:: Creole Belle, James Lee Burke, (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015

burkeNew Orleans. Dave Robicheaux si sveglia in ospedale dopo essere stato operato per aver ricevuto una pallottola nella schiena durante una sparatoria in Bayou Teche, ma la sua battaglia più grossa l’affronta non tanto per il post operazione ma quanto per la morfina che stanno usando per non fargli sentire il dolore.
Purtroppo la morfina non gli sta facendo passare solo il dolore, ma gli sta annebbiando la mente facendogli rivivere i ricordi che lo hanno afflitto in passato. Dave però non riesce a distinguere quali sono i ricordi e quali i fatti reali che gli stanno capitando intorno.
Una notte riceve la visita di Tee Jolie Melton, una sua vecchia conoscenza con un passato molto difficile. La mattina dopo però viene a sapere da Clete Purcel, suo vecchio partner in polizia, che Tee Jolie è scomparsa molti giorni prima e a tutti sembra strano che sia ricomparsa solo per andare a trovare in ospedale una vecchia conoscenza.
Sarà proprio l’ex partner che lo aiuterà a scoprire la verità su quanto accaduto.
Un romanzo emozionante che guida il lettore passo passo nella battaglia interiore di Dave vivendo tutti i drammi personali come se stesse combattendo anche lui in prima persona.
La lunghezza un po’ di quanto siamo abituati per un giallo non comporta comunque nessuna difficoltà nella lettura grazie a uno stile brioso e coinvolgente che guida per tutta la narrazione.
Le descrizioni degli ambienti sono totalmente reali che fanno vivere appieno l’atmosfera di New Orleans, non come siamo abituati a vederla nei film o nei telefilm, tutta colori, feste e balli, ma una New Orleans più suggestiva e oscura.
Anche i personaggi sono molto ben descritti, e non solo fisicamente, ma a livello molto più profondo e intimo che fa sì che il lettore possa creare un legame empatico con il suo personaggio preferito.
Un ottimo romanzo adatto anche a chi non conosce l’autore e a chi non è un fan del genere giallo.

James Lee Burke nasce a Houston nel 1936. Cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana frequenta il Southwestern Louisiana Institute e in seguito ottiene una laurea in inglese nel 1958 e un master presso l’università del Missouri nel 1960.
Nel corso degli anni ha svolto molti lavori tra cui geometra, giornalista, professore universitario d’inglese, assistente sociale, impiegato per il servizio occupazionale e istruttore negli U.S. Job Corps.
Premiato per ben due volte come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno, è stato uno dei vincitori del Breadloaf & Guggenheim Fellowship e ha ricevuto il premio della NEA (National Educational Association).
Al momento della pubblicazione del suo romanzo The Lost Get-Back Boogie da parte della Louisiani State University fu nominato per il premio Pulitzer.

:: Cinematografia organizzata, Francesca Romana Massaro (Ensemble, 2015) a cura di Federica Guglietta

6 luglio 2015

mafTorniamo a parlare di cinema, più nello specifico di saggistica cinematografica.
Dopo aver analizzato il saggio sul coloratissimo (e più simmetrico che mai) cinema wesandersoniano, si cambia totalmente registro con Cinematografia organizzata – la mafia tra cinema, fiction e realtà a cura di Francesca Romana Massaro, pubblicato da Ensemble e presentato lo scorso 3 luglio in occasione della Festa dell’Unità ad Ostia Antica.
Un saggio che indaga nel profondo il legame stretto instauratosi negli anni tra produzione cinematografica e organizzazioni mafiose.
A partire dai temi trattati, o meglio, dal tema unico che è, appunto, quello della mafia. A partire dalla sua genesi fino alla sua “esportazione” in America, secondo il famoso e intramontabile assioma: Italia – pizza – mandolino – mafia. Ah, non si tratta propriamente di un assioma? Poco male.
Francesca Romana Massaro ci porta, con dovizia di particolari, in mondo creato per generare un’alternativa filmica alla realtà: spiegare i come ed i perché della mafia, vederla da vicino, capire per quale motivo, ad un certo punto questa riuscisse ad influenzare l’andamento stesso di un set cinematografico, imponendo divieti, regole da rispettare, figure da idolatrare, negando permessi.
Si tratta proprio di un genere, quello del mafia movie, divenuto poi uno dei filoni più importante del gangster. A consacrare questo stato di cose arriverà, nel 1972, “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Degno predecessore di questo lavoro è, sicuramente Pietro Germi, che, trovandosi a girare nel filone del cinema d’autore post Seconda Guerra Mondiale e, proprio per questo motivo, trovandosi attorniato dai vari film figli del neorealismo di Rossellini, De Sica, Visconti, De Santis e Lattuada (per citarne alcuni), ne risente egli stesso l’influenza. Quindi decide di provare a fare una commistione tra western e neorealismo. Quello che ne risentirà molto sarà proprio uno dei suoi primi film girati per il genere mafia movie “In nome della legge” del 1949. Girato a Sciacca nel 1948 e tratto dal romanzo “Piccola pretura” del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film racconta di un giovane magistrato palermitano che viene inviato come pretore in un paesino della Sicilia e qui, per amore e rispetto della legalità, si troverà a fronteggiare varie ingiustizie sociali, ma anche l’omertà della gente del posto che mai si sarebbe schierata contro il boss confessando qualcosa.
Successivamente, negli anni Settanta, tocca al cosiddetto cinema di impegno civile l’arduo compito di portare i film di mafia sul grande schermo. Ci riuscirà nel 1973 Francesco Rosi con il suo “Lucky Luciano”, seguito nel 1977 da “Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri.
Il “Lucky Luciano” di Rosi si rifà al personaggio realmente esistito di Salvatore Lucania, nel film interpretato da Gian Maria Volonté, boss italoamericano rispedito in Italia come “indesiderabile” nel 1946. A questo punto, Luciano torna a Napoli dove inizia a vivere in modo tranquillo e per nulla imputabile, ma le voci lo accusano di essere coinvolto nel traffico internazionale di droga. Sarà perseguitato ed accusato, ma nonostante tutto non svelerà mai il suo segreto.
Nei capitoli successivi, la Massaro svolge una puntuale analisi su come boss mafiosi abbiano influenzato la cinematografia di genere (sia italiana che americana). Secondo la sua opinione sarebbe proprio la figura di “Lucky Luciano”, boss mafioso di Cosa Nostra, a diventare fonte di ispirazione per tutti gli altri film successivi appartenenti a questo filone.
In poche parole si stava creando quello che, ormai, è secondo l’immaginario collettivo l’immagine di boss, nella fattispecie quello di origini siciliane, irreperibile, una persona di cui, a volte, si sa solo il nome o, addirittura soltanto il soprannome, e che diventa personaggio adattabile a storie tratte da avvenimenti reali o più romanzati.
I capitoli centrali del saggio affrontano il tema dell’infiltrazione mafiosa proprio sul cinematografico, con i rischi e pericoli che tutto ciò potesse portare. Intere produzioni cinematografiche sono state costrette a trovare un compromesso con i boss del posto per poter girare così ì loro film (che sia il pizzo da dare o censure da attuare).
Inoltre viene affrontato il tema del Male, della criminalità e delle azioni empie viste come fonte di attrazione e intrattenimento. Come succede tutt’oggi con varie serie televisive americane di recente produzione: anche qui il potere della criminalità organizzata diviene fulcro dell’azione stessa. Sarete sicuramente a conoscenza de I Soprano (1999-2007), Boardwalk Empire (2010 -2014), e, per quanto riguarda il legame tra crimine e potere politico non posiamo far a meno che ccitare House of Cards (2013 – corrente).
Nel saggio, ampio spazio è quello dedicato alla figura della donna in un ambiente (poi genere) considerato per lungo tempo solo maschile. Ed è cosi è che ci troviamo davanti alla pupa e alla moglie del boss, ma anche a donne capaci loro stesse di diventare donna di mafia.
A corredare il lavoro della Massaro troviamo un’ampia sezione documentaria e una lunga lista di interviste e testimonianze.
Ricordiamo, infine, un film agrodolce che tenta di spiegare in modo semplice e metaforico la mafia vista dagli occhi di un bambino siciliano cresciuto negli anni ’70. Stiamo parlando de La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Pif Diliberto.

Francesca Romana Massaro, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, ha già all’attivo un saggio dal titolo “Il cinema come nessuno ve l’ha mai raccontato” (Ed. Emmebi, 2011). Inoltre è direttore responsabile de L’Araldo dello Spettacolo (www.araldodellospettacolo.it)

:: Straniera ingrata, Irena Brežná, (Keller editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2015

260-V37Da poco Keller editore ha pubblicato in Italia il romanzo Straniera ingrata di Irena Brežná. La storia è autobiografica, ma riesce a farci capire alla perfezione lo stato d’animo di chi fugge dalla terra di origine, alla ricerca di un luogo nuovo e migliore dove poter cominciare una vita nuova. La Brežná prende spunto dalla propria esperienza personale per narrarci le difficili condizioni socio-esistenziali di chi viene considerato un immigrato. Nel libro, la voce narrante è una sola, quella dell’autrice stessa, ma si sdoppia, mostrando a noi lettori due mondi che convivono nella stessa persona. Da una parte, c’è la dimensione di vita della giovane immigrata arrivata da lontano che lotta per farsi accettare senza dover mai rinunciare alle proprie origini. Questo spirito di ribellione permetterà alla Brežná di evitare il tipico processo di assimilazione, rimanendo legata alla cultura della sua patria d’origine e sentendosi una straniera ingrata. Dall’altra parte, c’è la voce della scrittrice che lavora come interprete pronta ad ascoltare gli emigranti per mediare con le autorità svizzere, nella speranza che qualcuno riesca a trovare rifugio. La Brežná agisce in questo modo, perché conosce bene la grande afflizione di chi scappa dal proprio paese d’origine devastato dalla guerra, dalla povertà o da una politica repressiva. Lei stessa si diede alla fuga dalla Cecoslovacchia (oggi è la Slovacchia) nel 1968 per rifugiarsi in Svizzera, ma appena arrivata qui non le fu semplice inserirsi e farsi accettare dal nuovo mondo elvetico. Straniera ingrata sembra un diario scritto dall’autrice per se stessa e per gli altri. Gli “altri” sono da intendere come i tanti migranti dei quali lei stessa ci narra le vicende, perché lavorando come traduttrice negli uffici per l’immigrazione, negli ospedali e nelle carceri, la donna ha la possibilità di entrare in contatto con l’umanità più umile e disperata. Non a caso le parti del libro nel quale la Brežná ci parla delle persone che incontra durante il suo lavoro sono le più toccanti, in quanto emergono storie di famiglie distrutte dalla povertà e dalla guerra. Il lettore conoscerà storie di immigrati gravemente malati, consapevoli che la loro vita sarà breve, ma pronti a tutto per garantire ai figli l’inserimento in una società nuova che permetta loro di vivere meglio, rispetto al proprio paese natale. Non mancano delinquenti che tentano la fortuna e ogni escamotage possibile per sfuggire all’arresto, però sono tante le voci che l’autrice ascolta e traduce e tutte sono in cerca di vero aiuto. L’immagine è quella di una umanità derelitta, alla ricerca della salvezza, della redenzione e della pace. Attraverso la propria storia, la scrittrice cecoslovacca ci racconta le diverse sfumature del mondo dell’immigrazione ed evidenzia il difficile rapporto e convivenza tra culture diverse, temi molto attuali. Inoltre, questo libro porta chi legge a riflettere sul valore dell’identità personale e nazionale, ma quello che fa pensare ancora di più è la piena consapevolezza di Irena Brežná, autrice di Straniera ingrata, che non sempre il nuovo Paese scelto per salvarsi, sia migliore del tetro incubo che ci si è lasciati alle spalle. Traduzione di Scilla Forti.

Irena Brežná è nata nel 1950 in quella che un tempo era Cecoslovacchia e oggi Slovacchia ed è emigrata in Svizzera nel 1968 dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi di slavistica, filosofia e psicologia s’impegna nella mediazione interculturale e a favore dei diritti umani. Dal 1981 è scrittrice e giornalista. I suoi articoli, pubblicati in Svizzera, Germania e Repubblica Slovacca, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Le sue opere letterarie affrontano principalmente i temi dell’esilio e della patria.

:: La porta delle tenebre, Glenn Cooper, (Editrice Nord, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015

imageEmily e John sono finalmente rientrati alla loro epoca, ma appena tornano scoprono che l’apertura del portale ha portato nell’Oltre la sorella e i nipoti di Emily che erano nella sala mensa insieme a una scienziata e altre otto persone sparite dalle loro abitazioni.
Rincomincia così un nuovo viaggio nell’Oltre per salvare i nuovi spariti e per farlo John ed Emily dovranno allacciare alleanze con persone molto pericolose che nel loro primo viaggio hanno tradito o evitato del tutto, ma questo e altro per salvare i propri familiari.
Anche in questo nuovo viaggio Cooper mantiene un terminologia molto semplice che permette a qualsiasi lettore di potersi avvicinare ai suoi scritti, appassionandosi subito senza nemmeno più accorgersi del tempo che scorre, rimanendo attento e concentrato nella lettura fino all’ultima pagina senza volersi mai fermare.
Le descrizioni sono sempre molto minuziose e profonde come siamo stati abituati, infatti già dalle prime righe si ha la sensazione di rincontrare vecchi amici che avevamo salutato 7 mesi fa,m provando le stesse emozioni e gli stessi legami provati per gli altri suoi libri in generale e con Dannati in particolare.
Anche stavolta il viaggio nel tempo viene aiutato dalle descrizioni degli ambienti che riprendono perfettamente l’altro libro portano una perfetta continuità nella storia che fa dimenticare al lettore il fatto che sia passati 7 mesi tra una pubblicazione e un’altra.
Anche stavolta il finale è totalmente aperto dando l’impressione che ci sia un terzo libro in uscita che ovviamente aspetteremo con ansia.
Consigliato vivamente anche ai non amanti del genere per la qualità della trama e della scrittura.

Glenn Cooper  Nato a New York l’8 gennaio 1953 è cresciuto a White Plains, nella periferia di New York. Laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. Finiti gli studi ha lavorato nel campo dell’industria farmacologica diventando presidente e amministratore delegato di un’azienda di biotecnologie nel Massachusetts.
Nel 2009 pubblica il suo primo libro, Library of the Dead, tradotto in 22 paesi, in Italia conosciuto con il titolo La biblioteca dei morti.
Subito ha sceneggiato e prodotto il suo primo film, Long Distance, con la sua casa di produzione, la Lascaux Pictures.
Nel maggio 2010 ha pubblicato l’atteso seguito del precedente romanzo, Il libro delle anime (Book of Souls) avente sempre Will Piper come protagonista.
In contemporanea viene pubblicato in Inghilterra il terzo libro The Tenth Chamber, arrivato in Italia in 20 gennaio 2011 con il titolo La mappa del destino.
Nel 2011 esce in Inghilterra The Devil will come, in Italia è stato pubblicato il 7 dicembre dello stesso anno con il titolo Il marchio del Diavolo, ambientato interamente in Italia.
Nella città di Solofra in provincia di Avellino è presidente onorario dell’Associazione culturale A.S.BE.CU.SO (Associazione Salvaguardia BEni CUlturali SOlofra) dove ha ricevuto il 20 novembre del 2012 la cittadinanza onoraria.
Quello stesso anno pubblica Il tempo della verità, I custodi della biblioteca e L’ultimo giorno. L’anno successivo, nel 2013, pubblica Il calice della vita.

:: Un’ intervista con Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015)

5 luglio 2015

6221022_397431Benvenuto Bruno su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. È da poco uscito per Baldini e Castoldi il suo nuovo libro ISIS® Il marketing dell’Apocalisse, un libro di certo controcorrente, che dice le cose che gli altri non dicono. Seguendola su Fb sono a conoscenza del suo impegno per decifrare la verità dalla marea di informazioni che ha raccolto su Twitter, sui siti di informazione anche indipendenti, sull’emergenza ISIS. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

È colpa di Gianluca Nicoletti. Durante un mio intervento a Melog, la trasmissione che conduce su Radio24, ha detto ai microfoni che occuparmi di questo tema sarebbe stata una sfida bellissima per me. Ora siccome Gianluca mi conosce bene e sa che il mio punto debole sono le sfide, proprio non riesco a sottrarmi, alla fine non ho resistito…

Nell’ introduzione dice: Sul piano mediatico l’ISIS rappresenta in un certo senso l’11 settembre di Internet, la prima grande sconfitta della rete, così come l’attacco alle Torri Gemelle e ciò che ne è seguito hanno segnato la sconfitta della televisione e la morte del giornalismo televisivo. In che senso?

Dall’inizio dell’attacco mediatico dell’ISIS, notte dopo notte, ho visto la rete sgretolarsi e collassare come le Torri Gemelle. Internet ha mostrato tutta la sua debolezza e fragilità fornendo una piattaforma potente per tutti i canali che hanno creato e usato contro di noi, da Twitter a Diaspora. E l’hanno trasformata in un’arma micidiale. Le prime vittime sono stati i giornalisti che non hanno proprio nessuna dimestichezza con l’interattività e sono rimasti ancorati ai loro modelli mediatici. Morti tutti. Non solo, ma subito dopo che sono morti si sono trasformati in zombie, cioè in pupazzi che agiscono sotto l’impulso degli stimoli elementari senza più un’anima o un cervello. In questo modo hanno ceduto al terrore e l’hanno ritrasmesso al pubblico, diventando di fatto l’amplificatore dei messaggi dell’ISIS.

E’ molto critico nei confronti della democrazia digitale e dei social network. Ci sarebbe un modo per usarli virtuosamente?

Sì certo, ma non siamo ancora capaci di farlo. Il problema è tutto qui: usiamo Internet ancora in modalità televisiva, cioè passiva. Quando il medium invece è interattivo e presuppone che il suo fruitore si faccia parte attiva nell’usarlo, cercando, collegando, condividendo. Troppo faticoso per chi è ancora abituato a sedere davanti al televisore e subire tutto quello che passa sullo schermo senza poter intervenire, senza selezionare l’informazione, senza pretendere verifiche e approfondimenti come invece è possibile con Internet.

Ricordiamoci che internet nacque come progetto del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, con funzioni prevalentemente militari. “Controllare, manipolare, deformare la realtà e, in definitiva, dominare grandi masse orientandone le scelte” in fin dei conti non rientra nel suo progetto originario?

No. Internet era, in origine, cioè negli anni ‘70, una rete di comunicazione che avrebe consentito ai centri di coordinamento dell’apparato militare americano di poter ancora comunicare fra loro dopo un attacco nucleare. Il paradosso è che dopo un attacco nucleare non rimarrebbe nessuno e quindi a chi sarebbe servita? Negli anni ’80 questa rete che si chiamava Arpanet, ormai obsoleta per l’Esercito, venne regalata ai centri di ricerca e alle università per la condivisione di documenti. Quindi la sua natura è la condivisione. Subito dopo, al CERN di Ginevra fu inventato un tipo di documento che avrebbe favorito ulteriormente la condivisione: l’ipertesto, l’Html. Questa è la sua vera natura, lo scambio, la condivisione. Invece c’è ancora gente che non la usa in questo modo, ma “sfoglia” le pagine sul monitor come se fossero pagine di un quotidiano di carta, oppure guarda Youtube come se fosse un surrogato della televisione…

Sempre nell’introduzione dice È assolutamente vero che il terrorismo è uno dei nuovi effetti dei media. Proviamo allora a considerare a cosa si ridurrebbe l’ISIS se non esistesse Internet. Sarebbe mai riuscito a fare tutta la propaganda che ha fatto senza l’aiuto della rete? Fenomeno mediatico prima di tutto? Il terrore si propaga nella rete, a che scopo, secondo lei? Portando l’inferno in terra, racchiuso in uno spot pubblicitario, pensano di vincere la loro guerra, attirare seguaci, annientare (prima psicologicamente) i nemici?

La rete è allo stesso tempo il medium più economico di cui disporre oggi e il più capillare. A che scopo si diffonde il terrore? Per una serie di motivi: da una parte orientare l’opinione pubblica occidentale verso una guerra che è voluta dagli USA prima di tutto, dall’altra far vedere che l’Islam può di nuovo realizzare l’utopia del ritorno al passato col Califfato e quindi raccogliere adesioni fra tutti coloro che vogliono che l’Islam si distacchi dall’influenza occidentale, esca dalla “schiavitù” economico/politica a cui l’Occidente l’avrebbe ridotto e, se possibile dia inizio ad una guerra estesa a tutto il Medio Oriente allo scopo di destabilizzarlo e ridisegnare la mappa dei poteri. Non fermiamoci mai alla propaganda. Il terrorismo è propaganda. Gli attentati sono propaganda. Bisogna cercare di vedere a chi conviene questa situazione e allora si cominceranno a intravedere i veri registi che erano fin dall’inizio dietro le quinte.

Non pensa si sia raggiunta una sorta di saturazione dell’orrore, raggiunta una certa indifferenza. Per paradosso la distruzione di statue ha avuto reazioni forse superiori all’uccisione di bambini. Ebbene, il vero orrore non è lo spettacolo ma chi lo guarda. Siamo noi. Non c’è proprio uno snaturamento dell’umanità anche di chi subisce questo martellamento mediatico?

Non c’è nesuno snaturamento, siamo già “snaturati”. Siamo quelli che rallentano quando c’è un incidente, e non per portare soccorso ma solo per vedere se c’è il morto. Le notizie sui drammi dell’umanità con cui i giornali riempiono pagine e pagine non servono ad informare (perché in realtà le tragedie che capitano nel mondo nello stesso momento sono molte di più) ma solo per attirare questa nostra morbosa attenzione e consolarci del fatto che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi e quindi, in fondo, non dobbiamo nemmeno lamentarci… È quella che definisco “funzione anestetica” del giornalismo.

L’utilizzo delle logiche del marketing a scopi di guerra, come scrive, ha origine proprio nelle tecniche di logistica, distribuzione e approvvigionamento dell’esercito americano nella Seconda Guerra mondiale, ma sembra il progetto folle di un delirante pubblicitario. Secondo lei è una cosa nata per caso, o è stata attentaemente pianificata dall’ISIS?

In questa guerra, come in tutte le guerre, non c’è niente che sia nato per caso. Basti pensare alla vera storia di al-Qaeda e alla nascita successiva dell’ISI dal ramo iracheno dell’organizzazione di Bin Laden (AQI, al-Qaeda in Iraq). Ma qui tutto è marketing, dal modo in cui promuovono l’immagine del Califfato, alla moneta che hanno coniato che si contrappone alle “false” monete occidentali, ai video, alle riviste online. E infine, le tecniche usate nella propaganda sono le stesse delle pianificazioni pubblicitarie occidentali. Sembra anzi che dietro ci sia la mano di gente che ha masticato parecchia pianificazione pubblicitaria nelle multinazionali.

Questo non è uno scontro fra culture ma una guerra di mercato fra chi riuscirà a imporre il proprio tipo di pensiero unico. […] Se non si fermerà la corsa verso la distruzione e si sostituiranno questi modelli, se non sapremo ribellarci a chi ha interesse a continuare la «guerra infinita», quella dei mercati, allora sarà l’Apocalisse, quella vera. Pessimista o ottimista in questo senso?

Pessimista. L’Apocalisse è già iniziata per noi. E non è quella di cui parla l’ISIS: è la fine del capitalismo.

Avrei davvero moltissime altre domande da farle, ma mi rendo conto di dover concludere questa intervista. Ci parli del futuro, come lei lo vede, l’ISIS sarà sconfitto o è ormai una parte irrimediabile di noi?

L’ISIS non verrà mai “sconfitto” perché è stato creato dall’Occidente per destabilizzare il Medio Oriente. Quello che verrà sconfitto sarà invece il Medio Oriente con i suoi sogni di affrancamento dall’Occidente e ritorno alla sua stagione “imperiale”. Vorrei sbagliarmi ma queste sue aspirazioni verranno “punite” lasciandolo precipitare per un lungo periodo nel caos e arretrare al medio evo. Di questo non potranno che avvantaggiarsi gli Stati Uniti e Israele. E noi siamo loro complici.

Se ci sono ancora domande, sono a vostra disposizione.

Paola Preziati: Io. Ecco la domanda. Ho sentito varie fonti in rete (una su tutte, Nicolai Lilin, autore di gioventù siberiana) che sostengono un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nell’addestramento dei membri dell’Isis come fecero ai tempi con i mujaheddin in Afghanistan. Quanto di provato c’è veramente a riguardo?

No, non ci sono prove di questo. Anzi io sostengo che l’ISIS sia una sorta di OGM rispetto ad al-Qaeda. Ovvero se al-Qaeda è nata come una sorta di “innesto” di una cultura in un’altra cultura, creando a tavolino qualcosa che prima non c’era (35.000 combattenti wahhabiti portati dall’Arabia Saudita in Afghanistan negli anni ’80, trapiantando così il fanatismo saudita in un luogo dove non esisteva), l’ISIS, che nasce staccandosi da al-Qaeda in Iraq, è realmente un OGM. Anzi, nel libro lo definisco un OCM, un “organismo culturalmente modificato”, che ormai si sviluppa da solo, fa terra bruciata intorno a sé e avanza invadendo le altre colture, pardon culture.

Enrico Pascucci: Io ne ho due. La prima: Quali sono secondo lei le principali forme di disagio dei musulmani d’occidente su cui l’ISIS si appoggia, e con quali tecniche di “corteggiamento” usa?

È ovvio che l’ISIS attiri soprattutto giovani mal inseriti nelle nostre società, possibilmente in quella fascia d’età in cui si cercano ideali forti, non trovandone (perché l’Occidente è in piena crisi di valori, fra l’altro). Notare che tutti i foreign fighters dello stato islamico hanno un’età media compresa fra i 18 e i 24 anni. È l’età in cui tutti siamo stati “estremisti”. Ma qui c’è di mezzo un’ideologia ancora più estrema del comunismo o del fascismo di cui le generazioni occidentali degli anni ’70 s’erano imbevute: qui c’è la versione nazista dell’Islam, quella wahhabita (o salafita). Le tecniche di “corteggiamento”? Dai videogame “sparatutto” ambientati in Siria, agli sfondi per il computer o per lo smartphone che incitano al martirio, collezionabili come le nostre raccolte di figurine, all’invito al Jihad come se fosse non solo un dovere ma anche un piacere, trattandolo come un gioco da adulti a cui tutti i giovani un giorno potranno partecipare, scatenando quindi la gara all’emulazione con video che mitizzano i mujaheddin caduti per la costruzione del grande sogno: il Califfato. E questi sono solo alcuni esempi di un “programma didattico” incredibilmente articolato.

Enrico Pascucci: La seconda: ho sempre pensato, senza per questo essere solidale con certe pratiche, che regimi politici fortemente integralisti si siano instaurati in medio oriente anche come forma di difesa da un sistema occidentale in cui sono i soldi a formare pensiero e opinione. Secondo lei la mia è un’idea condivisibile? Se sì, da un punto di vista collettivo, politico, quindi non individuale, esistono forme di difesa diverse che siano praticabili?

Molti hanno cominciato a capire questo fatto, ma ahimè non esistono altre “forme di difesa” se non quella di aiutare l’autodeterminazione dei popoli arabi con la cooperazione e il reciproco rispetto e favorire il dibattito sulla riforma e la modernizzazione dell’Islam che pure sta lentamente iniziando all’interno.

Davide Mana: Ho avuto notizia dell’avvio della demolizione di Palmyra. La sistematica distruzione dei tesori archeologici è uno dei tratti caratteristici dell’ISIS, e ha un ruolo centrale nella propaganda dello stato islamico. Qual è l’esatta funzione di questa attività che a tanti di noi appare insensata e inspiegabile? Cosa desiderano ottenere, in termini di marketing, oltre che in termini politici e culturali (ammesso che i diversi livelli si possano separare)?

È una delle tante forme di ricatto della guerra psicologica. Ma nello stesso tempo è un modo per cancellare le memorie del passato degli altri perché non ne resti traccia. Significa avere in programma di cancellare fisicamente e culturalmente il nemico. Lo stesso messaggio rivolto al pubblico dei potenziali sostenitori suona come un incoraggiamento a prendere le armi e cancellare tutto ciò che resta dell’Occidente nei paesi arabi, sottintendendo che l’ideologia dell’ISIS è superiore a qualunque altra cultura e solo essa ha il diritto di rimanere. Tutto il resto deve scomparire. Non vi ricorda il nazismo?

:: Un’ intervista con il professore Angelo d’Orsi

5 luglio 2015

books_002Benvenuto professor d’Orsi su “Liberi di scrivere” e grazie di avere accettato questa intervista. È ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, studioso del pensiero politico del Novecento e di Gramsci, fa parte tra l’altro della Commissione per l’Edizione Nazionale degli Scritti di Gramsci e ha ideato e dirige FestivalStoria e la rivista di storia critica “Historia Magistra” (FrancoAngeli editore). Come è nato il suo interesse professionale e umano per Antonio Gramsci?

Sono giunto a Gramsci attraverso Torino: negli anni Ottanta, fui inserito in un gruppo di ricerca sulla storia di Torino nel Novecento. Ovviamente mi sono imbattuto in questo sardo che giunse sotto la Mole nel 1911, e se ne andò nel 1922. Solo una decina d’anni, ma decisivi tanto per quello studente che non divenne dottore dell’ateneo torinese, dove si era iscritto alla Facoltà di Filosofia e Lettere, quanto per la città. A dire insomma, che Gramsci non sarebbe stato lo stesso senza Torino, ma Torino non sarebbe stata la stessa, non avrebbe potuto avere la sua identità di “città seria”, come la descrive lo stesso Gramsci.
Ovviamente conoscevo Gramsci dai tempi del liceo, quando comprai, sulle bancarelle di via Po una edizione dei Quaderni del carcere in cofanetto. Poi acquistai le Lettere. Studiando la sua biografia del periodo torinese, operai una sorta di identificazione. Ero un ragazzo del Mezzogiorno anch’io emigrato al Nord. Anche io come lui provai il desiderio di fuggire da una città che mi parve “fredda e ostile”, ma a differenza di Gramsci non sono riuscito mai a considerarla “mia”. Ma di Gramsci mi affascinò prima l’uomo, poi il pensatore. Fu, da subito, per me, innanzi tutto un maestro di vita morale e di rigore intellettuale.

Ha dedicato molti lavori alla figura di Antonio Gramsci, tra cui Inchiesta su Gramsci Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti: leggende o verità (Accademia University press), un volume collettivo uscito l’anno scorso da lei ideato, in seno alla Redazione centrale di “HistoriaMagistra”, e curato. Un volume chiaro e interessante anche per chi esperto gramsciano non è. Dopo la sua introduzione, che consiglio di leggere alla fine, una griglia di dodici domande, che leggendo la sua introduzione era su per giù quelle che avrei voluto fare a lei, seguite dalle risposte di poco più di una ventina di esperti e in conclusione un intervento di Antonio Gramsci Junior. In che misura era necessario un libro del genere nell’ampio panorama degli studi gramsciani?

Il libro occupa uno spazio inedito nel panorama internazionale degli studi gramsciani. Ed è un peccato che sia stato così poco recensito. Qui conta la forza dell’editore, e ovviamente Accademia University Press, che ha accolto sotto le sue insegne la collana “Biblioteca di Historia Magistra” (questo è il primo volume), non è una potenza. L’Inchiesta mira a fare pulizia rispetto a tanto chiacchiericcio giornalistico o pseudoscientifico. Troppe leggende circolano sulla vita di Gramsci, troppe insinuazioni prive di riscontri, troppa storia indiziaria. E tutto ciò ha un evidente significato culturale e talora politico, rispetto al quale l’Inchiesta ha assunto il compito di rimettere per quanto possibile le cose a posto. Credo si tratti di un volume importante anche per la qualità e la quantità dei contributi, che hanno impegnato molti dei migliori studiosi di Gramsci, di tre diverse generazioni.

Dalla sua introduzione emerge in maniera molto nitida l’esistenza di una vasta comunità gramsciana, per alcuni versi coesa, per altri terreno di aspri dibattiti e divergenze. Perchè secondo lei una personalità come quella di Gramsci ha suscitato, forse molto più di altri pensatori, questo acceso dibattito? Sono di così difficile interpretazione i suoi scritti? Mi riferisco ai Quaderni, e alle Lettere, ricordiamoci redatti in uno stato di detenzione e di privazione della libertà.

Proprio la condizione particolare in cui Gramsci ha scritto rende complesso il lavoro di decifrazione, e interpretazione. Gramsci non è autore di opere in senso proprio, ma solo di articoli, interventi politici, epistole, e appunti di varia natura e argomento (quelli raccolti nei Quaderni del carcere). In certo senso Gramsci è autore postumo, in quanto è stato scoperto sostanzialmente dopo la morte, a partire dal a1947 (era morto nel 1937). E del resto tutti i grandi autori sono oggetto di dispute ermeneutiche. Nel caso di Gramsci le dispute sono particolarmente aspre perché vi è un risvolto politico assai forte. E si tratta di qualcosa che richiama una ideologia e un movimento politico, il comunismo, che sono oggetto di attenzione tanto forte quanto contrastante.

In uno degli studi contenuti nel volume si accenna al grande merito di Togliatti di aver salvato e permesso di tramandare i suoi scritti e il suo pensiero. Condivide questo punto di vista?

Non si tratta di un punto di vista, ma di un dato storico. Sottoscrivo pienamente.

Erano più i punti di divergenza o convergenza tra Togliatti e Gramsci? In cosa erano più distanti?

Erano due personalità assai diverse: Togliatti è un politico dalla testa ai piedi, e impronta la sua azione ai princìpi del realismo fino alle estreme conseguenze, con tratti di cinismo, forse inevitabili nei drammatici frangenti storici attraversati. Gramsci è un intellettuale prestato alla politica, di cui ha una concezione etica, non esente da punte di utopismo. Ma sono concordi tatticamente, e strategicamente, fino al 1926, quando si consuma la rottura tra loro, mai più sanata, in merito al giudizio sulla situazione politica in Unione Sovietica e in particolare in seno al PCUS dove Stalin sta sgominando le opposizioni interne, e Gramsci segue questo processo con apprensione. E ciononostante negli anni della prigionia il filo tra i due non fu mai spezzato, e il rapporto fu proseguito per interposte persone.

Sempre nella sua introduzione sottolinea che molte polemiche sono per lo più strumentali e ideologiche, atte non a scoprire o difendere una verità anche non di schieramento, ma per lo più fatte per danneggiare una corrente di pensiero di cui Gramsci era ed è tutt’ora uno dei più autorevoli, soprattutto moralmente, esponenti, è esatto?

È del tutto legittimo quanto meno il sospetto che gran parte delle polemiche siano riconducibili a una precisa intenzionalità politica, sia pure duplice, ma anticomunista: da una parte, se si vuole propagandare il Gramsci buono, lo si contrappone al Togliatti cattivo, ma la bontà del primo corrisponde all’allontanamento dal marxismo, e dal suo intimo ripudio del marxismo, con una aggiunta che però solo qualcuno osa proporre: il ritorno alla fede dei padri, al cattolicesimo. D’altro canto, se si accetta il princìpio del Gramsci comunista allora la condanna è comminata a lui, oltre che alla sua parte politica, facendo dell’autore dei Quaderni un precursore delle Brigate Rosse, o comunque un politico pratico al quale non si riconosce alcuna autorità in campo intellettuale.

Si parla di un Gramsci dopo la prigionia “redento”, socialdemocratico se non liberale, addirittura soggetto di una conversione religiosa. A tutt’oggi, con gli scritti di cui disponiamo e gli strumenti metodologici attuali, ci sono più che indizi in tal senso, o sono solo travisamenti funzionali collegabili a quanto detto prima?

Ho già accennato alla questione. Le pezze d’appoggio non esistono, né per un Gramsci liberale né, tanto meno, per un Gramsci cattolico. La seconda è una vera e propria leggenda, che torna ciclicamente. Quanto alla prima si tratta di un’operazione che si basa sulla frammentazione dei testi, e un scorretto utilizzo delle citazioni, con una totale decontestualizzazione e una deliberata ignoranza delle scelte note di Gramsci, ben lontane da ogni orizzonte liberale. Non si può cambiare il suo comunismo critico, il suo umanesimo comunista, la sua stessa ansia di andare oltre il marxismo, pur senza mai rinnegarlo, per adesione al liberalismo…

E ora parliamo del fantomatico 34° e  addirittura 35° quaderno. Esistono riferimenti anche criptici della loro esistenza, in lettere di Gramsci stesso o di suoi conoscenti? Esistono anche flebili prove documentarie, o reputa tutto ciò parte unicamente della leggenda?

Proprio la questione dei quaderni scomparsi è stata la molla del libro di cui parliamo, anche se poi i temi affrontati sono numerosi, anzi tutti quelli che concernono le polemiche su Gramsci. Ho voluto affrontare in modo serio, senza pregiudizi, il problema posto da Franco Lo Piparo, con il sostegno, inusitato, di Luciano Canfora. E ho dato la parola anche a loro, anzi mi spiace che l’amico Canfora abbia all’ultimo rinunciato. Ma con tutta la buona volontà possibile, come del resto emerge da tutti i contributi raccolti nel volume, a parte Lo Piparo, naturalmente, non sussistono prove di alcun genere che esista un 34° o addirittura un 35° quaderno gramsciano. Gli indizi, peraltro, a cui Canfora dà tanto peso, sono flebili, e contraddetti da tutto ciò che della vita e del pensiero del Nostro si sa.

A parte i fantomatici quaderni, crede possibile che nei prossimi anni vengano scoperte nuove fonti documentarie (autentiche) questa volta? Da studioso se lo augura?

Negli ultimi venti-venticinque anni, grazie al lavoro avviato nella Edizione Nazionale degli Scritti, del cui staff cui mi onoro di far parte, si sono compiute più scoperte documentarie che in tutti i decenni precedenti, dopo la morte di Gramsci. Dunque è possibile, e ovviamente auspicabile, che tali scoperte proseguano. Ne trarrebbero giovamento tutti.

Grazie professore, spero che con questa intervista abbiamo potuto far luce su un dibattito di certo interessante anche per chi conosce solo superficialmente la vita e gli scritti di Gramsci. Mi piacerebbe concludere questa intervista con un suo profilo di questo intellettuale, sicuramente un gigante, tutt’oggi ancora modello di coerenza e onestà morale per le nuove generazioni.

Vede, sono anni che sto lavorando a una biografia completa di Antonio Gramsci. Ma procedo lentissimamente, il che per me è un dato inconsueto. Sono uno scrittore molto rapido. Ma con Gramsci è diverso: tale è il rispetto per la sua figura, tale il senso di inadeguatezza mia davanti a lui, che fatico moltissimo. Io credo che il suo fascino consista essenzialmente in tre elementi: l’elevatezza morale, il rigore intellettuale, la coerenza politica. Ma il fascino non basta. La grandezza di Gramsci sta nella sostanza del suo pensiero: che è un pensiero fortemente innovativo, ma olistico, che tiene insieme quasi ogni possibile approccio disciplinare, dalla filosofia all’antropologia, dalla scienza politica all’economia, e così via; un pensiero prospettico, con tracce di utopismo, come già accennato, capace di cogliere gli elementi della modernità, connettendoli alla storia: l’intero impianto del pensiero gramsciano è di tipo storico, in grado di partire sempre dal locale per traguardarlo nel nazionale e quindi nel sovranazionale. Un maestro di virtù, in primo luogo, indubbiamente; ma anche una bussola per affrontare la storia d’Italia e del mondo, e addentrarsi nel pensiero marxista dandone una chiave di interpretazione critica, innovativa, che ne dilata i confini. E molto altro ancora… Insomma, io credo che con Gramsci, senza esagerare, sia cominciata un’era nuova nella storia del pensiero.

:: Come donna innamorata, Marco Santagata (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 giugno 2015

1E quando mi domandavano: «Per cui t’a così distrutto questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.” – Vita Nova II, 5

8 giugno 1290.
A Firenze, in una torrida giornata estiva, si spegne una delle figlie di Folco Portinari, Bice.
Meglio nota come Beatrice, Musa della lirica dantesca e fine ultimo della sua opera più alta e complessa, la Commedia.

Chi sarebbe stato l’angelo da celebrare in versi, lui l’aveva già deciso. Non aveva esitato neppure per un momento. Non poteva che Beatrice Portinari, la dama dagli occhi smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili.”

Dante, L’Alighieri, il sommo poeta, ai tempi è ancora un giovane alle prime armi. Giovane poeta sconosciuto ai più, che ha già perso la propria Musa e che, almeno in quel determinato periodo storico, vive all’ombra del suo primo amico Guido Cavalcanti, di dieci anni più grande e che gode di maggior autorevolezza e stima in città, essendo un magnate, e del suo maestro Brunetto Latini. Giovane poeta che deve fare i conti con il suo essere figlio di Alighiero degli Alighieri, un usuraio, e con le alte sue aspirazioni di fama e gloria eterna. Lottava contro i mormorii della gente, le spallucce, i nomignoli che gli venivano affibbiati (uno tra tutti, Nasone) e quello che definiva il suo Male. Delle crisi. Crisi epilettiche, diremmo oggi. Succedeva solo quando si trovava in presenza di Beatrice e questa catalizzava appieno la sua attenzione.

Tuttavia, adesso Bice era morta e con lei anche Beatrice. Quella donna divenuta suo personaggio, suo amore platonico e personalissimo, croce e delizia per via del già citato male che lo affliggeva, ma Beatrice restava pur sempre centro del suo fare poesia. Quella donna ora non c’era più. Quel suo amore idealizzato e puro, risalente ai tempi dell’infanzia (pur non essendo a conoscenza di tale sentimento), non aveva più corpo. Cosa fare?

Avrebbe potuto dedicare i suoi versi ad una persona morta: i più non avrebbero capito, sarebbe servita una seconda lettura, una certa inclinazione morale e di fede, soprattutto.
Sì che poteva. Dalle Rime (componimenti giovanili), passando per la Vita Nova (quella “vita rinnovata”, senza Beatrice, la sua donna, angelicata, tuttavia, solo nella sua mente) e finendo con la Commedia, suo massimo capolavoro, Dante non ha mai smesso di parlare di Beatrice, colei che aveva la capacità di rendere tutti giù gentili.

Desiderava diventare il primo tra tutti, Dante.

Già dalla più tenera età ha dovuto combattere contro tutto e tutti per difendere il suo amore per la scrittura: il padre Alighiero avrebbe voluto avviarlo agli studi contabili, in modo da far di lui un banchiere,il nonno Durante lo avrebbe visto bene come notaio o, al massimo, come avvocato. Con caparbia e ostinazione, Dantino , come amava chiamarlo il Cavalcanti, riuscì ad avere come suo maestro Brunetto, il migliore che si potesse avere in città. Si sentiva una spanna sopra la lirica amorosa tradizionale, quella dell’amor cortese e dello struggimento, non riusciva a prendere esempio dall’amico Guido e, proprio per questo motivo si crucciava, non sentendosi per nulla all’altezza di quello che, mentalmente, vedeva essere il suo destino. Un’istituzione divina.
Così Marco Santagata, critico e studioso della lirica dantesca e petrarchesca, ci presenta il suo Dante. Un homo novus caratterizzato da tratti che nessuna letteratura (sia per il liceo che, ovviamente, per l’università) ha mai messo in luce prima d’ora.

Di quali straordinari stiamo parlando?

Il Dante raccontato di Santagata nel suo ultimo romanzo, Come donna innamorata, pubblicato a marzo scorso dalla casa editrice Guanda e in lizza tra i 5 finalisti del Premio Strega 2015, è prima di tutto un personaggio umano: soffre, si commuove, si arrabbia, ha moti di gioia e gelosie varie. Complesso nella sua struttura psicologica e qui entra in gioco una magnifica introspezione nel profondo dell’animo del sommo poeta, elemento importantissimo questo, mai messo in risalto dai testi manualistici che siamo abituati a leggere e a studiare. Last, but not least: si tratta un Alighieri molto affettuoso, legato sia ai familiari (il nonno Durante, sua spalla forte, la moglie Gemma Donati, donna che col tempo impererà ad apprezzare e i tre figli, Giovannino, Pietrino e Antonia) che agli amici (Guido Cavalcanti, suo primo amico, Lapo Gianni, suo secondo amico, il maestro Brunetto).
Ai nostri giorni, ormai, Dante rappresenta quasi un’icona pop, come ci dice lo stesso Santagata in un’intervista proprio in occasione della sua candidatura alla tornata finale del Premio Strega: non è mai stato popolare quanto oggi, ce lo ritroviamo dappertutto, persino nelle pubblicità.
Non dimentichiamoci che, proprio quest’anno, ricorre il 750esimo anniversario della sua nascita, nel 1265 da Alighiero e Bella degli Abati. Dante fu poi esiliato dalla sua Firenze nel 1302 in quanto guelfo bianco. Dopo molte peregrinazioni e richieste di ospitalità presso i maggiori signori dell’epoca, in Toscana, Romagna e Veneto, morì a Ravenna nel 1321.

Ho avuto il piacere di conoscere questo sommo poeta che tutto sembra tranne un uomo di spicco, inavvicinabile, lontanissimo dalla nostra contemporaneità e visione del mondo.
Mi sento di consigliarvelo, per me che sono totalmente abituata a un Dante da manualistica è stata una bellissima scoperta.

Colgo l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo al Prof. Santagata per la finale del Premio Strega che si terrà il prossimo 2 luglio nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia a Roma.
(www.premiostrega.it)

Marco Santagata, classe 1947, critico e studioso di letteratura italiana, attualmente insegna all’Università di Pisa. Da italianista è tra i massimi esperti di lirica classica italiana, in particolare di Dante e di Petrarca.
Oltre a svolgere l’attività di storico e critico della letteratura è scrittore/narratore. Non solo di saggi, ma anche romanzi, quindi.
Per la casa editrice Guanda ha pubblicato diversi titoli:
Papà non era comunista (1996, ristampato poi nel 2003); Il maestro dei santi pallidi (2002) L’amore in sé (2006); Voglio una vita come la mia, (2008); Come donna innamorata (2015), suo ultimo lavoro per cui è tra i finalisti del LXIX Premio Strega.
Ha vinto il Premio Campiello nel 2003 con Il maestro dei santi pallidi e il Premio Stresa di Narrativa con L’amore in sé nel 2006.
Per quanto riguarda la saggistica ricordiamo: I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca (Il Mulino, 1992, ristampato nel 2004); L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012); Guida all’Inferno (Mondadori, 2013); L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura (Mondadori, 2014). Inoltre è curatore delle opere di Dante e Petrarca nei Meridiani Mondadori.
Si occupa anche di didattica online in qualità di Presidente del Consorzio ICoN – Italian culture on the net.

:: Agustín nella Terra del Fuoco, Ornella Fiorentini, (Giovanelli edizioni, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2015

inQuesto è un romanzo d’avventura e di formazione che ha per protagonista il piccolo Agustín. L’autrice, Ornella Fiorentini, ha pubblicato di recente con Giovanelli edizioni il romanzo per bambini, Agustín nella Terra del Fuoco, nel quale il piccolo protagonista sperimenta un viaggio che lo cambierà per sempre. Il viaggio non è solo quello fisico che il tredicenne compie per raggiungere l’isola di Tabata in compagnia della nonna Paloma, di un lama e del fidato amico a quattro zampe Pepe. Il viaggio, per Agustín sarà un arzigogolato e anche un po’ insidioso cammino di crescita che lo porterà a scoprire le gioie, i dolori e gli imprevisti della vita. Ma perché il protagonista decide di compiere questa impresa? Agustín parte dall’Aconcagua, la montagna più alta dell’Argentina, per raggiungere l’isola che si trova in quel posto che tutti considerano la fine del mondo:l’arcipelago della Terra del Fuoco. Qui vivono da sette anni i suoi genitori – Izar e Rafael-, che il piccolo amerindo vuole ritrovare per poter riunire la famiglia che si era disgregata al momento della loro partenza. Camion, treni, lunghe camminate porteranno il protagonista di questa narrazione a scoprire un mondo tutto nuovo e pure le proprie origini, perché sul suo cammino arriverà un membro della tribù dei Selknam, la stessa alla quale appartiene il padre di Agustín. L’uomo gli racconterà perché sta viaggiando da clandestino e gli confesserà la motivazione che lo sta portando a Tabata. La rivelazione sconvolgerà Agustín, ma lo aiuterà a capire che a volte gli uomini riescono a ritrovare la loro coscienza e comprendono cosa sia la vera giustizia. Attraverso un linguaggio scorrevole e delicato l’autrice crea una storia di forte impatto emotivo, dove il piccolo protagonista arriverà alla fine con un livello di maturità molto più solido, rispetto a quello che ha nelle prime pagine della trama. Uno dei personaggi che mi hanno più intrigato è la nonna Paloma, perché cresce il nipote e lo segue nel suo cammino. Una nonna affettuosa, materna verso la figlia, il genero e il nipote. Una donna avanti con l’età, che nel corso della narrazione dimostrerà di avere una profonda saggezza e di essere colei che ha il compito di tramandare alle generazioni più giovani saperi, usi e costumi della tradizione del popolo di appartenenza, affinché nessuno li dimentichi. Agustín è un ragazzino, ma le esperienze vissute gli permetteranno di capire quanto possono essere crudeli gli uomini (il governatore) verso i propri simili e quanto dolore, fisico ed emotivo, possa scatenare la lotta per i propri diritti e per la libertà. A Rendere coinvolgente la storia del piccolo viaggiatore ci sono i disegni della pittrice argentina Andrea Girona, che con tratti grafici delicati riesce a rendere i personaggi della narrazione vicini al lettore. Questo libro è un romanzo di formazione e, allo stesso tempo, è una storia che racconta l’importanza della famiglia e della scoperta delle proprie radici necessari al ragazzino di Agustín nella Terra del Fuoco di Ornella Fiorentino ad affrontare il domani, senza dimenticare il proprio background familiare.

Ornella Fiorentini Laureata in Arte al DAMS dell’università di Bologna, vincitrice di parecchi premi letterari nazionali e internazionali, Ornella Fiorentini ha pubblicato l’opera per l’infanzia “Fiabe contemporanee” nel 1985. “Il cuore a fette” è il suo primo romanzo pubblicato nel 2004 a cui segue il romanzo “Cuore d’artista” nel 2006. La raccolta di racconti noir “Teodora degli Innocenti” esce nel 2007. La raccolta di haiku e poesie in versi liberi “Diamanti” è pubblicata nel 2009 e si aggiudica Il Gran Premio Città di Budapest. Nello stesso anno viene pubblicato il romanzo “La bambola di Solange”. Nel 2010 segue la pubblicazione dei romanzi “Le stelle di San Lorenzo” e “Obiettivo Veronika”. Escono anche l’audiolibro per l’infanzia “Niklas e Kimkim” e l’atto unico teatrale “Nena del Guadalquivir”. Nel 2011 vengono pubblicati la raccolta di racconti noir “Si può morire per amore?”, il libro di haiku “Erba smeraldo”, gli e-book “Viola & Cannella” e “La Principessa Virginia”, quest’ultimo tradotto in inglese e in francese e il romanzo “A bocca chiusa”. Nel 2012 vengono pubblicati il libro per l’infanzia “Martino e il pettirosso” e la silloge poetica “Sciamana”. Nel 2013 vengono pubblicati la raccolta di racconti “Christine” e la silloge poetica “Girasole Caparbio”. Nel 2014 è uscito “E perché dovrei pentirmi?”, romanzo noir per le edizioni Tabula Fati, Chieti.
Collabora alle riviste letterarie “NTL – La Nuova Tribuna Letteraria”, Lozzo Atestino (PD) e “La Piè”, Imola (BO). Dal 2009 conduce seminari di Scrittura Creativa per Coop Adriatica di Ravenna e per il Comune di Russi (RA). Nell’agosto-settembre 2012 ha condotto il workshop di Scrittura Creativa al MAMI, 1° festival mondiale di Arti, Musica e Intercultura di Segni (Roma). Con l’Associazione Cianove Italia-Bulgaria di Ravenna e la Fondazione Artist di Sofia, ha partecipato al progetto della Comunità Europea “Arte per il cambiamento sociale 2013” in Bulgaria. Nel 2014, in qualità di docente del corso di Scrittura Creativa, ha iniziato la collaborazione con C.A.P.I.T., Ravenna. Come storica dell’arte, ha iniziato la collaborazione con l’associazione culturale “La Pergola Arte”, Firenze presentando il compendio di dodici artisti “Arte è” al caffè letterario “Le giubbe rosse” il 29 novembre 2014 a Firenze.

:: Il Canto degli Innocenti, Piergiorgio Pulixi, (EO, 2015)

26 giugno 2015

il-cNon tutti i poliziotti della narrativa noir sono solo chiacchiere e distintivo, parole che David Mamet mette in bocca a Al Capone nel celebre Gli intoccabili, e a maggior ragione non lo è Vito Strega, commissario di Polizia di una grande città di cui non conosciamo il nome (si sa che c’è il mare) a cui Piergiorgio Pulixi dedicherà ben 13 romanzi di una lunga saga dedicata al Male: il distintivo lo sta per perdere, una psicologa deve valutare se è idoeneo ad essere reintegrato in servizio dopo una brutta storia che l’ ha coinvolto, (ha ucciso, non si sa quanto accidentalmente, un suo collega) e di chiacchiere non ne fa, amici e nemici concordano che lui macina fatti, risolve i casi di cui si occupa.
Ne Il canto degli innocenti, edito da EO nella collana Originals, primo capitolo di questa serie chiamata I Canti del Male, Vito Strega si troverà volente o nolente ad indagare, su richiesta di una sua amica collega (segretamente innamorata di lui), su un caso che vede coinvolti diversi adolescenti, colpevoli di brutali omicidi di cui non conservano uno straccio di senso di colpa, nè scappano dal luogo dove li compiono consegnandosi con grande tranquillità alla polizia quasi fieri degli atti compiuti.
Se non fosse per il ripetersi di queste modalità aberranti non ci sarebbero ragioni di collegarli: gli assassini non si conoscono, i moventi dei crimini sono apparentemente diversi. Insomma solo Vito Strega si accorge di questa connessione, che lo rende sempre più certo che ci sia dietro un Burattinaio capace di plagiare le giovani menti influenzabili dei ragazzi spingendoli a uccidere. Ma perchè? E soprattutto come fermarlo?
Se questa è a grandi linee la traccia narrativa delle indagini, su un piano parallelo si svolge l’indagine forse più interessante nell’animo tormentato del commissario. Un tipo di per sè notevole: un omone alto più di un metro e novanta, affascinante, quasi una calamita per le creature di sesso femminile (gatte comprese) sebbene perdutamente innamorato della moglie che l’ha lasciato per un altro, dotato di tre lauree, amante del jazz e dei libri, a suo modo sensibile. Insomma un personaggio che fa di tutto per conquistarsi le simpatie del lettore pur con i suoi lati bui.
Ed è importante che un personaggio stia simpatico e soprattutto incuriosisca se si vuole iniziare un’opera così ambiziosa come quella di Pulixi dedicata a tutte le sfumature del male.
Dopo i polizieschi all’americana della saga di Mazzeo, e il noir piscologico, L’appuntamento, dunque un noir più nostrano, più classico se vogliamo, per un autore che ama sperimentare e soprattutto mettersi alla prova, anche correndo qualche rischio. La prima reazione quando si parla di crimini commessi da adaloscenti è di rifiuto, un po’ come se fosse stato violato un tabù del noir e della stessa nostra società. I ragazzini sono innocenti, non uccidono, e soprattutto se anche lo fanno non sono consapevoli del male fatto. Non hanno ancora una cosienza formata per distinguere il bene dal male, o meglio non possono essere malvagi.
Non che i casi di cronaca non parlino di bambini che uccidono i fratellini in culla, o giocando con una pistola uccidano un amichetto. Ma anche li la colpa è dei genitori che li non li sorvegliano o li educano senza imporre divieti. Difficilemente riusciamo a concepire un ragazzino che compia il male per se stesso. Forse Lorenza Ghinelli nei suoi libri ci ha parlato dei lati bui dell’infanzia, ma ben pochi altri autori. Finale (per quanto provvisorio) spiazzante.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008) e L’albero dei microchip (Edizioni Ambiente, 2009), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010), i polizieschi Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog “Noir Italiano” e “50/50 Thriller”, e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014). Nel 2014 ha pubblicato, sempre per le nostre edizioni, L’appuntamento. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto e su Micromega.

:: Un’ intervista con Matteo Strukul

26 giugno 2015

CUBentornato Matteo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Iniziamo con una curiosità che forse molti hanno ma non hanno mai avuto il coraggio di chiederti. Che origini ha il tuo cognome?

Ah ah ah intanto grazie per accogliermi come sempre in questo porto sicuro e meraviglioso che è Liberi di scrivere. Dunque, il mio cognome è di origine Ungherese, per l’esattezza Transilvana, una terra che amo e che sto esplorando proprio in questi mesi per ritrovare le profonde radici dei miei avi. Non è un caso che il mio prossimo lavoro sia proprio ambientato lì, almeno per una parte. Comunque io sono Italiano, anzi Veneto e per un Veneto avere un cognome di origine Austroungarica è assolutamente normale, basta guardare la storia della mia terra.

E’ appena uscito il tuo nuovo capitolo della saga di Mila Cucciolo d’uomo La promessa di Mila. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’ispirazione di far incotrare Mila e un bambino risvegliando in lei un vero e proprio istinto materno. Una forma di redenzione e rinascita dopo tanta violenza?

La storia girava nella mia mente da un pezzo, in nuce, ma non riuscivo a metterla su carta. Dopo le tinte cupe e ossessive di “Regina nera” volevo che Mila avesse un momento di quiete magari addirittura di affetto. Ho sempre desiderato scrivere un romanzo che ricordasse “Leon” di Luc Besson a parti invertite, anche perché il grande regista e autore francese è una delle mie massime figure di riferimento per quanto riguarda Mila, e non solo. Inoltre avevo questo pezzo di Alanis Morrisette ”Guardian” che continuava a girare nello stereo… e se guardi come comincia il libro, tutto si fa chiaro, senza contare che il video della canzone è girato a Berlino. Insomma ho riconosciuto i segni e la storia si è manifestata. Cioè, a un certo punto, era tutto evidente, cristallino, d’un colpo ho scritto le prime quaranta pagine, roba da due giorni in fila, senza staccare gli occhi dallo schermo, otto ore al giorno in cui senti che non sbagli una parola, che quello che c’è è perfetto e non c’è una sbavatura. Con Mila è così: non puoi fare calcoli. Scrivi come e quando vuole lei ed è l’unico modo che conosco per comporre le sue storie. Forse è per questo che poi lei suona vera. L’istinto materno era latente, qualcosa che Mila voleva provare, era pronta. Dopo tanto dolore e tormento se lo meritava e poi l’amore di una madre per un figlio o di una donna per un bimbo è uno di quei sentimenti che DEVE essere raccontato in un romanzo. Il sentimento che Mila nutre per Akim è totalizzante, infinito, lei è pronta a farsi ammazzare per lui perché Mila è così: romantica e invincibile e meravigliosa… sennò non sarebbe Mila. Certo, proteggere Akim è una forma di redenzione, una catarsi, la salvezza dopo tanto orrore. Mila voleva tutto questo, e quando Mila vuole qualcosa, non ce n’è per nessuno. Per scoprirlo, basta leggere le pagine del libro. Per quanto mi riguarda questo romanzo è la cosa migliore che ho scritto in tutta la saga, è il libro che amo di più, il più sentimentale anche… sto invecchiando, lo so.

La collana Sabotage ha la perculiarità di trattare temi legati all’Italia con forti connotazioni etiche e sociali. In questo romanzo si parla di MacMafia, di traffici di bambini, del ruolo di crocevia che l’Italia ricopre. Tutto ciò non è solo frutto della tua fantasia, come ti sei documentato?

Mi sono documentato a lungo e con pazienza: monografie, articoli di giornali e riviste, molti dei quali anche in lingua inglese e tedesca, la rete, colloqui con amici nelle forze di Polizia, documentari, film, insomma alla fine ho immagazzinato una gran mole d’informazioni e ero pronto. In un certo senso quando scrivo un romanzo di Mila c’è la trama del romanzo e la sotto-trama Sabot/Age e sono due fili di diversi colori che tuttavia procedono di pari passo e s’intrecciano inscindibilmente. Tutto quello che ho scritto a proposito del fenomeno del trafficking è verificabile anche se poi alla fine della Storia scoprirete che… vi dico solo una cosa: dopo aver letto la storia e solo DOPO inserite le parole “PFIZER” e “NIGERIA” in un qualsiasi motore di ricerca e guardate cosa viene fuori.

Akim, il piccolo che Mila deve proteggere e portare a Berlino per testimoniare a un processo, nasconde un segreto e per tutto il romanzo ci chiediamo quale sia. Non può parlare, ma disegna e Mila cerca con molta sensibilità di interpretare i suoi disegni. Come hai creato il rapporto tra Mila e il bambino?

Ci tenevo molto, doveva essere dolce e appassionato, volevo che i lettori sentissero tutto l’amore che Mila prova per Akim, sarebbe stato un sentimento vero e infinito come lo è l’amore di una madre per un figlio. In questo senso “Cucciolo d’uomo” è il titolo perfetto, l’ho scelto insieme a Silvia, mia moglie, e Colomba Rossi, direttore della collana, alla fine citando Rudyard Kipling, uno dei miei grandi amori di sempre in letteratura. Non è stato semplice, naturalmente, ma osservare le mie due nipotine è stato d’immenso aiuto. Quindi sono particolarmente grato a mio fratello, eh eh. Al di là di questo, il rapporto fra Mila e Akim è stato nutrito pagina dopo pagina attraverso un dialogo costante, anche se Akim non parla perché qualcuno gli ha tolto la voce. Ma ci sono i gesti, i disegni, le parole scritte, gli sguardi. Insomma, una sfida narrativa che spero di aver vinto e che, alla fine, rappresenta il cuore del romanzo. Naturalmente una dinamica di questo tipo mi ha permesso di mostrare in tutta la sua bellezza un lato nascosto di Mila che non conoscevamo e che nemmeno lei sapeva di avere. Quindi sono particolarmente contento di essermi cimentato in questa giostra.

Come sempre nel tuo romanzo c’è tanta musica da Like a Rolling Stone di Dylan cantata da Mick Jagger a Don’t Cry dei Guns ‘n Roses. La musica ti da la carica per scrivere? Anche nei ringraziamenti citi tanti musicisti. Cosa serebbe il pulp senza musica?

Guarda, la musica per me è fondamentale. Io sono figlio del grunge e del rock anni ’90 il che vuol dire: Nirvana, The Black Crowes, Pearl Jam, Guns’n’Roses (almeno quelli di Use your Illusion 1 e 2), Stone Temple Pilots, Soundgarden, Stereophonics, insomma il meglio del meglio. Quella musica ha segnato una rinascita e anche una rivolta, io appartengo alla generazione X, quella che è stata violentata dai propri padri, la prima alla quale è stato strappato tutto… e non dite che non è vero! Però la mia generazione ha combattuto e lo sta facendo ancora ed è sopravvissuta e quella musica è un manifesto. Il pulp e Sabot/age sono anche ribellione a un sistema, per urlare forte e chiaro che il traffico di bambini e le donne vittime non sono un’invenzione letteraria. Per quanto mi riguarda sono stanco di questo Paese in cui non cambia mai un cazzo. Renzi ha un’occasione straordinaria e la sta buttando alle ortiche perciò alla fine, forse, finiremo sconfitti anche noi, come quarantenni italiani. Il problema di questo Paese è che non capisce che la crisi si risolve ponendo al centro CULTURA, TURISMO e MADE IN ITALY ma servono strumenti che molti di noi hanno smarrito e del resto se il nostro Ministro della Cultura ha idee come La Grande Biblioteca dell’Inedito, be’ capisci che ci stiamo schiantando dritti contro un muro. Beppe Sebaste ha scritto un pezzo la settimana scorsa sul Venerdì di Repubblica che dovrebbe essere mandato a memoria. Credo che gli scrittori, i muscisti, i registi della mia generazione debbano far sentire di più la propria voce per far capire che stiamo saccheggiando il nostro Paese e andando a picco e, così facendo, sprecando una grande opportunità. In questo senso, gente come Chris Robinson, Eddy Vedder e Kurt Cobain non le mandavano certo a dire. Dobbiamo provare a fare la stessa cosa. Per quanto mi riguarda Sabot/Age è il mio modo per raccontare quello che non funziona. Mila è un personaggio dirompente, ribelle, guerriero, è un personaggio che rimette la donna al centro, spero che le lettrici se ne rendano conto, lo dico sinceramente: secondo me l’Italia femminile dovrebbe scoprire Mila, magari tirerebbe fuori un po’ di fegato e imparerebbe a fare sistema, e forse – e dico forse – ci sarebbe una speranza. Io come uomo sto cercando di urlare che vorrei le donne davvero protagoniste ma so di essere in minoranza.

La BHEG, senza anticipare troppo, subirà diversi cambiamenti, perchè questa scelta così radicale?

Non voglio scrivere una serie ma una grande saga. Non mi fa impazzire il concetto di serie, mi sembra di prendere in giro i lettori con tutto il rispetto per tutti quegli autori che scrivono serie. Il mio personaggio evolve, cambia, ogni romanzo ha un colore diverso e mostra un lato differente di Mila. Le trame si differenziano, non c’è uno schema uguale con le opportune variazioni: sono proprio storie completamente diverse. Per me è fondamentale: ogni romanzo dev’essere una sfida per me e per il lettore non l’episodio di una routine. Per questo amo anche cambiare genere e per questo i giornali mi hanno definito un autore irregolare, avvicinandomi a Joe R. Lansdale. Ovviamente la cosa mi ha lusingato, così come mi ha sorpreso che Joe apprezzasse “La ballata di Mila” fino al punto di scrivermi un blurb. Il fatto è che non sono un autore pulp o noir: sono un romanziere e scrivo storie. Poi sicuramente, troverete sangue e tormento anche nel mio prossimo lavoro, ci sarà il mio stile, certo, e di sicuro il pulp e il noir saranno suggestioni fondamentali per il mio lavoro – e di cui vado fiero – ma amo cambiare perchè solo in questo modo sento di poter dare il massimo ai miei lettori e questa, per me, è la cosa più importante.

Il romanzo si chiude con una scelta ben precisa di Mila. Sarà una scelta irrevocabile come per Nikita? Cucciolo d’uomo è il capitolo conclusivo della saga? E’ un po’ come vedere andare in pensione James Bond, hai programma nuove avventure per questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai dreadlocks rossi?

Onestamente non lo penso: Mila ha sette vite come i gatti. Credo comunque che siano in definitiva i lettori a stabilire se un personaggio debba tornare o meno. Se “La ballata di Mila” non fosse stato un successo di pubblico oltre che di critica be’ non sarebbe tornata, poco ma sicuro. Volete altri romanzi di Mila? Svaligiate le librerie! Diffondete il verbo, fatele sentire il vostro affetto. Poi è chiaro, Mila comincia ad avere cammini editoriali anche in altri Paesi, c’è un’opzione per una serie TV su due romanzi e stiamo ragionando su un gioco di carte. C’è il fumetto che presto o tardi continuerà, insomma Mila non muore mai perché è semplicemente un personaggio TROPPO forte. Io ho già in mente la prossima storia per cui…

Chiude il libro l’appassionata prefazione di Victor Gischler all’edizione americana della Ballata di Mila, da esperto di pulp, che differenze e parallelismi trovo tra il pulp a stelle e strice e quello europeo?

In parte rispondo sotto ma in generale credo che nel pulp europeo ci sia una punta di amarezza e allucinazione che in quello americano manca: penso a Allan Guthrie o a Ray Banks e ancora a un autore pazzesco come Adrian McKinty che in “Dead I well maybe” tocca suggestioni pulp interessanti pur ambientando tutto a New York anche se nel giro della mafia irlandese e si sente! E lo stesso potrei dire per Stuart Neville. Se poi andiamo a scomodare Sua Maestà Tim Willocks e pensiamo a romanzi come “Il fine ultimo della creazione” oppure alla pietà per le vittime di un maestro assoluto come Derek Raymond che non rinuncia a punte di violenza ferina in “Il mio nome era Dora Suarez” be’ direi che è piuttosto chiaro quanto più amaro e tragico sia comunque il pulp europeo. Credo sia l’eredità di autori come Hoffman, Stevenson e Stoker che sono imprescindibili per un autore europeo che desideri occuparsi seriamente di pulp e crime fiction.

Gischler è stato senz’altro per te un maestro e una fonte di ispirazione, in cosa pensi il tuo stile differisca dal suo? E che effetto ti fa essere così apprezzato da un autore come lui?

L’effetto è pazzesco. Lui è uno Spirito Guida per me e sentire quello che ha scritto mi riempie di orgoglio e felicità, tanto più perché quando un grande autore americano scrive certe cose sul tuo stile pulp-noir, be’ è veramente il massimo. Certo, lui è una grande fonte d’ispirazione per il mio lavoro: dalle sequenze action a un certo tipo di dialogo, anche se poi io ho una serie di riferimenti europei che amo sperimentare e iniettare nelle mie storie e che inevitabilmente rendono la miscela diversa e – nel complesso – forse meno abrasiva e sarcastica ma più dark e cupa, specie pensando a “Regina nera” o magari a certe pagine di “Cucciolo d’uomo”… e poi io ho molti più personaggi femminili di lui eh eh.

Altri progetti per il futuro, oltre Mila?

Dunque citerei senz’altro “I cavalieri del nord”, il mio primo esperimento di fantasy storico in uscita a fine ottobre per Multiplayer Edizioni. Si tratta di una storia che racconta il viaggio – geografico e interiore – di un giovane Cavaliere Teutonico nell’Europa del 1240 fra Russia e Transilvania. Insieme a Wolf – questo il nome del personaggio – tanti co-protagonisti con due figure femminili che spaccano, almeno a mio modo di vedere, tanto che alla fine abbiamo deciso di intitolare il libro “I cavalieri del nord” perché il romanzo è diventato un affresco corale su un periodo storico poco frequentato dalla letteratura italiana. Naturalmente il Medio Evo onirico e violento di quel periodo lascia aperta la porta a notevoli commistioni fantasy di modo che ne esce un lavoro meticcio che secondo me ha una buona componente di originalità. Dopo di che, direi che Mila uscirà per Suhrkamp l’anno prossimo in Germania, Austria e Svizzera, ecco l’ho detto e francamente andare in catalogo in lingua tedesca con Don Winslow, Elmore Leonard e Joe R. Lansdale è una soddisfazione immensa, a dimostrazione di quanto poi questo personaggio abbia davvero sette vite. Adoro Mila per questo. Ho poi un progetto top secret in fase di definizione più un lavoro che dovrebbe coinvolgere anche Victor Gischler sui fumetti e che spero trovi presto il publisher giusto negli States. Dai, mi fermo qui.

:: La resurrezione della carne, Francesco Bianconi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 giugno 2015

7Anno Domini Duemila-e-non-si-sa. Sicuramente cinque, massimo dieci anni dalla data attuale. In una Milano post Expo, non più solo da bere, ma anche “da mangiare”, una città molto cambiata, mutata per certi versi in peggio, con la topografia totalmente stravolta, luoghi fantasma e infrastrutture mai rimosse dal 2015, c’è Ivan.

Ivan Sacchi, che di professione fa lo sceneggiatore un po’ poeta, come amano definirlo i suoi colleghi, canzonandolo. Autore di successo di una serie tv dal titolo La resurrezione della carne, un misto di zombie, inquadrature di sangue finto sull’asfalto, invasioni di non vivi – mezzi morti in piazza Duomo, metafore esistenziali poche perché è risaputo che, al giorno d’oggi, la gente vuole solo l’intrattenimento, quello cotto e mangiato, diciamo pure un po’ crudo, un po’ liofilizzato, assolutamente senza critica sociale. Anche gli americani vogliono i suoi zombie mangiacarne, sono disposti a pagare bene, sono disposti a pagare tanto.

La svolta, secondo gli altri.

La fama. I soldi. Tutto quello che ognuno desidererebbe.

Il nulla, secondo lo sceneggiatore.

Nonostante tutto, Ivan si sente vuoto e solo. Non apprezza il suo lavoro. A chi lo osanna vorrebbe dire che si è solo ispirato, anzi, che ha scopiazzato le scene più belle dei film horror più brutti e meno apprezzato di un Fulci, un Argento e un Andrea Bianchi, ma questo nessuno lo sa.

Lascia correre, Ivan. Tira avanti per apunia ed atarassia.

Finché non succede che incontra Giovanna, ragazza intelligentissima non appartenente al suo mondo di finzione. Si innamorano, si amano.

Finisce l’erba e l’acqua scola.
Un bimbo chiede come mai
fiorisca il cardo di viola,
poi fra le viole sceglie te.
Perciò stanotte dormi qui,
Che non esiste oscenità,
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità.
Non mi resta più nessuno,
Tranne te.”

da Nessuno, traccia contenuta nell’album Fantasma, Baustelle (2013)
Ivan ha così la sua prima resurrezione, si sente vivo. Hanno un figlio. Una vita ideale, eppure così normale. La normalità che Ivan cercava.

Eppure la vita rimane sempre quella che è, imprevedibile.

Un evento del tutto inaspettato arriverà a turbare il loro equilibrio, tanto che Ivan dovrà impegnarsi a risorgere di nuovo.

Quello che ho cercato di raccontarvi è il succo de La resurrezione della carne, secondo romanzo di Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, edito da Mondadori ed uscito in libreria lo scorso 9 giugno.

A quattro anni dal suo Il regno animale, Bianconi torna a scrivere.

Nozione abbastanza inesatta questa.

Per sua ammissione sappiamo che, prima di fare musica, fin da bambino ha sempre desiderato  diventare uno scrittore. Dobbiamo dire che ci è riuscito in tutto e per tutto, come ci ha ampiamente dimostrato coi testi dei suoi sei album scritti e composti per i Baustelle.
Quel lirismo intriso di realismo che, da anni, firma a sua musica e i suoi scritti, modus scribendi in ogni caso pieno di riferimenti colti eppure così vicino alla vita di tutti noi, ai nostri problemi e alle nostre paure.

Musica e scrittura si fondono in unicum che diventa, appunto, realtà.

La copertina de La resurrezione della carne sembra la versione più matura, cresciuta e stravolta di quella dell’ultimo album dei Baustelle, Fantasma (Warner Music, 2013).

A questo punto, non ci resta che aspettare (non senza una certa ansia) nuovi lavori in musica e poesia.

Francesco Bianconi, classe 1973, nato a Montepulciano, in provincia di Siena, è cantante e compositore nei Baustelle, gruppo alternative rock con cui dal 2000 al 2013 ha pubblicato sei album. Ha scritto anche canzoni per altri interpreti (Paola Turci e Irene Grandi, per dirne qualcuno). Il suo primo romanzo, Il regno animale, edito sempre da Mondadori, risale al 2011. Poeta e occhio critico dei nostri giorni, Bianconi sa unire parole e musica in un’armonia che non ha eguali nel panorama cantautorale degli anni zero.
(www.baustelle.it)

:: Io so perché canta l’uccello in gabbia, Maya Angelou, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

26 giugno 2015

6Questo libro di Maya Angelou, Io so perché canta l’uccello in gabbia, venne pubblicato per la prima volta nel 1969 e da subito fu accolto con grande successo. Beat edizioni lo ha rieditato di recente e leggendolo ci si addentra in un mondo nel quale la realtà raccontata ha degli aspetti molto simili alla nostra contemporaneità, dove sono ancora presenti, purtroppo, conflitti razziali. La Angelou è nota in America per essere stata una poetessa, attrice, sceneggiatrice e ballerina, ma quello che più traspare da questo volume di ricordi è l’immagine di una donna che ha sempre lottato e sofferto per poter affermare la propria libertà di essere e di vivere. Il libro non è un diario, ma più un racconto biografico scritto dall’autrice per narrare il suo mondo privato e quanto fosse difficile crescere negli USA tra gli anni ’30 e ‘40. Si parte dall’infanzia trascorsa in Missouri, assieme al fratellino, nell’emporio della nonna paterna, una donna conosciuta e rispettata da tutti. I due ragazzini vivevano con la nonna perché i loro genitori erano separati e non si facevano vedere e sentire, tanto è vero che ad un certo punto i due ragazzini crederanno di non avere genitori. Come emerge dalle pagine della Angelou, la vita con la nonna non era male, perché l’attività commerciale della donna le permetteva di guadagnare abbastanza per garantire una vita degna a se stessa e ai suoi familiari. L’anziana signora amava i nipoti, ma li trattava con molta severità e ogni piccola trasgressione veniva punita in modo brutale, anche se la colpa presunta non era così eccessiva. Ad un certo punto Maya e il fratello vedranno ricomparire all’orizzonte mamma e papà e si renderanno conto di non essere orfani come avevano creduto. In un primo momento i fratellini andranno a vivere con la madre. Per loro sarà un trionfo raggiungere quella donna così bella e affascinate da sembrare un’attrice di Hollywood, ma tutto si complicherà quando il compagno della donna violenterà Maya. La ragazzina soffrirà, però grazie alla mamma, al fratello e ai tanti libri che leggerà riuscirà ad accantonare le esperienza traumatiche. A farle capire l’importanza dell’avere propri diritti, sarà il breve periodo di convivenza con dei ragazzi di strada che aiuteranno Maya a trovare il percorso, un po’ difficoltoso, verso la propria indipendenza. Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou racconta la vita ai tempi della segregazione razziale ponendo attenzione sulla comunità afroamericana nella quale l’autrice stessa visse. Pagina dopo pagine emerge il desiderio della Angelou di essere indipendente da tutto e tutti, un tenacia che la porterà ad essere la prima donna alla guida in una mezzo pubblico a San Francisco. Io so perché canta l’uccello in gabbia è un intenso insieme di ricordi, emozionanti pezzi di vita dove gioia, dolore, ingenuità, voglia di riscatto morale e di vivere si mescolano narrando la storia di una singola persona e di un’intera comunità, quella dei neri d’America, che ancora oggi devono lottare per ottenere e mantenere i propri diritti e il rispetto. Traduzione Maria Luisa Cantarelli.
Vi consiglio anche la lettura di Radici, di Alex Haley, Ragazzo negro di Richard Wright, Il buio oltre la siepe di Harper Lee e The Help di Katherine Stockett.

Maya Angelou, nata a St. Luois è morta il 28 maggio del 2104 a 86 anni. Durante la sui vita pubblicò un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. La scrittrice è considerata un baluardo della cultura afroamericane e ha ricevuto una nomination al premio Pulitzer e numerosi Grammy Award. Attiva nel movimento per i diritti civili, ha lavorato a fianco di Malcolm X, conosciuto nel Ghana, e, dopo il suo assassinio, con Martin Luther King, Jr. Dopo la pubblicazione di Io so perché canta l’uccello in gabbia divenne testimone della battaglia antirazzista e nel 1993 lesse i suoi versi poetici per il primo mandato del presidente Bill Clinton, che la invitò alla cerimonia. Nel 2011 ricevette dal presidente Barack Obama, la medaglia della Libertà 2010, la più importante onorificenza civile americana.