Posts Tagged ‘viviana filippini’

:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
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Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: L’arte della fuga, Fredrik Sjöberg, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

20 luglio 2017
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Fredrik Sjöberg, entomologo scrittore svedese, ci ha abituato ad entrare piano nella vita e nei mestieri di persone che hanno un fascino particolare e che hanno fatto davvero qualcosa nella Storia ma, purtroppo non sempre vengono ricordate in modo adeguato. Il suo ultimo libro, “L’arte della fuga”, segue le orme dei precedenti “L’arte di collezionare mosche” e “Il re dell’uvetta”, portandoci in un incredibile viaggio alla scoperta di Gunnar Widfross (1879-1934). Lo so che molti di voi lettori si domanderanno chi sia costui, ma Sjöberg nel suo ultimo libro edito in Italia da Iperborea, ci porta alla scoperta della vita di un grande paesaggista! Sì, perché Gunnar Widfross, che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu un geniale pittore svedese, forse non tanto noto per l’Europa, ma per gli Stati Uniti d’America, lui fu il “pittore dei parchi nazionali”. Il libro dell’entomologo svedese è una vera e propria avventura, nel senso che Sjöberg, per raccontarci la sua vita dell’artista compie un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca di informazioni, dipinti, indizi che gli permettano di ricostruire la vita di questo pittore così osannato in America che una cima del Gran Canyon porta il suo nome. Ed ecco che noi lettori seguiamo Sjöberg in Nevada, Arizona e Colorado. Tante tappe nelle quali c’è l’assaggio – descritto a parole – della gigante e selvaggia natura americana, quella molto amata da Emerson e Thoreau, dove ci si addentra in immense riserve naturali e indiane, dove tutto è così protetto fino a chiederti se tutta questa salvaguardia non rischi diventate una sorta di ghettizzazione. Il viaggio di Sjöberg non è solo una indagine su un uomo che dipinse opere su opere con protagonista il paesaggio americano con le sue montagne rocciose, alberi, deserti e radure. Il viaggio nella vita di Widfross è una vera e propria scoperta dell’esistenza di molte delle persone che lui incontrò nel suo soggiorno americano. E allora si rimane a bocca aperta dallo stupore nel conoscere come prese vita l’industria del chewing gum, passando a quella delle tessere dei puzzle, alla carovana di cammelli che inaugurò la mitica la Route 66, fino al tradizionale tacchino che Benjamin Franklin avrebbe voluto adottare come simbolo degli Stati Uniti al posto dell’aquila che conosciamo oggi. Quello che appassiona della scrittura di Sjöberg è la sua capacità usare le parole per trascinare il lettore dentro a vite umane di outsider non sempre ben compresi dalla loro patria. “L’arte della fuga”, non è solo quella sensazione che porta a vedere in Widfross un uomo sempre in viaggio, quasi incapace di piantare le radici in un posto, spinto da una sorta di senso di ricerca della libertà che lo faceva sentire vivo. “L’arte della fuga” è un libro avventuroso e avvincente che permette a Sjöberg di appassionarsi e appassionarci a questo pittore svedese e al suo particolare rapporto con la natura. Traduzione Fulvia Ferrari.

Fredrik Sjöberg Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale, dopo gli studi di biologia a Lund ha passato due anni viaggiando intorno al mondo. Dal 1986 vive sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. L’originalità della sua scrittura, che fonde letteratura, riflessione e divulgazione con umorismo e poesia, ha ottenuto successo e riconoscimenti a livello internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato L’arte di collezionare mosche, caso editoriale in tutta Europa e nominato dal The Times «Nature Book of the Year».

Source: inviato dall’ editore al recensore. Grazie a Francesca Gerosa e a Silvio Bernardi dell’ufficio stampa.

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:: L’ombra del Golem, Éliette Abécassis (Gallucci 2017), a cura di Viviana Filippini

17 luglio 2017
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Il Golem, quell’essere antropomorfo nato nella mitologia ebraica e molto noto nel folclore medievale, bene o male lo abbiamo conosciuto tutti. Il Golem è quella creatura in argilla che abbiamo visto al cinema o del quale abbiamo letto la storia nel libro di Gustav Meyrink. In realtà la creatura nata dall’argilla è anche la protagonista del libro per ragazzi “L’ombra del Golem” di Éliette Abécassis, che ha per protagonista sì l’energumeno in argilla, ma lui non è solo, perché alla sua nascita assiste la piccola e sveglia Zelmira. La storia del libro per ragazzi edito da Gallucci è ambientata in una Praga di viuzze e casupole povere, ammucchiate le une vicine alle altre. Tra di esse ce n’è una, tutta stortignaccola, dove vive la piccola e curiosa Zelmira, alle prese con un fratellino dispettoso e con due genitori alchimisti che cercano di trasformare il piombo in qualcosa di più prezioso. Peccato che le loro abilità nel maneggiare alambicchi e pentolino non porti ricchezza ma solo miseria per tutti e disperazione per il padre che si rifugia nelle locande per trovare un “perché” al proprio fallimento. Nonostante tutto, Zelmira non si abbatte e cerca di sopravvivere alla vita nel ghetto dove c’è anche un uomo barbuto e misterioso, che potrebbe sembrare uno stregone dal quale stare alla larga. In realtà l’uomo è Maharal, il rabbino della comunità. Già la vita è difficile e povera nella collettività ebraica di Praga ma, a complicare ancora di più le cose arriva il guastafeste di turno, ossia Thaddeus, un monaco al completo servizio dell’imperatore Rodolfo. Le minacce incombono sempre più sul ghetto, urge quindi una soluzione che garantisca il bene della comunità. Vuoi la notte, vuoi la luna di Praga, vuoi l’acqua della Moldava, il saggio Maharal, con la curiosa e fidata Zelmira, la combina bella e grossa mettendo le mani in pasta (fango) e plasmando quell’essere gigante noto come il Golem. La creatura, la servizio del rabbino, non esiterà a sistemare le cose, proteggendo la piccola Zelmira e tutti gli indifesi della comunità dagli attacchi bruti e insensati dei cattivi di turno. “L’ombra del Golem” della Abécassis è una avvincente rivisitazione del mito del Golem che dimostra come una creatura mostruosa possa creare sì spavento ma, allo stesso tempo, quell’essere in argilla dimostra un affetto e una sensibilità per la piccola Zelmira e per chi come lei è vittima delle prepotenze altrui. Evidente segno che anche un essere nato dalla terra per mano dell’uomo (ricorda un po’ la creazione di Adamo devo dire il gesto del rabbino) può avere dei sentimenti veri e propri. A rendere ancora più avvincente e coinvolgente il libro della Abécassis, ci sono le colorate tavole di Benjamin Lacombe, che rendono ancora più sfiziosa la lettura della storia del mostro d’argilla, dal cuore buono. Traduzione Camilla Diez.

Éliette Abécassis nata nel 1969 a Strasburgo da una famiglia ebraica sefardita di origine marocchina e insegna filosofia all’Università di Caen. Le storie che racconta, frutto di minuziose ricerche e vita vissuta, sono profondamente intrise della religione e della cultura ebraica. Madre di due figli, vive a Parigi.

Benjamin Lacombe è nato a Parigi nel 1982, ed è tra gli esponenti di spicco della nuova illustrazione francese. Ha scritto e illustrato una ventina di libri, tradotti in varie lingue sia in Europa sia negli Stati Uniti. Espone regolarmente le sue opere d’arte a Tokyo, New York, Los Angeles, Roma.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

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:: L’ultimo angolo di mondo finito, Giovanni Agnoloni, (Galaad 2017), a cura di Viviana Filippini

9 luglio 2017
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È un futuro lontano, ma non troppo, quello narrato in “L’ultimo angolo di mondo finito” scritto da Giovanni Agnoloni, edito da Gaalad. Un tempo a venire –siamo nel 2029- in un mondo dove eventi di varia natura stanno sconvolgendo la vita di tutto gli esseri umani. Negli Stati Uniti d’America la Rete del web ha subìto un tentativo di sabotaggio da parte del gruppo segreto degli Anonimi, ma l’azione è stata un fallimento. Conseguenza del fatto è stata la rinascita della rete di internet con l’uso di droni che rendono possibile la navigazione tramite il wireless. In Europa, la morte di internet è avvenuta e la comunicazione è stata travolta da una grave crisi che ha portato a diffondersi, in modo capillare, degli ologrammi (cloni immateriali di esseri viventi) addetti ad influenzare il comportamento degli abitanti umani. Questo è il mondo cupo e futuristico nel quale si sviluppano le avventure del professor Kasper Van der Maart, un esperto teorico di guasti antropologici della Rete. L’uomo parte per New York alla ricerca Kristine Klemens, la scrittrice che alla fine di “Sentieri della notte”, aveva scoperto la fine di Internet. Alle avventure di Klemens si alternano quelle dei seguaci degli Anonimi, sparsi qua e là in Europa alla ricerca di impulsi elettromagnetici da utilizzare per creare una nuova Rete nel Vecchio continente. Il quartetto è composto da Emanuela, approdata Bosnia, Aurelio in Portogallo mentre, i fratelli Ahmed e Amina, si trovano nel Sud Italia. Il libro di Agnoloni anche si occupa di una dimensione globale ci permette di conoscere meglio i suoi personaggi grazie ad una serie di monologhi dai quali emergono non solo le personalità dei protagonisti, ma tutte le loro ansie e preoccupazioni su quello che potrebbe accadere al mondo nel quale vivono. Questo è la dimostrazione di come a volte la letteratura non solo interpreti la realtà ma, in certi casi, ne anticipi gli sviluppi. La società narrata nel romanzo di Agnoloni è a tratti inquietante, nel senso che l’umanità in generale è controllata in modo costante da dei droni che volano, e vigilano, sulle teste di tutti, come una sorta di Grande Fratello ipertecnologico. Fosse solo questo! A rendere l’atmosfera ancora più preoccupante, il fatto che il genere umano conviva con dei propri alter ego fittizi (ologrammi) ai quali si rivolge come se fossero persone reali. L’immagine che ne esce è quella di un umanità forse sì molto avanzata, ma molto sola e a tratti completamente inconsapevole di essere manipolata che ha bisogno di ritrovare se stessa e la vera libertà. “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni chiude una trilogia nella quale nella quale la realtà e la finzione si mescolano alla perfezione dando forma ad una dimensione letteraria inquietante, ma molto verisimile, tanto da non essere molto diversa e lontana dalla dimensione del reale nella quale noi lettori oggi viviamo.

Giovanni Agnoloni, (Firenze, 1976) è scrittore, traduttore e blogger. È autore dei romanzi Sentieri di notte (2012; pubblicato in spagnolo come Senderos de noche, El Barco Ebrio 2014, e in polacco come Ścieżki nocy, Serenissima 2016), Partita di anime (2014) e La casa degli anonimi (2014), L’ultimo angolo di mondo finito (2017), tutti editi da Galaad Edizioni. Ha inoltre pubblicato tre saggi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien, ed è curatore di una raccolta internazionale di articoli sul tema. Ospite di residenze letterarie, festival e conferenze in Europa e Stati Uniti, ha tradotto libri di Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle, Peter Straub e Noble Smith, e saggi su J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño, ed è un esponente del movimento letterario connettivista. Collabora con i blog La Poesia e lo Spirito, Lankenauta e Postpopuli. Il suo sito è http://giovanniag.wordpress.com

Source: inviato dall’autore al recensore.

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:: Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini, Francesca Romano (I Buoni Cugini Editori, 2017) A cura di Viviana Filippini

2 luglio 2017
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Ci sono persone che amano leggere. Ci sono poi persone che oltre a leggere, amano inventare storie da raccontare e anche scriverle. È il caso di Francesca Romano che ha messo su carta alcune delle favole che raccontava ai propri figli prima della buona notte. Il risultato è “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini”, edito I Buoni Cugini Editori di Palermo. Le nove fiabe create dalla fervida immaginazione di Francesca Romano hanno per protagonisti animali e creature fantastiche che, immersi in situazioni avventurose e piene di colpi di scena inaspettati, portano sempre qualche insegnamento. Ogni storia ha al centro temi importanti presi dalla vita di ogni giorno, ammantati dalla tipica atmosfera della favola. Tanti sono i sentimenti e le emozioni messe in gioco e non a caso, l’autrice parla di amore, della ricerca della felicità, l’accettazione dell’altro e di come, a volte, certi comportamenti un po’ troppo altezzosi possano allontanare dai protagonisti – e anche un po’ da noi lettori- le persone che ci vogliono bene. Altro aspetto interessante del libro è il fatto che ognuna delle fiabe raccontate è dedicata dall’autrice a persone che lei ha incontrato nella sua vita di ragazzina, mamma, moglie e che le hanno lasciato qualche ricordo particolare e importante. “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini” è un raccolta di favole che fanno volare il lettore piccino – ma anche adulto se il libro viene letto in coppia da genitori e figli- sulle ali della fantasia, per approdare a mondi animati da personaggi fantastici. La cosa interessante è che ognuno dei protagonisti con il proprio vissuto ha molto da insegnare a chi legge, perché anche se i vari personaggi sono un porcospino dagli aculei sì pungenti, ma dall’animo gentile; un tenero orso, forte al momento giusto; colorati fiori; principesse e corpi celesti, ognuno di loro incarna comportamenti, sentimenti ed emozioni con le quali noi possiamo facilmente identificarci. Questo a dimostrazione che la condivisione delle esperienze presentata in “Siamo tutti un po’ orsi, un po’ porcospini” di Francesca Romano è davvero molto importante per comprendere quali sono gli elementi realmente importanti da mettere in gioco per essere felici con se stessi e con il mondo che ci circonda. A rendere ancora più coinvolgenti le storie della buona notte, e perché no, del buon giorno della bresciana Romano, ci sono le belle colorate illustrazioni di Dafne Zaffuto.

Francesca Romano è nata nel 1973 e vive a Brescia. Laureata in scienze dell’educazione, lavora ai Servizi Sociali del Comune di Brescia. Mamma di due ragazzi e sognatrice compulsiva, da sempre fantastica di vivere di parole d’inchiostro. Scrive da tempo immemore nei piccoli ritagli di tempo che la vita frenetica le permette. Ama scrivere favole e si diletta esprimendo il lato oscuro con racconti gialli/thriller. Diversi suoi racconti, risultati finalisti e vincitori in concorsi letterari nazionali e internazionali, sono stati pubblicati nelle relative antologie, alcune delle quali presentate a Roma, Milano, Chiari, alle fiere dell’editoria. Ha pubblicato per Fabbri editori con racconti collaborativi. “Siamo tutti un po’ orsi un po’ porcospini” è il suo primo libro.

Dafne Zaffuto è nata a Milano 1 marzo 1979. Diplomata in grafica pubblicitaria e laureata in Filosofia (indirizzo Estetica) con diploma di Pedagogia Steineriana presso il seminario triennale di Milano, dal 2009 insegna Filosofia, Storia dell’Arte e Lettere presso la Scuola Steiner di Origlio in provincia di Lugano. Disegna da sempre con passione ed ha approfondito uno stile del tutto personale con particolare interesse all’umanizzazione degli animali. Lavora a dei piccoli fumetti brevi ed ha già illustrato delle copertine per I Buoni Cugini Editori. dafnezaffuto@gmail.com

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Dall’1 al 15 luglio GEOGRAFIE SUL PASUBIO Narrare i luoghi e i popoli A cura di Viviana Filippini

26 giugno 2017

1Se ami viaggiare, osservare il territorio e provare a raccontarlo dall’ 1 al 15 luglio si terrà “Geografie sul Pasubio”, un progetto sulle diverse e varie forme di comunicazione che possono essere usate raccontare i territori, i luoghi e ciò che contengono o li attraversano:
Paesaggi, città, fiumi, persone, memorie, animali, nature, società, fatti politici, esistenze individuali saranno le protagonista di Geografie sul Pasubio che comprende anche una vera e propria scuola estiva di reportage (dall’ 11 al 14 luglio) con pellicole, incontri a tema e passeggiate con esperti conoscitori della montagna per confrontarsi con le vecchie e nuove geografie. Set di sviluppo del progetto sarà l ’ampio massiccio del Monte Pasubio, collocato tra Trentino e Veneto dove si alternano paesaggi, scenari naturali e sedimenti storici molto forti che, ancora oggi, sono i testimoni delle memorie della Grande guerra.
“Geografie sul Pasubio” è un progetto promosso dai cinque Comuni del Pasubio (Posina, Terragnolo, Trambileno, Vallarsa, Valli del Pasubio) in collaborazione con Keller editore che hanno identificato nel massiccio roccioso il luogo ideale per un calendario di eventi, un ciclo di proiezioni e una piccola scuola estiva di reportage e narrazione con un forte spirito internazionale. La scuola sarà una quattro giorni in montagna tra trekking e reportage dall’11 al 14 luglio, sul Monte Pasubio in una location che passa da idilliaci pascoli alpini a fitti boschi e scorci lunari pieni di memorie del passato.
Il laboratorio si rivolge ad un numero limitato di partecipanti e avrà temi vari, incontri generali, camminate immersi nella natura e ospiti che hanno saputo narrare in modo nuovo e innovativo i tempi di oggi. Costo euro 280 (pernottamenti in rifugio e malga, cene, colazioni, pranzi, guida… e incontri http://www.geografiesulpasubio.it) nel clima essenziale della montagna.
Ecco alcuni degli ospiti di questa prima edizione:

Burhan Ozbilici, l fotoreporter turco fresco vincitore del World Press Photo 2017.
Valerio Pellizzari storico inviato del giornalismo italiano sui più caldi fronti degli ultimi decenni.
Francesco Cataluccio che parlerà della scuola di reportage polacca e degli eredi di Ryszard Kapuściński. Marco Ansaldo inviato di Repubblica per la Turchia, Vaticanista e docente di Giornalismo Estero alla LUISS di Roma.
Martin Pollack uno dei maggiori scrittori e reporter dell’Europa centro-orientale.
Sandro Orlando – reporter e giornalista per il gruppo RCS e viaggiatore di lungo corso – che ci accompagnerà alla scoperta del reportage di viaggio.
Edoardo Camurri che con il programma Viaggio nell’Italia del Giro della RAI ha raccontato in modo nuovo e diverso la provincia del nostro Paese.
Roberto Abbiati, attore che ha cesellato una serie di personaggi indimenticabili per l’edizione 2017 del format.

GEOGRAFIE SUL PASUBIO
Narrare i luoghi e i popoli.
Scuola estiva di reportage.
Pellicole, Incontri, Passeggiate.
MONTE PASUBIO, 11-14 LUGLIO Quattro giorni di trekking in montagna dedicati al reportage con ospiti nazionali e internazionali inoltre pellicole, incontri, passeggiate dal 1° al 15 luglio.
Informazioni e iscrizioni: http://www.geografiesulpasubio.it

:: La cura, Arno Camenisch, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

23 giugno 2017
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Può essere straordinaria la vita quotidiana con i suoi ritmi, abitudini e ripetizioni? Sì e ce lo dimostra Arno Camenisch con il suo ultimo romanzo “La cura” edito da Keller. Protagonisti un uomo e una donna di mezza età alle prese con un viaggio premio in un super lussuoso albergo a cinque stelle in Engadina. L’hotel elegante e il paesaggio spettacolare scatenano nella coppia due approcci diversi verso quella che dovrebbe essere una rilassante vacanza. La donna è affascinata dall’Engadina e il contatto con il paesaggio svizzero le crea emozioni così forti, che la sua mente va a ripescare ricordi nei cassettini della memoria e a trovare nel presente della terza età nuove aspirazioni e speranze per il futuro. Lui, invece, vive il viaggio premio in modo molto più traumatico, nel senso che l’uomo è ossessionato in modo costante dal bisogno di dove mangiare (e dalla paura di non aver cibo), dalla terrore di spendere più soldi del dovuto e che qualcosa di brutto accada loro mentre cercano di godersi la vacanza. A rendere meno problematico il soggiorno, per il protagonista c’è quella inseparabile borsa di plastica che si porta sempre con sé e che è stracolma di tutto ciò che gli potrebbe servire. Marito e moglie parlano, ricordano, vanno a recuperare i primi amori, i viaggi all’estero –Italia compresa-, gli amici di un tempo, le cose fatte e quelle che avrebbero potuto fare. Il tutto con una particolare attenzione a quello che è il senso della vita e a come le azioni compiute e le parole dette possano influenzarne il corso e lo sviluppo. Nella coppia c’è quindi una profonda consapevolezza che le scelte e gli eventi del passato appartengono ad un tempo che non tornerà più e che quello che resta del vivere, deve essere vissuto- anche se non sempre è facile- al meglio. Poi, ad un certo punto del soggiorno i due partono per una camminata nel bosco, ma dopo un po’ su di loro incombe un temporale, evento atmosferico che, ancora una volta, evidenzia il diverso atteggiamento verso la vita della coppia. Lei è coraggiosa, impavida e non teme a continuare la passeggiata, come se il temporale fosse sì qualcosa di spaventoso, ma dopo si esso ci sarà nuova speranza. Lui, invece è molto cupo e vede nell’evento atmosferico un qualcosa di catastrofico, dal quale scappare, per sfuggire a conseguenze disastrose. Il romanzo di Camenisch presenta, con acuta e saggia ironia, una coppia di anziani consapevoli che quella che stanno vivendo è la parte finale del loro cammino esistenziale, che avrà come termine ultimo la fine del vivere. “La cura” di Arno Camenisch non solo dimostra come la routine di ogni giorno riesca, nella sua totale e umile semplicità, a diventare argomento narrativo nel quale il lettore può identificarsi. La cura di Camenisch, che non è quella fatta di medicine, è quella forza solida e quel sostegno reciproco che l’affiatata coppia protagonista si è data in passato e che continuerà a scambiarsi nel presente e nell’incombente arrivo dell’imbrunire dell’esistenza umana. Traduzione di Roberta Gado.

Arno Camenisch è nato nel 1978 nella regione dei Grigioni, in Svizzera. Ha studiato Letteratura a Biel, dove vive attualmente. Camenisch ha vinto numerosi premi per la sua poesia, le prose e i drammi, che scrive in tedesco e in romancio. È membro dell’ensemble Spoken Word ‘Bern ist überall’. I suoi lavori in prosa e alcuni estratti sono stati tradotti in 15 lingue. Camenisch è stato inserito nell’Antologia della migliore fiction europea del 2012. Tra i premi che ha vinto: Plema d’aur, Premio Berna, Premio Schiller, Premio Eidgenössischer; Hölderlin Litteratur Preis.Il primo volume della trilogia dei Grigioni, Sez Ner, è edito da Casagrande e Keller editore dopo Dietro la stazione, pubblicherà l’ultimo volume della trilogia intitolato Ustrinkata. In romancio è uscito nel 2005 il romanzo Ernesto ed autras manzegnas (Ed. Romania).

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: Io sono un gatto, Natsume Sōseki, (Beat, 2017) a cura di Viviana Filippini

19 giugno 2017
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Cosa accade quando un gattino abbandonato si introduce in una casa di umani sconosciuti? E cosa succede se a raccontarci il destino del musetto peloso è il gatto stesso? È quello che avvien in “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, romanzo del 1905, pubblicato in Italia da Beat, che ha per protagonista un gattino tutto solo. Il trovatello, dopo essersi intrufolato in una umile casa viene accettato, ma non accolto con tutto l’entusiasmo che ci si aspetterebbe. Ad ospitarlo una famiglia giapponese dell’epoca Meiji: i Kushami. Il fatto che il micetto non sia tanto amato dai padroni è dato dalla mancanza di gesti affettivi concreti e dal suo non avere un nome. Il gatto viene “adottato” da una famiglia composta dal padre (l’unico che ogni tanto gli tocca la testa), un professore con perenni problemi di stomaco, una madre, tre figlie del tutto indifferenti a lui e una serva. Quest’ultima non ama il micio, ma gli dà da mangiare e questo gesto caritatevole, unito al tocco del padrone, fanno sentire il felino, il padrone di casa. Il gatto passa le sue giornate tra l’abitazione del padrone e i suoi simili (il Nero del vetturino e l’amata Micetta), ma il vero interesse di questo gatto perspicace è ascoltare i discorsi del suo proprietario e degli amici che vanno a trovarlo. I dialoghi si snodano tra il serio e il faceto e hanno al centro i problemi d’amore di Kangetsu, laureato in fisica ed ex studente di Kushami che dovrebbe sposare Tomiko, figlia viziata dei coniugi Kaneda, vicini di casa del professore, superbi, ottusi e incredibilmente ricchi. Al giovane si alternano le visite di altri amici di Kushami: il ridanciano Meitei, l’uomo d’affari Sanpei, il poeta Tōfū e tanti altri individui, che con il loro dire e agire, fanno conoscere a noi lettori usi e costumi del Giappone di inizio del XX secolo. Il gatto assiste, testimone muto, alle vicissitudini di una umanità comica, a tratti imbranata e minata dai piccole ossessioni comportamentali che la rendono simpatica e, allo stesso tempo, ne mostrano le fragilità interiori. Il gatto ascolta e innesta nelle narrazione tutta una serie di riflessioni personali che dimostrano la sua intelligenza, la sua capacità di passare dalla vita vera, alla storia dell’antica Grecia, alla letteratura, alla medicina e alla filosofia, il tutto per esprimere la propria opinione sulle spinose questioni riguardanti la vita degli uomini. Il protagonista del romanzo di “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, tradotto da Antonietta Pastore, è un felino simpatico, ironico che dimostra di avere una mente arguta e un cuore abili a provare sentimenti ed emozioni come quelle vissute dagli uomini, solo che il micio – differenza degli esseri umani che lo circondano – sembra sperimentare con maggiore coscienza e consapevolezza – Zen direi – ogni singolo evento del suo vivere quotidiano.

Natsume Sōseki, pseudonimo di Natsume Kinnosuke, nacque ad Edo (antico nome di Tokyo) nel 1867, da un samurai di basso rango, ultimo di sei figli, è considerato il più grande scrittore del Giappone moderno, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Mishima. Nel 1905 pubblicò il suo primo romanzo Io sono un gatto, edito da Neri Pozza nel 2006. Seguono, tra gli altri, Bocchan (Il signorino, Neri Pozza 2007), nel 1906 e Sanshirô del 1908.Morì nel 1916 a 49 anni. Tra le sue opere ricordiamo Il viandante, Erba lungo la via e i due romanzi apparsi in Italia sempre per Neri Pozza: Guanciale d’erba e Il cuore delle cose.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Mostri mitologici, Sergio Fontana, (Scienze e lettere 2017) a cura di Viviana Filippini

12 giugno 2017
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“Mostri mitologici” di Sergio Fontana edito da Scienze e lettere è il quarto volume della collana Monstra dedicata alla riscoperta dei miti dell’antichità. A differenza dei volumi precedenti qui i protagonisti sono nove mostri che raccontano se stessi a noi lettori. I libro è per un pubblico composto da bambini, ma anche gli adulti possono riscoprire alcune delle creature della mitologia antica leggendolo da soli o, meglio ancora, in compagnia. Acheloo, Aracne, Centauro, Chirone, Cerbero, Ecate, Medusa, Minotauro, Scilla e Tifone sono i protagonisti di questa raccolta, i quali si mettono in primo piano come narratori della loro origine. Leggendo le avventure di questi personaggi, il lettore scopre come Acheloo perse uno dei suoi corni, come Medusa si ritrovò le serpi al posto dei capelli e il perché e da chi Minotauro venne rinchiuso nel labirinto di cunicoli dove rimase per il resto della sua vita. Tanti brevi testimonianze che permettono ai protagonisti non solo di raccontare di se stessi, ma di parlare anche dei luoghi dai quali provengono. In questo modo il lettore non solo avrà la possibilità di conoscere le vicende e i miti delle vite delle nove creature mitologiche, ma avrà lo strumento letterario visivo per collocarli in un luogo preciso. A rendere effettiva questa opzione ci pensano le belle illustrazioni presenti nel libro realizzate da Lucia Conversi, nelle quali immagini fotografiche e disegnate si mescolano alla perfezione donando al lettore la perfetta ricostruzione scenica degli ambienti di sviluppo delle avventurose esistenze dei mostri mitologici. “Mostri mitologici” è nato in parallelo all’applicazione “Mostri Mitologici – Mythological Monsters”, prodotta da Sema s.n.c., disponibile per tablet e telefoni cellulari sui principali store digitali, in lingua italiana e inglese. Il libro e la app vanno quindi di pari passo, nel senso che nel volume edito da Scienze e Lettere ci sono la carta, i colori, il piacere di sfogliare le pagine, mentre nell’app c’è l’aggiunta di voci, musiche, animazioni e giochi. Tradizione e innovazione che riescono a conquistare il lettore di ogni età.

Sergio Fontana, Archeologo di formazione, ha pubblicato numerosi studi scientifici sulla ceramica di età romana e sulle antichità dell’Africa del Nord. Ha sviluppato con la società Sema le App “Colonna Traiana” (Mondadori Electa 2013) e “Imperial Fora” (Sema2015). Ha pubblicato l’e-book “Colonna Traiana”(Mondadori Electa 2013). È autore del concept, ha svolto la ricerca iconografica e ha scritto i testi dell’App Mostri Mitologicioltre a curarne la produzione.

Lucia Conversi, pittrice e illustratrice, ha partecipato alla realizzazione di numerosi prodotti cartacei e multimediali. Tra gli altri, i classici illustrati in lingua inglese con l’editore Liberty e le pluripremiate app Pinocchio (2011) e Ulisse (2012) con Elastico. Vive e lavora sulle colline di Parma, dividendo il suo tempo fra tele, tavoletta grafica ed esclusive bambole di pezza per la sua bambina. Ha realizzato le illustrazioni dell’App Mostri Mitologici con Sema (2016).

Source: Inviato dall’editore, grazie a Costanza Ciminelli dell’ ufficio stampa.

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:: Miraggio 1938, Kjell Westö, (Iperborea, 2017) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2017
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“Miraggio 1938” di Kjell Westö è un romanzo ricco di tante sfaccettature, che evidenziano quanto complessa possa essere la realtà quotidiana nella quale si vive ogni giorno. Il romanzo, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione dallo svedese di Laura Cangemi, è un giallo psicologico e, allo stesso tempo, ha un intreccio storico interessante, che porta il lettore nel Nord Europa. La storia si svolge nel 1938, ed è ambientata ad Helsinki e i protagonisti attorno ai quali si sviluppa l’intreccio narrativo sono due. Claes Thune, un ex diplomatico dalla carriera fallita, tornato nella sua terra e Matilda Wiik, la nuova segretaria di Thune, una giovane molto riservata, silenziosa e diligente. I due parlano poco, ma il gioco di sguardi che si percepisce durante la lettura fa capire che entrambi, nonostante le apparenze, non sono così felici come sembrano. Thune è un uomo deluso dalla vita; la moglie lo ha lasciato e si è fidanzata con il suo migliore amico, i valori liberarli e di democrazia nei quali lui credeva sono stati traditi dai fatti europei degli anni Trenta e dalla presa di potere dei regimi totalitari. Non è tutto, Thune capisce che qualcosa sta cambiando in modo irreparabile, perché anche il suo «Circolo del mercoledì», creato con due medici, un uomo d’affari, un giornalista e un attore ebreo, comincia a presentare delle crepe evidenti, poiché ognuno dei soci manifesta idee e riflessioni ben diverse da quelle degli altri. Matilda è una giovane donna solitaria, lavora per Thune, è meticolosa in ogni cosa che fa al lavoro e nella suo piccolo appartamento, uno – se non l’unico- posto deve lei si sente protetta. Tutto però si complica quando da Thune arriva un suo amico, che la ragazza identifica con il Capitano. Da questo momento per la donna inizierà un vero e proprio viaggio indietro nel tempo e nei drammatici ricordi della guerra civile finlandese dove lei, come altri, fu vittima di inaudite violenze. Westö crea un storia avvincente che scava nella psiche umana, nel senso che c’è la vittima (Matilda), la sua ricerca spasmodica del colpevole (l’aguzzino tornato dal passato) per punirlo dei tremendi crimini dei quali si è macchiato. Quando vede riapparire il suo carnefice, la giovane donna entra in crisi, sente destabilizzata la pace che con grande fatica era riuscita a costruirsi, cercando di dimenticare il male subìto. Il passato che ritorna la fa precipitare in un baratro tale da scatenare in Matilda un vero e proprio sdoppiamento della personalità. Da una parte la Matilda del presente che cerca di controllare il tumulto emotivo nel suo corpo. Dall’altra, la parte vittima di Matilda, quella del passato che ha subìto il male, quella che si è risvegliata e che vuole la punizione per il colpevole. “Miraggio 1938” di Kjell Westö, è un romanzo dal ritmo incalzante e dalle rivelazioni inaspettate, che partendo dalla Storia ci portano dentro alle storie di donne e uomini molto attaccati ai valori della libertà, del rispetto e dell’amicizia trasformati in un miraggio dall’evolversi drammatico degli eventi e dal fatto che non sempre le persone presenti nella vita sono quello che fanno credere di essere.

Kjell Westö (Helsinki 1961) è uno scrittore e giornalista finlandese di lingua svedese. Ha esordito nel 1986, e da allora ha pubblicato poesia, racconti e romanzi. La sua serie di cinque grandi romanzi ambientati nella Helsinki del XX secolo lo hanno consacrato come uno dei più noti scrittori nordici, interprete dei grandi temi della nostra storia politica e di come questi hanno influenzato la vita e i pensieri della gente. Miraggio 1938 è in corso di traduzione in 22 paesi e nel 2014 ha vinto il Premio del consiglio nordico, il più importante riconoscimento letterario del Nord Europa.

Source: inviato dall’ editore al recensore.

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:: Tra nevi ingenue, Paola Baratto, (Manni Editore 2016) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2017
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“Tra nevi ingenue” è l’ultimo libro di Paola Baratto edito da Manni editore. Più che un romanzo, il libro è una galleria letteraria composta da tanti piccoli quadri di parole che raccontano pezzi di vita, spazio e tempo. Leggere il libro di Paola Baratto è entrare dentro a degli scatti istantanei delle vite dei diversi personaggi che caratterizzano tutta il testo. Se dovessi fare un elenco quello che si trova tra le pagine ecco sono persone, ambienti diversi, ricerca di un senso e di pace descritti con uno stile essenziale, elegante e comunicativo. Paola Baratto ha un linguaggio diretto, che non si perde in fronzoli descrittivi, perché quello che intende fare è carpire l’attenzione del lettore e trascinarlo all’interno del frame narrativo presente nella pagina. Si potrebbe dire che è uno stile minimalista, ma il minimalismo della Baratto è carico di colori ed emozioni alle quali è impossibile rimanere indifferenti. Dodici brevi racconti e cinque poesie nei quali gesti, colori, suoni, aromi e condizioni atmosferiche si mescolano alla perfezione trascinando il lettore dentro a vite altrui che, proprio grazie all’atto della lettura, rivivono e permettono al fruitore di ritrovare un po’ di se stesso nei diversi personaggi presenti nell’impianto narrativo. Sei donne e sei uomini, lì pronti a prenderci per mano e portarci con loro nei luoghi dove hanno trovato la propria condizione ideale di esistere, perché ognuno di loro ha un personale paesaggio dove si sente davvero in pace e a casa, anche se in alcuni casi si ha come la sensazione che il panorama sia una vera e propria ossessione. Per esempio c’è Mara innamorata degli altipiani e delle brughiere, perché spazi sconfinati e immensi. Arriva poi Bruno che calamita il suo interesse in un piccolo cortile (casa di parenti) delimitato da alti muri che lo rendono una sorta di locus amoenus protetto dalla caotica città. Ben diversi i bisogni di Emilia, che ama camminare sulle strade irte, non tanto per vedere il verde dei boschi, ma per sentire la consistenza della Terra Madre sotto i piedi. Se ci sono personaggi alla ricerca di luoghi specifici, ci sono quelli che come Vittoria partono in vero e proprio pellegrinaggio in tutti i posti che le ricordano i libri più amati che ha letto. Altri, come Camilla, trovano conforto solo passeggiando nei chiostri (portoghesi, spagnoli, bretoni o francescani) o Viola, che usa Google Maps per andare a cercare i tanti territori dove è stata, ma che ha lasciato per sempre. In “Tra nevi ingenue” Paola Baratto dipinge, perché leggendo del personaggio e della sua storia, essi prendono forma nella mente del lettore come un rapido schizzo. Quella della Baratto è un’umanità umile che ama e le piccole cose del vivere di ogni giorno, animata allo stesso tempo da un concentrato di sentimenti ed emozioni che ribollono nei cuori e negli animi del genere umano che trova pace nei propri luoghi del cuore.

Paola Baratto nasce a Brescia, in una famiglia con radici in più regioni d’Italia. All’inizio degli anni Ottanta comincia, come tanti, a scrivere poesie. L’idea di quello che sarà il primo romanzo nasce durante un viaggio in Irlanda nell’estate del 1989 e sboccerà in “La cruna del Lago – Tír na n Og” (1994, Ermione). Nel 1995 Paola Baratto inizia una collaborazione con la pagina culturale del “Giornale di Brescia”, quotidiano per il quale ancora oggi scrive elzeviri. Diventa giornalista pubblicista. Nel 1998 pubblica la fiaba d’ambientazione gallese “Mac y Moc cantava i sogni”. Nell’ottobre dello stesso anno la Baratto pubblica il suo secondo romanzo, intitolato “Finisterre (Zanetti ed.). Nel novembre 2000 pubblica il terzo romanzo, “Di carta e di luce”, sempre per l’editore Zanetti. 2005 Paola Baratto entra nel catalogo della Manni, editrice che pubblica il suo quarto romanzo intitolato “Solo pioggia e jazz”. Nell’aprile 2007 è sempre Manni a dare alle stampe “Carne della mia carne”, il quinto romanzo. Sempre Manni, nel febbraio 2010, pubblica “Saluti dall’esilio”, il sesto romanzo di Paola Baratto. Alla fine del 2011, il Giornale di Brescia affida a Paola Baratto “Conosci Brescia?” Nell’ottobre 2014, nuovamente per Manni, arriva “Giardini d’inverno”.

Source: autrice Paola Baratto.

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:: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 maggio 2017
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Galizia un nome che spesso ci è capitato di sentire e che corrisponde ad un luogo che molti di noi non hanno mai visitato. Galizia, intendo quella terra compresa tra Polonia e Ucraina, è la protagonista del libro “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack, pubblicato da Keller editore. Il testo è un vero e proprio mix di itinerari e di racconti del passato che portano il lettore a rivivere e conoscere il cuore di quella che fu tra il 1772 e il 1918 la più grande e popolosa provincia dell’Impero Austro-ungarico. Ciò che emerge dalla pagine è l’immagine di una terra ormai scomparsa per sempre ma, allo stesso tempo, essa era la culla della cultura di un Europa in fermento. Il libro di Pollack è interessante perché ripercorre in lungo e in largo la terra della Galizia attraverso itinerari ferroviari e grazie al recupero di testi (romanzi dell’epoca, vecchi reportage di viaggio, articoli di giornale) che raccontano i fatti di cronaca di un tempo e ricostruiscono le peculiarità della Galizia stessa come fu. Quella che emerge è l’immagine di una terra attraversata da una ragnatela di linee ferroviarie e da tante popolazioni diverse contraddistinte da usi e costumi specifici che permettevano a queste etnie di essere facilmente riconoscibili da tutti. C’erano per esempio gli Huzuli, uomini e donne, che avevano capelli lunghi, pantaloni rossi, camicie bianche e abiti tutti intrisi di burro e cenere. Accanto a loro i Ruteni (un popolazione slava orientali oggi corrispondente agli ucraini) e anche tanti ebrei. A confermare la varietà delle etnie presenti in Galizia ci pensavano anche le tante lingue parlate che il viaggiatore poteva udire pure stando in un solo posto. Da una parte, nel corso della sua storia, la Galizia subì le pressioni degli Stati che la circondavano e che facevano di tutto per imporre i loro usi, costumi e abitudini. Dall’altra, non mancarono da parte galiziana esplicite volontà di imporre e far valere la propria identità, autonomia e indipendenza, tanto è vero che la Galizia riuscì a divenire una provincia autonoma dell’Impero austroungarico dal 1873. Un fatto molto importante che permise di bloccare il processo di germanizzazione messo in atto da altri Stati pronti a dominarla. Questo volume, corredato anche da foto che mostrano i luoghi e le persone dell’antica terra, ha per protagonisti una serie di testi di quegli autori molto legati alla terra galiziana perché ci sono nati o ci hanno vissuto (Henry e Joseph Roth, Paul Celan, Bruno Schulz, Ivan Franko per citarne alcuni) che, con i loro scritti, ci hanno lasciato la testimonianza di una terra ormai scomparsa per sempre. “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Pollack è un viaggio fisico, filosofico ed emotivo nella memoria in luoghi che nel corso del tempo hanno cambiato aspetto, denominazione e struttura, ma nei quali si riverbera sempre un po’ del passato andato, ma mai scomparso del tutto a dimostrazione che la radici di ieri vivono ancora nell’oggi. All’interno un testo di Claudio Magris. Traduzione Fabio Cremonesi.

Martin Pollack è nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco, giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per la rivista «Spiegel» a Vienna e a Varsavia, tra il 1987 e il 1998. Durante la sua carriera ha ricevuto diversi premi per il suo impegno e lavoro. Vive a Vienna e Stegerbasch, nel Burgerland meridionale. Tra le sue pubblicazioni in Italia Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007) Paesaggi contaminati (Keller, 2016) e Galizia (2017)

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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