:: Estate nera, Fabio Orrico e Germano Tarricone (Golem edizioni, 2017), a cura di Nicola Vacca

27 luglio 2017
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Fabio Orrico e Germano Tarricone dopo aver scritto insieme Giostra di sangue (Echos edizioni, 2015) tornano con Estate nera (Golem edizioni).
Un noir ambientato sulla Riviera romagnola con una galleria di personaggi che danno alla storia tutti gli ingredienti di un intrigo che mozza il fiato.
Cominciando da Alberto Braida che ufficialmente fa il portiere di notte nell’Hotel Vesuvio di proprietà di sua moglie Rosaria, sorella di Salvatore Mastantuono, un potente boss della camorra che ha fatto della Romagna il centro dei suoi affari.
Alberto è diventato l’uomo di fiducia del boss e per lui si occupa di alcune grosse faccende legate allo spaccio della droga.
Quella che è arrivata si preannuncia un’estate particolare, Alberto, che ha un passato nel terrorismo nero al tempo degli anni di piombo, sembra essere stanco del suo lavoro con il clan e soprattutto non sopporta le bravate di Ciro, suo nipote e figlio del boss.
In Riviera tira una brutta aria, adesso anche la mafia cinese si è messa sulla strada del clan Mastantuono con l’intenzione di scatenare una guerra e intralciare i redditizi affari della famiglia.
Succederà di tutto quando arriva un gruppetto di naziskin tra cui c’è anche il figlio di Laura Vergara, sua compagna ai tempi della latitanza durante gli anni del terrorismo.
Ma soprattutto Alberto non sopporta più sua moglie Rosaria e il boss Salvatore, che lo trattano come un mero esecutore di ordini.
È giunta l’ora per il nostro protagonista di sganciarsi dalle grinfie violente del clan. Alberto mette a punto un piano per tradire il boss e fuggire con il ricavato della vendita della droga.
A questo punto Estate nera decolla definitivamente e i due autori danno alla storia un ritmo incalzante.
Orrico e Tarricone scrivono un noir intrigante e denso di colpi di scena. Come lettore sono rimasto inchiodato fino all’ultima pagina chiedendomi quale sarebbe stato il prezzo che Alberto avrebbe pagato per affrancarsi definitivamente dala sudditanza camorrista di Salvatore Mastantuono.
Estate nera è adrenalina letteraria allo stato puro con un finale a sorpresa degno di un grande libro.

Fabio Orrico è nato, vive e lavora 19 a Rimini. Ha pubblicato il thriller Giostra di sangue, scritto a quattro mani con Germano Tarricone, (Echos edizioni, 2015) e il romanzo breve Il bunker (ErosCultura, 2016). Nel 2017 è uscita, per i tipi di Fara Editore, la raccolta di poesie Della violenza. Una guerra di nervi.

Germano Tarricone è nato a Milano. Vive a Santarcangelo di Romagna. È uno sceneggiatore cinematografico. Ha pubblicato il thriller Giostra di sangue, scritto a quattro mani con Fabio Orrico (Echos edizioni, 2015).

Source: libro inviato dagli autori al recensore.

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:: Né uomo né dio, Simone Sarasso (Mondadori, 2017), a cura di Elena Romanello

27 luglio 2017
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Il personaggio di Ercole, semidio della mitologia classica, torna periodicamente alla ribalta, in fondo è da lui che discendono tutti i supereroi dell’immaginario di oggi e nelle sue avventure si trovano già molti archetipi che il fantastico ha continuato a frequentare e a proporre.
L’ultima rilettura della storia di Ercole o Eracle, figlio di Zeus e di una donna mortale, è quella di Simone Sarasso che con il primo volume di Né uomo né dio, La giovinezza, racconta una storia che tutti pensano di conoscere ma che in realtà non è così.
Infatti Simone Sarasso sceglie un approccio diverso, meno da leggenda mitologica e più da tragedia greca, raccontando dal punto di vista del diretto interessato un destino che è scritto fin dal suo concepimento, frutto di una notte di passione rubata tra Zeus e la bellissima, inconsapevole Alcmena, che non riuscirà mai ad amare fino in fondo questo figlio e arriverà ad odiarlo.
In parallelo, Ercole verrà perseguitato da Era, la moglie tradita di Zeus, che ha in serbo per lui una vita di supplizi, ma dovrà vedersela anche con il suo lato oscuro, che se scatenato provocherà catastrofi, come la morte dell’amata Deianira e dei suoi bambini ma anche la perdita del maestro centauro Chirone.
Messo da parte dai genitori a favore del fratello gemello mortale Ificle, padre poi di quel Iolao che diventerà suo compagno inseparabile, Ercole deciderà per espiare di sottoporsi alle dodici fatiche imposte dal cugino Euristeo, sperando di trovare un suo posto sull’Olimpo tra cacce e leoni e uccisioni di mostri come l’Idra. Ma la strada è ancora lunga e la tragedia di Ercole è ben lontana dall’essere esaurita.
In questo primo volume di un dittico Simone Sarasso sceglie un tono crudo, non eroico, capace di restituire ad una dimensione non aulica i miti, con uno stile moderno che rievoca film d’azione come 300 dal fumetto di Frank Miller e in generale la generazione di storie di supereroi a fumetti contemporanei e ormai lontani dall’essere solo paladini del bene.
Ercole si rivela potentissimo e fragilissimo, in preda a passioni incontrollabili ma molto umano, in cerca di una redenzione e di un posto al mondo umano e divino, quando non appartiene in realtà a nessuno dei due luoghi e a nessuna delle due stirpi.
Quindi, un libro perfetto per chi pensava di sapere tutto su Ercole, magari grazie al film Disney o al serial tv anni Novanta con Kevin Sorbo e che invece scoprirà un personaggio tutto nuovo, a cui comunque appassionarsi.

Simone Sarasso è autore di romanzi storici e noir, come il bestseller Invictus – Costantino l’imperatore guerriero (Rizzoli, 2012, Premio Salgari 2014), Colosseum – Arena di sangue (Rizzoli, 2012), Æneas – La nascita di un eroe (Rizzoli, 2015), Il Paese che amo (Marsilio, 2013, menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco) e Da dove vengo io (Marsilio, 2016). Ha inoltre firmato insieme a Loris Capirossi l’autobiografia del tre volte campione del mondo di motociclismo (65 – La mia vita senza paura, Sperling & Kupfer, 2017). I suoi libri sono tradotti e pubblicati in Spagna, Brasile, Albania e Stati Uniti d’America. Insegna scrittura creativa alla NABA di Milano.

Source: omaggio della casa editrice al recensore, si ringraziano Simone Sarasso e Cecilia Palazzi.

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:: La stagione dei tradimenti, Philippe Georget (EO, 2017)

26 luglio 2017
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Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore!

(Iago ad Otello, atto III, scena III, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici)

Dopo anni di libero amore, rivoluzioni sessuali varie, promiscuità più o meno serenamente accettata, sembra che il tradimento sia ancora un tema capace di reggere la trama di un crudo polar, un poliziesco alla francese per intenderci, un genere che forse solo i francesi sanno davvero scrivere con quel tocco di introspezione e di spleen, di vita quotidiana ripetitiva e rassicurante, di violenza informe, più che fisica, psicologica.
Il tradimento e la gelosia, due entità strettamente connesse e humus ideale per quel genere di letteratura a cui interessa più sondare l’animo umano (e per esteso il quadro sociale), che determinare dove siano davvero i colpevoli e gli innocenti. In un tradimento, in un adulterio per meglio dire, nello sgretolarsi di un’ amore, di una coppia nata per durare, per arrivare insieme alla vecchiaia, non c’è mai un colpevole solo. I ruoli sono ambigui, non c’è nessun vero innocente. Non a caso questo tema è stato utilizzato spesso nel noir, soprattutto quando diventa ossessione e sfocia nel delitto.
Nell’Antico Testamento questa colpa è tanto grave da prevedere la lapidazione della donna adultera. E’ la rottura di un patto, più che tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Non a caso il tema dell’infedeltà, anche morale, acquista spesso i toni dolorosi e emotivi dell’adulterio. Essere traditi dall’uomo o dalla donna che si ama ha qualcosa di irreversibile, non si torna indietro, anche se non è detto che superata l’offesa, l’orgoglio ferito, la paura di non distinguere più quando l’altro ci mente, ci inganna, ci raggira, la coppia non possa risultare rafforzata, il perdono reciproco dopo tutto è una grande prova di coraggio, di fiducia.
Di questi temi tratta La stagione dei tradimenti (Méfaits d’ hiver: Ou variations sur l’adultère et autre péchés véniels, 2015), di Philippe Georget, edito in Italia da EO e tradotto dal francese da Silvia Manfredo.
Stavo per perdermi l’incontro con questo autore, (in Italia ha già pubblicato sempre con EO D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone), giungo ai suoi libri al terzo della serie del tenente di polizia di Perpignan, Gilles Sebag. E l’inizio della lettura non è stato promettente, in un certo senso troppo lento, un uomo, un poliziotto da un sms scopre che sua moglie Claire lo tradisce. Lui che anche i colleghi riconoscono dotato di fiuto leggendario, lo scopre per caso. Si è ingegnata, Claire, ha escogitato tutto alla perfezione perché non lo scoprisse, e invece, senza meriti, la rivelazione e la vita di lui va in pezzi. Nello stesso tempo viene chiamato sul luogo di un delitto, una donna uccisa dal marito in una camera d’albergo. Una donna che aveva appena tradito il marito. Due adulteri, slegati, noiosi, comuni.
Quando la storia ha iniziato a interessarmi? Quando si scopre che i due fatti non sono slegati per niente, quando si scopre un legame, e soprattutto è interessante come l’autore fa scoprire tutto ciò al lettore, tra interrogatori e intuizioni facendo entrare piano piano nella vita intima del protagonista di cui di colpo diventano importanti tormenti e disperazione. E lo fa lentamente, facendo scoprire passo passo le carte. Facendoti pensare che i due amanti siano gli stessi (magari con un nome diverso), in un gioco di sdoppiamenti e di specchi.
Poi no, non è così, la trama poliziesca si ricollega forse più a un giallo classico di Dame Agatha Christie, forse il suo libro più noir, Curtain: Poirot’s Last Case, (la citazione in esergo di Shakespeare è in parte citata da questo libro), e a un celebre film di Henri-Georges Clouzot, Le Corbeau. Dopo questo punto di svolta, la lettura ha cominciato a procedere spedita fino alla scoperta dell’identità di The Eye.
Gilles Sebag è un bel personaggio, magnificamente caratterizzato con luci e ombre, simpatico per certi versi, dignitoso nel suo ruolo di uomo tradito (lui direbbe cornuto, con quella sua valenza umiliante e derisoria), sebbene anneghi il dolore nell’alcool, nel fumo, tormenti la moglie con domande imbarazzanti, si tuffi nel lavoro, scoprendo con sgomento che rispecchia proprio cosa capita nella sua vita.
Divertenti sono le parti in cui tratta delle riviste femminili, o dei siti internet che ti fa sembrare che la maggior parte delle donne francesi stiano consumando tradimenti e si ingegnino a scoprire i mille modi per tenerli nascosti al proprio partner. Insomma si sorride anche. Amaro ma si sorride.
I rapporti tra colleghi sono ben caratterizzati, come è bello come descrive il paesaggio, i luoghi, lo spirito dei posti. E la vita quotidiana, la routine di una coppia sposata, i figli, il sesso, le preferenze, i pranzi, le feste comandate, i segreti che si mantengono, nonostante la convivenza. Georget è molto attento alle dinamiche e sfumature psicologiche sia maschili, che femminili. E i riflessi che hanno nel contesto sociale.
Singolare e non banale è la descrizione dell’ambiente della polizia, le beghe burocratiche che un medico legale deve superare per farsi riconoscere l’onorario per una visita a un detenuto, la zona ristoro fatta di qualche sedia qualche tavolo e un distributore automatico, il posto dove i poliziotti vanno a mangiare piatti tipici rafforzando lo spirito di gruppo, tra commenti sulle indagini e squarci di vita familiare e personale. Tutto a favore di un realismo ottenuto anche grazie all’aiuto di amici poliziotti di Perpignan, di Tolosa e di altre località.
E le telecamere puntate su ogni angolo della città, ore e ore di nastri visionati, che ti sembra di vederle le borse sotto gli occhi dei poliziotti. Insomma Philippe Georget merita una possibilità, magari scoprirete, come me, un altro autore da tenere d’occhio.

Philippe Georget è nato a Épinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisione per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper con la moglie e i tre figli, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Giordania, Libia e altri paesi. Con D’estate i gatti si annoiano, suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2012 dalle nostre edizioni, ha vinto nel 2011 il Prix SNCF du Polar e il Prix du Premier Roman Policier de la ville de Lens.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

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:: Cosa Liberi si porta in vacanza?

26 luglio 2017

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Ma libri naturalmente. (Che domanda!) Mentre qui stiamo chiudendo prima delle vacanze (terrò il blog chiuso per tutto agosto), dando termine alle ultime scadenze (ho letto alcuni libri devo solo recensirli), mettendo un po’ in ordine in redazione (che poi sarebbe il mio studio), sbircio le pile di libri comprati, ricevuti, presi in prestito e mi domando quali scegliere, quali portare in montagna, al mare, o anche solo in giardino o al parco. In totale libertà, mettendo un po’ da parte scadenze, impegni o altro. Noto che sono perlopiù miei acquisti, (in effetti compro troppi libri rispetto alle mie entrate), e perlopiù stranieri, alcuni era da tanto che volevo leggerli, alcuni sono riletture. E questa volta posso dire, buona lettura a me.

Ecco:

Lee Child – Prova a fermarmi (trad. Adria Tissoni)
Ben Pastor – Il morto in piazza (trad. Luigi Sanvito)
Nicola La gioia – La ferocia
Gunnar Staalesen – Satelliti della morte (trad. Maria Valeria D’avino)
Charles Willeford – Miami Blues ( trad. Emiliano Bussolo)
Hervé Le corre – Dopo la guerra (trad. Alberto Bracci Testasecca)
Simona Lo Iacono – Il morso
Katherine Mansfield – Tutti i racconti (trad. Maura Del Serra)
William McIlvanney – Strane lealtà (trad. Alfredo Colitto)
Yoshida Shuichi – L’uomo che voleva uccidermi (trad. Gala Maria Follaco)
Stephen King – Il miglio verde (trad Tullio Dobner)
Jim Thompson – Una spaventosa faccenda e altri racconti (trad. Eleonora Lacorte)
Elizabeth Arnim – Un incantevole aprile (trad. Sabina Terziani)
EliselleIl colore della nebbia
Edith Wharton – I ragazzi (trad. Elena Grillo)
Liu Fengwen – Peinture de femmes dans la Chine ancienne (trad. Virginie Chomier)

(Ce ne sarebbero altri, ma 15 libri in un mese penso che bastino).

:: Nel guscio, Ian McEwan (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

26 luglio 2017
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Nel guscio il nuovo romanzo di Ian Mc Ewan è genialità pura e inquietante. Lo scrittore inglese torna finalmente a raccontare e a inventare personaggi che hanno perso l’innocenza e riempiono la loro esistenza della stessa crudeltà di cui è fato il mondo.
Con questo nuovo libro ritroviamo il Mc Ewan di Bambini nel tempo e di Il giardino di cemento, quello che vale la pena leggere fino in fiondo.
Il mondo oggi è crudele e una cattiveria che distrugge dilaga nelle cose e nelle persone. Lo sa anche il feto, che è il protagonista di questo libro, che dalla comodità scomoda del suo guscio materno racconta di sua madre e delle nefandezze che mette in atto insieme al suo amante.
Trudy, 28 anni donna bellissima, ha tradito il marito e padre del bambino che porta in grembo, con il fratello di lui, Claude, insignificante e viscido agente immobiliare.
I due decidono di assassinare il marito per venire in possesso della casa vittoriana in cui attualmente abitano.
John Cairncross, poeta e editore sull’orlo del fallimento, ovviamente è all’oscuro della trappola mortale che gli stanno preparando i suoi parenti più stretti.
Ecco che entra in gioco il feto che negli ultimi giorni di gravidanza diventa l’unico testimone impotente del crimine.
Recluso a testa in giù il narratore porge l’orecchio sulle cose e i fatti del mondo e si accorge che non solo sua madre, ma il mondo intero è ostaggio delle forze del male. Si accorge che fuori non tira una brutta aria e che tra le vite degli esseri umani spaventati si aggira una mefistofelica aria di orrore e di terrore che miete vittime innocenti ogni giorno.
«Che mostruosa ingiustizia, avere tanto male prima che la vita cominci», racconta nel disincanto del suo liquido amniotico il feto che da queste parole ci fa capire che non vorrebbe nascere in un mondo così.
Il feto come voce narrante è la straordinaria genialità di Ian Mc Ewan che torna a scrivere un romanzo che la realtà la inventa. Lo scrittore scomoda drammatici paradossi surreali che allo stesso tempo sono il perimetro ideale di tutto ciò che stiamo vivendo.
Nel guscio è un libro spiazzante, forse il colpo di genio di Ian Mc Ewan che finalmente è tornato alle origini della sua narrativa.
Quel feto non ancora venuto al mondo è il testimone di un dramma intimo e universale che si consuma nelle vite sbandate di un’umanità intera che ha perso completamente l’innocenza e ogni giorno si estingue cedendo il passo all’orrore che si manifesta in ogni forma.
Ian Mc Ewan, attraverso le amare considerazioni di un bambino che non è ancora nato e che da quello che sente non ne ha alcuna intenzione, con un talento da abile narratore mette in scena una credibile rappresentazione della nostra umanità dolente alla fine dei suoi giorni.
Nel guscio è un grande libro sui cui abbiamo l’obbligo di discutere a lungo.

Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershott e vive a Londra. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry e Nel guscio. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Capri l’ azzurra, Storia, luoghi di mare, itinerari, persone, arte e architettura dell’isola, a cura di Sergio Prozzillo e Flavia Soprani (Imago, 2017)

26 luglio 2017
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L’Italia è un paese di grande bellezza. Pieno di ricchezze naturali, artistiche, architettoniche. Arte, storia, cultura si intrecciano così fittamente, che fa male vedere quanto questo patrimonio non sia abbastanza valorizzato. Già al tempo in cui era presidente del consiglio D’Alema (forse anche prima), si discuteva sul fatto che l’Italia è così ricca di queste bellezze che potrebbe vivere unicamente di turismo. Forse era una battuta, forse l’idea di trasformare lo stato in un gigantesco centro vacanze non è neanche tanto brillante, ma un fondo di vero c’è.
A questo pensavo sfogliando Capri, l’azzurra, guida turistica dell’ isola, in lingua italiana e inglese (io ho visionato la versione in lingua italiana), segnalatami dall’ autrice Flavia Soprani. Attualmente disponibile a Napoli presso la libreria Feltrinelli piazza dei Martiri e Ubik via Benedetto Croce; a Capri presso l’edicola della Piazzetta; Amazon, IBS e Libreria Universitaria.
Amo viaggiare (più che altro con la fantasia) e colleziono guide di viaggi, dalla Cina, agli USA, da Firenze a Parigi. Sono cresciuta leggendo le riviste storiche del Touring Club, e i bellissimi libri illustrati che ogni tanto mandavano. E poi amo la costiera amalfitana, Amalfi, Atrani, Positano, Ravello, Sorrento, Vietri sul mare (la più vicina alla città dell’entroterra da cui proveniva mio padre). Mia madre ci ha passato tanti estati della sua gioventù. Conobbe persino Jaqueline Kennedy, che adorava venirci in vacanza e ogni tanto scendeva dal suo yacht per collezionare sandali o comprare le sigarette, o i figli di Roberto Rossellini, anche loro appassionati della costiera.
Delle isole personalmente conosco più Procida, Ischia e Capri, al largo della penisola sorrentina, le ho solo viste da lontano. Ma non si può dire di aver vissuto senza aver visto almeno una volta la Grotta Azzurra! Capri l’ azzurra, è insomma una guida che vi farà venir voglia di viaggiare (e utile e di facile consultazione se visiterete l’isola sul serio).
Il testo, chiaro ed elegante, in carta patinata, è diviso in 7 parti: (Sito, Storia, Itinerari, Luoghi di mare, Arte e iconografia, Architettura e ville, Persone). Ricco di mappe, disegni, fotografie (a colori di Umberto D’Aniello), informazioni turistiche e curiosità (insolito il caso Diefenbach). Il capitolo finale Persone, di Filippo De’ Rossi, elenca tutti (o quasi) i personaggi illustri che risedettero sull’ isola da Augusto e Tiberio, per arrivare a Curzio Malaparte e molti altri, perlopiù stranieri che lasciarono il cuore a Capri. Particolarmente ricco il capitolo Architetture e ville, a cura di Gabriella D’Amato e Arte e iconografia di Stefano Causa. Chiude il volume una ricca bibliografia, e le info finali, con gli orari di apertura dei maggiori musei, e link utili.

Sergio Prozzillo
Ha studio in Napoli di progettazione architettonica, grafica e design.
Ha avuto esperienze didattiche all’Isia di Urbino e all’Istituto Superiore di Design di Napoli.
Insegna ‘Arti visive e disegno’ all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
www.sergioprozzillo.com

Flavia Soprani
Illustratrice e graphic designer, collabora con lo studio Imago – Architettura Grafica Design di Sergio Prozzillo dal 2007.
Laureata in Architettura nel 2014, dal 2016 è dottoranda di ricerca in ‘Scienze umane e nuove tecnologie’.
www.flsoprani.com

Provenienza: inviato dall’ autore, si ringrazia Flavia Soprani.

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:: Libreria Luigi, Stefano Caso (Ianieri edizioni, 2017), a cura di Federica Belleri

26 luglio 2017
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Luigi, come Pirandello. Luigi, come una libreria. Luigi, come il suo proprietario. Precisiamo: una libreria, non una rivendita di libri. Un luogo dove i volumi hanno una vita propria, hanno corpo e anima, voce e suono. Un negozio che non viene collocato in una cittadina specifica, perché non è quello il dettaglio importante.
Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno Luigi cambia prospettiva, ha bisogno di un altro tipo di vita. Si confronta con se stesso guardandosi allo specchio, e cosa vede? Vede un altro sé, un altro marito, un altro libraio. I suoi affezionati clienti iniziano a guardarlo con occhi diversi, i personaggi di opere famose del passato desiderano dialogare con lui e confrontarsi. Per quale motivo?
La sua libreria odora sempre di lavanda, ma è lui ad essere cambiato. Si sente trasformato, quasi stenta a riconoscersi. Cosa gli sta succedendo?
Il suo quotidiano viene travolto da eventi che non avrebbe mai pensato di vivere, il rapporto con sua moglie e la sua famiglia subisce un brusco stallo. Perché?
Perché a volte è necessario mettersi in discussione, a volte è determinante per la propria sopravvivenza dare un taglio, e smetterla di subire. Spesso le frasi lasciate a metà, o le parole non dette, possono provocare enormi danni. Perché Luigi è molto di più di un “semplice libraio”. È intelligente, sensibile, concreto, incasinato. È un uomo che sta saltando oltre, e ha bisogno di riscoprirsi.
Fra segreti e bugie, scorre questa storia, ben costruita dall’autore. Storia arricchita da eroi e mostri della mitologia greca, da discorsi intrattenuti con personaggi di Pirandello, Hugo, Kafka, Moliére, solo per citarne alcuni. A dimostrazione di quanto siano importanti le parole scritte per questo originale protagonista.
Libreria Luigi è il viaggio di un uomo attraverso le vicissitudini della sua vita, le delusioni e le aspettative, i sentimenti e il sesso. È un uomo di tutti i giorni, ma dalle caratteristiche speciali. Quali sono i suoi sogni? Come vede lui i suoi clienti? Cosa gli donano, entrando nella sua libreria?
Ricostruire si può, anche dall’orgoglio ferito. Ottimo romanzo di narrativa, che trovo legato a sfumature noir. Trama fluida, scorrevole, mai banale. Non mancano le occasioni per riflettere, anche su se stessi.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Provenienza: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Quaderni giapponesi, Igort (Fandango Coconino Press, 2015), a cura di Elena Romanello

26 luglio 2017
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Da quarant’anni, cioè da quando arrivarono in Italia i primi anime, il Giappone è visto da molti come un paradiso per i fumetti e per chi si occupa di letteratura disegnata. Questo non è sempre vero, soprattutto per chi è straniero (si tratta di un mercato molto chiuso e molto nazionale, a differenza per esempio delle case editrici di comics negli Stati Uniti), ma qualcuno che ci riesce, anche solo per un periodo c’è, come Igort, autore poliedrico e internazionale.
In Quaderni giapponesi Igort racconta il suo viaggio e la sua permanenza nel Paese del Sol levante, l’impero dei manga ma molto altro ancora, presentando un viaggio alla scoperta della cultura e dell’anima giapponese, che non è legata solo a manga ed anime, anche se questi sono fondamentali per capire la società giapponese di oggi.
Quaderni giapponesi, più un libro illustrato che una graphic novel, è nato su Facebook partendo dai post di Igort, appunti di diario con scritti e immagini, poi rielaborati e portati su carta a raccontare un viaggio in un Paese che è diviso tra modernità e attaccamento ad un passato spesso mitico, tradizioni e voglia di innovazione estrema.
Igort affronta tutti gli aspetti di una cultura complessa, dall’industria dei manga ed anime che ha il suo grosso bacino di lavoro e di fruizione proprio in Giappone, alla cultura anche tradizionale, dalla filosofia zen al senso di bellezza ai tanti modi di vivere di un luogo dove metropoli caotiche si affiancano a luoghi sperduti rimasti intatti da millenni.
Il rapporto tra Igort e il Giappone del resto risale a oltre vent’anni fa, quando all’inizio degli anni Novanta Igort fu il primo disegnatore italiano e occidentrale chiamato a collaborare con le riviste giapponesi. In totale, l’autore da allora ha compiuto oltre venti viaggi a Tokyo, in cui ha registrato anche cambiamenti del mercato e sociali, raccontando incontri e collaborazioni con i grandi mangaka, registi, musicisti, scrittori, dal colosso Kodansha a Hayao Miyazaki, da Ryuichi Sakamoto a Kitano.
Una storia per immagini affascinante e ricca di contrasti, che apre uno sguardo a tutto tondo su un mondo, da consigliare alle varie generazioni di appassionati di manga ed anime per capire come un occidentale può rapportarsi al mondo giapponese, ma anche a chi sa poco dell’immaginario del Paese del Sol levante, per capire come mai ha affascinato e continua ad affascinare i giovani dagli anni Settanta ad oggi.

Igort, vero nome Igor Tuveri, classe 1958, inizia la sua carriera di fumettista a fine anni Settanta, iniziando a collaborare con riviste italiane e straniere come Linus, Frigidaire, Metal Hurlant. A partire dagli anni Novanta inizia a lavorare per la casa editrice Kodansha, primo occidentale ad entrare nel tempio dei manga. Nel 2000 fonda la Coconino Press, che lascerà nel 2017; in parallelo si trasferisce a Parigi, e si dividerà molto tra la capitale francese e Tokyo, passando in Italia in molte occasioni e facendo altri viaggi. Tra le sue opere ricordiamo Goodbye Baobab, Yuri, Brillo Croniche di Fafifurnia, Storyteller, Quaderni ucraini, Quaderni russi, My generation, Gli assalti alle panetterie.

Provenienza: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Fandango Coconino Press.

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:: Rapsodia francese, Antoine Laurain, (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

25 luglio 2017
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Antoine Laurain è un brillante scrittore francese che meriterebbe di essere letto molto di più in Italia.
Einaudi dopo aver pubblicato nel 2015 La donna dal taccuino rosso, delizioso gioiello di scrittura che può anche considerarsi un omaggio di Laurain a Patrick Modiano, adesso dà alle stampe Rapsodia francese.
Anche con questo romanzo l’autore si conferma un narratore in grado di inventare atmosfere suggestive e intimiste in cui il lettore si perderà nel tempo sospeso della memoria e del passato che riporta al presente con i suoi rimandi di futuro.
Tra mistero, divertimento, leggerezza, come nei migliori romanzi del suo maestro Modiano, Laurain ha scritto un romanzo gradevole sulle magie e sulle dimenticanze del tempo e sull’intreccio delle nostre vite con gli istanti perduti e mancati.
Tutto ha inizio con una lettera recapitata per un disguido postale dopo trentatré anni a Alain, che fa il medico a Parigi, ma che negli anni Ottanta sognava insieme a un gruppo di amici di fare il musicista e insieme fondano la rock band degli Hologrammes.
Quando la lettera della casa discografica, che era scivolata dietro all’armadio dell’ufficio postale, giunge con un ritardo di anni nelle mani di Alain, il gruppo ha abbandonato il suo sogno e ognuno dei componenti è andato per la sua strada.
Inizia così il viaggio nel tempo passato ma anche perduto di Alain che si mette alla ricerca dei suoi amici e della cassetta con le canzoni del gruppo che avevano inviato alla casa discografica.
Alain si accorge che non è sempre una buona idea andare a cercare nel proprio passato.
Il medico attraversa in lungo e in largo Parigi, sulla nostalgia dei suoi meravigliosi anni Ottanta, si mette sulle piste degli altri componenti della band. Quel tuffo nel passato lo porterà alla scoperta dei piccoli e grandi segreti che il tempo aveva sepolto insieme a quella lettera mai arrivata che forse avrebbe cambiato il corso di un pugno di vite.
Antoine Laurain scrive un romanzo corale capace di legare con piani narrativi diversi gli anni Ottanta e la Francia di oggi con la durezza dei problemi legati alla crisi.
Ma soprattutto Rapsodia francese è un viaggio nella gioventù perduta in cui il tempo si prende una rivincita su un destino che doveva essere e mai fu.
Come in un romanzo di Modiano, Antoine Laurain sparisce e si perde nei suoi ricordi, si smarrisce nella sua Parigi e nella ricerca di indizi scava nella memoria un’inquietante ragnatela che lo porterà a fare i conti con una verità che non aveva mai conosciuto: nulla ritorna come prima perché il tempo, in cui ci si può perdere o sparire, inesorabile ci dice che la gioventù è passata e i sogni si sono dissolti.

Antoine Laurain è nato a Parigi all’inizio degli anni Settanta. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha studiato cinema, ha girato diversi cortometraggi e ha lavorato come assistente antiquario. Nel 2007, con Ailleurs si j’y suis, vince il Prix Drouot. Il romanzo Il cappello di Mitterrand, vincitore del Prix Relay 2012, è stato pubblicato in Italia nel 2013 da Atmosphere. Nel 2011 era uscito per Vallecchi Undicesimo: fuma. Storia efferata di delitti e sigarette. La donna dal taccuino rosso, bestseller in Francia e pubblicato in Italia da Einaudi (2015), è stato tradotto in dodici paesi. Sempre per Einaudi ha pubblicato, nel 2017, Rapsodia francese.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Dente per dente, Francesco Muzzopappa (Fazi, editore 2017), a cura di Viviana Filippini

24 luglio 2017
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“Occhio per occhio, dente per dente”, così sta scritto nel Levitico delle Bibbia. Lo stesso principio, unito al VeV (il piano Virile e Vendicativo), è quello che spinge il ventottenne Leonardo (Leo per noi, suoi amici lettori) a seminare una scia di atti funesti, dei quali nemmeno lui riesce ad immaginare le conseguenze. Leo è il protagonista di “Dente per dente”, il nuovo romanzo di Francesco Muzzopappa edito da Fazi, che, dopo “Affari di famiglia” e “Un posizione scomoda”, torna con una storia avvincente, comica e sarcastica nella quale dimostra come anche una docile pecorella (Leo) possa trasformarsi in un lupo vendicativo. Leonardo lavora da tre anni a Varese al Mu.CO, il Museo d’arte Contemporanea, nel quel sono esposte, secondo gli esperti critici del settore, le peggiori opere dei più grandi artisti contemporanei. Strano ma vero tra di esse un orrendo Warhol che solo a vederlo ti si alza il colesterolo, un Picasso impensabile, un Dalí così spaventoso da mette ansia solo a guardarlo di striscio. Leo ci lavora come addetto al controllo e vigila che i visitatori non facciano foto a raffica, ma il ragazzo che ha perso due dita in un brutto incidente, ha anche una vita fuori da quelle mura. Leo è fidanzato e innamorato pazzo di Andrea Lanzini, una ragazza stupenda. La coppia è in perfetta simbiosi, l’unica divergenza è segnata del fatto che Andrea è molto cattolica (troppo), osservante e praticante, dedita al rispetto categorico dei dieci comandamenti. Non a caso non dice parolacce e, soprattutto (così dice la furbastra), non fa sesso. Tutto cambia all’improvviso quando Leo scopre la finta santarellina timorata di Dio a letto con un altro. Leo non reagisce al momento, poi metterà in atto il VeV, il suo personale piano virile e vendicativo costruito sulla violazione dei Dieci comandamenti tanto amati dalla sua ex. Leo tenta di fare il delinquente, il sabotatore, però ogni sua azione funesta diventerà un’impresa rocambolesca, tragicomica ed evidenzierà la totale imbranataggine del protagonista. Basta pensare che il suo graffito carico di rabbia verso Andrea, scritto lì, sulla strada davanti al palazzo dove lavora la donna, viene spazzato via in un nano secondo dal mezzo che pulisce le strade. Questo e altre mirabolanti azioni vendicative (pseudo piromane, pseudo ladro, pseudo spia) portano Leo a diventare un carnefice che non colpisce mai direttamente Andrea, perché lui infligge pene a chi le sta attorno mandando in frantumi, e nemmeno lo stesso Leo riesce a crederci, il mondo perfetto della ragazza. Il nuovo libro di Muzzopappa è un romanzo spassoso, a tratti potrebbe sembrare irriverente (poi alla fine ci sono una serie di scusa a raffica, da parte dello scrittore ai lettori e amici) ma non è poi così irreale. “Dente per dente” è la dimostrazione di come le realtà e le persone che ci circondano non sempre sono quello che fanno credere di essere, primo su tutti mister Lanzini, il padre di Andrea. Allo stesso tempo, la storia di Leo è la dimostrazione di come il sentirsi traditi e feriti possa portare anche la persona più mite ad avere bisogno deciso di un riscatto umano, morale, sentimentale e, in questo caso, anche lavorativo.
Curiosità: ogni opera presente all’interno del romanzo è stata realizzata dallo stesso Muzzopappa che, oltre ad essere un bravo scrittore che mi ricorda l’ilarità di Alan Bennet, ha pure una creatività artistica non indifferente.

Francesco Muzzopappa è nato a Bari, ma milanese ormai da anni, è uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Le sue Fiabe brevi che finiscono malissimo, realizzate in collaborazione con SIO, sono popolarissime in rete, e non. Con Fazi Editore ha pubblicato “Affari di famiglia” (nel 2014) e “Una posizione scomoda”, il libro d’esordio uscito nel 2013 che presto diventerà un film. Entrambi i libri sono stati tradotti in Francia riscuotendo un grande successo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Carolina dell’Ufficio stampa Fazi.

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:: The Squirrel Machine, di Hans Rickheit (Eris, 2017), a cura di Elena Romanello

24 luglio 2017
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Accanto a varie graphic novel a sfondo sociale, la Eris edizioni propone il gotico The Squirrel machine, di Hans Rickett, storia di una vita estrema in un Ottocento fuori dal tempo.
The Squirrel Machine racconta in maniera visionaria il rapporto tra due fratelli geniali e problematici, Edmund e William Torpor, che scuotono il paesino della provincia americana del New England del XIX secolo in cui vivono.
I due protagonisti sono attratti fin da bambini verso tutto quello che è strano e inquietante, fuori dalle regole e al limite della legalità e passano la loro vita giocando e sperimentando la costruzione di astrusi strumenti musicali realizzati con insolite e sconosciute tecnologie e carcasse di animali trafugate dai rifiuti dei mattatoi.
Le loro invenzioni però non piacciono agli abitanti della loro città, con i quali negli anni i due fratelli cercano di costruire rapporti anche di tipo sentimentale, fallendo miseramente, e finendo poi nei guai per le loro attività considerate immorali e al limite della stregoneria in un’epoca positivista ma in cui ci sono ancora presenti superstizioni mai sopite, anche se d’altro canto le sperimentazioini dei fratelli Torpor presentano elementi non certo tranquillizzanti.
Le atmosfere di The Squirrel machine, con uno stile che ricorda le incisioni vittoriane che illustravano la narrativa popolare, sono di chiaro sapore steampunk, il genere del fantastico che immagina un futuro nel passato con le tecnologie di allora. Nelle pagine della graphic novel ci sono anche molte atmosfere gotiche e horror, con il richiamo all’archetipo dello scienziato pazzo, che da Mary Shelley a Wells e fino a storie di oggi torna come monito contro l’onnipotenza della scienza in un mondo in cui la ricerca scientifica diventa fondamentale.
The Squirrel machine immerge in un incubo di follia, con echi di Poe e Wells, visto dagli occhi di Edmund e William, due menti che cercano di manipolare la vita e il mondo a loro modo: e come in tutto il fantastico di qualità, anche The Squirrel machine ha un sottotesto sociale, il dramma della solitudine, la follia, l’emarginazione, all’interno di una storia gotica e affrontabile da più angolazioni.

Hans Rickheit, americano, classe 1973, vive nel Massachussets, dopo essersi diviso tra Boston e Philadelphia, e ha lavorato come gallerista e cartoonista. Ha collaborato e collabora con varie riviste e fanzine, come The Comic Interpreter e The Stranger. The Squirrel machine è e resta il suo più grande successo, pubblicato dalla casa editrice indipendente e specializzata in fumetto underground Fantagraphics Books, ed è stata tradotta in varie lingue.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Eris.

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:: Il vampiro di Venezia, di Giada Trebeschi (Oakmond Publishing, 2017) a cura di Federica Belleri

24 luglio 2017
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1576. Venezia si affaccia sulla fine di quell’anno terribile, devastato dall’epidemia di morte nera. I cadaveri martoriati dalla peste vengono gettati ovunque, in attesa di essere caricati sulle barche per il loro ultimo viaggio al Lazzaretto Vecchio. Il popolo cammina, attonito, accanto ai morti. Si sono abituati? È possibile. Il freddo è intenso e pungente e i mantelli di lana non sempre bastano a ripararsi.
Venezia non è solo questo, ogni medaglia ha due facce. La città è nobile, i profumi sono inebrianti, le spezie stordiscono. La bellezza delle cortigiane fa perdere il senno. Tutto si può mercanteggiare, perché ha un prezzo. Anche la politica, il peccato, l’abuso, la confessione. Venezia è passione e protezione ad ogni costo, è amore per sempre …
Questa cornice ricca di preziosi dettagli storici contiene il quadro creato dall’autrice, Giada Trebeschi. Tre uomini completamente diversi si mettono a disposizione per risolvere macabri delitti, in un misto fra metodo scientifico e superstizione. Orso Maria Pisani, Signore della Notte al Criminàl, responsabile della gendarmeria. Nane Zenon, esperto erborista e conoscitore dell’arte farmacologica. Giacobbe Calimani, medico ebreo. Uomini agli antipodi, liberi di scegliere ma intrappolati nelle loro convinzioni, legati a orribili omicidi che li lasciano sgomenti.
Sacro e profano, realtà e leggenda. Un assassino famelico da catturare al più presto. È un uomo in carne ed ossa o un mostro venuto dal regno dei morti? Il pensiero razionale vacilla di fronte alle vittime martoriate e uccise dopo terribili sofferenze. Qual è la strada giusta da percorrere? I simboli alchemici si mescolano al sangue, le esperienze degli esperti vengono messe a dura prova.
Il vampiro di Venezia ha il sapore della tragedia rappresentata a teatro. I delitti si susseguono e precipitano come tessere di un domino bestiale. Il lettore assiste, senza parole, a questa storia, dove vendetta e giustizia non sono poi così diverse …
Gli atti del romanzo sono delineati da angoscia e stupore, rabbia, mistero e privazione.
Chi può decidere di uccidere? Chi può mettere fine a questo massacro, e chiudere il sipario? Gli attori-protagonisti fanno immergere lo spettatore-lettore in una trama agghiacciante, efferata, che non fa sconti a nessuno e non mostra mai segni di cedimento. Come il vampiro. Che non si pente, e prosegue nel suo disegno diabolico.
Editing ottimo, copertina accattivante e necessario l’abbinamento di questo libro con un buon bicchiere di Amarone della Valpolicella, come suggerito dagli editori.
Mettetevi comodi. Buona lettura.

Giada Trebeschi è nata a Reggio Emilia nel 1973. Scrittrice di testi teatrali e attrice, ha conseguito il dottorato in Storia ed è un’appassionata ricercatrice. Nel 2012 ha esordito in Spagna con La dama roja, pubblicato da Algaida. Vive e lavora in Svizzera.

Source: acquisto personale.

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