Posts Tagged ‘viviana filippini’

:: Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, (Keller, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 maggio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Galizia un nome che spesso ci è capitato di sentire e che corrisponde ad un luogo che molti di noi non hanno mai visitato. Galizia, intendo quella terra compresa tra Polonia e Ucraina, è la protagonista del libro “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Martin Pollack, pubblicato da Keller editore. Il testo è un vero e proprio mix di itinerari e di racconti del passato che portano il lettore a rivivere e conoscere il cuore di quella che fu tra il 1772 e il 1918 la più grande e popolosa provincia dell’Impero Austro-ungarico. Ciò che emerge dalla pagine è l’immagine di una terra ormai scomparsa per sempre ma, allo stesso tempo, essa era la culla della cultura di un Europa in fermento. Il libro di Pollack è interessante perché ripercorre in lungo e in largo la terra della Galizia attraverso itinerari ferroviari e grazie al recupero di testi (romanzi dell’epoca, vecchi reportage di viaggio, articoli di giornale) che raccontano i fatti di cronaca di un tempo e ricostruiscono le peculiarità della Galizia stessa come fu. Quella che emerge è l’immagine di una terra attraversata da una ragnatela di linee ferroviarie e da tante popolazioni diverse contraddistinte da usi e costumi specifici che permettevano a queste etnie di essere facilmente riconoscibili da tutti. C’erano per esempio gli Huzuli, uomini e donne, che avevano capelli lunghi, pantaloni rossi, camicie bianche e abiti tutti intrisi di burro e cenere. Accanto a loro i Ruteni (un popolazione slava orientali oggi corrispondente agli ucraini) e anche tanti ebrei. A confermare la varietà delle etnie presenti in Galizia ci pensavano anche le tante lingue parlate che il viaggiatore poteva udire pure stando in un solo posto. Da una parte, nel corso della sua storia, la Galizia subì le pressioni degli Stati che la circondavano e che facevano di tutto per imporre i loro usi, costumi e abitudini. Dall’altra, non mancarono da parte galiziana esplicite volontà di imporre e far valere la propria identità, autonomia e indipendenza, tanto è vero che la Galizia riuscì a divenire una provincia autonoma dell’Impero austroungarico dal 1873. Un fatto molto importante che permise di bloccare il processo di germanizzazione messo in atto da altri Stati pronti a dominarla. Questo volume, corredato anche da foto che mostrano i luoghi e le persone dell’antica terra, ha per protagonisti una serie di testi di quegli autori molto legati alla terra galiziana perché ci sono nati o ci hanno vissuto (Henry e Joseph Roth, Paul Celan, Bruno Schulz, Ivan Franko per citarne alcuni) che, con i loro scritti, ci hanno lasciato la testimonianza di una terra ormai scomparsa per sempre. “Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa” di Pollack è un viaggio fisico, filosofico ed emotivo nella memoria in luoghi che nel corso del tempo hanno cambiato aspetto, denominazione e struttura, ma nei quali si riverbera sempre un po’ del passato andato, ma mai scomparso del tutto a dimostrazione che la radici di ieri vivono ancora nell’oggi. All’interno un testo di Claudio Magris. Traduzione Fabio Cremonesi.

Martin Pollack è nato nel 1944 a Bad Hall, ha studiato slavistica e storia dell’Europa orientale. È traduttore dal polacco, giornalista e scrittore. È stato corrispondente dall’estero per la rivista «Spiegel» a Vienna e a Varsavia, tra il 1987 e il 1998. Durante la sua carriera ha ricevuto diversi premi per il suo impegno e lavoro. Vive a Vienna e Stegerbasch, nel Burgerland meridionale. Tra le sue pubblicazioni in Italia Il morto nel bunker (Bollati Boringhieri, 2007) Paesaggi contaminati (Keller, 2016) e Galizia (2017)

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mia figlia, don Chisciotte, Alessandro Garigliano, (NN editore, 2017), a cura di Viviana Filippini

9 maggio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Un padre disoccupato fa lavoretti saltuari per contribuire alla vita familiare però, alla figlia di tre anni lui racconta storie con cavalieri, re, regine e, come le chiama la piccoletta, tante “Principeffe”. Questo padre che si finge professore universitario impegnato in una importante ricerca letteraria è il protagonista di “Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano edito da NN editore. L’uomo stravede per la sua bimba, per il coraggio che la anima e che la porta a non avere, a differenza di lui adulto e insicuro, paura del mondo che la circonda. Garigliano sviluppa un intreccio narrativo nel quale si alternano i momenti di vita di ogni giorno vissuti dal protagonista con la propria piccoletta, a parti che hanno invece più la natura di saggio letterario dedicato alla figura di Don Chisciotte della Mancia, uno dei personaggi fra i più importanti della letteratura mondiale, nato dalla mente di Miguel de Cervantes Saavedra. Leggendo il libro ci si accorge di come il narratore svolga una doppia analisi, nel senso che il padre finto professore narrando il proprio rapporto padre e figlia, mette in relazione il loro agire a quello dei personaggi del romanzo spagnolo seicentesco che sta analizzando. In questo modo il narratore, un po’ imbranato, timoroso che qualcosa di imprevisto possa accadere a loro, si paragona allo scudiero Sancho Panza, mentre l’impavida figlia che non ha paura di nulla è un Don Chisciotte in gonnella. Ad un certo punto nel romanzo si percepisce una sorta di svolta, nel senso che è sempre presente la riflessione sul cavaliere spagnolo e sul suo essere un sognatore, però si ha come la sensazione che il narratore protagonista cominci a dedicare molta importanza alla ricostruzione dei fatti e degli eventi che caratterizzarono la gravidanza della moglie e che portarono alla nascita e alla vita della figlia. Quello che emerge è ancora un volta la grande temerarietà e il forte attaccamento alla vita della piccoletta che, già durante la gestazione e il parto, si trovò ad affrontare delle difficoltà. La bimba è valorosa da subito, il padre è invece troppo premuroso, sempre minato da una specie di preoccupazione e di timore cronici nell’affrontare la vita, perché in lui c’è la consapevolezza che non solo sarà responsabile per se stesso e per la moglie. Ci sarà nelle loro esistenze adulte, una nuova vita da amare, curare e proteggere: la figlia. Saranno proprio il coraggio di questa piccola vita da accudire a far capire al narratore aspirante scrittore saggista che il ruolo primario del suo esistere sarà quello di essere padre/scudiero di una figlia/cavaliere audace come Don Chisciotte della Mancia. “Mia figlia, don Chisciotte”, di Alessandro Garigliano è un romanzo-saggio, con sfumature ironiche, nel quale il rapporto tra verità esistenziale e fantasia sono usati dall’autore per raccontare il legame viscerale tra un padre e una figlia, simile alla passione cronica che il narratore ha per la letteratura, e come dal mondo di parole scritte e lette lui riesca a trovare gli strumenti per fare la cosa più importante: il genitore.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa NN editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi junior – Le Olimpiadi del coraggio, Paola Capriolo, (Einaudi ragazzi, 2017), a cura di Viviana Filippini

2 maggio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Le Olimpiadi di Città del Messico nel giorno del 16 ottobre 1968 sono passate alla storia per uno scatto fotografico diventato indimenticabile. Quell’evento fu così importante che Paola Capriolo ne ha fatto un libro per ragazzi intitolato Le Olimpiadi del coraggio, edito da Einaudi Ragazzi. Molti di noi avranno visto almeno una volta nella vita quella fotografia. Nell’immagine si vedono sul podio della vittoria dei duecento metri piani due uomini dalla pelle scura con il capo chino mentre stanno sollevando un pugno coperto da un guanto nero. Con loro un terzo atleta, dalla pelle chiara e i capelli biondi. Lui non alzava nessuno pugno, ma dal secondo gradino del podio guardava dritto davanti a sé. Paola Capriolo porta il piccolo lettore alla scoperta della vita dei tre sportivi diventati protagonisti assoluti di quelle olimpiadi. I due afroamericani (John Carlos e Tommie Smith) fecero quale gesto come forma di protesta per le discriminazioni che le persone come loro, avendo una pelle diversa da quella bianca, erano vittime di repentini atti di discriminazione. Quei pugni chiusi, rivestiti da un guanto nero e la scelta volontaria di salire scalzi sul podio rappresentarono, nell’ottobre del 1968, la volontà di smuovere e sensibilizzare gli animi delle persone al problema del razzismo. Il terzo atleta, l’australiano Peter Norman, non abbandonò i due compagni d’avventura, anzi il suo salire sul podio fu, in un certo senso, una condivisione del gesto messo in atto dai due velocisti americani. Le Olimpiadi del coraggio raccontano sì quel 16 ottobre ma, allo stesso tempo, si addentrano nelle vite dei tre uomini coraggiosi che dopo l’evento sportivo non ebbero vita facile. Per Carlos, Smith e Norman non fu facile continuare a fare sport a livello agonistico, così come non fu facile trovare un lavoro e sostenere le proprie famiglie le quali, purtroppo, si frantumarono per sempre. Tanti dolori e ostacoli, compresi infortuni che limitarono la pratica dello sport, che non riuscirono a fermare i protagonisti di questa storia, perché il trio di amici, anche se lontani tra loro, fece una corsa, non sportiva, ma di impegno civile per portare avanti la loro battaglia per aiutare chi, a causa del colore della pelle o perché ritenuto “diverso”, veniva discriminato. Carlos, Smith e Norman furono tre grandi eroi in lotta per il rispetto condiviso, anche se spesso si scontrarono con ostilità spesso più grandi di loro. Solo negli anni 2000 iniziò, grazie ad un progetto realizzato da alcuni studenti americani, un vero e proprio processo di rivalutazione del loro agire e quel gesto sul podio di Città del Messico, tanto incompreso nel 1968 e anche per molti anni di seguito, oggi è stato riconosciuto come segno importante di una battaglia per i diritti degli uomini. Le Olimpiadi del coraggio di Paola Capriolo è una storia vera nella quale l’amicizia, l’uguaglianza, la speranza del cambiamento e l’accettazione del prossimo diverso da sé, sono i valori fondamentali da condividere per coltivare il bene e il rispetto  dell’umanità. Età di lettura: da 10 anni.

Paola Capriolo è nata a Milano nel 1962. Il suo amore per la scrittura e per le storie spazia dai classici della letteratura tedesca, che traduce con maestria, ai miti della tradizione europea, che reinventa con sensibilità tutta moderna, fino alle fiabe, che racconta con grazia. Le sue opere sono tradotte in Europa, in Giappone e negli Stati Uniti. Tra i suoi libri: La grande Eulalia (Feltrinelli, 1988), Il doppio regno (Bompiani, 1991), La spettatrice (Bompiani, 1995), Una di loro (Bompiani, 2001), Qualcosa nella notte (Mondadori, 2003) e Una luce nerissima (Mondadori, 2005). A lei sono dedicati vari saggi e monografie. Nel 2012 è uscito per Bompiani, Caino.
Da anni si dedica con passione alla narrativa per ragazzi, affrontando per i giovani lettori i temi più scottanti dell’attualità e della storia recente. Con le Edizioni EL ha pubblicato tra gli altri No (2010), Io come te (2011), L’ordine delle cose (2013) e Partigiano Rita (2016).

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Fair Play, Tove Jansson, (Iperborea, 2017), a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Vi siete mai chiesti cosa sia davvero l’amore? Di certo un sentimento, ma in quanto tale esso può essere vissuto in modo molteplice. A dimostrarlo ci pensano Jonna e Mari le due donne di mezza età, protagoniste di Fair Play, romanzo di Tove Jansson edito da Iperborea. La prima (Jonna) è un’artista regista, appassionata di film western di serie B, mentre la seconda (Mari) è scrittrice e illustratrice dal cuore così sensibile da accogliere un burattinaio russo, pronto a tutto – compreso a sacrificare il sonno- per l’amore viscerale verso l’arte. Le due donne, anche se spesso bisticciano, sono amiche e complici, perché assieme vivono diverse avventure. Mari e Jonna hanno personalità caratteriali molto forti e i momenti di vita di cui sono protagoniste sono caratterizzati da dialoghi pacati, alternanti a momenti di accese discussioni e lunghi silenzi che non spaventano nessuno, nemmeno il lettore, il quale comprende come i momenti vuoti di parole siano indispensabili alla due amiche per ritrovare il giusto equilibrio della convivenza. Leggendo il libro della Jansson si ha come l’impressione che ogni capitolo sia una specie di racconto a se stante ma, in realtà, ogni parte narrata è unita alla altre dall’empatia emozionale che lega le due protagoniste nel cammino di scoperta dei quello che le circonda. Ed ecco che si nota l’accuratezza e la precisione con la quale Jonna sistema i quadri appesi al muro, secondo una sua ottica del tutto personale, ma la casa non è sua, è quella di Mari. Affasciante e inquietante è il viaggio che la coppia in barca caratterizzato da un senso di perdita scatenato dalla nebbia che tutto ammanta, nasconde e cela. Un agente atmosferico dal valore metaforico che fa riferimento alle verità da indagare e conoscere. Ogni pagina è animata da una dirompente creatività che porta le due donne, amiche, complici a “fare” e “creare” e condividere (vita, lavoro, casa, viaggi) il più possibile, con il fine di scoprire le piccole gioie inaspettate che si nascondo nella vita di ogni giorno. Ad unire Jonna e Mari, protagoniste di Fair Play, però c’è un legame molto intenso e solido che non è solo amicizia. Esso è qualcosa di più. È l’amore profondo e vero per l’altro/a e per il proprio lavoro. È quel sentimento così intenso e palpitante, che ti fa capire che per poter raggiungere la meta a volte il distacco dall’altro/a, anche se lo si ama e lo si amerà per sempre, è sì doloroso, ma necessario per l’armonia delle parti. Postfazione di Ali Smith. Tradizione AA. VV. Volume a cura di Katia De Marco.

Tove Jansson è nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, apparsi per la prima volta nel 1946, tradotti anche in Italia e portati sullo schermo con grande successo negli Stati Uniti. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

Source: inviato al recensore dall’ editore. Grazie a Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Casa Lampedusa. Semplicemente eroi, Antonio Ferrara, (Einaudi Ragazzi, 2017) a cura di Viviana Filippini

13 aprile 2017
12

Clicca sulla cover per l’acquisto

Casa Lampedusa è il libro di Antonio Ferrara edito da Einaudi Ragazzi. La storia è ambientata proprio sull’isola italiana dove, ogni giorno, arrivano e naufragano centinaia di migliaia di persone in fuga dei loro Paesi afflitti da guerra e povertà.  A Lampedusa però ci vive anche Salvatore, con la mamma e con il babbo, e un giorno tornando da scuola il ragazzino scopre che a casa loro ci sta Khalid, un omone alto, scuro di pelle.  Il profugo è un “dono” portato a loro tre dal mare. La famiglia di Salvatore si troverà a convivere con questo uomo in fuga e non sempre i rapporti con lui saranno facili a causa di una lingua diverse e di usi e costumi differenti. Salvatore e la famiglia faranno il possibile per aiutare Khalid, ma non sempre i loro gesti verranno compresi dall’uomo che, per esempio, non capisce e accetta molto il fatto che la madre del piccolo protagonista vada a lavorare o che si trucchi. Salvatore non comprende Khalid, lo ritiene burbero e a volte non vorrebbe averlo in casa, poi però – durante le loro camminate sull’isola- il ragazzino scopre il grande dolore che si nasconde nel cuore del loro ospite amico. Salvatore capisce che lo straniero prova un profondo senso di colpa e di fallimento per non essere riuscito a salvare la moglie e la figlia annegate durante l’attraversata. Lo stesso senso di impotenza che prova Salvatore per la sua incapacità di nuotare. A fare da sfondo alle due vite in trasformazione ci sono la scuola, il lavoro, l’arrivo di nuovi naufraghi dai soccorrere e la creazione di una biblioteca di volontari. Tra il ragazzino e l’adulto nascerà pian piano una profonda amicizia fatta anche dallo scambio di saperi e competenze che permetteranno a Khalid di sentirsi parte di una famiglia e a Salvatore di superare la sua paura (il non saper nuotare) aiutando chi è in difficoltà. Casa Lampedusa è un romanzo per ragazzi molto attuale nel quale l’autore affronta l’arrivo sulle coste italiane dei tanti naufraghi in fuga delle loro terre minate da guerre e povertà. Donne, bambini, uomini, giovani e vecchi, pronti a tutto pur di raggiungere una nuova terra, nella speranza di ricostruirsi una vita migliore. Casa Lampedusa di Antonio Ferrara è una storia di coraggio, di amicizia, di una conoscenza e comprensione reciproca tra mondi e culture diverse, che imparano a convivere per trovare pace e armonia per tutti, dimostrando che ognuno di noi, indipendentemente dalla lingua parlata, dalla fede religiosa o dal colore della pelle, può diventare un eroe della propria quotidianità. Età di lettura: da 10 anni.

Antonio Ferrara vive a Novara. Ha lavorato per sette anni presso una comunità alloggio per minori; durante questo periodo si è accostato sempre più intensamente alla psicologia dell’età evolutiva e alla scrittura come strumento per narrare il disagio. Alcuni suoi racconti sono stati rappresentati da compagnie teatrali. Tiene laboratori di scrittura creativa presso scuole, biblioteche, librerie, carceri, associazioni culturali, ospedali.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il libro di mio padre, Urs Widmer, Keller editore 2017 A cura di Viviana Filippini

3 aprile 2017
260-PADRE-WIDMER

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il libro di mio padre di Urs Widmer è un viaggio dentro ad una vita intera, nella quale l’autore affronta in modo completo la figura del padre, rendendolo un personaggio letterario formidabile per il quale non è possibile non sentire un po’ di affetto ed empatia. La storia ha al centro la morte di un uomo (il padre dell’autore-narratore) e il tentativo del figlio di mantenerne vivo il ricordo. Il viaggio letterario si svolge nelle Svizzera del passato, permettendo al lettore di addentrarsi dentro ad usi e costumi a molti di noi sconosciuti. Tra le diverse tradizioni c’è il vero e proprio rito iniziatico alla comunità che il padre dodicenne del protagonista sperimenta sulla propria pelle. Una lunga corsa immerso nella natura boschiva, alle intemperie. Un bagno purificatore, il dono del libro dalle pagine bianche da riempire ogni giorno della propria vita e la consegna della bara nella quale essere sepolti il giorno della morte. A raccontarci tutto è il figlio che, una volta deceduto il genitore, cercherà quel misterioso e affasciante libro per leggerlo, perché è così che la tradizione vuole, ossia che il volume scritto a mano venga letto solo dopo la morte del suo proprietario. Qui però sorge un problema, perché il librone dalla scrittura fitta fitta è scomparso e per tale ragione il figlio attuerà una vera e propria corsa nella memoria nel tentativo di mettere su carta tutti i ricordi dell’esistenza paterna. Quello che emerge dalle pagine di Urs Widmer, non è solo una volontà di un figlio fare memoria di un genitore scomparso, ma l’intenzione dello scrivente è quella di far capire ai lettori chi era e come viveva Karl. L’uomo descritto dalle pagine stese dal narratore era carismatico. Karl aveva nel proprio Dna una passione viscerale per i libri e per l’arte in ogni sua possibile forma espressiva e, non a caso, tra le pagine scorrono i tanti incontri con letterati, pittori, musicisti e scrittori. Non mancano i ricordi legati alla guerra combattuta da Karl e al suo costante timore che qualcosa di brutto potesse accadere, non tanto a lui al fronte, ma ai suoi cari a casa in Svizzera. L’immagine di Karl è quella di un uomo molto impegnato e appassionato nel proprio lavoro editoriale ma, allo stesso tempo, la sensibilità del protagonista è così compatta da permettergli di amare in maniera profonda la moglie Clara (compresi i momenti difficili derivanti dal ricovero in ospedale psichiatrico da parte della donna) e per il figlio. Il libro di mio padre non è solo un libro nel quale Urs Widmer omaggia la figura del padre. Il libro dello scrittore svizzero, edito in Italia da Keller, è una storia sull’importanza dei legami familiari e del fare memoria per mantenere vivi i ricordi, gli affetti e le tradizioni del proprio mondo d’origine. Traduzione di Roberta Gado.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Piccola Orsa, Jo Weaver, (Orecchio Acerbo, 2016), a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Piccola Orsa, tutta morbida e pelosa è la protagonista del libro Piccola Orsa di Joe Weaver, edito da Orecchio Acerbo. L’orsacchiotta non è sola, ma in compagnia di grande Orsa che vigila e protegge la piccoletta. Le due sono mamma e figlia e compiranno un viaggio attraverso le stagioni della natura. Dalla nascente primavera dove la vita si rigenera, alla calda estate nella quale è divertente cercare sfiziose bacche di cui cibarsi, fino all’autunno annunciato dalla partenza degli uccelli migratori per terre calde e lontane. Da ultimo arriva l’inverno con il suo gelido freddo e quelle tempeste improvvise che metteranno a dura prova la coppia protagonista. Mamma Orsa infatti metterà in campo tutta la sua esperienza e il suo fiuto per ritrovare la via verso la protettiva e calda tana. Il libro della Weaver, adatto per i bambini dai 4 anni in su, è una vero e proprio viaggio di formazione che ha per protagonista la piccola Orsa. Durante le camminate nei boschi e nella foresta, il piccolo mammifero, grazie all’aiuto della madre, non solo consocerà le stagioni, ma capirà quanto la vita sia fatta di momenti in cui si alternano gioie e dolori. Tutte prove che l’esistenza pone a chi vive e che servono a formare il carattere. L’autrice mette in campo in questo libro dei protagonisti animali, e non esseri umani, come a voler dimostrare che le situazioni dell’esistenza sono comuni e simili. Piccola Orsa e mamma Orsa, sono figlia e madre che accompagnano il lettore nelle pagine di Piccola Orsa e sono legate da un universale legame affettivo ed emotivo che le sostiene nell’avventuroso cammino della vita. Traduzione Carla Ghisalberti.

Jo Weaver si è diplomata in Children’s Book Illustration alla Cambridge School of Art, Oggi vive a Nord di Londra con con tredici pesci, alcune coccinelle e un compagno. Nel 2014 è stata finalista del prestigioso The AOI Illustration New Talent Awards, Piccola Orsa è il primo libro che ha scritto e illustrato.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il pastore d’Islanda, Gunnar Gunnarsson, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

17 marzo 2017
past

Clicca sulla cover per l’acquisto

Benedikt è un buon pastore e come tale, ogni prima domenica di Avvento, per lui è l’occasione giusta per andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. L’uomo è il protagonista de Il pastore d’Islanda un racconto lungo, o romanzo breve, di Gunnar Gunnarsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Quello che colpisce di questa storia è il fatto che Benedikt, da anni e sempre prima di Natale, decida di sfidare il gelo, la neve e le intemperie per addentrarsi nella terra islandese e salvare animali sperduti. Il pastore è solo nella sua ricerca, o meglio, accanto a lui non ci sono uomini, ma il fedele cane Leon e il possente montone Roccia.  Il gruppo, da tutti soprannominato “la Trinità”, parte in barba ai pericoli che il temibile e terribile inverno può scatenare.  Attorno a loro la candida neve cancella e ovatta tutto, mettendo a dura prova la missione che Benedikt deve portare a termine – salvare le pecorelle smarrite- e l’incolumità sua e dei suoi compagni di avventura. La storia del pastore Benedikt, protagonista del Pastore d’Islanda, ha in sé un fascino fiabesco che porta a interpretazioni diverse. Prendendo in considerazione la vicenda del pastore e mettendola in relazione con la prospettiva cattolico cristiana, il protagonista di questa storia che va alla ricerca delle pecorelle perdute, mettendo a repentaglio la propria vita pur di salvarle, ha un netto ed esplicito richiamo alla figura di Gesù. Come il Cristo, il pastore d’Islanda, è l’uomo dal cuore nobile pronto al sacrificio di sé per il bene altrui. Dal mio punto di vista però la storia del buon pastore Benedikt può essere spogliata dall’abito religioso per una visione naturalistica che mi ha ricordato molto la figura dello scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thureau, per il quale la Natura era un vero e proprio strumento intimo filosofico capace di donare benessere ed equilibrio esistenziale. Non a caso Benedikt ha pochi contatti con i suoi simili e quando si trova con gli altri uomini cerca sempre di isolarsi o di scovare un proprio “angolino” per recuperare il giusto equilibrio interiore.  Il pastore d’Islanda si trasforma in modo completo, diventando un uomo vivo, eroico e dinamico, nel momento in cui è a diretto contatto con i suoi amici animali e con il mondo della Natura pura. Benedikt parla con le piante e con gli animali come se fossero delle persone, anzi come se fossero la sua vera famiglia, nella quale lui si sente a suo agio, perché sa di trovare in essa l’amore completo. A Benedikt non importa se la Natura si comporta da Madre e da Matrigna, perché per lui sarà sempre la dimensione ideale nella quale trovare la propria pace esistenziale. Ad un certo punto l’uomo, ormai diventato troppo vecchio e acciaccato per compiere la sua impresa salvifica, dovrà rinunciare a fare il suo lavoro, lasciandolo in eredità ad un altro Benedikt, molto più giovane e questo non farà alto che lasciare nel Pastore d’Islanda di Gunnarsson un po’ di amara sofferenza per l’impossibilità di vivere ancora a diretto contatto con la natura Madre di ogni cosa. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei più importanti nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi junior – Chiedimi cosa mi piace, Beranard Waber, (Terre di mezzo, 2016) a cura di Viviana Filippini

6 marzo 2017
chie

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chiedimi cosa mia piace è il nuovo libro per bambini scritto da Bernard Waber, illustrato da Suzy Lee. La storia è semplice, quotidiana, ma è la dimostrazione come nelle piccole cose di ogni giorno sia possibile scoprire la felicità del vivere. In questo libro una bambina e il suo papà camminano a piedi nel bosco e nel mondo dove vivono, immersi in una bella e colorata giornata d’autunno. La camminata sembra una porzione di un dì qualunque ma, in realtà, essa si trasformerà in un’avventura meravigliosa. La piccola protagonista, in un tenero dialogo con il padre fatto di domande e risposte, gli racconta cosa gli piace e cosa gli piacerebbe tanto conoscere, vedere e scoprire, evidenziando una curiosità profonda. Per la bambina ci sono le anatre, i cani, i gatti, le farfalle, le lucciole e per lei non sono semplici animali o insetti, ma creature magnifiche alla quali donare simpatici nomignoli. In realtà la piccoletta ama anche i fiori, gli alberi, le conchiglie e le colorate foglie rosse gialle dell’autunno avvolgente come un abbraccio, che fa da sfondo alla sua passeggiata in compagnia del babbo. La storia narrata da Waber è resa ancora più coinvolgente dalle immagini di Suzy Lee, già autrice del libro L’onda. Con pochi tratti, decisi e dolci, uniti a colori calorosi, la disegnatrice riesce a trasmettere al lettore l’amore, la meraviglia, lo stupore della piccola protagonista per ogni singola cosa che la circonda. Chiedimi cosa mi piace di Bernard Waber è una storia che evidenzia quanto sia importante stupirsi delle piccole cose che ogni giorno la vita riserva come mangiare un gelato, giocare con la sabbia, guardare il volo di una lucciola o correre felici tra gli alberi. Gesti quotidiani vero, ma se tutti noi riuscissimo a vedere il mondo con gli occhi puri e stupiti come quelli della protagonista riusciremmo, come accade al papà della bambina, a ritrovare in noi la capacità di gioire delle piccole cose che la vita ci dona. Dai 4 anni in su.

Bernard Waber è stato un prolifico autore e illustratore americano di libri per bambini, con oltre 30 titoli pubblicati e quasi due milioni di copie vendute.

Suzy Lee è nata e vive a Seul, in Corea del Sud. Tra i numerosi albi pubblicati in tutto il mondo, anche la famosa Trilogia del limite (edita in Italia da Corraini).

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Chiara Rapaccini, a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2017

baires-lightChiara benvenuta su Liberi di scrivere per noi è un piacere averla qui per fare qualche parola su Baires, il suo romanzo intrigante, curioso tra realtà e dimensione fantasia edito da Fazi. Cosa ha scatenato l’idea di scriverlo? Come è stato per lei scriverlo?

R: Baires è una città che amo e che frequento da anni. Una città “dove tutto può accadere”. Un misto di razze, religioni, umanità povera e ricchissima, arte e sperimentazione che se la sognano negli Usa. Una città dove su due persone, una è italiana. La location perfetta dove perdersi e ritrovarsi.

Lei di solito scrive e illustra libri per bambini come è stato creare questo libro per adulti?

R: Ho scritto libri per bambini per anni e continuerò. Ma da qualche tempo sono rimasti pochi gli editori italiani che sperimentano e osano. Il “politicallycorrect” si è appropriato anche di questo settore culturale che negli anni 90 era sperimentazione pura e libertà. Allora ho preferito scrivere per i grandi. Nessuno può censurarti! La prima collaborazione a un testo per adulti è avvenuta con Elio e Storie Tese per Stile libero Einaudi. Ricordo il senso di libertà che ho respirato entrando negli uffici Einaudi… Chi mi ha spinto alla letteratura adulta però è stato mio cognato, Furio Monicelli, fratello di Mario, un grande scrittore.

Frida, ha perso l’uomo amato, e parte per l’Argentina con il figlio. Le loro strade si divideranno e per la donna comincerà in viaggio tra reale, surreale, sogno,dimensione mistica. Cosa rappresenta davvero per la donna questo viaggio in Argentina?

R: Per Frida rappresenta la fuga dal dolore ma anche da un mondo protetto, infantile, falsamente rassicurante. La metafora vale anche per l’Italia, l’Europa e il vecchio mondo, ormai asfittico, ripiegato su se stesso, polveroso. Il nuovo mondo, il Sudamerica è un luogo povero ma vitale, perfetto per ricominciare da capo.

Tra i diversi personaggi che Frida incontra c’è anche Guillermo, con il quale si instaura un rapporto speciale. Quanto è importante lo scrittore nel percorso catartico che Frida sta compiendo?

R: Guillermo è un uomo cinico ma affascinante, uno scrittore acuto (esiste davvero, è il più grande scrittore argentino vivente). Frida, in questo lungo viaggio complicato, riscopre anche il suo corpo. Un corpo che invecchia ma ancora sensuale. Il sesso è uno straordinario mezzo per rivitalizzare mente e corpo. A Buenos Aires c’è la cultura del corpo, della sensualità, dell’eros. Frida , per continuare a vivere, deve risvegliare a poco a poco i cinque sensi…

Tra gli altri personaggi incontrati ci sono una sciamana, proprietarie di alberghi dal carattere ambiguo, psicologhe e dottori che entrano ed escono dalla vita della protagonista. Che cosa sono per Frida, semplice incontri o elementi essenziale del suo cammino di rinascita?

R: Sono i cosiddetti “aiutanti magici “ indicati da Vladimir Propp nel suo testo sulle fiabe. Un testo su cui ho studiato per laurearmi in psicopedagogia. Aiutano Frida nel suo percorso, a volte la ostacolano, a volte donano oggetti magici. Per ”rivedere le stelle” è necessario andare all’inferno, incontrare angeli e diavoli, farsi scortare da un Virgilio. Da soli non si riesce a raggiungere uno scopo.

Una delle presenze costanti nel libro è la figura del Vecchio. Lui- compagno morto della protagonista- ha funzione protettiva o è una sorta di guida per Frida verso una nuova fase esistenziale?

R: Il vecchio è un angelo custode, ma allo stesso tempo una presenza autoritaria, un padre padrone da cui Frida deve emanciparsi. Mi ispiro in parte a Mario Monicelli, per questo personaggio, il mio compagno di una vita. Uomo straordinario che mi ha insegnato molto, ma allo stesso tempo una personalità castrante, come tutti i geni.

Gli 11mila chilometri percorsi da Frida sono ricchi di colori, profumi, odori e sapori. C’è anche un buona dose di fede vissuta tra religione cristiana e qualcosa che ha sapore di pagano. Questo mix di elementi che effetto ha sulla protagonista?

R: Frida è lei stessa un personaggio magico, lungimirante, fantasioso. E’ un artista. Per comprendere se stessa e dare una svolta alla sua vita, si affida al sesto senso, all’irrazionale.

Quanto c’è di Chiara Rapaccini in Frida? E perché ha scelto di chiamare il suo alter ego letterario con il nome che mi ha ricordato la grande Frida Khalo (pittrice, donna di carattere forte che ha affrontato dolori e sofferenze fisiche ed emotive)? C’è un collegamento tra le due?

R: Frida è la mia alter ego… banale ma vero. Io vorrei essere coraggiosa come lei, ma lo sono molto meno. La mia vita però è stata altrettanto avventurosa. Frida non è il nome della Khalo, ma di mia nonna. Una crocerossina che ha salvato molti soldati nella prima guerra mondiale. Un’austriaca dal cuore d’oro, impavida quanto autoritaria. L’adoravo.

Se dovessero fare un adattamento cinematografico di Baires, lei esclusa, chi potrebbe interpretare il ruolo di Frida?

R:Bella domanda!!! Una Maggie Smith giovane, oppure EmyWinehouse. Ma mi verranno in mente attrici viventi e più giovani…

:: Torto marcio, Alessandro Robecchi, (Sellerio, 2017) cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Tutti vogliono avere ragione, spesso l’evidenza delle cose dimostra che forse le persone hanno torto marcio e Torto marcio è il nuovo thriller mozzafiato di Alessandro Robecchi, edito da Sellerio. Il tutto si svolge in una Milano cupa e grigia. Una città dove il centro a tratti sfarzoso e luccicante è tale ma, la periferia non è così lontana come sembra, tanto è vero che quei palazzoni più o meno visibili ospitano migliaia di vecchi, giovani, italiani, immigrati, criminali. Tutti sono diversi e allo stesso tempo tutti uguali perché poveri. Questa umanità derelitta incombe in modo costante nella storia. Non a caso a poca distanza dal crogiuolo vivente dove per sopravvivere ci si inventano tutti gli stratagemmi e politiche commerciali possibili e immaginabili, un imprenditore sessantenne, super ricco e dalla vita molto regolare, viene freddato a colpi di pistola. Ghezzi e Carella, due poliziotti che stanno agli antipodi per il loro carattere, compiono le prime indagine e notano che A) la pistola è molto vecchia; B) sul cadavere è stato messo un sasso. Perché? Le indagini sembrano arrancare fino a quando altri due corpi senza vita, di uomini della Milano bene, vengono ritrovati freddati con una pistola e con un sasso messo sul corpo. Tutti, investigatori e media alla ricerca dello scoop, parlano di serial killer. Vista la spinosità del caso il team Ghezzi-Carella viene estromesso dall’indagine, ma questo non impedirà ai due colleghi e ai loro aiutanti di continuare l’indagine, facendo dell’appartamento del vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi e della consorte Rosa, casalinga dal fiuto investigativo geniale, la base dalla quale muovere l’indagine parallela. Accanto ai principali protagonisti s’innesta la figura di Carlo Monterossi, sull’orlo di una crisi di nervi e autore di un affermato programma tivù spazzatura, incappa nel «caso dei sassi» e con l’amico Oscar Falcone, vero detective, i due dovranno recuperare un antico e prezioso anello rubato. Avvenimento fortuito che li porterà a scoprire un’amara e impensabile verità sui tre omicidi. Torto marcio è un giallo intrigante nel quale Alessandro Robecchi oltre alle tre morti, mette in scena una serie di tematiche che sono specchio della società dei giorni nostri. C’è l’uomo solitario che sta pagando per colpe che non sono solo le sue. Ci sono giovani alla ricerca di un futuro migliore che sembra sempre sfuggire loro. Ci sono arricchiti che hanno tutto e non sono contenti di nulla. Robecchi, ci trascina nella storia, perché compie anche un’acuta riflessione sui media e sulla loro necessità esasperata ed esasperante di spettacolarizzare una vicenda privata, cercando persino di arrivare ad individuare il presunto assassino prima delle forze dell’ordine. Il tutto per fare ascolti e conquistare il pubblico. Infine, ed è questo il filo sottile che percorre tutto il romanzo di Robecchi, c’è il tema della vendetta personale che porterà uno dei personaggi presenti nell’intreccio narrativo a farsi giustizia da sé, in quanto esasperato, fino alla stremo, delle sconfitte della vita. Sarà proprio questo gesto – sbagliato vero, “ma fino a che punto?” il lettore arriverà a chiedersi- a spingere Tarcisio Ghezzi di Torto marcio di Alessandro Robecchi ad affermare che, nessuno ha ragione, perché quando anche l’ultima speranza di riscatto viene negata allora, forse è vero, tutti hanno torto marcio.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011). Con Sellerio ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi Junior – Una cosa difficile, Silvia Vecchini, Sualzo, (BaBao, 2016) A cura di Viviana Filippini

13 febbraio 2017
un

Clicca sulla cover per l’acquisto

Una cosa difficile è il libro per bambini di Silvia Vecchini, con i disegni di Sualzo. La storia realizzata per i piccoli lettori che ancora non sanno leggere ha per protagonista un bambino con le sembianze di cane. Il bimbetto fa di tutto pur di recuperare una rotella. Lui poi, impavido, sfida le intemperie e la montagna per raggiungere la cima. Qui trova un altro personaggio, un bimbo pulcino, al quale dà la rotella e dice una sola parola “SCUSA”. I due, a pace fatta, partono sullo slittino a rotelle per nuove mirabolanti avventure. Una cosa difficile è un libro che riesce a dimostrare come con il solo uso di immagini disegnate, di pochi colori (bianco, azzurro e nero) si riesca a creata una narrazione curiosa e avvincente. Il piccolo lettore che non ha ancora imparato a leggere riesce a comprendere la trama grazie alle immagini. Inoltre è chiaro è netto il messaggio, sul fatto che a volte ci sono cose da fare e da dire che non sono facili da compiere. Basta una buona dose di coraggio e di maturità, proprio come fa il bambino cane, per fare il possibile per recuperare la rotella e chiedere poi scusa all’amico di sempre e compagno di giochi. Una cosa difficile è sì un libro per bambini, ma la purezza tramite la quale i due autori riescono a comunicare il messaggio è così forte che non solo smuove l’animo bambino, ma anche quello adulto. È vero chiedere scusa non è una cosa facile da fare, e noi adulti lo sappiamo meglio dei bambini, ma queste pagine ci insegnano che è possibile farcela perché, a volte, basta poco per sistemare le cose.

Silvia Vecchini, nata nel 1975 a Perugia, è laureata in Lettere, studia presso l’Istituto Teologico di Assisi, scrive libri per bambini, testi scolastici e progetta materiale didattico. Con suo marito, Antonio Vincenti, ha creato Il Gruppo Sicomoro per svolgere insieme una attività editoriale rivolta ai bambini e ai ragazzi come autori e illustratori, sia nell’ambito della catechesi che dell’insegnamento della religione cattolica e della narrativa. Con le Edizioni San Paolo ha pubblicato, oltre ai lavori con Il Gruppo Sicomoro, i romanzi per ragazzi Rabbunì (2009) e Myriam (2011).

Sualzo è il vero nome di Antonio Vincenti. Sassofonista mancato, disegnatore autodidatta e interessato alle cose del mondo, inizia il suo percorso artistico negli anni Novanta collaborando con “Il corriere della sera”. Autore di libri per ragazzi, si ritrova ben presto a lavorare per le principali case editrici italiane. I suoi libri sono pubblicati in Francia, Portogallo, Croazia, Svizzera, Polonia, Nuova Zelanda, Malesia, Indonesia, Giappone, Cinea, Corea del Sud, USA. In Italia ha pubblicato L’improvvisatore (Rizzoli-Lizard, 2009), opera grazie alla quale ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al Festi’BD di Moulins. Nel 2013 pubblica Fermo, graphic novel edito da Bao Publishing con cui apre la collana “Le città viste dall’alto”. Nel 2014, sempre per Bao Publishing, illustra Gaetano e Zolletta, sui testi di Silvia Vecchini.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.