:: Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente, 27-29 marzo 2015: un bilancio in positivo

30 marzo 2015

Book pride

‘La persona superiore tratta le difficoltà come priorità. Il successo arriva solo dopo’ dice un antico detto attribuito a Confucio, e sembra che il successo abbia davvero sorriso all’iniziativa dedicata ai libri svoltasi dal 27 al 29 marzo a Milano, ai Frigoriferi Milanesi, promossa dall’ Odei – Osservatorio degli editori indipendenti e con il supporto organizzativo e amministrativo di Doc(k)s – Strategie di indipendenza culturale.
Gli esiti del Book Pride, la prima fiera nazionale dell’editoria indipendente sembrano davvero incoraggianti in questo clima di ripresa che stenta ancora a dare segnali inequivocabili. Ma vediamo i numeri: 124 marchi editoriali rappresentati, 66 incontri in tre giorni,  grande coinvolgimento sui social network, 20.000 presenze e circa 20.000 libri venduti soprattutto, vera boccata di ossigeno per chi da anni lamenta una situazione di vero disagio. Insomma meglio di così non poteva andare, superando di molto le prudenti aspettative.
Numerosissimi i dibattiti, le presentazioni che hanno animato la Fiera, per la maggior parte registrando il tutto esaurito. L’entusiasmo è palpabile tra gli addetti ai lavori, che dopo mille tentativi sono riusciti a concretizzare un progetto che si preannuncia di lungo respiro. Tra i motivi del successo sembra che abbia giocato favorevolmente il contatto diretto tra lettori ed editori, quasi sempre presenti personalmente nei vari stand, creando davvero un uno spirito di partecipazione e cooperazione soprattutto con gli operatori culturali indipendenti.
Gli editori indipendenti costituiscono il 30 % del fatturato nazionale, che molto probabilmente tenderà a crescere in futuro. Dice Gino Iacobelli, Iacobelli editore, presidente Odei – Osservatorio degli editori indipendenti: “Una fiera che Milano si meritava, un grande momento d’incontro e di condivisione di idee, una vera fiera dell’editoria naturalmente indipendente ma anche una fiera dei lettori indipendenti, che hanno scelto di venirci a trovare in migliaia mostrando apprezzamento per il nostro lavoro. Un grande grazie a Docks, la cooperativa indipendente senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile. Ci vediamo al Book Pride 2016, ma Book Pride è anche oggi, domani, sempre!” Dunque appuntamento al prossimo anno.

:: Il leopardo delle nevi, Peter Matthiessen, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 marzo 2015

LEopardoIl leopardo delle nevi, uscito per la prima volta nel 1978, è un libro che prese vita da un viaggio che Peter Matthiessen, scrittore e naturalista americano, fece con lo zoologo e naturalista George Schaller, nell’autunno del 1973. La coppia, incontratasi un po’ per caso a New York nel 1972, percorse a piedi più di 250 miglia attraversando la regione di Dolpo, sulle montagne himalayane alla scoperta del cuore pulsante della civiltà tibetana più autentica. Il libro, ristampato da Beat, è una sorta di diario di viaggio romanzato, nel quale l’autore non narra solo il tragitto percorso in poco più di due mesi alla ricerca del Bharal (la pecora blu dell’Himalaya) e del raro e misterioso Leopardo delle nevi. Quello raccontato da Matthiessen è un pellegrinaggio dentro alla civiltà del Nepal del Nord, che ha mantenne intatta la sua purezza e il profondo legame con le proprie radici. Allo stesso tempo queste memorie possono essere viste come un cammino alla scoperta di sé e del proprio universo interiore, grazie alla conoscenza approfondita degli insegnamenti e della fede buddhista. L’autore del libro quando compì il viaggio era vedovo e aveva lasciato il figlio a casa e questa esperienza sarà per lui molto importante, in quanto gli permetterà di comprendere chi è, cosa vuole per la propria esistenza e per quella del figlio. Leggendo queste pagine, non solo si partecipa alla costante ricerca del Leopardo delle nevi, un misterioso felino che poco si mostra ai visitatori e che per tale ragione è diventato una creatura mitica, ma si percepisce la sottile trama di relazioni umane che Mathiessen instaurò con le popolazione locali e con gli sherpa (il suo si chiamava Tukten) che gli fecero da guida tra gli anfratti della Montagna di Cristallo. Il leopardo delle nevi è un libro coinvolgente, è un vero e proprio viaggio nelle gole profonde e tra le montagne del Tibet, dove ogni piccolo gesto (il lavarsi, il mangiare, il parlare e lo stesso respirare) veniva vissuto con il massimo rispetto per l’importanza vitale che incarnava. Allo stesso tempo il libro di Mathiessen è un racconto, o meglio un’accurata riflessione filosofica-esistenziale, sul valore che per ogni uomo assumo la vita e la morte e sul rapporto che l’essere umano instaura con la natura e con il mondo che lo circonda. Arrivati alla fine de Il leopardo delle nevi ci si rende conto di come questa esperienza abbia profondamente cambiato la vita e la persona di Peter Mathiessen diventato, prima, un praticante della filosofia Zen e, poi, monaco buddhista tutti gli effetti. La strana sensazione che si ha una volta giunti alla fine del libro, è che il cammino di ricerca vissuto da Mathiessen è sì un’esperienza personale, ma allo stesso vuole essere una storia condivisa per far conoscere un mondo lontano e una visione dell’esistenza dove l’io agisce per trovare l’armonia con il proprio ego e con tutto quello che lo circonda.

Peter Matthiessen è stato uno scrittore naturalista americano. Ha pubblicato, nel corso di quasi cinquant’anni, più di venti libri. Si ricordano Giocando nei campi del Signore (At Play in the Fields of the Lord) (1965) diventato un film con lo stesso titolo; Uccidere Mister Watson (Killing Mister Watson) (1991), la prima parte di una trilogia su un leggendario fuorilegge della Florida. Ha scritto anche romanzi storici, ma sono stati i romanzi di viaggio che lo hanno fatto conoscere come perfetto sostenitore della natura. Oltre a Il leopardo delle nevi, M. ha raccontato anche i suoi viaggi attraverso l’Africa e l’Antartide in African Silences (1991) e End of the Earth (2003), mentre con The Birds of Heaven (2001) ha promosso la protezione delle gru e, più in generale, dell’ecosistema del pianeta. Viveva a Sagaponack,nello Stato di New York, dove è deceduto nel 2014, all’età di 86 anni, a causa di una leucemia.

:: Un’ intervista con Richard Godwin

30 marzo 2015

indexBentornato, Richard, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato la mia nuova intervista. “Paranoia And The Destiny Programme” è il tuo nuovo romanzo, pubblicato in Inghilterra con Black Jackal Books, e ancora inedito in Italia. Si tratta di un romanzo distopico sul totalitarismo, sulle orme del 1984 di Orwell?

Grazie Giulia, è bello essere tornato. Sì, può essere considerato sulle orme del romanzo politico seminale 1984 di Orwell, in quanto trattano entrambi il totalitarismo. Penso che possa avere parallelismi anche con Il processo di Kafka, dal momento che esplora l’oggettivazione dell’individuo in una struttura di potere autoritario. Ma è proprio un romanzo, uno sguardo ravvicinato sull’ era della sorveglianza in cui viviamo.

I ragazzi venuti dal Brasile è un famoso film thriller diretto da Franklin J. Schaffner, su un ipotetico piano nazista per clonare il DNA di Hitler, condotto dal dottor Josef Mengele. Nel suo libro c’è una storia simile. Vuoi parlarcene? I piani nazisti sono stati di ispirazione?

La differenza tra Paranoia And The Destiny Programme e I ragazzi venuti dal Brasile è che quest’ultimo esamina il nazismo, mentre in Paranoia la struttura totalitaria è più indefinita. Dale Helix, il protagonista, crede di essere stato rapito da un oscuro gruppo di governanti chiamato L’Assemblea, crede che lo stiano progammando per uccidere. Egli sostiene di essere parte di un programma volto a creare un nuovo genere. Può essere paranoico, certo, o può dire la verità. L’idea del romanzo è quella di analizzare i legami tra serial killer e dittatori in un futuro regime totalitario in cui cerchino di creare il dittatore perfetto, possibile da controllare. Sarebbe un nuovo volto dell’autoritarismo, governato da un gruppo di governanti, una eminenza grigia. Ci sono paralleli con le moderne strutture politiche qui. Sono interessato alle connessioni genetiche e psicologiche tra serial killer e dittatori. Penso che un serial killer può essere un politico fallito o il dittatore un serial killer politicamente di successo, che trova altri che uccidano per lui.

La paranoia è un altro tema presente nel tuo libro. Rivela la malattia mentale presente nella nostra società? Era questo l’obiettivo del tuo romanzo?

Sì, lo era, l’origine greca del termine paranoia significa accanto alla mente. Dale Helix è combattuto, credo che molte persone oggi siano frammentati tra i programmi di sorveglianza e il sovraccarico di informazioni. Leggendo il romanzo non è certo se sia tutto frutto dell’immaginazione di Dale Helix o no, dal momento che nessuno gli crede e crede che tutti vivano in una utopia. Verso la fine del romanzo il lettore avrà un’ idea più chiara sul fatto che Dale Helix sia realmente utilizzato come parte del programma, o meno.

C’è mai stato un dittatore donna? In passato, come nel presente, le donne preferiscono governare in modo indiretto. Sei d’accordo? Se Hillay Clinton diventasse il prossimo presidente degli Stati Uniti, che tipo di accoglienza avrebbe, secondo te?

Sollevi una questione interessante. Boudica, Caterina la Grande, tra le altre. Penso che ce ne siano state meno a causa del predominio storico di strutture di potere patriarcali, ma credo che ce ne saranno ancora. Credo che la natura della dittatura femminile differisca poco da quella maschile, dato che non è orientata per genere, ma penso che sia determinata dalle azioni. Mi piacerebbe vedere più romanzi con dittatori femminili. Non me ne viene in mente uno. Se la società è strutturata attorno a un programma di potere, non riesco a pensare ad un modello sociale in cui non sia presente un dittatore donna, in una società basata sulla parità di genere vedremmo sicuramente la nascita di dittatori femminili. La mancanza di dittatori femminili potrebbe essere la prova di una mancanza di parità di genere, quella che sovverte la menzogna utopica circolante di un’avvenuta uguaglianza. Nel mio romanzo il programma è la creazione di un nuovo genere. Immaginate un genere nella società con una serie di esigenze. Quanto è facile controllare chi è al potere? Penso che Hilary Clinton riceverà un accoglienza molto ambivalente. Mi sono fatto una domanda quando Obama rappresentava le forze di opposizione e tra Obama e Hillary Clinton ci si chiedeva se fossero stati più pesantemente condizionati dal razzismo o dalla misoginia. Penso che potrebbe essere il prossimo candidato per un un omicidio dal momento che la sua semplice presenza alla Casa Bianca verrebbe considerata un affronto a vari fattori che puntellano una diminuzione di scelta all’interno di una macchina politica sempre più mediatica, tesa alla manipolazione di una costituzione di per sè solida e praticabile.

Il Gruppo Bilderberg è simile alla tua Assemblea? Il tuo libro prende spunto dalla realtà?

E’ simile al gruppo? Sì e no, poiché l’ Assemblea opera sì nell’ombra ma è indefinita e solo Dale Helix sa della sua esistenza. Il Gruppo Bilderberg è stato definito ‘un governo ombra mondiale,’ dai teorici della cospirazione (The Telegraph, Matthew Holehouse, 6 giugno 2013) ma è abbastanza conosciuto. Dale Helix invece conosce poco l’Assemblea. Non mi baso su eventuali organizzazioni note o reali, ma è un paradigma di ciò che potrebbe accadere.

Parlaci un po’ della stesura del libro. Qual è stata la parte più complicata durante la scrittura?

Una volta che ho avuto l’idea è stata abbastanza facile da scrivere. Ho avuto chiara la voce di Dale Helix e ho raccontato la sua storia.

Verrà presto tradotto in Italia?

Sì, lo spero.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe venire in Italia per parlare dei miei romanzi. Io adoro il vostro paese, e ho già pubblicato due romanzi lì, Apostolo con Edizioni Lite, e Confessoni di un Sicario con MeMe. Ho anche pubblicato varie storie, come L’Ora Segreta e Il Confini del Desiderio con Edizioni Lite, e MeMe sta traducendo quest’anno in italiano il mio secondo romanzo Mr. Glamour. Qualsiasi scusa è buona per andare in Italia.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Un altro mio romanzo verrà pubblicato entro la fine dell’anno da Down And Books, Wrong Crowd, su un ladro d’arte che si innamora di una bella e misteriosa donna e viene coinvolto con la Mafia Russa da un ‘villain’ del East End che esce dal suo passato. Attualmente sto lavorando a una lunga crime novel commerciale. Il mio agente sta discutendo con alcune grandi case editrici, e sto cercando di mettermi a scrivere altri due romanzi, un romanzo di fantascienza e un romanzo noir.

:: La cameriera era nuova, Dominique Fabre, (Jaka Book, 2015)

28 marzo 2015

indexAsnières, alla periferia di Parigi. Pierre, cameriere di un bar accanto alla stazione, ama lo spettacolo della vita che si srotola davanti ai suoi occhi: i primi clienti arrivano la mattina presto, insonnoliti; una bella donna si ripara dalla pioggia sotto un ombrello rosso; uno studente legge “Se questo è un uomo” di Primo Levi. La cameriera si ammala, e una cameriera nuova arriva a sostituirla, proprio quando il matrimonio dei titolari del bar sembra franare. Mentre i rapporti si scompigliano e si riannodano, scorrono le ore sotto il cielo di Parigi, grigio e terso. Pierre partecipa a distanza delle vite degli altri, riflette sulla propria, accoglie la malinconia luminosa dell’autunno, e la lenta dolcezza della fine che si avvicina.

Dominique Fabre, parigino, classe 60, (da non confondere con l’omonimo scrittore, autore di Un beau monstre) è l’autore del romanzo breve La cameriera era nuova, (La serveuse était nouvelle, 2005) pubblicato in Italia da Calabuig, Jaka Book. Primo romanzo di Fabre edito in Italia, dopo essere stato pubblicato in Spagna nel 2006 con il titolo La Mesera Era Nueva, tradotto da Laura Masello per Beatriz Vierbo Editora, e in America nel 2008 con il titolo The Waitress Was New, tradotto da Jordan Stump, per Archipelago Books, è un delicato ritratto umano, un soffio di poesia persa nella vita quotidiana di un vecchio cameriere quasi in pensione, sul punto di essere licenziato. Una storia minima, narrata con accenni lirici e composti, in cui la tragedia appare a tratti senza mai manifestarsi apertamente. Una storia di sguardi, di accennati sorrisi, di amicizia, di solitudine, di coraggio, coraggio nell’affrontare ogni giorno le stesse sfide, compiere gli stessi gesti, in un microcosmo rarefatto, velato di malinconia e indifferenza. Parigi sullo sfondo, con i suoi cieli grigi, screziati di pioggia, malati d’autunno, le sue stazioni ferroviarie, i suoi caffè come Le Cercle, nel sobborgo di Asnières, appare e scompare perché il vero protagonista è lui, il vecchio Pierre, Pierrounet, un uomo gentile, benvoluto da tutti, rispettato dai colleghi come il cuoco Amédée, sempre circondato di cugine o la cameriera nuova arrivata all’improvviso in sostituzione della precedente malata. Non succede molto, anche il tempo è dilatato verso una fine inesorabile, ma lieve, educata, confondendo il sonno con la morte. Un piccolo dono insomma, una lettura umanamente ricca e nello stesso tempo leggera, impalpabile, come il tempo che passa. Un libro piacevole, narrato con sensibilità e eleganza, ma non priva di disincanto. Una penna felice quella di Fabre, felice davvero.

Dominique Fabre nasce a Parigi nel 1960. Scoperto in Francia nel ’95 dal grande editore Maurice Nadeau, è autore di una dozzina di romanzi. Nel novembre 2014 ha vinto il Prix Eugène Dabit. La cameriera era nuova, già tradotto in inglese e in spagnolo, è il suo primo libro a essere pubblicato in italiano.

Yasmina Melaouah si è laureata in letteratura francese moderna e contemporanea. Insegna traduzione letteraria all’Istituto Interpreti e traduttori di Milano. Ha tradotto, fra gli altri, Daniel Pennac, Patrick Chamoiseau, Fred Vargas, Colette, Jean Genet, Andrei Makine, Laurent Mauvignier, Mathias Enard. Nel 2007, in occasione delle Giornate della traduzione di Urbino, ha ricevuto il premio per la traduzione del Centro Europeo per l’editoria. Attualmente lavora alla ritraduzione de Le GrandMeaulnes di Alain Fournier.

:: Funny Girl, Nick Hornby, (Guanda, 2014) a cura di Federica Guglietta

26 marzo 2015

Reginette degli anni ’60, Swinging London e la ragazza che sognava di far ridere la gente.

“Barbara sapeva di non voler diventare reginetta per un giorno, e nemmeno per un anno. Non voleva diventare reginetta e basta. Voleva solo andare in televisione a far ridere la gente. Le regine non facevano mai ridere, o comunque non quelle di Blackpool, e neanche quelle di Buckingham Palace.”

Anni ’60. Ci troviamo a Blackpool, cittadina a circa sessanta chilometri a nord di Londra, e Barbara non è che una delle tante ragazze in costume da bagno che concorrono per l’annuale concorso di bellezza del posto. Non una fra tante, è la più bella. Che sia la più bella tra tutte lo dice la gente di Blackpool, secondo cui aveva la vittoria già assicurata. Si faceva notare, eccome se si faceva notare, Barbara. Bionda, bel faccino, fisico da far invidia. O meglio, sarebbe meglio dire che tutti la notavano in quel posto di provincia, che le stava decisamente stretto, lei che avrebbe desiderato tutt’altro nella vita.

2015-03-26 14.29.34Non desiderava diventare una Miss, ma destino volle che stesse per succedere.

Era diversa, Barbara. Lei non voleva essere guardata per l’aspetto fisico, voleva far ridere la gente grazie a battute intelligenti e tanto buon umore. Il suo mito era la star americana Lucille Ball e chissà cosa dato per avere un quarto della sua bravura ed ironia. Anche per questo motivo non si perdeva uno solo dei suoi show in tv ogni domenica.

Desiderava essere felice, era naturale; non avrebbe voluto essere diversa dalle altre.”

Tuttavia si rende conto che il suo, al momento, poteva rimanere solo e soltanto un sogno. Aveva una vita ordinaria, un lavoro ordinario, una bellezza notevole, sapeva pensare con la propria testa e sapeva a memoria tutte le battute che sentiva e risentiva mille volte in tv.

Dopo aver partecipato a Miss Blackpool, Barbara decide di tagliare i ponti con la vita di provincia e si trasferisce a Londra, nella Swinging London di quegli anni, capitale ricca di opportunità ed altrettanto insidiosa.

piccadilly-circus-1968-london-440x260“Temeva di non essere attraente quanto lo era a Blackpool; o meglio, che a Londra la sua bellezza fosse meno eccezionale. […] Era abbastanza certa, però, nessuna di quelle ragazze voleva far ridere la gente”.

Qui fa diverse esperienze, all’inizio del tutto negative, ma, tutt’un tratto, dalla sconosciuta Barbara arrivata dalla cittadina di Blackpool che era, conosce quello che diventerà il suo agente e diventa Sophie Swan, starlette della (sua amata) tv. La scritturano per una serie in onda sulla BBC dal titolo Barbara (e Jim).

banner-BB-470x330Sophie è la protagonista e lavora fianco a fianco di un cast formato da persone altrettanto attratte dal loro lavoro. Accanto a loro troviamo gli sceneggiatori, Tony e Bill, e Dennis, il produttore.

Il protagonista maschile si chiama Clive, praticamente un narciso che si sente sminuito dalla televisione e vorrebbe lavorare a progetti.

In quest’ambiente Sophie, pur facendo quello che aveva sempre sognato, si ritroverà ad interpretare una parte scritta su un copione che si rivelava, scena dopo scena, sempre più simile a quello della sua vita ed è proprio adesso che definitivamente sbatterà il visto contro una serie di scelte che, in un modo o nell’altro, cambieranno ciò che è e ciò che era stata in passato.

Anche quest’ultimo lavoro, nato dalla penna dell’ormai affermato Nick Hornby, non delude. Anzi. La sua narrazione fluida, ma minuziosa di dettagli ci trasporta automaticamente nell’ atmosfera patinata della Londra degli anni ’60, mostrandoci colori, musiche, attrazioni, non nascondendo paure, compromessi e fallimenti.

Nick Hornby, classe 1957, vive a Londra. Inizialmente lavora come insegnante, giornalista freelance e poi scrittore – sceneggiatore. La sua attività di scrittore comincia nel 1992 con Febbre a 90°, di stampo autobiografico, ma è con Alta fedeltà (1995) che verrà conosciuto dal grande pubblico, anche grazie all’adattamento cinematografico dal titolo omonimo diretto da Stephen Frears nel 2000. Seguiranno Un ragazzo (1998), Come diventare buoni (2001), Non buttiamoci giù (2005). Funny Girl, la sua ultima creatura, come per tutti i libri di Hornby, in Italia è pubblicata dalla casa editrice Guanda a novembre scorso.

:: La danza degli inganni, David Dalglish, (Fabbri Editore, 2015) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2015

shNeldar, città di Veldaren. Thren Felhorn, mastro della Gilda del Ragno, è un assassino spietato oltre che capo della gilda di ladri più potente di tutte le gilde. Temuto anche da Re Edwin vaelor e dal Triumvirato, l’alleanza delle tre famiglie più potenti di tutta la terra di Drezel, che si uniscono ogni due anni per festeggiare e ostentare sfarzo e potere nella festività chiamata Kensgold.
Ed è proprio a Kensgold che Thren vuole attaccare, e per farlo deve riunire tutte le gilde sotto il suo controllo.
Anche Aaron, figlio di Thren, teme suo padre, a tal punto che a otto anni uccide suo fratello maggiore solo per compiacere il padre e diventare l’unico erede, crescendo però inizia a capire che non vuole diventare uguale al padre.
Nel frattempo le Senzavolto, guerriere del Tempio di Karak, aiutano Alyssa, figlia di un membro del Triumvirato, a fuggire dalle celle del padre e la guidano per prendere le redini della famiglia.
Un romanzo fantasy molto avvincente che si allontana dai classici fantasy perché concentrato solo ed esclusivamente su una sola categoria di personaggi: i ladri.
Pur mancando i classici guerrieri, maghi e stregoni, non se ne sente la mancanza durante la lettura sia perché l’autore riesce a inserire ugualmente magie e combattimenti spettacolari mescolandoli a una trama avvincente, dinamica e misteriosa.
I personaggi vengono descritti minuziosamente sia a livello fisico, dando modo al lettore di immaginarseli perfettamente durante la lettura, che a livello emotivo e psicologico, rendendoli così reali che il lettore non può fare a meno di affezionarcisi, conquistando la fedeltà e la curiosità che lo porteranno a leggere i successivi capitoli, essendo questo il primo volume di una saga.
Pieno di colpi di scena e mistero è un ottima lettura per vivere il fantasy in modo diverso ma ugualmente affascinante che trasporterà in villaggi fantastici, dove grazie alle descrizioni particolareggiate possiamo toccare con mano le pareti in sasso delle case, nasconderci con i protagonisti dietro ai barili o ai carri, o addirittura partecipare agli incontri clandestini nelle taverne.
Detto questo non mi resta che augurarvi una buona lettura e un buon viaggio.

David Dalglish Scrittore statunitense, vive in Missouri con la moglie e le due figlie. Ha scritto cinque saghe, ma Shadow Dance è l’unica tradotta in italiano, di cui sono già stati pubblicati quattro volumi ed entro la primavera del 2015 verranno pubblicati anche il quinto e il sesto.

:: Gli anni d’argento, Rosalia Messina (Algra Editore, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

25 marzo 2015

5eAlgra Editore, nella collana Scritti diretta da Alfio Grasso, pubblica quest’anno Gli anni d’argento della scrittrice siciliana Rosalia Messina.
Siamo in una Catania contemporanea, assolata, distratta, frenetica come i tempi che la percorrono. In essa convivono modernità e tradizioni, sociali e religiose, che caratterizzano anche i protagonisti del libro, per la maggiore persone mature che rimangono legate ai sogni e ai desideri della vita.
Marisa Ilardo decide di sfruttare la proprietà di una grande villa ai margini della città per portare avanti il suo progetto maturato negli anni: costruire una residenza per anziani in buona salute e con ancora tanta voglia di vivere e divertirsi.
Capitolo dopo capitolo l’autrice conduce per mano il lettore nella conoscenza approfondita non solo della proprietaria ma anche di gran parte degli ‘ospiti’ della casa di riposo Gli anni d’argento, delle rispettive famiglie, storie e vicissitudini personali, di parte del personale di servizio e della nipote di Marisa Ilardo, Noemi, che ha sempre rappresentato una figura importante e determinante nella vita della donna al pari dell’amante perduto.
A tratti la narrazione sembra farsi dispersiva e il lettore rimane quasi spaesato dalla descrizione di tanti personaggi e delle loro numerose storie ma poi l’autrice riprende l’intreccio e lo stringe intorno alla figura di Marisa Ilardo la quale, ancor più della sua casa di riposo, ha rappresentato il filo conduttore della storia.
Rosalia Messina cerca di focalizzare l’attenzione del lettore sui desideri, sui sentimenti, sulle emozioni delle persone, anche quelle anziane, con la pelle rugosa e i movimenti rallentati, sull’anima di ognuno che pulsa e vibra all’interno dell’involucro o della corazza rendendolo ‘vivo’ esattamente come il cuore a cui non si comanda, a qualunque età. Una grande lezione, una morale fondamentale quella che l’autrice cerca, con molto tatto, di donare al lettore ma che colpisce principalmente la Ilardo mettendola crudelmente di fronte alla realtà della vita ancor più severa dell’immagine invecchiata che rimanda lo specchio in cui ogni giorno ha guardato, distrattamente, il proprio riflesso.

Rosalia Messina: Siciliana. Ha studiato giurisprudenza e svolge la professione giuridica ma quando ha iniziato il suo percorso di scrittura ha smesso i panni di avvocato e abbandonato il ‘giuridichese’. È autrice di una raccolta di racconti, Prima dell’alba e subito dopo (Perronelab, 2010) e due romanzi: Più avanti di qualche passo (Città del sole edizioni) e Marmellata d’arance (Edizioni Arianna).

:: Acheloo, Helga Di Giuseppe, Illustrazioni di Emanuele Carosi, (Scienze e lettere 2014) a cura di Viviana Filippini

25 marzo 2015

AAcheloo è una divinità fluviale presente nella mitologia greca, anzi è stata una delle più importanti divinità greche ed oggi corrisponde ad uno dei fiumi più lunghi della Grecia: l’ Aspropotamo. Va bene, ma chi era davvero Acheloo? A raccontarci la vita di questa mitica figura del passato ci pensa il volume Acheloo di Helga Di Giuseppe, edito da Scienze e Lettere. La casa editrice romana ha dato vita alla collana Monstra nella quale si occupa di tutte quelle divinità greche ibride caratterizzate da fattezze in parte umane e in parte animali. In questo volume è Acheloo, in prima persona, racconta al lettore quella che è stata la vicenda che lo ha portato al combattimento con Ercole. Secondo qualcuno, Acheloo era figlio di Oceano e Teti e secondo qualcun altro della Terra. Non solo, perché per gli autori antichi la divinità fluviale era anche il padre delle Ninfe, delle Sirene e di alcune fonti d’acqua. Acheloo era, e lo è ancora oggi, considerato il più potente dei corsi d’acqua che la gente temeva e venerava con il massimo rispetto. Come vuole la sua natura ibrida, Acheloo poteva trasformarsi a seconda delle situazioni e accanto ai tratti somatici umani poteva assumerne altri che  richiamavano il toro o un serpente. Con queste sembianze, nelle quali uomo e animale si mescolano, la mitica creatura affrontò tanti combattimenti, compreso quello contro Ercole, suo rivale in amore. Dopo un duro scontro, Acheloo, con un corno spezzato, accetterà la sconfitta e cederà ad Ercole il diritto di sposare la bella Deianira. Acheloo non si unirà alla sua amata, e non proverà nemmeno rancore verso Ercole per la sconfitta subita, perché il corno spezzato venne tramutato nella cornucopia (corno dell’abbondanza) colma di frutti della terra, che gli uomini poterono consumare per continuare a vivere. Acheloo, di Helga Di Giuseppe, come gli altri volumi che seguiranno, sono un’interessante iniziativa che permetterà ai piccoli- ma anche adulti- lettori odierni di riscoprire e mantenere in vita le storie della cultura Classica, scovando in esse valori utili ancora oggi. A rendere ancora più apprezzabile e visibile la storia di Acheloo ci pensano le colorate illustrazioni di Emanuele Carosi.

Helga Di Giuseppe è archeologa, esperta di cultura materiale di periodo repubblicano, imperiale e tardoantico. I suoi interessi di ricerca riguardano l’archeologia della produzione ceramica e tessile, l’archeologia del rito, la storia dell’insediamento urbano e rurale nei territori antichi e l’economia delle ville romane. Ha scavato a Roma, in Italia e all’estero. Ha pubblicato molti articoli scientifici, scritto e curato varie monografie e collane, tra cui, l’ultima, Monstra, dedicata ai più giovani. Il suo incontro con Acheloo è avvenuto in occasione del ritrovamento di una fattoria/villa nell’area dell’attuale Auditorium Parco della Musica di Roma. Da qui si è sviluppato un ampio studio che ha coinvolto vari contesti dell’Italia antica e ora, abbandonati momentaneamente i panni scientifici, è qui per restituire con fantasia e conoscenza.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni, ispirati a fonti iconografiche antiche, sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.

:: Un’ intervista con Guillaume Zeller, autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945″

24 marzo 2015

9Guillaume Zeller, giornalista e caporedattore di DirectMatin.fr, è l’autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945“, di Éditions Tallandier, ancora inedito in Italia.
Ha gentilmente accettato la nostra intervsita e ci parlerà del suo libro. “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945” racconta una storia forse sconosciuta a molti, perduta tra le migliaia di storie di deportazione successe durante il corso della Seconda Guerra Mondiale. 2 579 preti, religiosi e seminaristi cattolici, alla venuta del Reich e nell’Europa occupata, furono incarcerati dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau (vicino Monaco) tra il 1938 e il 1945. Alcuni sono sopravvissuti, altri sono morti, tanto che il campo di concentramento di Dachau può essere considerato il più grande cimitero di preti cattolici del mondo. Le loro storie di sofferenza, di fede, d’eroismo sono contenute in queste pagine, che spero siano molto presto pubblicate anche in Italia, per i lettori che non leggono il francese.

Buongiorno, Guillaume, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. E’ l’ autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945“. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Era da qualche anno che lavoravo per una televisiva francese e stavo preparando una trasmissione sulla Chiesa Cattolica durante il nazismo. Fu allora che scoprii il personaggio di Mgr von Galen, vescovo di Mïunster, in Germania, che aveva pronunciato un sermone contro i piani di eutanasia di Hitler (il piano T4) dalla sua cattedrale nell’agosto del 1941. Mgr von Galen riuscì a fare indietreggaire Hitler: questo fu eccezionale! E se il vescovo non andò a Dachau, ho scoperto che molti sacerdoti tedeschi ci furono condotti per aver ristampato il sermone di Mgr von Galen. Ed è così che ho scoperto che in totale circa 2700 sacerdoti, soprattutto cattolici, furono deporatti a Dachau. E’ stata questa storia sconosciuta ad avermi appassionato.

Dove e come si è docuementato? Qualcuno l’ha aiutata nelle ricerche?

Ho lavorato in maniera molto classica cercando negli archivi, le bibliografie e le testimonianze. Così, indagando, ho potuto raccogleiere una serie di documenti originali, come testimonianze personali dattiloscritte e mai pubblicate, la corrispondenza, alcuni documenti amministrativi. Ho anche raccolto numerosi libri di memorie in francese, inglese, e tedesco. Ci sono anche molti libri in polacco, ma sfortunatamente non ho potuto tradurli tutti. Infine, ho avuto la possibilità di incontrare due superstiti francesi: il gesuita padre Gérard Pierre, come il Papa Francesco e Peter Metzger, che è stato seminarista al campo dove è arrivato all’età di 18.

Raggruppati nei “blocchi” speciali che conservavano il nome di “baracche dei preti”, 1034 di loro persero la vita. Ci racconti la storia che l’ha più impressionata.

Senza alcun dubbio, quei momenti eroici, quando i sacerdoti esausti si proposero volontari per lavare, curare, confortare, sostenere i loro compagni laici che stava morendo in condizioni spaventose, durante la grande epidemia di tifo che colpì il campo a partire dalla fine del 1944. Mentre i malati erano abbandonati da tutti, i sacerdoti si offrirono volontari con il permesso del loro superiore ecclesiastico. Molti di questi sacerdoti sono morti con i malati dopo aver contratto il tifo, ma hanno dimostrato che i nazisti non avrebbero potuto cancellare la loro umanità. Questi sacerdoti sono dei vincitori e degli esempi per tutti, credenti e non.

Quali furono le ragioni della loro deportazione?

I sacerdoti non sono stati perseguiti perché erano cattolici, ma piuttosto per ragioni politiche. Così, numerosi sacerdoti tedeschi e austriaci sono stati arrestati per la loro opposizione alla politica hitleriana: alcuni ritengono per la loro “resistenza spirituale”. Altri sacerdoti cattolici sono stati espulsi per aver preso parte alla resistenza, sia direttamente con i partigiani nella boscaglia, o perché hanno contribuito a salvare gli ebrei. Questo è il caso di un grande domenicano: padre Giuseppe Girotti, morto a Dachau. Ci fu una importante eccezione: i sacerdoti polacchi. Erano i più numerosi a Dachau e sono loro che hanno sofferto di più. Ora, questi sacerdoti polacchi furono perseguitati dai nazisti proprio perché erano sacerdoti. La SS credevano che essi fossero l’elite, giocando un ruolo molto importante nella società polacca, e quindi dovevano essere eliminati. Si può dire in questo caso che fu una persecuzione antireligiosa.

Quali furono le condizioni di vita di questi sacerdoti nel campo?

Erano atroci quanto quelle dei loro compagni laici: soffrivano la fame, il freddo, le percosse, le epidemie. Avevano paura per tutto il tempo. Eppure i sacerdoti avevano due grandi vantaggi: erano stati raggruppati insieme, permettendo loro di sostenersi a vicenda, e per di più, poterono erigere una cappella che diede loro grande conforto (ma i sacerdoti polacchi non ebbero il diritto di andarci per lungo tempo). Ma se beneficiarono di questi due privilegi, soffrirono anche di persecuzioni particolari: la SS e i Kapos si divertivano a deriderli e bestemmiavano, ma soprattutto furono gli obiettivi specifici di esperimenti medici e di eutanasia.

Come è continuata la loro pratica di fede, la loro vita spirituale, in detenzione?

Malgrado queste condizioni terribili, è sorprendente constatare come questi preti siano riusciti a mantenere intatta la loro fede, a praticare i sacramenti, a mantenere la disciplina della Chiesa. Così, i sacerdoti di Dachau celebrarono l’Eucaristia (spesso in clandestinità), confessarono e spesso diedero l’estrema unzione. Ci fu anche un seminarista tedesco Karl Leisner, ordinato da un vescovo francese Gabriel Piguet. Quando possibile, i sacerdoti partecipavano anche a delle conferenze, tenevano lezioni, e prendevano appunti su piccoli notebook vietati dalla SS. Sembra incredibile oggi, ma è anche ciò che gli ha permesso loro di resistere psicologicamente e non crollare.

Il Vaticano non riuscì a impedire la loro deportazione. La Santa Sede riuscì solo a farli raggruppare a Dachau, ha detto in un’intervista. Come se l’è spiegato?

Questo dimostra che il Vaticano era lontano dall’influenza che ha oggi. Fallirono in effetti settimane di negoziazioni tra il nunzio apostolico a Berlino e le autorità naziste per cercare di raggiungere un accordo. Roma aveva anche chiesto che i religiosi non fossero bruciati nel crematorio, ma questa richiesta fu rifiuatata. Bisogna tornare nel contesto del tempo. Quando è stato firmato l’accordo nel dicembre 1940, la Germania era onnipotente: stava vincendo su molti campi di battaglia e non provava alcuno scrupolo a guaradre dall’alto in basso il Papa.

Su decisione di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Francesco, 56 sacerdoti morti a Dachau sono stati beatificati. Perché pensa che le loro storie siano ancora sconosciute?

La loro storia è sconosciuta per diverse ragioni. Se si può dire, infatti, che Dachau è “il più grande cimitero dei sacerdoti cattolici del mondo”, queste morti furono assorbite nello spaventoso bilancio complessivo di milioni di uomini e donne uccisi nei campi nazisti. Inoltre, le grandi figure religiose morirono nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, come Padre Massimiliano Kolbe, o la carmelitana Edith Stein. Infine, alcuni potrebbero non voler ascoltare la storia dei sacerdoti di Dachau, che non sempre corrispondono a ciò che viene ancora detto circa il comportamento della Chiesa durante la guerra. Si dice spesso che la Chiesa fosse passiva o complice dei regimi totalitari. I sacerdoti di Dachau dimostrano, in modo tragico, che questo non è vero.

 

:: Viaggiatore in terra, Julien Green, (Nutrimenti, 2015) a cura di Viviana Filippini

23 marzo 2015

GTViaggiatore in terra è un’antologia che raccoglie cinque racconti dello scrittore Julien Green, due storie erano già note (Viaggiatore in terra e Le chiavi della morte) le altre tre (Christine, Leviatano o L’inutile attraversata e Maggie Moonshine) arrivano per la prima volta in Italia e sono caratterizzate da una costante atmosfera di suspense e tensione emotiva, presente in ogni singola pagina. Lo scrittore americano naturalizzato francese crea storie nelle quali i protagonisti vivono in bilico tra realtà e fantasia e sono messi in situazioni quotidiane nelle quali devono confrontarsi con le problematiche esistenziali che li tormentano. In particolar modo alcuni dei personaggi che si muovono tra le file narrative create da Green sono persone dall’animo afflitto da continui supplizi che li portano a non riuscire ad esprimere il loro male di vivere. Ne è un esempio la drammatica vita di solitudine di Daniel O’ Donovan protagonista de Viaggiatore in terra; o il senso di impotenza del giovanotto presente in Le chiavi del destino pronto alla vendetta contro l’approfittatore di turno, ma incapace di compierla. Il ragazzino presente in Christine ha una morbosità estrema e, a tratti, esasperante per la cugina che gli impedisce di vedere, mentre in Leviatano il personaggio principale si ritiene colpevole di un reato inconfessabile, ancora più grave di un omicidio, e questo tormento lo porterà a conseguenze drammatiche. Che dire poi della povera Maggie Moonshine dell’omonima vicenda, che rimarrà sola, perché il suo amato la abbandonerà per ragioni che si possono intuire, ma che non vengono esplicitate nella narrazione. Ogni vicenda che si incontra nel libro di Green è ricca di metafore, di immagini simboliche da interpretare che confermano l’abile capacità dello scrittore di trattare temi delicati, come l’omosessualità, senza citarli mai in modo esplicito, ma alludendo ad essi stimolando la mente del lettore. La paura, l’ambiguità comportamentale del genere umano, il dubbio su quello che sarà il domani, la volontà di fare e l’impotenza di compiere in modo concreto le proprie volontà sono alcuni dei temi che ritornano in tutta la raccolta Viaggiatore in terra e poi c’è il “non detto” che accumuna molti dei personaggi presenti nel libro. Esso è la rappresentazione della loro impossibilità ad essere felici e a vivere in modo libero la propria natura umana a causa di pregiudizi sociali che, nei tempi un cui visse lo scrittore, non tolleravano i comportamenti non condivisi dal viver comune. Nelle storie di Julien Green il non poter dire e il non poter vivere l’amore in modo libero determina delle situazioni di vita dove il tormento, le ambiguità e le incomprensioni sono quotidiane. Ogni personaggio è spinto dal desiderio del fare, ma gli eventi e il contesto bloccano in modo irreparabile l’istinto d’azione. Questo determina in ogni essere letterario un senso di sconfitta e un abbattimento morale sfociante nel fallimento e nella sconfitta. In tale status i protagonisti si auto-eclissano con vite passate nell’oblio, nelle quali la libertà di essere se stessi scompare in modo progressivo, in funzione della sofferta solitudine e del suicidio come soluzioni estreme ad un profonda sensazione di disagio per il proprio vissuto. Nella raccolta Viaggiatore in terra di Julien Green è presente un alto tasso di autobiografismo che garantisce all’autore la possibilità di raccontare ciò che per lui sono il bene e il male e gli stati d’animo comuni a molte altre persone che, come lui, non potevano viver liberamente la propria sessualità per non trasformarsi in vittime di discriminazione. A cura di Giuseppe Girimonti Greco. Traduzione e note di Giuseppe Girimonti Greco, Francesco Scala, Ezio Sinigaglia, Filippo Tuena.

Julien Green (Parigi 1900-1998), scrittore naturalizzato francese di origine americana, accademico di Francia, è tra i grandissimi narratori del secolo scorso. Sin dai suoi esordi ha saputo affrontare, con straordinaria eleganza e profondità, i temi più rappresentativi della grande letteratura francese: la fragilità dell’innocenza, la colpa, l’espiazione, il continuo conflitto interiore tra il Bene e il Male. L’opera che lo rese famoso fu Adrienne Mésurat (1927); ma si ricordano anche Le visionnaire (1934) a Moïra (1950). Figlio di genitori nativi degli Stati Uniti, perse la madre a quattordici anni e, dopo una crisi mistica, si convertì al cattolicesimo all’età di sedici anni. Studiò al liceo Janson-de-Sailly. Nel 1918 prestò servizio sul fronte francese, poi in Italia. Finita la la guerra trascorse circa tre anni in America e terminò gli studi nell’università della Virginia.   Dal 1926 al 1940 visse in Francia, per poi trasferirsi in America dove svolse opera di propaganda nelle trasmissioni radio in francese. A guerra finita si stabilì di nuovo in Francia, pur avendo in precedenza ottenuto la cittadinanza americana. Tra i vari riconoscimenti ricevuti figurano anche il premio letterario Prince Pierre de Monaco (1951), il Grand prix de littérature dell’Académie Française (1970) e il premio Cavour (1991).

:: Academy Street, Mary Costello (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G.

23 marzo 2015

ac“Qualche giorno dopo, su un affollato vagone della metropolitana, un uomo seduto accanto a lei le sfiorò accidentalmente un piede. Indossava un completo blu di tessuto leggero e dall’aspetto costoso. Notò le belle mani appoggiate sui pantaloni; la gamba sinistra era parzialmente a contatto con la sua. Sentì il ritmo del suo respiro, intravide i muscoli della coscia contrarsi sotto la stoffa. Illanguidita, lasciò scivolare le braccia in grembo. Il bisogno di toccarlo era incontenibile. A una curva il treno rallentò, spingendola lievemente contro di lui. Chiuse gli occhi e lo immaginò mentre sollevava il braccio per stringerla a sé. Lui cambiò posizione per liberarsi dal contatto …
La porta si aprì … premette il viso sulla sua schiena chiudendo gli occhi … Mi scusi … lo disse in tono rapido e schietto “…

Mary Costello non è una sconosciuta nonostante  Academy Street sia il suo primo romanzo che ha visto la luce tra gli scaffali delle nostre librerie. In precedenza, lei ha pubblicato una raccolta di racconti inediti intitolata  The China Factory  che è stata finalista al Guardian First Book Award. Lo stesso “The Guardian” ha riconosciuto in lei uno di quei talenti che sognano gli aspiranti scrittori : avere il dono di trasformare storie semplici in grandi romanzi. La sua naturalezza è stata paragonata alla penna della grandissima Alice Munro che come lei, appunto, ha la capacità di trattare temi di un notevole spessore attraverso storie di vita quotidiana.
Certo, per una scrittrice che nasce dell’East Galway è sicuramente più facile trarre ispirazione per le proprie storie. L’Irlanda, si sa, è di per sé una terra ricca di visioni e mistero, di sogni e di una natura maestosa nella quale l’uomo è un ospite che non può lasciarsi andare a troppe invadenze: il fiume Shannon, il più lungo di tutto il paese che divide i territori dell’ovest, le alte scogliere che si lasciano frustare dal mare,  le terre incolte, i prati colore dello smeraldo. E poi i piccoli porti, con intorno un cerchio di case dalle tinte vivaci, dai quali in passato partivano le navi dirette nel Nuovo Mondo. Infine, la solitudine dei piccoli centri abitati dove sembra che il tempo e l’uomo si siano entrambi fermati in attesa di un cambiamento divino.
Da questa terra verde e selvaggia parte  Academy Street  pubblicato da Bollati e Boringhieri, tradotto da Mary Guidieri Berner. È Tess Lohan la protagonista: una bambina irlandese che conduce una vita parzialmente tranquilla nella residenza di Easterfield fino al giorno in cui perde la mamma.  E la sua iniziazione al dolore, la porta che si apre sulla vita adulta. La sua esistenza prosegue lenta accanto a quel che resta della sua famiglia che la mancanza della figura materna ha reso triste e silenziosa. Poi, per seguire le orme della tanto amata mamma fa domanda per diventare infermiera e si trasferisce a Dublino. Ma non è qui il suo futuro. Lascia il suo paese natale a bordo di un aereo. Siamo negli anni 60 e Tess, sebbene abbia l’appoggio di sua sorella Claire che vive in America da tempo, approda a New York con il marchio di immigrata irlandese. Le sue giornate nascono nel piccolo appartamento in Academy Street e spesso si concludono in ospedale. In questa città che sta cambiando sotto l’effetto di una nuova guerra, la sua vita povera di evasioni si scontra improvvisamente con la bellezza ruvida di David del quale lei si innamora perdutamente e dal quale avrà il suo unico figlio, illegittimo, Theo.
Quello che emerge è un personaggio speciale e affascinante che si lascia amare già dalle prime righe, una bambina inizialmente, e poi una donna che nella seconda e terza parte del romanzo non smette mai di amare, incondizionatamente e a senso unico, soffrendo per ciò che il destino sembra non volerle concedere. Una donna sola, che vive una solitudine monacale e ingiusta. Una personalità sensibile, all’apparenza fragile, che si affida alla preghiera e alla lettura per non soffocare, ma che sa esprimere un fascino e una forza interiore tale da catturare il lettore il quale vorrebbe non finissero mai le centocinquantasette pagine che compongono il testo, e che vorrebbe, naturalmente, il lieto fine. Qualora l’intento della Costello sia stato quello di descrivere una donna invisibile, mi permetto di dire che non ci è riuscita perché non ci si può dimenticare di Tess Lohan.

Mary Costello è nata nell’East Galway e oggi vive a Dublino. È autrice della raccolta di racconti The China Factory, finalista al Guardian First Book Award. Academy Street, finalista al Costa First Novel Award 2014, è il suo primo romanzo.

:: Red Country, Joe Abercrombie (Gargoyle Books, 2015) a cura di Elena Romanello

19 marzo 2015

inTra i nomi delle ultime generazioni che si cimentano nel genere fantasy, dopo la rivoluzione che ha fatto George R.R. Martin, spicca Joe Abercrombie, uno degli autori più innovativi e originali, capaci di creare universi fantastici mescolandoli con suggestioni noir e western, quelli alla Sergio Leone per intenderci, oltre che con richiami al cinema di Akira Kurosawa nella sua epicità.
Il mondo della saga de La prima legge è un universo di guerre, di vita sui campi di battaglia, di atmosfere dove la magia non esiste quasi e tutto sembra molto vicino a certe realtà non certo fantastiche: dopo una saga in vari libri, Joe Abercrombie racconta una vicenda a se stante in Red Contry, uscito per Gargoyle come già i libri precedenti.
In un mondo dilaniato da guerre intestine, dove l’Impero opprime il Sud, l’Unione deve sedare una ribellione interna e i mercenari sono pronti a combattere per il migliore offerente, mentre gli Spettri, popolo indigeno, non mancano di ribellarsi ai soprusi dei dominatori, ci sono isole dove si crede di poter vivere tranquillamente, come le Terre Attigue, dove vive Shy, giovane contadina.
Dopo il rapimento del fratellino e sorellina minori, Shy parte per ritrovarli, come faceva John Wayne nel classico Sentieri selvaggi di John Ford, percorrendo le strade delle Terre Remote, in un’avventura on the road picaresca dove si trovano tante suggestioni, dal western al Brancaleone di Monicelli passando per la fiaba e il romanzo realista, tra incontri con mercenari, cercatori d’oro, mandriani, attacchi, duelli, faide, per arrivare poi alla destinazione finale.
Red County è una metafora dell’epoca della Guerra civile americana, anche nei nomi dei contendenti, oltre che dell’epopea western, che tanto epopea non fu visto che portò alla devastazione di un territorio e al genocidio di un popolo, ma questa è solo una chiave di lettura. Un universo spietato e avvincente, dove non esistono buoni e cattivi assoluti (un po’ come nei film di Sergio Leone, ma anche in storie come Gli spietati, Deadwood e Hell on Wheels), con al centro un personaggio femminile finalmente diverso da certi archetipi diventati stereotipi del genere fantastico, tra sacerdotesse, guerriere, streghe e fanciulle in pericolo.
Nel libro ci sono riferimenti alle storie precedenti della saga di Abercrombie, eventi e personaggi, ma Red Country è godibilissimo anche come stand alone, ed è un libro che senz’altro piace agli amanti del fantasy, soprattutto a chi cerca storie nuove, ma anche a chi è digiuno del genere e magari non è nemmeno un grande stimatore, ma che ama sperimentazioni, innovazione, tematiche coraggiose trattate con il filtro della fantasia.
Paragonare Joe Abercrombie a George R.R. Martin risulta un po’ superfluo, perché sono autori diversi, capaci di prendere un genere e stravolgerlo, spogliandolo da luoghi comuni e trame che tornano, per creare qualcosa di nuovo. Un libro da leggere e che non lascia indifferente chiunque ami la buona letteratura, in qualunque genere la si voglia incasellare, sempre che questo abbia ancora senso.

Joe Abercrombie è nato nel 1974 a Lancaster (Uk). Sin da studente di Psicologia presso l’Università di Manchester, pensa di scrivereuna saga fantasy dal solido impianto epico-guerresco e ne inizia la stesura. Trasferitosi a Londra per lavorare come montatore freelance e produttore di format televisivi, termina di scrivere il primo episodio, Il Richiamo delle spade, la cui pubblicazione gli vale la candidatura al prestigioso Premio John Campbell. Seguono Non prima che siano impiccati e L’ultima Ragione dei Re. La trilogia – intitolata “La Prima Legge”– viene tradotta in diversi Paesi ed è pubblicata in Italia da Gargoyle. Il suo grandioso successo è confermato dagli stand-alone Il sapore della vendetta, The Heroese Red Country (sempre disponibili per i tipi di Gargoyle). È in corso di pubblicazione la serie young-adult “La trilogia del mare infranto”, di cui è da poco uscito in Italia Il mezzo re per Mondadori.
Abercrombie è fra gli autori della serie della BBC “Worlds of Fantasy”, insieme a China Miéville, Michael Moorcock e al compianto Terry Pratchett.
www.joeabercrombie.com