:: Il gioco del silenzio, Anita Rau Badami, (Piemme, 2014)

23 aprile 2014

silenzioDomenica mattina. La neve cade come una spolverata di brillantini da un pallido cielo invernale, ricoprendo tutto tranne  l’Albero, scuro contro il biancore soverchiante. L’hanno trovata. Alla fine. Poteva rimanere li fino a primavera, un cumulo come tanti altri, e a quel punto sarebbe diventata tutt’uno con la terra soffice sotto la neve che si scioglieva al calore lento del sole, se uno degli uomini impegnati nelle ricerche non avesse notato un paio di corvi che gracchiavano e beccavano qualcosa non molto lontano dalla casa.

Tra le opere di narrativa post coloniale di autori contemporanei figli della diaspora indiana vanno senz’altro segnalati i romanzi di Anita Rau Badami, autrice già nota in Italia per aver pubblicato con Marsilio nel 2005 Il passo dell’eroe e nel 2008 Le donne di Panjaur. Il suo nuovo romanzo, Il gioco del silenzio (Tell it to the Trees, 2011) edito in Canada con Knopf Canada, esce in Italia con un nuovo editore rispetto i precedenti, Piemme, tradotto da Laura Prandino.
Ai margini di Merrit’s Point, cittadina dimenticata da Dio, situata a Nord del Canada, vivono i Dharma, tre generazioni pigiate insieme, alla maniera indiana: la vecchia Akka, la nonna, Vikram, il padre, marito di Suman, sua seconda moglie, e il piccolo Hemant di sette anni, e l’adolescente Varsha, i figli. Una famiglia devastata dalla violenza, non solo fisica, ma anche psicologica esercitata dal capofamiglia e dall’isolamento, in quella landa desolata circondata dalla neve.
A minare questo precario equilibrio fatto di abusi e rassegnata accettazione, arriva Anu Krishnan, una scrittrice emancipata e moderna, anch’è essa di origini indiane, che affitta la dependance sul retro della casa padronale. All’inizio Anu è affascinata dall’apparenza perfetta di questa famiglia tradizionale, legata alle tradizioni indiane, sebbene Vikram abbia visto l’India solo quando si è recato nel paese per scegliersi la nuova moglie, Suman. Ma presto scopre che l’apparenza è solo una patina scintillante, che nasconde segreti molto spesso inconfessabili.
Non farà in tempo a cambiare le cose, che il suo cadavere viene scoperto nella neve, a pochi passi dal portone di casa. Cosa la ha spinta a uscire, con vesti leggere non adatte al grande freddo? E’ stato davvero solo un incidente, come tutti vogliono credere?
Il gioco del silenzio, inizia proprio con il ritrovamento del suo cadavere nella neve, e da qui in poi i vari personaggi diventano voce narrante dei vari capitoli, (ci sarà spazio anche per il diario di Anu), in un crescendo di tensione fino ai capitoli finali in cui tutto troverà spiegazione. Sebbene questo romanzo non sia un thriller, né un’ indagine legata ad un delitto, con poliziotti, indizi, false piste e la classica scoperta del colpevole, in un certo senso la narrazione si rifà a questi meccanismi per narrare l’inferno domestico in cui vivono i personaggi, inferno in cui i più piccoli, subiranno i danni maggiori, vittime della violenza e debolezza degli adulti, arrivando a distorcere anche i più naturali sentimenti d’amore in qualcosa d’altro, più simile al possesso, e alla volontà di dominio.
Lo stile è piano, piuttosto didascalico, segnato da un crescendo di tensione che arriva solo nel finale a svelare l’amarissima verità, che per tutto il libro cova sotto le ceneri. Non è un thriller come dicevo ma nello stesso tempo resta un’indagine, che scava nei meccanismi psicologici che spingono i personaggi a compiere le azioni più efferate, con una naturalezza che nasce solo da una sottile forma di pazzia. E questo orrore accompagna il lettore durante la lettura, non lasciandolo neanche una volta chiuso il libro.

Anita Rau Badami Scrittrice e pittrice, è nata nel 1961 in India, dove ha studiato Letteratura inglese a Madras e Comunicazione a Bombay. Ha lavorato come copywriter per varie agenzie pubblicitarie. Ha cominciato a scrivere nel 1991, dopo essersi trasferita in Canada. Con il romanzo Il passo dell’eroe (Marsilio, 2005) ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize. Il gioco del silenzio, bestseller assoluto in Canada, è stato candidato al prestigioso IMPAC Award.

:: Sanà alla creta – Le inchieste del commissario Sanantonio della polizia di Parigi, Sanantonio (E/O, 2014) a cura di Stefano Di Marino

22 aprile 2014

sanàLo ricordavo come uno dei migliori della serie e confermo il giudizio. Nella riedizione E/O che poi ripropone la traduzione di Bruno Just Lazzari originale si ritrova tutta la verve linguistica di Frderic Dard che fu anche romanziere e ‘spystorista’ di qualità ma che in Santonio raggiunse vette quasi ineguagliabili nella narrativa popolare. In questa vicenda, che poi a guardarbene è un giallino semplice semplice, il linguaggio, la personalità sboccata e irriverente di Sanà trionfano sulla mediocrità della produzione abituale dei tempi e di oggi. Una trovata dopo l’altra, uno sberleffo inanellato al successivo, accompagnano le vicissitudini di Sanà, di Felicie e di altri personaggi tra il grottesco e il tragico in una sarabanda che non riesci a mollare più. Nella nota iniziale l’autore specifica che ‘prima parte’ implica che ce ne sia una seconda e che nella prima deve essere successo per forza qualcosa. Commenta con ironia e leggerezza che nella maggior parte dei libri di oggi (allora anche) non succede nulla. Proprio così, Sanà. E passiamogli anche una bella sfilza di osservazioni maschiliste e spavalde. Alla faccia di chi vorrebbe cambiare l’immaginario. Come diceva una ballata del milieu il mondo si divide in duri e gonzi… scegliete voi da che parte stare. Io sto con Sanà.

Sanantonio, pseudonimo con cui si firmava lo scrittore francese Frédéric Dard, uno dei più prolifici autori noir della seconda metà del XX secolo. Dard nacque a Bourgoin-Jallieu, piccolo centro del dipartimento di Isère nel giugno del 1921.  Molto noto in Francia, soprattutto per la serie di polizieschi che ha per protagonista il commissario San-Antonio e il suo aiutante, Bérurier. Scrisse oltre 200 romanzi, tra il 1949 e l’anno della sua morte, il 2000. In Italia la pubblicazione dei romanzi di Dard ha inizio nel 1970, presso numerose case editrci: Mondadori, Editrice Erre, Rosa & Nero, Le lettere, E/O. Influenzato fortemente dai narratori di noir americani (Faulkner, Steinbeck e, soprattutto, Peter Cheyney), si legò in particolare a George Simenon, che gli scriverà la prefazione di Au massacre mondain. E’ del 1949 il romanzo Réglez-lui son compte!, dove apparve per la prima volta il nome San-Antonio. In seguito al successo commerciale, Dard approdò alle edizioni Fleuve noir, con le quali pubblicherà tutti i romanzi successivi. Morì il 6 giugno del 2000 nella sua casa di Bonnefontaine, Svizzera.

:: Giochi d’ombra, Charlotte Link, (Corbaccio, 2014)

22 aprile 2014

giochi d'ombraIl teatro d’ombre, antichissima forma di intrattenimento diffusa sia in Europa che in Oriente, nasce molto prima del cinematografo e permette di proiettare figure fantastiche su uno schermo illuminato, creando l’illusione di immagini in movimento. Ed da questa popolare forma di teatro prende il titolo il nuovo romanzo di Charlotte Link, Giochi d’ombra (Schattenspiel, 2011), edito in Germania da Blanvalet Verlag, – München, divisione tedesca della Random House, e in Italia da Corbaccio, collana Top Thriller, con traduzione di Gabriella Pandolfo, psicothriller la cui struttura ricorda apparentemente il più classico giallo deduttivo: abbiamo un delitto avvenuto in un luogo chiuso, un lussuoso attico affacciato su Central Park a New York, un numero ristretto di possibili assassini, tutti con un valido movente, un ispettore che indaga vagliando moventi, indizi ed alibi.
Tuttavia nella più pura tradizione degli psicothriller, l’indagine poliziesca è quasi un mero pretesto per permettere all’autrice di approfondire i caratteri dei personaggi coinvolti, scavando nel loro passato, con ampi salti temporali, e anche il finale piuttosto prevedibile, si discosta dal classico colpo di scena ad effetto capace di spiazzare i lettori nella ricerca del colpevole. L’assassino è esattamente colui che possiede il movente più forte, colui che ha avuto l’occasione di compiere il delitto, anche se a giochi fatti, con la confessione del colpevole in mano, l’ispettore incaricato dell’indagine accamperà un dubbio, lasciando nel lettore un senso di sconcerto, ma sarà solo un attimo, solo una fragile incertezza, contraddetta dai fatti e dalle conseguenze finali.
Siamo dunque a New York, il 28 dicembre del 1989, David Bellino, un ricchissimo industriale, uomo ambizioso e spietato, fidanzato con Laura, una ragazza del Bronx, povera e di umili origini, dopo aver ricevuto numerose lettere minatorie, contenenti autentiche minacce di morte, stila un elenco delle persone che potrebbero mettere in atto tale piano e le invita nel suo lussuoso attico, ereditato dal patrigno, per passare il Capodanno, nella speranza di scoprire il mittente delle missive e chiarire la questione. Sono tre donne e un uomo, suoi ex compagni di collage, tutti con validi motivi per progettare la sua rovina: Mary, Natalie, Gina e Steve.
Sorprendentemente tutti accattano l’invito, mossi più che altro da contingenze economiche, sperano di ottenere da lui forti somme di denaro per risollevare le loro precarie finanze. Poi nella notte il suono dell’allarme sveglia tutti gli ospiti che si riversano in sala da pranzo e trovano Laura con i piedi legati alle caviglie e un fazzoletto in bocca. Degli intrusi sono entrati in casa. Gli uomini del catering, venuti a ritirare le stoviglie, hanno aggredito la ragazza, secondo la sua testimonianza. Poi un grido: nel suo studio David Bellino giace senza vita ucciso da un colpo di pistola. L’ispettore Kelly, chiamato ad indagare sull’omicidio, subito non crede al delitto commesso da estranei e si concentra sui cinque ospiti della casa, trovandosi così a cercare di far luce sul gioco di ombre messo in scena per lui.
Uno psicothriller dunque, in cui l’azione si svolge quasi esclusivamente nel passato, (passato portato alla luce dagli interrogatori dell’agente di polizia che indaga sul caso), di una delle autrici più vendute in Germania, un autrice che ama ambientare i suoi romanzi prevalentemente in Inghilterra, anche se questa volta sceglie sia l’ Europa che l’ America, con una puntata anche in Vietnam. Passato e presente si intrecciano, per dare profondità a personaggi non particolarmente simpatici, ma credibili, vittime più che carnefici, feriti dalla vita, dalla solitudine, dalla difficoltà di affermarsi e prendere in mano le redine della propria vita. E in questo sicuramente l’autrice è brava, anche se una certa freddezza, mi ha impedito di affezionarmi ai personaggi principali, compresa la vittima. Forse l’ispettore Kelly, è il personaggio che ho più apprezzato, e anche nel finale è quello che mostra più umanità. Tutto sommato un buon thriller, robusto, ben scritto, di solida scuola inglese, seppure scritto da un’ autrice tedesca, in cui forse le sottotrame, con la vita dei personaggi, prendono il sopravvento sulla trama principale dell’indagine, ma se amate il thriller psicologico di autori come Dorn, Thillez, e Fitzek, sicuramente troverete la lettura soddisfacente.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle»; «La donna delle rose»; «Alla fine del silenzio»; «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze», «L’ultima volta che l’ho vista»(tutti anche in edizione TEA) e «Giochi d’ombra».

:: Sartoria Los Milagros, María Cecilia Barbetta, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2014

sartoriaTraduzione Fabio Cremonesi

Prima di cominciare Sartoria Los Milagros ho letto la biografia dell’autrice María Cecilia Barbetta – nata in Argentina, ma residente in Germania – e mi sono chiesta quanto la cultura berlinese potesse aver influito sulla trama di questa storia, perché se penso all’Argentina, subito mi corre alle mente la passionalità del tango e della gente che sta dall’altra parte dell’oceano. Passando poi a Berlino, dove ho passato una settimana nel 1999, mi salta subito nella memoria il rigore razionale che caratterizza la capitale tedesca. In questo caso ragione e sentimento– non me ne vogliano Jane Austen e i suoi seguaci per questo riferimento- convivono in perfetta armonia, dando vita ad una stuzzicante trama. Alla base della vicenda c’è una complessa e caotica storia d’amore a tratti così strampalata e surreale che spesso ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una tipica telenovela del Sudamerica, anche se a dire il vero non ne ho mai vista una. La storia è ambientata in una via di Buenos Aires – Calle Gascón- dove ha le sue radici la Sartoria Los Milagros. Qui lavora Marianna Nalo che apprende l’arte del creare, cucire e rammendare abiti sotto la stretta sorveglianza della zia Milagros. Mariana è giovane, bella e innamorata di un certo Gerardo Botta che la lascia così, all’improvviso per raggiungere gli Stati Uniti d’America. La protagonista cerca di concentrarsi il più possibile sul lavoro, ma la sua mente corre sempre all’amato lontano, del quale non ha nessuna notizia, se non tre striminzite cartoline dalle quali emerge poco e nulla di quello che l’aitante giovanotto starebbe, e uso il condizionale, facendo. A distrarre un po’ Mariana dalle proprie preoccupazioni l’arrivo nella bottega di sartoria di Analía Moran. Lei, appassionata di numeri, è pronta ad unirsi in matrimonio con l’amato Roberto, ma per rendere il giorno del suo “sì” perfetto Analía incarica Mariana di sistemarle il prezioso abito da nozze di fattura italiana ereditato dalla madre. Mariana mette tutta sé stessa nel lavoro commissionatole da questa coetanea, per dare forma concreta al desiderio della cliente, ma lo scambio di ironiche battute con la madre e i pettegolezzi che scopre la zia si insidiano come un tarlo nella mente della protagonista, tanto che ad un certo punto Mariana si domanderà se tra il suo amato Gerardo e Roberto ci sia qualche legame. Amore, cuore, sospetti, tradimenti, lacrime e voglia di rivalsa animano la protagonista scaturita dalla penna della Barbetta, una giovane simpatica, passionale, dedita al suo lavoro, ma anche al dono completo di sé all’altro. Una sincerità che porterà Mariana a scontrarsi con un’amara verità. Una scoperta che non le impedirà di trovare un rinnovato coraggio per architettare una piccola rivincita personale. Nel libro c’è un altro aspetto curioso e simpatico, ed è quello caratterizzato dalle tante pagine colme di inserti grafici, disegni, miniature, fotografie e fumetti, tutti da ritagliare. Appena visti mi hanno ricordato quegli album da colorare con i quali giocavo da piccola, ma nel caso del libro della Barbetta oltre al “taglia e cuci” per divertimento del bricolage, devo dire che ad un’attenta osservazione ogni immagine è strettamente collegata a quanto accade a Mariana e al mondo che la circonda. Sartoria Los Milagros è il romanzo d’esordio della scrittrice argentina trapiantata a Berlino, nel quale l’autrice riesce a far convivere i desideri d’amore e le speranze deluse dalla cruda realtà, il tutto avvolto da un fantastica atmosfera da fiction tv latinoamericana che racconta a noi lettori le sfuggenti ambiguità del genere umano.

María Cecilia Barbetta è nata in Argentina nel 1972 e vive a Berlino. Nel 2008 ha esordito con il romanzo Änderungsschneiderei Los Milagros (Sartoria Los Milagros per Keller). Il romanzo è insignito nel 2008 del premio letterario Aspekte, nel 2009 con dell’Adelbert-von-Chamisso-Förderpreis e del Bayern 2-Wortspiele-Preis. Dal 2011 è membro del P.E.N. tedesco.

:: Sette piccioni sporchi di sangue, Anthony Abbot, (Polillo, I Bassotti, 2014)

20 aprile 2014

Sette-piccioni-rossi-di-sangueNew York, vigilia di Natale. Geraldine Foster, una bella ragazza prossima alle nozze, segretaria in un rinomato studio medico in Washington Square, scompare. Dopo alcuni giorni, Betty Canfield, coinquilina della ragazza, decide di informare la polizia e si rivolge a Thatcher Colt, amico di famiglia e capo della polizia di New York. Così inizia Sette piccioni sporchi di sangue (About the Murder of Geraldine Foster, 1930) pubblicato a marzo, su licenza della Mondadori, da Polillo editore nella collana i Bassotti e tradotto da Igor Longo. Primo romanzo degli otto mystery scritti da Anthony Abbot, già editi tra il 2005 e il 2008 nei Classici del Giallo, o nei gialli Mondadori. About the murder of Geraldine Foster, fu pubblicato infatti nel maggio del 2005 con il titolo L’omicidio di Geraldine Foster – I Classici del Giallo n. 1060, poi seguirono L’amante del reverendo, La signora dei nightclub, La regina del circo, Il mistero di Madeline, forse il più famoso, L’uomo che temeva le donne, La soglia della paura, e per ultimo Killer 2.
Anthony Abbot certo è un nome meno famoso di S. S. Van Dine, creatore di Philo Vance, o Ellery Queen, o John Dickson Carr, ma è un autore da riscoprire, un degno esponente della Golden Age della Detective Story e del giallo deduttivo, in questo caso di ambientazione americana. Sette piccioni sporchi di sangue, titolo forse scelto per non anticipare il primo dei colpi di scena, evidente nel titolo originale del romanzo, presenta per la prima volta al pubblico il personaggio di Thatcher Colt, elegante e arguto capo della polizia di una New York anni ’30, toccata dalla Grande Depressione, popolata da commesse e segretarie della buona borghesia, e avvocati e medici di grido eredi di patrimoni da milioni di dollari, la cui planimetria, oltre alle vie, i parchi, i grattacieli, contiene ancora colline boscose, quasi in pieno centro.
Un giallo vintage quindi, in piena tradizione pulp, sia per i temi trattati che per le tecniche narrative, prima tra tutte la moltiplicazione delle tracce per allontanare il lettore da quelle risolutive che portano al colpevole, pur giocando onestamente come prevedono le regole di Van Dine. Dunque sappiamo che un caso di scomparsa si trasforma in un delitto, con un primo sospettato (che subirà in ordine un durissimo terzo grado – senza neanche essere arrestato, solo come testimone reticente – la macchina della verità, e il siero della verità, tutti metodi polizieschi non regolamentari, o umani, nel primo caso – si arriva a giustificare la violenza negli interrogatori con individui che considerano la violenza normale e comprendono solo il dolore fisico!), perseguito accanitamente dal procuratore distrettuale, Merle Dougherty, arrampicatore sociale che punta a diventare Governatore, quasi deciso a mandare sulla sedia elettrica il primo che passa, (ancora meglio se un ricco medico come Humphrey Maskell, capace di garantirgli le prime pagine di tutti i giornali), personaggio quasi grottesco che fa risaltare invece le doti investigative e umane del protagonista.
Gran parte del romanzo sarà occupato da questa vicenda, mentre l’intuizione che porterà il capo della polizia ad escludere tutti i sospettati e orientarsi in un’ unica direzione, resta un po’ fumosa e verrà spiegata solo nei capitoli finali, anche se va detto, ho individuato l’assassino già dai primi capitoli, quindi l’autore non fa nulla per depistare, nascondere indizi, imbrogliare il lettore.
Tornando alla trama, Thatcher Colt con l’aiuto del suo segretario e assistente Anthony Abbot, (voce narrante del romanzo, espediente narrativo già usato per esempio da Ellery Queen), inizia a indagare sulla scomparsa della ragazza e si reca nell’appartamento dove viveva. Qui scopre alcuni frammenti di una lettera scritta da Geraldine che ipotizzano un eventuale ricatto: la ragazza infatti richiede la somma di 4000 dollari (il padre della ragazza se non ricco è sicuramente benestante disponibile ad aiutarla anche economicamente) ad un misterioso destinatario per non rivelare alcuni particolari compromettenti. Poi un altro particolare incongruo, insospettisce il capo della polizia: l’inchiostro usato per scrivere questo messaggio è diverso dall’inchiostro solitamente usato dalla ragazza, e qui ad una sola occhiata Thatcher Colt capisce la marca dell’inchiostro, confermata poi da Betty Canfield, che gli porta la boccetta appena comprata da Geraldine. Inoltre cosa apre la chiave trovata in una giacca della ragazza? La Canfield non sa dare spiegazioni.
Poi altri particolari non tornano: qual è il motivo del litigio con il suo fidanzato, che ha portato alla rottura del fidanzamento? Qual è il motivo del litigio con il suo datore di lavoro avvenuto il giorno stesso della scomparsa? E chi è la donna misteriosa che il dottore dice di aver visto nel suo ufficio alla ricerca di Geraldine Foster, poi scappata via in taxi e soprattutto perché borsa e pelliccia della ragazza si trovano in uno sgabuzzino dello studio, quando sicuramente il giorno della scomparsa era una giornata fredda e la ragazza non poteva di certo uscire senza? La vicenda ha uno sviluppo drammatico quando Betty Canfield trova altri frammenti della lettera ricattatoria, che citano una misteriosa casa in Peddler’s Road. Qui Anthony Abbot e Betty Canfield fanno una macabra scoperta, anticipata dal rinvenimento di sette piccioni morti imbrattati di sangue umano.
Un libro davvero interessante, scorrevole, capace di coinvolgere il lettore nella sfida alla ricerca dell’assassino. Cercherò di recuperare anche gli altri sette di Abbot.

Anthony Abbot (1893-1952), pseudonimo di Charles Fulton Oursler, nacque a Baltimora, nel Maryland. Abbandonata la scuola in giovanissima età, svolse svariati mestieri – impiegato in uno studio legale, imballatore in un grande magazzino, prestigiatore nei night-club – prima di scoprire la vocazione per la scrittura. Dopo aver lavorato come reporter per il Baltimore American, nel 1918 si trasferì a New York dove, di lì a poco, venne assunto dalla McFadden Publications, una casa editrice di riviste popolari. Sotto lo pseudonimo di Anthony Abbot pubblicò otto gialli che risentono dell’influenza di S. S. Van Dine e del primo Ellery Queen. Nel romanzo d’esordio, About the Murder of Geraldine Foster (Sette piccioni sporchi di sangue) introdusse il personaggio ricorrente di Thatcher Colt. Nel 1949, quando ormai le sue storie poliziesche erano solo un ricordo, conquistò vasta fama con The Greatest Story Ever Told, il racconto della vita di Cristo, un bestseller da oltre due milioni di copie da cui nel 1965 venne tratto un kolossal cinematografico. Viaggiatore instancabile e uomo dai molteplici talenti, Oursler fu anche responsabile editoriale del Reader’s Digest, conduttore radiofonico, sceneggiatore, critico, ventriloquo, investigatore dell’occulto e agente sotto copertura per l’FBI. La sua autobiografia, Behold This Dreamer, uscì postuma nel 1964.

 

:: Black Stiletto, Raymond Benson (Centoautori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

18 aprile 2014

black stilettoCredo che per tutti i narratori veri sia una sensazione comune. Spesso ci dimentichiamo di leggere, di trovare nuovi punti di partenza, di tornare ad appassionarci come negli anni della formazione. Per me è sempre una grandissima emozione. Una finestra che si apre su un panorama al tempo stesso familiare (quello del noir, dell’avventura e dell’azione) ma visto con uno sguardo ‘fresco’, accattivante, che ti avvince e ti stimola, coltivando la tua fantasia con sementi nuove che daranno chissà quali frutti. Per il momento resta il puro piacere di una lettura avvincente. Raymond Benson è un amico e collega di lunga data e così Andrea Carlo Cappi che me lo ha fatto conoscere ai tempi in cui scrisse gli apocrifi di James Bond (pubblicati da Mondadori e Alacràn), sicuramente tra le opere del filone tra le più riuscite. Che Raymond scrivesse poi altri romanzi di ottima qualità lo sapevo, in particolare Torment (in Italia Ossessione) che avevo trovato particolarmente coinvolgente. Nulla di tutto ciò, se non una generica fiducia nel fatto che stavo acquistando un libro di qualità, mi aveva preparato alla lettura del primo volume della avventure di Black Stiletto. Un’eroina della fine degli anni ’50. In costume ma non dotata di super poteri, abile, mortale, arguta, Una donna forte pur con le sue debolezze. E intorno a lei un mondo favoloso di gangster, spie, pugili, mafiosi. Ma non basta, perché le avventure della vendicatrice mascherata che si cela dietro la maschera di Black Stiletto ci portano a oggi, al narratore (che poi è suo figlio), uomo comune alle prese con le nostre difficoltà e che scova in un diario una chiave per stabilire un ponte con la anziana madre malata di Alzheimer. Non finisce qui perché, come in ogni grande storia popolare, il passato s’intreccia con il presente in un gioco perfetto di scacchi e tasselli. Che, come si diceva una volta, ‘ti tiene inchiodato sino all’ultima pagina’ e, naturalmente, ti costringe a d aspettare il prossimo episodio con ‘trepidante desiderio di vedere come procede la saga’. Eh sì, perché a noi piacciono le saghe, ah ah. Sulla storia di questo primo romanzo pubblicato da Centoautori e tradotto dall’ottimo Cappi con piglio e verve, non vi dico. C’è però qualcosa di profondamente umano, struggente, toccante nella vicenda di Black Stiletto. Un valore aggiunto che non si sovrappone alla vicenda che è concepita per intrattenere. Emerge tra le righe, nei pensieri dei protagonisti e nel mondo in cui vivono. La nostalgia per un tempo di avventure sognate, di eroi ed eroine, di affetti perduti. Il legame tra genitori e figli, qualcosa che, per mille ragioni sembra essere andato irrimediabilmente andato storto ma che il destino (l’autore in questo caso) ributta sul tavolo concedendo a tutti una possibilità per riplasmare la storia, il proprio mondo affettivo. È questa forse la potenza di Black Stiletto che Raymond lascia filtrare tra perfette ricostruzioni dell’America anni ’50, duelli di arti marziali, e il tratteggio di un’eroina che avrebbe molto da insegnare a quelle di oggi, così comprese di essere donne con una loro dignità da scordare cosa significhi essere realmente un personaggio femminile che unisce forza e fragilità. Non è facile per un uomo addentrarsi in un universo psicologico del sesso opposto, ma Raymond ci riesce. Lo fa con mano leggera, toccando tutti i tasti giusti ma senza pestarvi sopra, consapevole che la storia deve andare avanti. Così la caratterizzazione del personaggio, gli ambienti, gli intrecci, le corde emotiva stimolate nel lettore si fondono in un intreccio indimenticabile. Bravissimo Raymond… aspettiamo gli altri episodi, scrutando nella notte. Chissà, magari anche tra i tetti della nostra città, potrebbe volteggiare Black Stiletto.

Raymond Benson è nato nel 1955 a Midland, Texas. Nel 1979 si è trasferito a New York per proseguire la sua carriera di musicista, autore e regista teatrale. Negli anni ’80 realizza il saggio The James Bond Bedside Companion che riceve una nomination all’ Edgar Award.  A partire dagli anni ’90 scrive nove romanzi e tre racconti con protagonista James Bond, tra cui Conto alla rovescia e Tempo di uccidere. Pubblica poi numerosi mystery, alcuni dei quali editi in Italia da “Il Giallo Mondadori”, e nel 2014 esce in Italia il primo romanzo della serie Black Striletto, giunta in America al quarto volume.

:: Lingua in bocca: Storie di sesso, delitti e derelitti, Miss Seline (Amazon Media, 2014) a cura di Franco Forte

16 aprile 2014

Lingua in bocca BASSACharles Bukowski al femminile? Be’, per certi versi sarebbe facile affibbiare questa definizione alla misteriosa Miss Seline (pseudonimo dietro a cui si cela un’autrice italianissima), se non altro per il modo che ha di raccontare le sue storie, e per il piglio dei protagonisti dei suoi racconti, aggregati in questa antologia dal titolo che incuriosisce. Da’altra parte, ritengo che una definizione del genere sarebbe riduttiva, perché diversamente da Bukowski, re assoluto della trasgressione alcolico-sessuale, nei racconti di Miss Seline compare a tinte forti (ma non rosa) la componente femminile, che l’autrice non riesce a tenere a bada nemmeno quando costruisce dei protagonisti maschili. E’ una questione di sentimenti e di prospettive, più che di linguaggio e di azioni (questi sì bukowskiani), e lo capiamo fin dalla scelta del punto di vista narrativo, che viene assegnato a quello che dovrebbe essere l’alter ego dell’autrice: una donna che ogni notte posiziona il suo furgoncino Minonzio sotto i piloni dell’autostrada, nella periferia di una città che non è difficile identificare come la capitale meneghina, e mentre distribuisce panini, alcolici e Coca Cola agli sbandati della notte, ascolta i loro racconti, tragici, folli e sconclusionati, e li riporta al lettore.
Certo, a guardare la copertina di “Lingua in bocca”, quelle gambe magnifiche calzate da scarpe che ben si adattano a uno dei personaggi dell’ultimo racconto della raccolta (“Profilo di platino”), e che sappiamo essere le gambe dell’autrice stessa, non è facile credere che la voce narrante dell’antologia possa agghindarsi in quel modo, mentre serve ai tavoli del suo furgoncino (se fosse così, ditemi dov’è, che corro subito a vedere!), eppure c’è una correlazione fra tutti gli elementi che compongono questo libro, e che ci dà il quadro preciso della scrittrice con cui abbiamo a che fare: racconti tosti, senza recriminazioni, fatti di lacrime, sangue e irriverenza; belle gambe offerte in modo spavaldo al lettore; pseudonimo di garanzia per chi sa che i suoi racconti ci vanno giù pesante; una voce narrante fredda e distaccata che rappresenta l’anima indifferente della società che assiste ogni giorno al degrado delle periferie, e che non può fare nulla per invertire il processo.
Tutto questo in un ebook da 2,68 euro, una cifra più che abbordabile per chiunque voglia dedicarsi non alla solita lettura pulp da sottoscala, ma a un prodotto di rabbia e furia genuine, che si fa apprezzare per i significati profondi e per il modo del tutto inusuale che ha di parlare ai lettori, senza i filtri anemici della retorica letteraria di questi ultimi tempi.

Miss Seline è uno pseudonimo dietro il quale c’è una misteriosa scrittrice italiana. Sue sono le gambe raffigurate in copertina. L’ebook è disponibile su Amazon a questo link, (qui).

:: La giostra dei fiori spezzati, Matteo Strukul, (Mondadori, 2014)

15 aprile 2014

giostraPadova, 1888. Un serial killer ante litteram, un predatore si aggira per il quartiere malfamato di Borgo Portello e uccide senza pietà giovani donne, prostitute, mettendo in scena un personale rito quasi pagano. Ad indagare l’ispettore Roberto Pastrello, poliziotto scaltro e esperto, che intuisce quanto questo caso si discosti dalla norma, dai soliti delitti che si verificano in città. Questa volta la mente omicida da perseguire è pericolosa, oltre che disturbata. Per catturare l’assassino sono necessari due collaboratori d’eccezione: il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz. Solo loro possono avere una possibilità. Solo unendo le forze questo predatore potrà essere individuato e catturato. E il tempo stringe, perché il killer continua a uccidere, uscendo anche dal Portello, diffondendo il terrore in tutta la città.
La giostra dei fiori spezzati di Matteo Strukul, edito nella collana Omnibus di Mondadori, terzo romanzo dello scrittore padovano dopo i due dedicati a Mila, si discosta dal pulp noir contemporaneo, marchio di fabbrica dell’autore, per virare verso il thriller storico, in un’accezione decisamente originale e surreale, contaminata da generi e suggestioni, non solo letterarie, che vanno dal gotico tardo Ottocentesco, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle su tutti, mediato dalla trasposizione cinematografica di Guy Ritchie a cui ruba di sicuro l’ispirazione per il personaggio della zingara Erendira dalla misteriosa zigana, Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows), alle più recenti atmosfere dark e decadenti di molta cinematografia contemporanea che prende linfa dall’immaginario fumettistico e gothic rock, di un Tim Burton per esempio.
Omaggi e citazioni, in puro spirito postmodernista, si susseguono, o apertamente menzionate, (come dimenticare I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe) o più occulte in vere sfide per il lettore, che non farà fatica invece a confrontarsi con l’ormai leggendario Jack Lo Squartatore della Londra fine Ottocento, vero serial killer di prostitute, non unica fonte di ispirazione per il personaggio maledetto dell’Angelo Sterminatore.
Al genere, riveduto e corretto da Strukul, si aggiungono venature horror, se non splatter, malsane e malate, presenti nelle raccapriccianti descrizioni dei cadaveri orrendamente sfigurati, e posti, anzi esibiti, in modo macabramente artistico, in ciò che diventa più che una scena del crimine, una rassegna di ego degenerato e aberrante. Ad alleggerire le atmosfere tenebrose, la decadente ambiguità di una Padova oscura e misteriosa, una spruzzata di ironia portata dal personaggio del giornalista Giorgio Fanton (sorta di dottor Watson) contraltare dell’altro protagonista, il criminologo Alexander Weisz, che proprio come Holmes è gravato da una dolorosa dipendenza dalla droga (il laudano), oltre che dalla tragica morte della madre (e qui più che a un personaggio letterario di fantasia non ho potuto non pensare a un vero autore di noir in carne ed ossa).
Fanton e Weisz, strana coppia di investigatori, si troveranno così uniti sulle tracce di un serial killer, spietato e senz’anima, capace dei gesti più efferati, (arriverà a sventrare le sue vittime, e mangiarne le interiora), nelle innevate vie di una Padova ottocentesca, che ancora rivive nei dagherrotipi color seppia di qualche collezionista. E così passeremo dal malfamato quartiere di Borgo Portello, zona franca per tagliagole, prostitute e derelitti, all’elegante caffè Pedrocchi, o al teatro Nuovo, in via dei Livello, dove si esibiva Eleonora Duse, sulle tracce insanguinate di questo oscuro criminale, che a capitoli alterni l’autore presenta, in un’ impersonale terza persona.
Il resto della narrazione è descritta da Fanton, voce narrante e testimone di questa indagine pericolosa e quasi impossibile. Arrivare all’assassino sarà un percorso labirintico e tortuoso che metterà i protagonisti a confronto con i loro incubi e le loro paure, illuminati da Erendira, zingara e prostituta, personaggio ambiguo ma di grande fascino e carisma, informatrice dei nostri e possibile vittima dell’Angelo Sterminatore. Ma ogni prostituta uccisa porta il nome di un fiore, questa è l’unica traccia che Weisz, con l’aiuto di Fanton, potrà seguire, traccia che porterà a scoprire il colpevole, le ragioni dei suoi delitti, ragioni oscure, che non porteranno sollievo, non porteranno vera giustizia, in un finale del tutto inaspettato (sfido il lettore a individuare il rimando ad un celebre romanzo di un noirista francese).
Il linguaggio è moderno, contemporaneo, a volte diretto, (a differenza di molti autori di romanzi storici non utilizza parole obsolete o passate di moda per dare la patina del tempo), anche la sensibilità è moderna, seppure descrive molte tecniche investigative dell’epoca e dibattiti tra luminari, forse troppo didascalici, come per esempio citando Lombroso, che arrivava a teorizzare che l’aspetto morfologico di un volto potesse determinare la propensione al crimine di una persona, teoria avversata da Weisz, più vicino alle teorie in cui ambiente, educazione, alimentazione, potessero essere determinanti.
La ricostruzione storica è accurata, non priva di accenni di denuncia sociale. La povertà, la vera e propria miseria in cui vivevano ampi strati della popolazione, è descritta in modo realistico e accurato e la sua descrizione alterna con ritmo il procedere dell’indagine. Le osterie, dove servivano vini canforati e adulterati, i bordelli, le strade popolate di ladri e scippatori, diventano scenario di una commedia umana in cui la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale, povertà quest’ultima che non lascia indenni neanche i ricchi, in cerca di forti emozioni nelle zone malfamate.
Questa è la prima indagine del criminologo Alexander Weisz, ma sicuramente non sarà l’ultima, il personaggio si presta appunto a diventare un protagonista seriale, sebbene questa avventura sia perfettamente autoconclusiva. Non ci resta dunque che armarci di pazienza e stare a vedere cosa ci riserva il futuro.  

Matteo Strukul (Padova, 1973) è scrittore e sceneggiatore di fumetti. Laureato in Giurisprudenza e Dottore di ricerca in Diritto Europeo dei Contratti, vive fra Padova e Berlino.
Scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per le Edizioni E/O i romanzi La ballata di Mila e Regina nera, la giustizia di Mila, in corso di pubblicazione in 15 Paesi -fra cui Stati Uniti, Inghilterra, Australia e India.
Il suo ultimo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, è uscito ad aprile 2014 per Mondadori.
Ideatore e fondatore del movimento letterario Sugarpulpe direttore artistico dell’omonimo festival, Matteo collabora con diverse testate, tra cui Tuttolibri.

:: Segnalazione di L’assassinio di Pitagora, Marcos Chicot (Salani, 2014)

14 aprile 2014

Chicot - L'assassino di PitagoraL’assassinio di Pitagora
Marcos Chicot
Traduzione di Andrea Carlo Cappi
Titolo originale: El asesinato de Pitagoras

510 a.C. Un’ombra incombe sulla comunità pitagorica di Crotone. Mentre il filosofo, ormai anziano, sta cercando un successore in grado di dirigere con la sua stessa autorevolezza la scuola da lui fondata, una serie di omicidi efferati colpisce i collaboratori a lui più vicini. Ogni morte avviene in un modo sconcertante e imprevedibile, che sembra indicare una mente oscura e potentissima, in grado di superare quella del maestro stesso.
Quale oscuro ed eversivo disegno porta avanti l’uomo che nasconde il suo volto e la sua identità dietro una maschera?
Per venire a capo del mistero, Pitagora chiama dall’Egitto Akenon, un uomo dall’acume eccezionale, che inizia a indagare con discrezione all’interno della comunità, affiancato da Arianna, la bellissima e geniale figlia del filosofo, che nasconde nel suo passato un terribile segreto.
Insieme Akenon e Arianna scopriranno una verità orribile, perché il male si nasconde nel luogo più impensato…
Un affascinante viaggio nella Magna Grecia, un avvincente thriller storico che intreccia sapientemente realtà e fantasia, per far vita a una storia che avvince e seduce fino all’imprevedibile finale.

Marcos Chicot, nato a Madrid nel 1971, sposato, con due figli, è laureato in Psicologia Clinica e in Economia e Psicologia del Lavoro e ha lavorato come manager in varie aziende. È stato finalista in vari premi letterari, tra cui il prestigioso Planeta. L’assassinio di Pitagora è stato il romanzo in e-book più venduto in Spagna nel 2013, prima di essere tradotto in oltre dieci paesi.

:: La rossa di Bukowski, Pamela Wood, (WhiteFly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

12 aprile 2014

cover ris mediaA febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski.
Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è.
All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo».
Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo».
Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».

Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.

:: Prenditi cura di lei, Kyung-sook Shin, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 aprile 2014

prenditi_curaTraduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi

Park Sonyo ha 69 anni e un giorno mentre cammina assieme al marito per raggiungere la stazione dei treni, scompare. La donna si volatilizza senza lasciare tracce o segni che possano aiutare i suoi familiari (i tre figli e l’anziano marito) a trovarla. Park Sonyo non ha con sé documenti, soldi o altro che possa esserle utile per chiedere aiuto ed è come se fosse stata inghiottita dalla marea umana che anima e vive nella città coreana di Seul. La famiglia della donna comincia una ricerca disperata per ritrovare la madre e la moglie che per anni li ha sempre sostenuti, cresciuti ed aiutati. Nel romanzo della Shin si alternano i punti di vista di tutti i personaggi coinvolti, dai quali emergono non solo i loro caratteri, ma anche tutta una serie di domande che evidenziano quanto poco questi figli e il marito conoscessero l’amata donna sparita. A cercare Park Sonyo ci sono Chi-on la figlia scrittrice di successo e nubile, Hyong- Chol, il figlio molto preso dal suo lavoro ,la figlia più piccola, una farmacista sposata con tre bambini e il capofamiglia che per ragioni di età più che muoversi tra i meandri della città, ripercorre mentalmente la vita passata con la moglie, accorgendosi di non avere mai avuto per lei le attenzioni dovute. Ogni domanda che i quattro si pongono formerà una catena di interrogativi la cui unica risposta è la presa di coscienza che loro non hanno mai conosciuto a fondo la loro madre e moglie. Il libro si svolge tra il presente e il passato dal quale emerge la figura di una madre-moglie che ha sempre fatto di tutto per sostenere e aiutare la propria famiglia – e non solo-sacrificando le sue ambizioni personali in nome di un profondo amore per il marito e i figli. Prenditi cura di lei è un viaggio dentro alla disperazione di un nucleo familiare che ha perso una persona amata e non riesce a trovarla, ma allo stesso tempo l’autrice ci racconta il cammino introspettivo e psicologico compiuto da ognuno dei congiunti della scomparsa. Il percorso interiore sarà rivelatore per il lettore, in quanto evidenzierà i caratteri dei personaggi presenti in questa vicenda e farà capire a chi legge chi tra i quattro “ricercatori” è quello più impegnato e coinvolto nell’ indagine. In tutto il romanzo aleggia un’imperante atmosfera di angoscia e dolore, ma anche un crescente senso di colpa, perché quella donna che per i figli è sempre stata forte è disponibile ora, per la prima volta nella sua vita, ha bisogno del loro aiuto e Chi-on e i fratelli non sanno cosa fare. Prenditi cura di lei, non è solo il titolo del libro della Shin che ha commosso tutto il mondo, ma è anche la frase ripetuta più volte nelle pagine, una sorta di passaparola che va da un personaggio all’altro e che evidenzia la dolorosa consapevolezza da parte di tutti, e in particolare di Chi-on, di non essere stati capaci di curarsi dell’unica persona che li ha messi al mondo e che più li ha amati.

Kyung-Sook Shin è nata in una remota regione montuosa nella Corea del Sud.Ha esordito come scrittrice nel 1985 con il racconto Fiaba d’inverno, seguito poi nel 1993 dalla raccolta di racconti Dov’era un tempo l’harmonium. Con Prenditi cura di lei, un romanzo tradotto in tutti i maggiori paesi occidentali e pubblicato in Italia da Neri Pozza (2011) ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale.

:: Il sapore inatteso delle cose perdute, Jessica Soffer (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

11 aprile 2014

saporiDevo confessare che ho qualche difficoltà a scrivere la recensione del romanzo “Il sapore inatteso delle cose perdute” pubblicato da Piemme Editore , primo lavoro dell’americana Jessica Soffer: è piuttosto difficile trovare il modo di spiegare un libro cosi intenso senza svelarne i segreti più intimi che la storia stessa nasconde; è anche piuttosto complicato affrontare i temi che la scrittrice ha deciso di raccontare: ci si trova immersi in paure, autolesionismo, indifferenza, abbandono, adozioni, tantissima solitudine, moltissima voglia di amare e di essere accettati.
La solitudine non ha età, il dolore causato dall’abbandono ha lo stesso peso, che sia vissuto da una ragazzina o da una donna anziana; il bisogno di amare, di essere accettati e di far parte di una famiglia, ha la stessa importanza che voi siate fanciulle o donne adulte; la disperazione e la paura di essere abbandonati e dimenticati, ha lo stesso peso che voi siate bambine o che voi siate vicine alla fine dei vostri giorni.
Lorca e Victoria sono le protagoniste del romanzo e sono due personaggi le cui vicende sono piuttosto complicate, ognuna delle due infatti vive una condizione estremamente difficile e di grande solitudine:
Lorca ha solo 15 anni e vuole farsi amare da sua madre, Victoria è anziana e dopo la morte del marito crede di non avere più nessuno da amare;
Lorca si convince che se imparerà a cucinare alla perfezione il piatto preferito di sua madre, lei non finirà in un collegio; Victoria aveva un ristornate e ha deciso di dare lezioni private di cucina, per combattere la solitudine e sentirsi di nuovo utile;
Lorca si fa del male, Victoria ne ha fatto tanto in passato al marito quando decise di non tenere la loro bambina;
Lorca ogni tanto pensa che se sua madre potesse conoscere i suoi genitori biologici, forse sarebbe meno fredda e arrabbiata, Victoria invece vorrebbe incontrare la figlia che diede alla luce tanti anni prima e che per scelta decise di dare in adozione;
Lorca vuole avere un futuro; Victoria desidera fare pace con il passato;
Lorca è tornata a vivere a New York con la madre dopo la separazione dal padre, Victoria è irachena ma è arrivata nella Grande Mela tantissimi anni prima con il marito per sfuggire alle violenze che la sua gente ha dovuto subire;
Il piatto che Lorca deve imparare a cucinare è il masgouf, piatto a base di pesce tipico della cucina irachena.
Lorca e Victoria non potranno più fare a meno l’una dell’altra.
Le storie delle due protagoniste si fondono, e si crea un legame indissolubile tra di loro. E il tutto avviene all’interno di una grande cucina dove i sapori si sposano con i sentimenti, gli odori si scontrano con le lacrime, le delusioni si confondono con le gioie, gli ingredienti vengono miscelati alla perfezione e creano un rapporto unico, che va oltre ogni età, ogni classe sociale, ogni paese di origine.
Il lettore non può fare a meno di amare le due protagoniste: Lorca per la sua spontaneità e personalità e Victoria per la sua ironia e fragilità.

Jessica Soffer è figlia di uno scultore e pittore iracheno emigrato in America negli anni 40. Vive a New York e insegna letteratura al Connecticut College. Il sapore inatteso delle cose perdute è il suo primo romanzo e ha avuto un’ottima accoglienza da parte della critica e del pubblico.