il colpevole. “Miraggio 1938” di Kjell Westö, è un romanzo dal ritmo incalzante e dalle rivelazioni inaspettate, che partendo dalla Storia ci portano dentro alle storie di donne e uomini molto attaccati ai valori della libertà, del rispetto e dell’amicizia trasformati in un miraggio dall’evolversi drammatico degli eventi e dal fatto che non sempre le persone presenti nella vita sono quello che fanno credere di essere.

Kjell Westö (Helsinki 1961) è uno scrittore e giornalista finlandese di lingua svedese. Ha esordito nel 1986, e da allora ha pubblicato poesia, racconti e romanzi. La sua serie di cinque grandi romanzi ambientati nella Helsinki del XX secolo lo hanno consacrato come uno dei più noti scrittori nordici, interprete dei grandi temi della nostra storia politica e di come questi hanno influenzato la vita e i pensieri della gente. Miraggio 1938 è in corso di traduzione in 22 paesi e nel 2014 ha vinto il Premio del consiglio nordico, il più importante riconoscimento letterario del Nord Europa.

Source: inviato dall’ editore al recensore.

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:: Tra nevi ingenue, Paola Baratto, (Manni Editore 2016) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2017
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“Tra nevi ingenue” è l’ultimo libro di Paola Baratto edito da Manni editore. Più che un romanzo, il libro è una galleria letteraria composta da tanti piccoli quadri di parole che raccontano pezzi di vita, spazio e tempo. Leggere il libro di Paola Baratto è entrare dentro a degli scatti istantanei delle vite dei diversi personaggi che caratterizzano tutta il testo. Se dovessi fare un elenco quello che si trova tra le pagine ecco sono persone, ambienti diversi, ricerca di un senso e di pace descritti con uno stile essenziale, elegante e comunicativo. Paola Baratto ha un linguaggio diretto, che non si perde in fronzoli descrittivi, perché quello che intende fare è carpire l’attenzione del lettore e trascinarlo all’interno del frame narrativo presente nella pagina. Si potrebbe dire che è uno stile minimalista, ma il minimalismo della Baratto è carico di colori ed emozioni alle quali è impossibile rimanere indifferenti. Dodici brevi racconti e cinque poesie nei quali gesti, colori, suoni, aromi e condizioni atmosferiche si mescolano alla perfezione trascinando il lettore dentro a vite altrui che, proprio grazie all’atto della lettura, rivivono e permettono al fruitore di ritrovare un po’ di se stesso nei diversi personaggi presenti nell’impianto narrativo. Sei donne e sei uomini, lì pronti a prenderci per mano e portarci con loro nei luoghi dove hanno trovato la propria condizione ideale di esistere, perché ognuno di loro ha un personale paesaggio dove si sente davvero in pace e a casa, anche se in alcuni casi si ha come la sensazione che il panorama sia una vera e propria ossessione. Per esempio c’è Mara innamorata degli altipiani e delle brughiere, perché spazi sconfinati e immensi. Arriva poi Bruno che calamita il suo interesse in un piccolo cortile (casa di parenti) delimitato da alti muri che lo rendono una sorta di locus amoenus protetto dalla caotica città. Ben diversi i bisogni di Emilia, che ama camminare sulle strade irte, non tanto per vedere il verde dei boschi, ma per sentire la consistenza della Terra Madre sotto i piedi. Se ci sono personaggi alla ricerca di luoghi specifici, ci sono quelli che come Vittoria partono in vero e proprio pellegrinaggio in tutti i posti che le ricordano i libri più amati che ha letto. Altri, come Camilla, trovano conforto solo passeggiando nei chiostri (portoghesi, spagnoli, bretoni o francescani) o Viola, che usa Google Maps per andare a cercare i tanti territori dove è stata, ma che ha lasciato per sempre. In “Tra nevi ingenue” Paola Baratto dipinge, perché leggendo del personaggio e della sua storia, essi prendono forma nella mente del lettore come un rapido schizzo. Quella della Baratto è un’umanità umile che ama e le piccole cose del vivere di ogni giorno, animata allo stesso tempo da un concentrato di sentimenti ed emozioni che ribollono nei cuori e negli animi del genere umano che trova pace nei propri luoghi del cuore.

Paola Baratto nasce a Brescia, in una famiglia con radici in più regioni d’Italia. All’inizio degli anni Ottanta comincia, come tanti, a scrivere poesie. L’idea di quello che sarà il primo romanzo nasce durante un viaggio in Irlanda nell’estate del 1989 e sboccerà in “La cruna del Lago – Tír na n Og” (1994, Ermione). Nel 1995 Paola Baratto inizia una collaborazione con la pagina culturale del “Giornale di Brescia”, quotidiano per il quale ancora oggi scrive elzeviri. Diventa giornalista pubblicista. Nel 1998 pubblica la fiaba d’ambientazione gallese “Mac y Moc cantava i sogni”. Nell’ottobre dello stesso anno la Baratto pubblica il suo secondo romanzo, intitolato “Finisterre (Zanetti ed.). Nel novembre 2000 pubblica il terzo romanzo, “Di carta e di luce”, sempre per l’editore Zanetti. 2005 Paola Baratto entra nel catalogo della Manni, editrice che pubblica il suo quarto romanzo intitolato “Solo pioggia e jazz”. Nell’aprile 2007 è sempre Manni a dare alle stampe “Carne della mia carne”, il quinto romanzo. Sempre Manni, nel febbraio 2010, pubblica “Saluti dall’esilio”, il sesto romanzo di Paola Baratto. Alla fine del 2011, il Giornale di Brescia affida a Paola Baratto “Conosci Brescia?” Nell’ottobre 2014, nuovamente per Manni, arriva “Giardini d’inverno”.

Source: autrice Paola Baratto.

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:: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 maggio 2017
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Galizia un nome che spesso ci è capitato di sentire e che corrisponde ad un luogo che molti di noi non hanno mai visitato. Galizia, intendo quella terra compresa tra Polonia e Ucraina, è la protagonista del libro “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack, pubblicato da Keller editore. Il testo è un vero e proprio mix di itinerari e di racconti del passato che portano il lettore a rivivere e conoscere il cuore di quella che fu tra il 1772 e il 1918 la più grande e popolosa provincia dell’Impero Austro-ungarico. Ciò che emerge dalla pagine è l’immagine di una terra ormai scomparsa per sempre ma, allo stesso tempo, essa era la culla della cultura di un Europa in fermento. Il libro di Pollack è interessante perché ripercorre in lungo e in largo la terra della Galizia attraverso itinerari ferroviari e grazie al recupero di testi (romanzi dell’epoca, vecchi reportage di viaggio, articoli di giornale) che raccontano i fatti di cronaca di un tempo e ricostruiscono le peculiarità della Galizia stessa come fu. Quella che emerge è l’immagine di una terra attraversata da una ragnatela di linee ferroviarie e da tante popolazioni diverse contraddistinte da usi e costumi specifici che permettevano a queste etnie di essere facilmente riconoscibili da tutti. C’erano per esempio gli Huzuli, uomini e donne, che avevano capelli lunghi, pantaloni rossi, camicie bianche e abiti tutti intrisi di burro e cenere. Accanto a loro i Ruteni (un popolazione slava orientali oggi corrispondente agli ucraini) e anche tanti ebrei. A confermare la varietà delle etnie presenti in Galizia ci pensavano anche le tante lingue parlate che il viaggiatore poteva udire pure stando in un solo posto. Da una parte, nel corso della sua storia, la Galizia subì le pressioni degli Stati che la circondavano e che facevano di tutto per imporre i loro usi, costumi e abitudini. Dall’altra, non mancarono da parte galiziana esplicite volontà di imporre e far valere la propria identità, autonomia e indipendenza, tanto è vero che la Galizia riuscì a divenire una provincia autonoma dell’Impero austroungarico dal 1873. Un fatto molto importante che permise di bloccare il processo di germanizzazione messo in atto da altri Stati pronti a dominarla. Questo volume, corredato anche da foto che mostrano i luoghi e le persone dell’antica terra, ha per protagonisti una serie di testi di quegli autori molto legati alla terra galiziana perché ci sono nati o ci hanno vissuto (Henry e Joseph Roth, Paul Celan, Bruno Schulz, Ivan Franko per citarne alcuni) che, con i loro scritti, ci hanno lasciato la testimonianza di una terra ormai scomparsa per sempre. “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Pollack è un viaggio fisico, filosofico ed emotivo nella memoria in luoghi che nel corso del tempo hanno cambiato aspetto, denominazione e struttura, ma nei quali si riverbera sempre un po’ del passato andato, ma mai scomparso del tutto a dimostrazione che la radici di ieri vivono ancora nell’oggi. All’interno un testo di Claudio Magris. Traduzione Fabio Cremonesi.

Martin Pollack è nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco, giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per la rivista «Spiegel» a Vienna e a Varsavia, tra il 1987 e il 1998. Durante la sua carriera ha ricevuto diversi premi per il suo impegno e lavoro. Vive a Vienna e Stegerbasch, nel Burgerland meridionale. Tra le sue pubblicazioni in Italia Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007) Paesaggi contaminati (Keller, 2016) e Galizia (2017)

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Mia figlia, don Chisciotte, Alessandro Garigliano, (NN editore, 2017), a cura di Viviana Filippini

9 maggio 2017
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Un padre disoccupato fa lavoretti saltuari per contribuire alla vita familiare però, alla figlia di tre anni lui racconta storie con cavalieri, re, regine e, come le chiama la piccoletta, tante “Principeffe”. Questo padre che si finge professore universitario impegnato in una importante ricerca letteraria è il protagonista di “Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano edito da NN editore. L’uomo stravede per la sua bimba, per il coraggio che la anima e che la porta a non avere, a differenza di lui adulto e insicuro, paura del mondo che la circonda. Garigliano sviluppa un intreccio narrativo nel quale si alternano i momenti di vita di ogni giorno vissuti dal protagonista con la propria piccoletta, a parti che hanno invece più la natura di saggio letterario dedicato alla figura di Don Chisciotte della Mancia, uno dei personaggi fra i più importanti della letteratura mondiale, nato dalla mente di Miguel de Cervantes Saavedra. Leggendo il libro ci si accorge di come il narratore svolga una doppia analisi, nel senso che il padre finto professore narrando il proprio rapporto padre e figlia, mette in relazione il loro agire a quello dei personaggi del romanzo spagnolo seicentesco che sta analizzando. In questo modo il narratore, un po’ imbranato, timoroso che qualcosa di imprevisto possa accadere a loro, si paragona allo scudiero Sancho Panza, mentre l’impavida figlia che non ha paura di nulla è un Don Chisciotte in gonnella. Ad un certo punto nel romanzo si percepisce una sorta di svolta, nel senso che è sempre presente la riflessione sul cavaliere spagnolo e sul suo essere un sognatore, però si ha come la sensazione che il narratore protagonista cominci a dedicare molta importanza alla ricostruzione dei fatti e degli eventi che caratterizzarono la gravidanza della moglie e che portarono alla nascita e alla vita della figlia. Quello che emerge è ancora un volta la grande temerarietà e il forte attaccamento alla vita della piccoletta che, già durante la gestazione e il parto, si trovò ad affrontare delle difficoltà. La bimba è valorosa da subito, il padre è invece troppo premuroso, sempre minato da una specie di preoccupazione e di timore cronici nell’affrontare la vita, perché in lui c’è la consapevolezza che non solo sarà responsabile per se stesso e per la moglie. Ci sarà nelle loro esistenze adulte, una nuova vita da amare, curare e proteggere: la figlia. Saranno proprio il coraggio di questa piccola vita da accudire a far capire al narratore aspirante scrittore saggista che il ruolo primario del suo esistere sarà quello di essere padre/scudiero di una figlia/cavaliere audace come Don Chisciotte della Mancia. “Mia figlia, don Chisciotte”, di Alessandro Garigliano è un romanzo-saggio, con sfumature ironiche, nel quale il rapporto tra verità esistenziale e fantasia sono usati dall’autore per raccontare il legame viscerale tra un padre e una figlia, simile alla passione cronica che il narratore ha per la letteratura, e come dal mondo di parole scritte e lette lui riesca a trovare gli strumenti per fare la cosa più importante: il genitore.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa NN editore.

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:: Liberi junior – Le Olimpiadi del coraggio, Paola Capriolo, (Einaudi ragazzi, 2017), a cura di Viviana Filippini

2 maggio 2017
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Le Olimpiadi di Città del Messico nel giorno del 16 ottobre 1968 sono passate alla storia per uno scatto fotografico diventato indimenticabile. Quell’evento fu così importante che Paola Capriolo ne ha fatto un libro per ragazzi intitolato Le Olimpiadi del coraggio, edito da Einaudi Ragazzi. Molti di noi avranno visto almeno una volta nella vita quella fotografia. Nell’immagine si vedono sul podio della vittoria dei duecento metri piani due uomini dalla pelle scura con il capo chino mentre stanno sollevando un pugno coperto da un guanto nero. Con loro un terzo atleta, dalla pelle chiara e i capelli biondi. Lui non alzava nessuno pugno, ma dal secondo gradino del podio guardava dritto davanti a sé. Paola Capriolo porta il piccolo lettore alla scoperta della vita dei tre sportivi diventati protagonisti assoluti di quelle olimpiadi. I due afroamericani (John Carlos e Tommie Smith) fecero quale gesto come forma di protesta per le discriminazioni che le persone come loro, avendo una pelle diversa da quella bianca, erano vittime di repentini atti di discriminazione. Quei pugni chiusi, rivestiti da un guanto nero e la scelta volontaria di salire scalzi sul podio rappresentarono, nell’ottobre del 1968, la volontà di smuovere e sensibilizzare gli animi delle persone al problema del razzismo. Il terzo atleta, l’australiano Peter Norman, non abbandonò i due compagni d’avventura, anzi il suo salire sul podio fu, in un certo senso, una condivisione del gesto messo in atto dai due velocisti americani. Le Olimpiadi del coraggio raccontano sì quel 16 ottobre ma, allo stesso tempo, si addentrano nelle vite dei tre uomini coraggiosi che dopo l’evento sportivo non ebbero vita facile. Per Carlos, Smith e Norman non fu facile continuare a fare sport a livello agonistico, così come non fu facile trovare un lavoro e sostenere le proprie famiglie le quali, purtroppo, si frantumarono per sempre. Tanti dolori e ostacoli, compresi infortuni che limitarono la pratica dello sport, che non riuscirono a fermare i protagonisti di questa storia, perché il trio di amici, anche se lontani tra loro, fece una corsa, non sportiva, ma di impegno civile per portare avanti la loro battaglia per aiutare chi, a causa del colore della pelle o perché ritenuto “diverso”, veniva discriminato. Carlos, Smith e Norman furono tre grandi eroi in lotta per il rispetto condiviso, anche se spesso si scontrarono con ostilità spesso più grandi di loro. Solo negli anni 2000 iniziò, grazie ad un progetto realizzato da alcuni studenti americani, un vero e proprio processo di rivalutazione del loro agire e quel gesto sul podio di Città del Messico, tanto incompreso nel 1968 e anche per molti anni di seguito, oggi è stato riconosciuto come segno importante di una battaglia per i diritti degli uomini. Le Olimpiadi del coraggio di Paola Capriolo è una storia vera nella quale l’amicizia, l’uguaglianza, la speranza del cambiamento e l’accettazione del prossimo diverso da sé, sono i valori fondamentali da condividere per coltivare il bene e il rispetto  dell’umanità. Età di lettura: da 10 anni.

Paola Capriolo è nata a Milano nel 1962. Il suo amore per la scrittura e per le storie spazia dai classici della letteratura tedesca, che traduce con maestria, ai miti della tradizione europea, che reinventa con sensibilità tutta moderna, fino alle fiabe, che racconta con grazia. Le sue opere sono tradotte in Europa, in Giappone e negli Stati Uniti. Tra i suoi libri: La grande Eulalia (Feltrinelli, 1988), Il doppio regno (Bompiani, 1991), La spettatrice (Bompiani, 1995), Una di loro (Bompiani, 2001), Qualcosa nella notte (Mondadori, 2003) e Una luce nerissima (Mondadori, 2005). A lei sono dedicati vari saggi e monografie. Nel 2012 è uscito per Bompiani, Caino.
Da anni si dedica con passione alla narrativa per ragazzi, affrontando per i giovani lettori i temi più scottanti dell’attualità e della storia recente. Con le Edizioni EL ha pubblicato tra gli altri No (2010), Io come te (2011), L’ordine delle cose (2013) e Partigiano Rita (2016).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Fair Play, Tove Jansson, (Iperborea, 2017), a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2017
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Vi siete mai chiesti cosa sia davvero l’amore? Di certo un sentimento, ma in quanto tale esso può essere vissuto in modo molteplice. A dimostrarlo ci pensano Jonna e Mari le due donne di mezza età, protagoniste di Fair Play, romanzo di Tove Jansson edito da Iperborea. La prima (Jonna) è un’artista regista, appassionata di film western di serie B, mentre la seconda (Mari) è scrittrice e illustratrice dal cuore così sensibile da accogliere un burattinaio russo, pronto a tutto – compreso a sacrificare il sonno- per l’amore viscerale verso l’arte. Le due donne, anche se spesso bisticciano, sono amiche e complici, perché assieme vivono diverse avventure. Mari e Jonna hanno personalità caratteriali molto forti e i momenti di vita di cui sono protagoniste sono caratterizzati da dialoghi pacati, alternanti a momenti di accese discussioni e lunghi silenzi che non spaventano nessuno, nemmeno il lettore, il quale comprende come i momenti vuoti di parole siano indispensabili alla due amiche per ritrovare il giusto equilibrio della convivenza. Leggendo il libro della Jansson si ha come l’impressione che ogni capitolo sia una specie di racconto a se stante ma, in realtà, ogni parte narrata è unita alla altre dall’empatia emozionale che lega le due protagoniste nel cammino di scoperta dei quello che le circonda. Ed ecco che si nota l’accuratezza e la precisione con la quale Jonna sistema i quadri appesi al muro, secondo una sua ottica del tutto personale, ma la casa non è sua, è quella di Mari. Affasciante e inquietante è il viaggio che la coppia in barca caratterizzato da un senso di perdita scatenato dalla nebbia che tutto ammanta, nasconde e cela. Un agente atmosferico dal valore metaforico che fa riferimento alle verità da indagare e conoscere. Ogni pagina è animata da una dirompente creatività che porta le due donne, amiche, complici a “fare” e “creare” e condividere (vita, lavoro, casa, viaggi) il più possibile, con il fine di scoprire le piccole gioie inaspettate che si nascondo nella vita di ogni giorno. Ad unire Jonna e Mari, protagoniste di Fair Play, però c’è un legame molto intenso e solido che non è solo amicizia. Esso è qualcosa di più. È l’amore profondo e vero per l’altro/a e per il proprio lavoro. È quel sentimento così intenso e palpitante, che ti fa capire che per poter raggiungere la meta a volte il distacco dall’altro/a, anche se lo si ama e lo si amerà per sempre, è sì doloroso, ma necessario per l’armonia delle parti. Postfazione di Ali Smith. Tradizione AA. VV. Volume a cura di Katia De Marco.

Tove Jansson è nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, apparsi per la prima volta nel 1946, tradotti anche in Italia e portati sullo schermo con grande successo negli Stati Uniti. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

Source: inviato al recensore dall’ editore. Grazie a Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

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:: Casa Lampedusa. Semplicemente eroi, Antonio Ferrara, (Einaudi Ragazzi, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 aprile 2017
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Casa Lampedusa è il libro di Antonio Ferrara edito da Einaudi Ragazzi. La storia è ambientata proprio sull’isola italiana dove, ogni giorno, arrivano e naufragano centinaia di migliaia di persone in fuga dei loro Paesi afflitti da guerra e povertà.  A Lampedusa però ci vive anche Salvatore, con la mamma e con il babbo, e un giorno tornando da scuola il ragazzino scopre che a casa loro ci sta Khalid, un omone alto, scuro di pelle.  Il profugo è un “dono” portato a loro tre dal mare. La famiglia di Salvatore si troverà a convivere con questo uomo in fuga e non sempre i rapporti con lui saranno facili a causa di una lingua diverse e di usi e costumi differenti. Salvatore e la famiglia faranno il possibile per aiutare Khalid, ma non sempre i loro gesti verranno compresi dall’uomo che, per esempio, non capisce e accetta molto il fatto che la madre del piccolo protagonista vada a lavorare o che si trucchi. Salvatore non comprende Khalid, lo ritiene burbero e a volte non vorrebbe averlo in casa, poi però – durante le loro camminate sull’isola- il ragazzino scopre il grande dolore che si nasconde nel cuore del loro ospite amico. Salvatore capisce che lo straniero prova un profondo senso di colpa e di fallimento per non essere riuscito a salvare la moglie e la figlia annegate durante l’attraversata. Lo stesso senso di impotenza che prova Salvatore per la sua incapacità di nuotare. A fare da sfondo alle due vite in trasformazione ci sono la scuola, il lavoro, l’arrivo di nuovi naufraghi dai soccorrere e la creazione di una biblioteca di volontari. Tra il ragazzino e l’adulto nascerà pian piano una profonda amicizia fatta anche dallo scambio di saperi e competenze che permetteranno a Khalid di sentirsi parte di una famiglia e a Salvatore di superare la sua paura (il non saper nuotare) aiutando chi è in difficoltà. Casa Lampedusa è un romanzo per ragazzi molto attuale nel quale l’autore affronta l’arrivo sulle coste italiane dei tanti naufraghi in fuga delle loro terre minate da guerre e povertà. Donne, bambini, uomini, giovani e vecchi, pronti a tutto pur di raggiungere una nuova terra, nella speranza di ricostruirsi una vita migliore. Casa Lampedusa di Antonio Ferrara è una storia di coraggio, di amicizia, di una conoscenza e comprensione reciproca tra mondi e culture diverse, che imparano a convivere per trovare pace e armonia per tutti, dimostrando che ognuno di noi, indipendentemente dalla lingua parlata, dalla fede religiosa o dal colore della pelle, può diventare un eroe della propria quotidianità. Età di lettura: da 10 anni.

Antonio Ferrara vive a Novara. Ha lavorato per sette anni presso una comunità alloggio per minori; durante questo periodo si è accostato sempre più intensamente alla psicologia dell’età evolutiva e alla scrittura come strumento per narrare il disagio. Alcuni suoi racconti sono stati rappresentati da compagnie teatrali. Tiene laboratori di scrittura creativa presso scuole, biblioteche, librerie, carceri, associazioni culturali, ospedali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni.

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:: Il libro di mio padre, Urs Widmer, Keller editore 2017 A cura di Viviana Filippini

3 aprile 2017
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Il libro di mio padre di Urs Widmer è un viaggio dentro ad una vita intera, nella quale l’autore affronta in modo completo la figura del padre, rendendolo un personaggio letterario formidabile per il quale non è possibile non sentire un po’ di affetto ed empatia. La storia ha al centro la morte di un uomo (il padre dell’autore-narratore) e il tentativo del figlio di mantenerne vivo il ricordo. Il viaggio letterario si svolge nelle Svizzera del passato, permettendo al lettore di addentrarsi dentro ad usi e costumi a molti di noi sconosciuti. Tra le diverse tradizioni c’è il vero e proprio rito iniziatico alla comunità che il padre dodicenne del protagonista sperimenta sulla propria pelle. Una lunga corsa immerso nella natura boschiva, alle intemperie. Un bagno purificatore, il dono del libro dalle pagine bianche da riempire ogni giorno della propria vita e la consegna della bara nella quale essere sepolti il giorno della morte. A raccontarci tutto è il figlio che, una volta deceduto il genitore, cercherà quel misterioso e affasciante libro per leggerlo, perché è così che la tradizione vuole, ossia che il volume scritto a mano venga letto solo dopo la morte del suo proprietario. Qui però sorge un problema, perché il librone dalla scrittura fitta fitta è scomparso e per tale ragione il figlio attuerà una vera e propria corsa nella memoria nel tentativo di mettere su carta tutti i ricordi dell’esistenza paterna. Quello che emerge dalle pagine di Urs Widmer, non è solo una volontà di un figlio fare memoria di un genitore scomparso, ma l’intenzione dello scrivente è quella di far capire ai lettori chi era e come viveva Karl. L’uomo descritto dalle pagine stese dal narratore era carismatico. Karl aveva nel proprio Dna una passione viscerale per i libri e per l’arte in ogni sua possibile forma espressiva e, non a caso, tra le pagine scorrono i tanti incontri con letterati, pittori, musicisti e scrittori. Non mancano i ricordi legati alla guerra combattuta da Karl e al suo costante timore che qualcosa di brutto potesse accadere, non tanto a lui al fronte, ma ai suoi cari a casa in Svizzera. L’immagine di Karl è quella di un uomo molto impegnato e appassionato nel proprio lavoro editoriale ma, allo stesso tempo, la sensibilità del protagonista è così compatta da permettergli di amare in maniera profonda la moglie Clara (compresi i momenti difficili derivanti dal ricovero in ospedale psichiatrico da parte della donna) e per il figlio. Il libro di mio padre non è solo un libro nel quale Urs Widmer omaggia la figura del padre. Il libro dello scrittore svizzero, edito in Italia da Keller, è una storia sull’importanza dei legami familiari e del fare memoria per mantenere vivi i ricordi, gli affetti e le tradizioni del proprio mondo d’origine. Traduzione di Roberta Gado.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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