:: E per Natale regalate un libro – 2016

21 novembre 2016

nataleCome l’anno scorso, in occasione del Natale, ho chiesto ai collaboratori di Liberi di Scrivere di elencarmi 5 libri da regalare in queste festività. Qui di seguito alcuni consigli, in parte aggiornati anche con le più recenti novità, ma ci sono anche numerosi classici. Nella mia lista ho scelto 5 libri di quelli comprati in questi giorni. Consiglio comq di vedere anche le scorse stagioni della rubrica, troverete sicuramente consigli adatti ad ogni occasione. Seguiteci, che man mano aggiorno il post.

Questi sono i miei:

Racconti del jazz, Francis Scott Fitzgerald, Mondadori 1999, Traduttori: Giorgio Monicelli, Bruno Oddera
Genius, Andrew Scott Berg Elliot editioni 2016, Traduzione di Monica Capuani
Strane lealtà, William McIlvanney, Feltrinelli 2016, Traduzione di Alfredo Colitto
Il mio angelo ha le ali nere, Elliott Chaze, Mattioli 1885 2016, Traduzione di Nicola Manuppelli
On writing, autobiografia di un mestiere, Stephen King, Frassinelli 2015, Traduzione Giovanni Arduino

Irma Loredana Galgano

Giorgio Glaviano “Sbirritudine” Rizzoli
Carlo Petrini “Buono Giusto Pulito” Slow Food- Giunti
L.K. Brass “I mercanti dell’Apocalisse” Giunti
Roberto Corradi “Manuale distruzione” Sperling Kupfer
Daniele Autieri “I giorni della cagna. La presa di Roma” Rizzoli

Maria Anna Cingolo

-“Se una notte d’inverno un viaggiatore“, Italo Calvino
-“La via del male“, Robert Galbraith
-“Una stanza tutta per sé“, Virginia Woolf
-“Il porto proibito“, Teresa Radice e Stefano Turconi
-“Uomini e topi“, John Steinbeck

Viviana Filippini

– La trilogia di Kent Haruf (cofanetto),
Furore di Steinbeck
Fiabe islandesi ed iperborea
Olga di carta della Gnone
Anna Edes, Dezso Kosztolànyi, ed, Anfora.

Elena Romanello

Kobane calling di Zerocalcare
Victoriana di Franco Pezzini
Solo per sempre tua di Louise O’Neill
I grandi romanzi di Wilkie Colllins
La principessa nel bosco di Neil Gaiman

Federica Belleri

Come bestie ferite, di Luca Bonzano
Il mandarino meraviglioso, di Asli Erdoğan
Spaghetti Paradiso, di Nicky Persico
Il prigioniero della notte, di Federico Inverni
Bianca da morire, di Elena Mearini

Daniela Distefano

Lettere dal confino di Leone Ginsburg;
Quaderni del carcere di Antonio Gramsci;
I racconti di Italo Calvino.
Il Vangelo secondo Giovanni;
Il Diavolo  e la signorina Prym di Paulo Coelho

Lorenzo Mazzoni

La fortuna ti sorride, Adam Johnson (Marsilio);
London Orbital, Iain Sinclair (Il Saggiatore);
Appunti da un bordello turco, Philip O Ceallaigh (Racconti Edizioni); Warlock, Oakley Hall (Edizioni SUR);
Il simpatizzante, Viet Thanh Nguy (Neri Pozza)

Lucilla Parisi

Una moglie a Parigi – Paula McLain (Neri Pozza)
A sud del confine, a ovest del sole – Haruki Murakami (Einaudi)
Odio sentirmi una vittima – Susan Sontag (Il Saggiatore)
M Train – Patti Smith (Bompiani)
La mia vita con Picasso – Francoise Gilot e Carlton Lake (Donzelli)

Micol Borzatta

Shantaram” – Gregory David Roberts (Neri Pozza)
Ninfee nere” – Michel Bussi (E/O)
La donna della cabina numero 10” – Ruth Ware (Corbaccio)
Una presenza in quella casa” – Paige McKenzie (Giunti)
Il risveglio di Sunshine” – Paige McKenzie (Giunti)

Diego Di Dio

Il Buio Dentro (Antonio Lanzetta)
La mappa della città morta (Stefano Santarsiere)
Neve, cane, piede (Claudio Morandini)
La collera di Napoli (Diego Lama)
Dylan Dog- dopo un lungo silenzio (Tiziano Sclavi)

Giulia Gabrielli

Il viaggio di Elisabet, Jostein Gaarder : per primo, assolutamente, è la cosa più natalizia che conosco e la più tenera
Annientamento, Jeff VanderMeer : è il libro che ho ricevuto io lo scorso natale e uno di quelli che ho più apprezzato quest’anno
Bone, Jeff Smith : altro regalo di natale, ma di un paio di anni fa. Un fantasy dal tratto dolce e morbido, adattissimo alle festività
Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien : perché non si possono passare le feste senza un po’ di Tolkien
Un pacifico matrimonio, Doris Lessing : profondo e riflessivo, questo è da leggere in un momento in cui gli si può dedicare molto del proprio tempo.

:: Gruppo di lettura – Liberi di scrivere

8 dicembre 2016
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Fritz Baumgarten

Tra le varie nuove attività che vorrei far partire dal prossimo anno, per creare aggregazione, per aumentare la partecipazione dei lettori, e anche semplicemnte per divertirci leggendo, penso che tutti i lettori del mio blog considerino la lettura un’attività privilegiata, per cui sono certa che accoglierete la notizia almeno con curiosità. Avrei in mente un gruppo di lettura online con incontri a cadenza mensile, un libro scelto condivisamente, con casa non un luogo fisico, ma questo blog. Che ne dite? Vi piacerebbe partecipare, dire in pubblico, con la massima libertà cosa si pensa di un libro, cosa ci ha lasciato, anche cosa non ci è piaciuto. Io fungerei da moderatore. Massimo rispetto e dignità per le opinioni di tutti, in un clima naturalmente di educata goliardia. Inizieremo tutto da capo, dovremo imparare a conoscerci, ma in cambio della nostra costanza saremo ripagati con gli interessi. Lo so è un impegno, ma svolto in massima libertà. Senza drammi se si esce dal gruppo, o poi magari si rientra. Le regole le perfezioneremo col tempo. Ci sono già tanti gruppi di lettura in Italia, il nostro si aggiungerebbe quindi ai tanti che già diffondono la lettura nel nostro paese. Che ne dite? vi va di iscrivervi? di provare?

Le regole

Iscriversi nella pagina che dedicherò al gruppo di lettura.

Procurarsi il libro che ogni volta sarà condivisamente scelto con un apposito sondaggio.

Riunirci qui sul blog con cadenza mensile ogni ultimo sabato del mese dalle 18, 00 alle 19,00.

Rispettare le opinioni di tutti. Toglierò la moderazione ai commenti in quell’orario, ma comportamenti scorretti saranno sanzionati.

La partecipazione è libera, gratuita e aperta a tutti.

 

:: Come scrivere (bene) una recensione on line

7 dicembre 2016

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Premetto subito (meglio mettere le mani avanti, un cave canem non guasta mai) non è un post serioso, ne tanto meno brillantemente approfondito o di quelli che mettono la parola fine all’argomento. Non mi illudo di scrivere la Bibbia dei recensori, insomma. Ne tantomeno sono Harold Bloom. (Anche se giuro la tentazione di scrivere un ebook un po’ più corposo sull’argomento, con esempi pratici e tutto il resto, mi è venuta).

Allora mi chiederete perché lo scrivo? Già bella domanda. Innanzitutto perché scrivo recensioni ormai da una decina d’anni, e amo migliorarmi. Qualche segreto con gli anni comunque l’ho imparato, e infondo mi piaceva vedere nero su bianco uno schema, spero valido, a cui attenersi quando si cimenta con questa impresa. Iniziamo subito col dire che scrivere una recensione è un’arte, c’è chi c’è portato e chi no. Certo si può migliorare con la tecnica e l’esperienza, ma se si è proprio negati non bisognerebbe praticarla.

Da cosa si capisce se si è negati? C’è un criterio molto semplice, e anche se soggettivo, infallibile. Amate scrivere recensioni? Se la risposta è sì, perseverate e non arrendetevi agli ostacoli che troverete sul vostro cammino. Se è no. Beh, rivalutate l’arte del ricamo, dell’equitazione, della pesca con la mosca. Nessuno ci obbliga a scrivere recensioni. Nessuno da noi le pretende.

Chiarito questo, se digitate su Google, (è il motore di ricerca che uso più spesso, ma anche altri fanno bene il loro mestiere), Come scrivere una recensione, si aprirà sotto i vostri occhi un mondo. Circa 5 milioni di risultati. Solo in italiano. Tanto da farvi capire quanto l’argomento è sentito e dibattuto. Quindi qualcuno questa chiave di ricerca la usa, da oggi se tutto va bene troverà anche il mio post.

Molte ragazze, ma non sottovalutiamo i ragazzi, si stanno avvicinando al mondo del blogging letterario. Aprono blog, leggono riviste di critica, passano il loro tempo secondo me nell’attività più bella del mondo (sono di parte, non fateci caso). Mentre le statistiche ci dicono che la gente legge sempre meno, loro eroici resistono. E’ per loro che scrivo questo post, e per tutti coloro che pur facendolo da anni sono ancora curiosi.
Questo è il mio metodo, totalmente personale, nessuno è obbligato a seguirlo, tanto meno a condividerlo.
Dopo questo lungo preambolo arriviamo ai punti chiave.

Leggete, leggete veramente i libri che recensite. Sembra una banalità, ma leggenda metropolitana vuole che molti recensori o giornalisti non leggono davvero tutti i libri che per hobby o per lavoro sono chiamati a recensire. Voi cercate di fare la differenza. Eleggete questo consiglio a scrupolo morale. Leggete, sottolineate, cercate i passaggi più significativi, per voi. Non vi limitate a leggere le sinossi, e trasformarle in recensioni. Soprattutto all’inizio è una tentazione forte, quando non si ha ancora uno stile personale, e le sinossi sembrano scritte sempre meglio dei nostri scarabocchi.

Siate personali, unici, distinguetevi.
Leggete i generi che preferite, non quelli a più largo consumo, o più di moda. I vostri lettori lo apprezzeranno, e cercheranno sempre voi quando vogliono farsi un’ idea su un libro.
Il corpo di una recensione è abbastanza standard. In prima battuta è necessario pubblicare la foto dell’edizione che esaminerete, citando tutti i dati: titolo, autore, editore, anno di pubblicazione, eventualmente curatori, prefatori, etc… Se il testo è tradotto da un’ altra lingua non dimenticatevi mai il nome del traduttore. Lo so molti giornalisti non lo fanno, ma è un dato molto importante per il lettore e un segno della vostra professionalità. Poi potete aggiungere eventualmente anche altre informazioni come il prezzo, il numero di pagine, il genere, maggiori informazioni date, più la vostra recensione può risultare utile.

Un errore molto frequente, che mai sapremo abbastanza quanti lettori ci aliena, è scrivere recensioni fatte unicamente di trama.

La trama è importante, ma breve, un accenno, fatta di citazioni intessute nel testo, in cui mai e poi mai direte chi è l’assassino o svelerete i colpi di scena più divertenti. Scrivere troppi spoiler è paragonabile a un crimine. A meno che non l’ho anticipiate con un bel disclaimer, questa non è una recensione, è un’analisi del testo. Tanto spazio dedicate alla trama, altrettanto spazio lo dedicherete a cosa ne pensate del libro, a cosa avete amato di più, a cosa meno. Potrete iniziare un accenno di analisi testuale, ma ricordatevi che le regole di una recensione online sono diverse dalle regole di una recensione su carta, su riviste di critica.

Adeguate il vostro stile al medium che utilizzate. Insomma scrivete articoli a seconda delle riviste, dei siti, sui quali verranno pubblicati,a seconda del target di lettori che vi leggeranno.

E non abbiate paura di dire cosa pensate. Restando nel campo del buon senso e della buona educazione, potete dire tutto. Una recensione è un’ opinione personale. Da chiunque, autori, editori, lettori, va considerata come tale. Elogiare un libro brutto vi farà del male, aggiungerà tanta polvere sulla vostra felicità di scrivere. Piuttosto non recensite. Se avete degli impegni, spiegate le vostre ragioni a direttori di testata, editori, autori. Educati, ma fermi.

Particolare attenzione e sensibilità è necessaria con la letteratura per l’infanzia. Siate ancora più attenti, e se è il caso severi.

Ecco credo di aver detto tutto, almeno le cose più importanti. Poi magari lo scrivo un testo più tecnico, chissà.

:: Mickey – Uomini e topo, Tito Faraci (Add editore, collana Incendi- narrazioni combustibili, 2016), a cura di Maria Anna Cingolo

6 dicembre 2016
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La collana Incendi di Add editore racconta la passione di artisti di ogni tipo, sperando che quel fuoco vivo che ha incendiato la vita di scrittori, pittori, sportivi e musicisti spinga “il lettore a fare propria quella passione, o a cercarne altre, ancora più deflagranti.” Tra queste  “narrazioni combustibili” c’è quella di Tito Faraci: “MICKEY, uomini e topo”.

Questo libro è come una chiacchierata in un bar. Come se fossimo seduti al bancone e io vi parlassi di Topolino, spiegandovi perché è così importante per me. Spiegandolo anche a me stesso (…) Quindi ora mettetevi comodi e ordinate un’aranciata (nei bar di Topolinia si beve quella). E ascoltate una storia, fatta di tante storie. Compresa la mia. (pag. 7)

Il libro di Tito Faraci inizia in modo calviniano, catturando immediatamente l’attenzione del lettore e catapultandolo inevitabilmente a Topolinia, senza quasi nemmeno aver iniziato a parlare del suo abitante più famoso.
Generazioni sono cresciute con Topolino, il settimanale che Tito distingue bene dal personaggio attraverso l’uso del corsivo, e in moltissimi hanno imparato a leggere proprio associando le immagini ai testi dei baloon. Eppure quasi tutti preferiscono Paperino e Paperopoli alle avventure del topo con le orecchie tonde che, infatti, viene solitamente considerato antipatico e troppo perfettino, come se Topolino se la tirasse e fosse sempre pronto a fare il primo della classe. Leggendo questo libro capirete quanto tutto questo non sia vero: Faraci cade consciamente nella trappola della sfida tra papero e topo, risolvendo l’agone a favore di quest’ultimo e con argomentazioni che vi sorprenderanno, soprattutto se siete tra quelli che, dopo aver fatto acquisti in edicola il mercoledì, saltano le storie ambientate a Topolinia.
Tito Faraci ci racconta un altro Topolino, quello vero, che da giovane era folle e scavezzacollo nei cartoni animati (come si vede in “Streamboat Willie” e “Plane Crazy”) ma che poi è cambiato, è diventato responsabile e ha fatto le giuste amicizie. Secondo Tito, è semplicemente cresciuto.

“L’irresponsabilità si è trasformata in autentico coraggio. La follia in capacità di accettare e affrontare ciò che sembra impossibile. L’anarchia in indipendenza e autonomia di pensiero. Imparando a uscire dai propri guai, Topolino ha imparato a togliere gli altri dai loro.” (pag. 74-75)

Topolino è gentile dentro e ha tanti amici. Faraci parla anche di loro: Pippo, Pluto, Basettoni, Manetta, Zapotec e Marlin; attraverso la penna di Faraci persino Gambadilegno diventa un nemico-amico e sono interessantissime le pagine che in “Mickey, uomini e topo” sono dedicata al buon vecchio Gamba.
L’autore, inoltre, difende il mondo del fumetto da chi vuole declassarlo e descrive il suo lavoro di sceneggiatore: gli orari, cosa pensa la gente di lui, come si scrive un soggetto, la realtà da cui si prende spunto, quali sono gli argomenti e le parole tabù in Topolino. Faraci ci parla della redazione, che è come una famiglia, e dei colleghi che stima (per citarne alcuni Cavazzano, Ziche, Artibani, Enna e Casty, secondo il fandom un nemico-amico); ci informa sui grandi nomi che hanno scritto e disegnato Topolino (Gottfredson e Scarpa per esempio) ma anche sulla sua ricerca di autori nuovi a disposizione dei quali mette tutta la sua esperienza. Insomma, come promesso nel titolo, vengono raccontati uomini e topo.
Protagonista di questo libro, però, è il rapporto privilegiato tra Tito e Topolino, al quale Faraci vuole davvero bene e ha dedicato tutta la sua vita. Anche quando durante la sua carriera si è allontanato dalla redazione, è stato per poi ottenere una visione d’insieme e capire che senza Topolino non poteva proprio stare. Topolino è suo amico anche se non si sono mai incontrati e Tito ci confessa che sta ancora sperando di ricevere una sua telefonata.

Tito Faraci (nome d’arte di Luca Faraci) nasce a Gallarate il 23 maggio 1965. Fumettista e scrittore, emerge a metà degli anni novanta. È autore di storie per Topolino, PKNA, Dylan Dog, Martin Mystère, Tex, Zagor, Diabolik, Lupo Alberto e tra i primi scrittori italiani ad essersi confrontato con personaggi della Marvel Comics, come Uomo Ragno, Devil e Capitan America. Recentemente ha pubblicato “La vita in generale” (Feltrinelli 2015) ed è autore, insieme allo youtuber Sio, di “Le entusiasmanti avventure di Max Middlestone e del suo cane alto trecento metri” (Feltrinelli, 2016)

Source: ebook inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Enea di Add editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le donne erediteranno la terra di Aldo Cazzullo (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

6 dicembre 2016
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Aldo Cazzullo in Le donne erediteranno la terra esordisce affermando che «il nostro sarà il secolo del sorpasso». Inizia così una nutrita serie di postulati, che l’autore elenca fin dall’introduzione al testo, volti a rafforzare la sua tesi, o meglio la sua ipotesi.
Cazzullo evoca il genio femminile, racconta di battaglie contro le ingiustizie e le violenze, contro il masochismo che «ancora le induce a sacrificarsi e a darsi all’uomo sbagliato» e va avanti con questo registro narrativo per oltre cento pagine.
La domanda che viene in mente fin da subito al lettore è: dove vuole andare a parare l’autore quando sostiene che le donne erediteranno la terra?

«Comincia il tempo in cui le donne prenderanno il potere. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo.»

Quindi, in buona sostanza, le donne devono continuare a svolgere il ruolo che è sempre stato riservato loro, volenti o nolenti, solo che ora possono e devono farlo in grande. Devono “accudire” l’intero pianeta, per “rassettare” e riassettare il caos creato dagli uomini.
Sembra incredibile eppure è proprio questo il ragionamento che segue l’autore.
Cazzullo dedica il libro a sua figlia e a «tutte le ragazze nate nel 2000 che erediteranno la terra». Perché proprio le ragazze nate nell’anno 2000? Il voler rimarcare un grosso cambiamento in atto o solamente sperato individuando una data certa ricorda una certa prassi, tra l’altro anche un po’ superata, di inquadrare fenomeni ed eventi entro precisi limiti temporali. Così è stato fatto per la storia, per la letteratura… e così l’autore vuol fare per il “sorpasso” delle donne sugli uomini.
In realtà leggendo il libro di Cazzullo sembra più che quanto scrive siano mere speranze, desideri di un padre cresciuto secondo i dettami della ideologia “antica” che si sforza di trovare le ragioni del cambiamento più in se stesso, per il “bene” e per il futuro della propria figlia.
L’autore mette nel piatto della bilancia qualche dea romana e alcuni miti greci, le arcinote vicende di Giovanna d’Arco e Santa Caterina da Siena, qualche attrice famosa, Rita Levi Montalcini che oltre a essere stata una brava scienziata era anche ebrea. Lo sterminio è sempre un argomento che prende e infatti l’autore cita svariati esempi di donne che sono scampate alla furia nazista. Sarebbe stato interessante poter leggere anche di altri esempi, che riguardavano altri popoli, gente diversa, differenti colori ma che narravano sempre del coraggio delle donne.
Quando lo fa, elencando le donne europee che hanno scalato la piramide del potere politico, scivola in inutili commenti che demarcano una visione troppo partitica della società. «Persino l’arrembante destra populista si affida alle donne», dice parlando di Marine e Marion Le Pen, Frauke Petry e Beata Szydlo.
Secondo Cazzullo, oggi una donna per emergere «deve troppo sovente comportarsi come un uomo, muoversi come un uomo, quasi “diventare” un uomo». Lui si augura invece che «le nostre figlie potranno valorizzarsi esprimendo appieno la loro femminilità». Ritorna poi sull’argomento parlando di chirurgia estetica e sconsigliando alle donne di effettuare ritocchini in quanto il più delle volte le rendono «meno invitanti» agli occhi maschili.
Ci sono molti buoni motivi per provare a far desistere una donna dalla volontà di sottoporsi a interventi di chirurgia estetica non legati al proprio stato di salute, fisico o mentale, ma quello addotto dall’autore proprio non convince, per non dire che è irritante.
La libertà di una donna non sta anche nel fare scelte indipendenti e non condizionate dall’idea di essere o meno invitante per gli uomini?
L’ipotesi di Aldo Cazzullo si basa in prevalenza sugli esempi di “donne che hanno fatto storia”. Scrittrici, attrici, protagoniste di romanzi, studiose e scienziate, vittime… ma in tutta onestà affermare che le donne erediteranno la terra sulla base di detti esempi è una costruzione un po’ labile. Chiunque può scrivere un libro similare elencando esempi maschili, che pure ci sono, e affermare in base a questo che “gli uomini custodiscono l’eredità della terra”.
Le donne erediteranno la terra di Aldo Cazzullo sembra una sorta di canovaccio per la stesura di una lettera, non un libro, indirizzata a qualcuno in particolare non un pubblico generico, dal quale emerge con chiarezza che l’idea portata avanti dall’autore è quella di una rivincita delle donne, in particolare quelle nate nell’anno 2000, come sua figlia. Un desiderio di rivincita e di rivalsa che però è ben lontano dal concetto di rispetto parità e collaborazione necessario affinché vero cambiamento sia.

Aldo Cazzulllo è nato ad Alba, in provincia di Cuneo, il 17 settembre del 1966. Figlio di un bancario, inizia la sua carriera giornalistica a soli 17 anni, quando comincia a collaborare con un quotidiano locale di sinistra, “Il Tanaro”. Passa poi alla redazione di un’altra testata locale, il settimanale diocesano “La Gazzetta d’Alba”. Successivamente si trasferisce a Milano, dove frequenta la scuola di giornalismo. Nel 1988 inizia a lavorare, in un primo momento come praticante, alla redazione del quotidiano “La Stampa”. Nel 1998 si trasferisce a Roma e nel 2003, dopo quindici anni di lavoro con il quotidiano torinese, passa alla redazione del “Corriere della Sera” in qualità di inviato speciale ed editorialista. Nella sua lunga carriera giornalistica ha raccontato le Olimpiadi Atene, gli attentati dell’11 settembre, il G8 di Genova, gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi, l’elezione di Benedetto XVI, la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio del 2006 e molti altri eventi significativi della storia recente. E’ autore di numerose opere. Ha esordito nel 1996 con il volume dal titolo “Il mal francese. Rivolta sociale e istituzioni nella Francia di Chirac”. Ha due figli, Francesco e Rossana.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Il diciassettesimo conte, di Patrizia Marzocchi (Centoautori, 2016) a cura di Federica Belleri

6 dicembre 2016
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Jole e Johnny sono cugini. Hanno un’agenzia di investigazioni low cost a Bologna. Lui scrive romanzi rosa, lei li firma. Johnny è omosessuale, preso dalla filosofia Zen. Jole è in sovrappeso, fuma e non si piace per niente.
Jole ha una talpa all’interno della questura e un’amicizia burrascosa con il commissario Pedroni, uomo spigoloso ed egoista, che non esita ad usarla per avere informazioni da lei, per poi mollarla senza modo al suo lavoro di investigatrice. Jole è vulnerabile, si arrabbia spesso e ritiene il commissario un personaggio da abbandonare il prima possibile. Riuscirà davvero a fare a meno di lui?
A clienti piuttosto ordinari, se ne affianca uno con una richiesta singolare: un’indagine “non ufficiale” su una potente e antica famiglia, i Castelli della Torre. La loro storia è davvero complicata e il castello nel quale vivono, il Castellaccio vicino a Bologna, è simile a un feudo. Un vero e proprio maniero che domina tutto, tramandato da padre in figlio.
Da una parte Jole ci porta in bicicletta a zonzo per i quartieri bolognesi che conosce molto bene, ci fa sentire a casa e permette al lettore di meravigliarsi delle bellezze della sua città. Dall’altra ci fa conoscere il potere del denaro e i segreti inconfessabili dei conti Castelli della Torre. Una casata composta da uomini ricchi e troppo sicuri di sé e da donne che sembrano tristi e malinconiche. Ovunque, nel castello, si respira nobiltà, dignità e senso del dovere. È così?
Dal fascismo ai desaparesidos, da Londra a Roma, la crudeltà non ha confine. Chi decide e chi subisce. Chi organizza con freddezza e chi soffre di un dolore muto, che stratifica nel tempo. Chi fugge e chi desidera soltanto acquisire un titolo. Cosa è giusto sapere di questa famiglia? È sempre corretto cercare la verità e riesumare il passato?
Cosa nascondono le mura di Castellaccio? Omicidi o tragici incidenti?
I Castelli della Torre hanno un nome da preservare. Chi paga per tutti? Chi è stato ingannato?
Il diciassettesimo conte mi ha ricordato i gialli di Agatha Christie e di P.D. James. La sfida è stata affidare l’indagine a Jole, una donna che non ha stima di sé, teme la sfiducia da parte degli altri e si sente spesso a disagio. Sfida accolta e ben riuscita. L’improbabile e l’inaspettato formano un mix ideale, che cattura l’interesse del lettore. Un giallo che mi ha particolarmente colpito per la trama, il ritmo e la scelta dei personaggi, anche quelli minori. Consigliato.

Patrizia Marzocchi insegna Lettere nella scuola media. Ha pubblicato numerosi romanzi per ragazzi per Mursia e Salani. I più recenti sono La staffetta delle valli e Ricordare Mauthausen (Gruppo editoriale Raffaello). Ha pubblicato anche romanzi gialli, tra cui Le coincidenze necessarie (Kowalski).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Centoautori.

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:: Il settimo manoscritto, di Fabrizio Santi (Newton compton, 2016) a cura di Federica Belleri

5 dicembre 2016
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Giulio Salviati ha scritto due romanzi gialli di grande successo. Il suo editore sta aspettando il terzo, ma le idee scarseggiano. Non riesce a produrre nulla. Fino ad un misterioso incontro con un uomo dal lungo mantello e il viso nascosto da un cappuccio. Un manoscritto del Cinquecento è stato rubato. Nasconde un enigma mai svelato. Perché l’uomo incappucciato chiede aiuto proprio a Giulio? Cosa contiene il manoscritto da meritare un’attenzione particolare?
L’autore, con “Il settimo manoscritto”, ci porta a Roma attraverso quartieri storici. Ci fa entrare a Villa Chigi, a Palazzo Corsini, a Villa Farnesina e a Palazzo Spada, solo per citare alcuni luoghi di immenso valore. Ci affidiamo poi al protagonista per visitare un monastero in Val di Susa e un convento di suore di clausura. Ci intrufoliamo in biblioteche e archivi storici, cercando la verità sugli scaffali colmi di testi speciali. Accompagnamo Salviati in un’indagine parallela, alla ricerca di un ladro e un assassino pericoloso …
Un messaggio da decifrare, con intuito e intelligenza. Un labirinto di specchi e una serie di cunicoli sotterranei. Luci intermittenti che si vedono attraverso le finestre di un palazzetto all’apparenza disabitato. Omonimie e somiglianze. False prospettive che ingannano la vista e l’udito. Equilibri di ricostruire. Una ricerca a tutto tondo attraverso l’arte, la storia, la filosofia, la scienza e la biologia. Parole su carta tramandate nei secoli, per una diversa visione del tempo e dello spazio, dove corpo e spirito si uniscono. Per dare importanza alla direzione dello sguardo, all’istinto femminile e alla concretezza che contraddistingue il maschio. Guardare per osservare, per soffermarsi e capire …
Intrigante la trama. Buono il ritmo di scrittura. Consigliato.

Fabrizio Santi è nato e vive a Roma. È laureato in Lingue e letterature straniere e insegna inglese in un liceo scientifico romano. Il quadro maledetto, il suo primo romanzo, è stato per settimane in vetta alle classifiche.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: The Doldrums, Nicholas Gannon, (Mondadori, 2016) a cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2016
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Archer Helmsley potrebbe sembrare un ragazzino come tanti altri diviso tra scuola, amici e sport, ma lui è il protagonista di The Doldrums il primo romanzo dell’americano Nicholas Gannon. Il giovane Helmsley vive con la madre e il padre nella casa dei nonni. L’edificio ha una forma insolita ed è pieno di animali imbalsamati con i quali Archer parla in segreto per non farsi scoprire da nessuno. Archer trascorre una vita nella quale la madre lo controlla e cerca di proteggerlo da qualsiasi cosa. L’atteggiamento della donna potrebbe essere visto come ossessivo e oppressivo ma, la mamma del protagonista è preoccupata per l’incolumità del figlio a causa del trauma causato dalla scomparsa improvvisa dei nonni esploratori di Archer, spariti durante una spedizione in Antartide, senza lasciare tracce. Grazie al fiuto di Oliver, inseparabile amico, il protagonista entra in possesso di un diario e di lettere misteriose scritte proprio dal nonno. La curiosità è tanta e, nonostante lo status iperprotettivo della madre, Archer comincia a viaggiare sulle ali della fantasia, nel tentativo di capire come trovare i nonni scomparsi. Ad aiutarlo in questa mirabolante ricerca Oliver, un giovane aspirante timido filosofo, che con le sue riflessioni riesce a riportare l’amico Archer nel mondo reale e Adelaide, una ragazzina arrivata dalla Francia con il padre. Lei è una ex ballerina con una gamba di legno. Il romanzo di Ghannon è una storia curiosa ed avvincente nella quale Archer dimostra di avere tanta fantasia – per qualche insegnate molto austero anche troppa – ma essa è la peculiarità del suo carattere. Sarà proprio questa qualità che permetterà al protagonista di condividere, con i due amici, rocambolesche avventure in mondi in bilico tra realtà e dimensione fantastica, sempre alla ricerca dei nonni scomparsi nel nulla. A rendere ancora più avvincente la storia, oltre al ben costruito intreccio narrativo, ci sono le illustrazioni dettagliate ed eleganti realizzate dallo stesso autore. The Doldrums (che tradotto vuol dire I depressi) di Nicholas Ghannon è un romanzo per giovani lettori e bastano poche pagine per scoprire che i protagonisti della storia sono tutt’altro che scoraggiati. Anzi, nel libro Archer, Oliver e Adelaide sono al centro di una vicenda narrativa che tratta temi come la ricerca della proprie radici, della propria identità, l’amicizia e l’aiuto tra le parti per la buona riuscita di una missione. A dire il vero, credo che anche gli adulti dovrebbero leggere The Doldrums di Gannon per riscoprire come, a volte, anche se diventati grandi è sempre importante mantenere viva in noi la capacità di vedere il mondo con gli occhi stupiti e curiosi di un bambino. Traduzione A. Carbone.

Nicholas Gannon è autore e illustratore. Si è laureato alla Parsons Design School e vive a Brooklyn. Ha realizzato i primi schizzi di The Doldrums su delle piccole travi di legno che conserva ancora nella casa che ha costruito con le sue mani.

Fonte: acquisto del recensore.

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:: La principessa sbagliata, Ester Trasforini (Gainsworth editore, 2016) a cura di Elena Romanello

5 dicembre 2016
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In una foresta impenetrabile c’è una torre in cui un drago tiene prigioniera una bella principessa. Il re suo padre ha promesso una ricompensa a chi la libererà, in molti prodi cavalieri hanno già tentato l’impresa, fallendo: si fa avanti la boscaiola Gemma, che ha tanto bisogno di quei soldi per migliorare la sua vita, ma quello che troverà nella torre sarà molto diverso da quello che pensava e sarà l’inizio di un’avventura trascinante e fuori dagli schemi…
Oggi si parla molto di stereotipi di genere che bisogna superare, di nuove storie che bisogna raccontare soprattutto ai suoi giovani: Ester Trasforini debutta nella letteratura con questo romanzo fiabesco e irriverente, un fantasy che si rifà alle fiabe classiche e alla tradizione di leggende sui draghi, animali che da tempo sono stati rivalutati, con una storia piacevole per tutte le età.
Perché le principesse possono essere molto diverse da quello che si pensava, così come i draghi, e anche i salvatori possono essere salvatrici e non certo di sangue blu, e nelle foreste si possono incontrare tante creature insolite e fuori dalle righe, come uno zombie spaventapasseri in cerca anche lui di una sua identità.
Non è la prima volta che il fantastico in tutte le sue forme parla di ruoli e di eroine, anzi a fantaascienza e fantasy dobbiamo tutta una serie di protagoniste interessanti, guerriere, maghe e regine con grande potere, che hanno portato linfa nuova e suberato tanti stereotipi, molto più che in altri generi. Qui però si va oltre, si crea un’eroina per caso, anzi una protagonista in cerca solo di un guadagno facile, perché nel fantastico spesso si dimenticano gli aspetti pratici della vita, tipo guadagnarsi il pane, cosa comune però sotto tutte le latitudini e in tutti i mondi.
Nelle pagine de La principessa sbagliata c’è anche una forte componente umoristica, non così presente di solito nel fantasy, anche se Gainsworth sembra interessato anche a dar voce a questo filone del fantastico, che sdrammatizza grandi avventure e eroi in tutte le forme, raccontando che ci sono mille strade per vivere avventure e alla fine arrivare all’happy ending da fiaba, andando anche oltre ruoli e abiti che si indossano.
La principessa sbagliata è un romanzo per ragazzi e ragazze, ma anche per adulti, soprattutto per chi negli anni si è stufata di principesse sempre in attesa di principi azzurri che le salvassero. Perché nella vita reale, si sa, ci si salva da soli o con l’aiuto non di principi ma di persone un po’ più reali, come la boscaiola Gemma.

Ester Trasforini, ferrarese, classe 1990, si è occupata di tematiche sociali e adolescenziali a partire dalla sua esperienza nel servizio civile, ma le sue passioni sono i libri e l’animazione. Ha scritto diversi racconti, come Coengen e Il colore della guerra, La principessa sbagliata è il suo primo romanzo e molto probabilmente non sarà l’ultimo. La si può trovare su Facebook sotto Le storie di Ester Trasforini o è contattabile via mail a principessasbagliata@gmail.com

Provenienza: acquisto dell’articolista da Gainsworth editore.

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:: Il buio dentro, Antonio Lanzetta (La Corte editore, 2016) a cura di Elena Romanello

3 dicembre 2016
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In una zona fuori da un centro abitato in montagna viene ritrovato il corpo di una ragazza, appeso ad un vecchio salice bianco, legato con filo spinato all’albero. La testa, tagliata, è a parte, sulle radici, e sembra osservare Damiano Valente, accorso sul posto per motivi lavorativi.
Damiano Valente è infatti lo Sciacallo, uno scrittore famoso ma schivo, che nei suoi libri ricostruisce i fatti di cronaca nera più clamorosi: nessuno conosce il suo aspetto, lui diserta volutamente talk show e social, anche perché si trova un volto deturpato da cicatrici e una gamba spezzata e preferisce agire e cercare nell’ombra.
Stavolta però quel corpo e quell’efferrato omicidio gli ricorda qualcosa di personale, la morte della sua amica Claudia, trent’anni prima, nel 1985, quando era un ragazzino, con amici, sogni, la passione per la corsa e tanti progetti andati in frantumi dopo quel fatto, che ha continuato ad ossessionarlo tanto da spingerlo a fare il lavoro che svolge.
Damiano non è solo nella sua ricerca, perché ritrova i due amici da allora, Stefano e Flavio, invecchiati e disillusi anche loro, ma desideroso di scoprire la verità, rivivendo quella folle estate che li cambiati per sempre.
Il cold case, il caso irrisolto che viene riaperto dopo anni, risulta essere molto amato da alcuni anni a questa parte, complice anche l’omonima e ormai conclusa serie tv, ma soprattutto le nuove tecniche di indagine moderna che possono effettivamente aprire vecchi casi. Qui però, più che con investigazioni scientifiche, ci si trova a dover fare i conti con il tema della memoria e del rimpianto, con cose mai risolte e tragedie che segnano e distruggono vite, anche di chi resta e deve sopravvivere senza poter più vivere, come capita a Damiano, antieroe in cerca sempre e comunque di una soluzione nei suoi libri a crimini e omicidi, per compensare quello che per lui è rimasto irrisolto.
Nelle pagine di questa storia italianissima ma universale, ci sono echi più che di Thomas Harris di Stephen King, soprattutto di It e di Stand by me, in questo alternarsi tra un passato perduto, legato ad un’età di innocenza e incoscienza persa per sempre e un presente di rimpianto ma in cui ricercare la verità può essere l’unica possibilità di riscatto, non per risolvere un dramma irrisolvibile, ma per scoprire almeno il perché di certi fatti e evitare che accadano di nuovo.
Un thriller e un viaggio nell’animo umano, tra le illusioni dell’essere giovani e le delusioni dell’essere adulto, ma anche tra il voler ricordare quello che si è stati, malgrado tutto, e il voler dare una conclusione ad un qualcosa rimasto aperto come una ferita. Che non si risanerà, ma almeno forse si potrà voltare pagina.

Antonio Lanzetta è nato a Salerno e ha pubblicato per La Corte i due fantascientifici Warrior e Revolution.
Nel 2015 ha scritto invece il racconto thriller Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica e arrivato al primo posto della classifica dei racconti più venduti su ebook. Con Il buio dentro continua a esplorare il thriller e le sue infinite sfumature.

Source: acquisto dell’articolista da La Corte editore.

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:: Il consolatore, Jostein Gaarder (Longanesi, 2016)

3 dicembre 2016
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I primi mesi in cui abitai a Oslo vissi da hippie. Te l’ho già accennato. Fu in quell’ambiente che conobbi Marianne e Sverre, e pure Jon- Jon, che a parte Pelle forse è stato l’unico vero amico che abbia mai avuto, anche se per un periodo molto limitato, qualche settima, o un mese.

Libro molto particolare questo, Il consolatore (Dukkeføreren, 2016) di Jostein Gaarder, edito nella collana La Gaja scienza di Longanesi, e tradotto da Ingrid Basso. Delicato e poetico, con tutta la luce introspettiva dei paesi nordici ci parla di solitudine, del senso della vita, e di un età non più verde, ma ancora sensibile ai sentimenti e alla bellezza di tramandare, tramite le parole, mondi forse inventati, ma vividissimi. Jakop, protagonista e voce narrante del romanzo, è un sessantenne ex ricercatore dell’Università di Oslo, studioso di linguistica. Aveva una moglie in un’ altra vita, Reidun, da cui ha divorziato, una vecchia Corolla, (il veicolo quasi completamente arrugginito era un misero ricordo di una convivenza, di un matrimonio), un amore viscerale per l’etimologia, la fonetica, e la linguistica, e un hobby singolare, eccentrico sarebbe meglio dire, partecipare ai funerali di gente sconosciuta, come ospite marginale, intrufolandosi con consumata disinvoltura e consolare i parenti e amici con racconti e aneddoti sulla vita del defunto, filtrati dalla sua profonda sensibilità e fantasia. Erik Lundin, Andrine Siggerud, Runar Friele, Grethe Cecilie, e è proprio a questo funerale che incontra Agnes… Con grande leggerezza e dolcezza Jostein Gaarder ci parla della vita che scorre, di cosa diventiamo dopo gli anni che passano, del senso della vita, dell’amore e della morte, e seppure si salti da un funerale all’altro, la malinconia non diventa mai disperazione, la tristezza, sconforto. Una sottile ironia stempera la drammaticità delle pagine, intrise di un senso di meraviglia e di stupore per cosa la vita sa ancora regalare. Il suo partecipare a questi funerali, non ha niente di malsano o sgradevole, ma si trasforma quasi come un tentativo di restare in contatto con le generazioni che seguiranno, che spesso trova invecchiate da funerale a funerale. E la Norvegia, sullo sfondo, un certo orgoglio di essere norvegese, (portiamo sempre i cambi in auto, noi siamo norvegesi) e un attaccamento per la sua lingua, le sue parole, i suoni che nascono e si trasformano cambiando di senso e intensità. Una lingua in movimento che fa da filo conduttore a tutto il libro. Singolare.

Jostein Gaarder, nato a Oslo nel 1952, dopo aver studiato filosofia, teologia e letteratura ha insegnato filosofia per dieci anni. Ha esordito come scrittore nel 1986, e ben presto è diventato uno degli autori più noti del suo Paese. Con Il mondo di Sofia ha raggiunto il successo internazionale. Apparso in Norvegia nel 1991, il romanzo ha occupato per molto tempo i primi posti nelle classifiche dei bestseller in Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e naturalmente in Italia, dove ha conquistato il Premio Bancarella 1995. Presso Salani sono apparsi C’è nessuno?, Che cosa c’è dietro le stelle? e, scritto con Klaus Hagerup, Lilli de Libris e la biblioteca magica. Longanesi ha in catalogo anche altri suoi romanzi, tra cui La ragazza delle arance, che ha venduto oltre 200.000 copie, e Il mondo di Anna.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Le ragioni del sì, ne discutiamo con il Professore Giovanni Guzzetta

2 dicembre 2016

mnRingrazio, a nome dei miei lettori Giovanni Guzzetta, professore ordinario di diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, per avere accettato il mio invito a rispondere ad alcune domande, con l’unico intento di fare chiarezza, per dissipare gli ultimi dubbi ancora rimasti in noi elettori, per permettere un voto cosciente e consapevole, in un momento così delicato della storia del nostro paese. Il professore Guzzetta difende le ragioni del sì. Non saranno domande esclusivamente tecniche, insomma cercheremo di essere il più chiari e comprensibili, per un pubblico anche di non esperti. Per par condicio ho proposto la stessa iniziativa anche al professore Angelo D’Orsi, per le ragioni del no.

Mancano pochi giorni e gli Italiani, uomini e donne saranno chiamati al voto. Saranno chiamati a decidere se modificare o meno la nostra Costituzione. Una nota a margine, senza volere minare in alcun modo il diritto democratico dei cittadini di decidere questioni anche tecniche, che riguardano lo Stato, pensa che i cittadini siano sufficientemente informati e consapevoli, data la delicatezza e la difficoltà anche per esperti giuristi di comprendere la portata delle modifiche che si renderebbero effettive? Insomma secondo lei gli italiani sono pienamente consapevoli della responsabilità che comporta questa votazione, responsabilità verso noi stessi e i nostri figli e nipoti che erediteranno questa Nuova Costituzione?

Si è assistito ad assemblee molto partecipate, a studenti desiderosi di informarsi sulle principali modifiche della riforma, all’azione di cittadini che hanno ricominciato a interessarsi alle istituzioni. Io stesso ho viaggiato e attraversato l’Italia per confrontarmi con coloro che volevano farlo. Ritengo che al di là dei toni a volte incentrati troppo sul dibattito politico, ci si sia trovati di fronte a un capolavoro di democrazia. Penso che la riforma abbia già iniziato a produrre un cambiamento positivo che riguarda la partecipazione dei cittadini e la voglia che stanno dimostrando di informarsi ed esprimere un voto consapevole. L’art. 138 della Costituzione prevede che la modifica costituzionale venga approvata con referendum (nei caso sia raggiunta la maggioranza assoluta nel Parlamento) ma non prevede alcun quorum di validità della consultazione. Ciò non perché la partecipazione non sia importante, ma al contrario, perché al referendum confermativo della revisione costituzionale si applica, senza eccezione, l’art. 48 della Costituzione che prevede che il voto sia un “dovere civico”. Tutti pertanto sono tenuti a esprimere la propria posizione sulla base dell’opinione che si sono formati sul merito, ho fiducia nei cittadini e nel fatto che saranno in grado di valutare il peso e la responsabilità che si assumono con il loro voto.

Le modifiche alla Costituzione sottoposte al Referendum del 4 dicembre sono modifiche approvate dalla maggioranza parlamentare, stilate da esperti di diritto, dopo un iter alquanto controverso e dibattuto. Insomma la legittimità del Referendum non è in discussione. Il ricorso presentato il 27 ottobre scorso dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida contro la consultazione popolare del 4 dicembre è stato respinto. Quindi l’esito, giuridicamente sarà valido a tutti gli effetti. Un’ unica mia perplessità, come è stato possibile approvare l’Italicum, la nuova riforma elettorale unicamente per la Camera (non prendendo neanche minimamente più in considerazione il Senato), quasi come se la nuova Costituzione fosse stata già approvata? Non è un paradosso giuridico? Magari è solo un falso problema, ma mi piacerebbe fare chiarezza nel caso vincesse il no e si andasse alle elezioni.

La scelta di iniziare con l’approvazione della legge elettorale della Camera dei Deputati è dovuta proprio dalla volontà di superare il bicameralismo perfetto, ritenuta un’anomalia assoluta del nostro Paese. La sent. 1/2014 della Corte Costituzionale ha riconosciuto la legittimità del Parlamento sulla base del principio fondamentale della continuità dello Stato che si realizza, in concreto, con la continuità dei suoi organi costituzionali, pertanto il Parlamento resta legittimato a esercitare la funzione legislativa stabilendo le priorità del Paese. La scelta di subordinare la legge elettorale del Senato alla decisione popolare in merito alla sua struttura è condivisibile da un punto di vista politico, ma soprattutto da un punto di vista giuridico, infatti la stessa Corte Costituzionale ha evidenziato che la “normativa che resta in vigore (…) è -complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo-, così come richiesto dalla costante giurisprudenza di questa Corte”. Qualora vincesse il no si dovrebbe fare comunque una nuova legge elettorale per il Senato in assenza della quale verrà applicata quella precedente.

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955) Chi ha scritto la Costituzione italiana? Da chi fu approvata, e da chi fu promulgata?

La Costituzione della Repubblica Italiana, vertice nella gerarchia delle fonti di diritto dello stato italiano, fu approvata dall’Assemblea Costituente, organo eletto lo stesso giorno del referendum istituzionale con cui si scelse la Repubblica. La Costituzione fu promulgata dal capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947 e fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria. Entrò in vigore il 1º gennaio1948. L’assemblea costituente fu composta di 556 membri, eletti con sistema proporzionale e presieduta da Enrico De Nicola prima e da Umberto Terracini poi. Per agevolare il lavoro di redazione della Carta fu istituita una Commissione per la Costituzione, composta di 75 deputati (presieduta da Meuccio Ruini) incaricata di elaborare e proporre un progetto da sottoporre all’Assemblea. La “Commissione dei Settantacinque” si suddivise poi in tre Sottocommissioni: “Diritti e doveri dei cittadini”, “ordinamento costituzionale della Repubblica” e “ Diritti e doveri economico-sociali”. Tuttavia già a ridosso dell’entrata in vigore della Costituzione, secondo qualcuno “solo da noi il Senato è un duplicato della Camera” Luigi Sturzo, o ancora “non è un capolavoro di arte giuridica, manca la certezza del diritto, ci sono gravi imperfezioni”, Antonio Messineo.

La sua forma originaria, dal 1947 in poi, fu modificata? In che maniera, sempre tramite referendum?

Tra le grandi riforme costituzionali non può non essere menzionata la più recente, quella che ha modificato il Titolo V della II parte della Carta fondamentale.

Il titolo V è stato riformato con la legge costituzionale 3/2001. Alle Regioni è stata riconosciuta l’autonomia legislativa, ossia la potestà di dettare norme di rango primario, ripartita sui tre livelli di competenza. Competenza esclusiva, per cui le Regioni sono equiparate allo Stato nella facoltà di legiferare; concorrente, per cui le Regioni legiferano con leggi vincolate al rispetto dei principi fondamentali, dettati in singole materie, dalle leggi dello Stato; e di attuazione delle leggi dello Stato, dove le Regioni legiferano nel rispetto sia dei principi sia delle disposizioni di dettaglio contenute nelle leggi statali, adattandole alle esigenze locali. Oggi questa riforma verrebbe ribaltata con l’abolizione delle competenze concorrenti salvo prevedere per esempio, all’art. 116 Cost., la possibilità di offrire alle regioni ordinarie “più virtuose”, ossia con il bilancio in equilibrio tra entrate e spese, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.

Lo Statuto Albertino non fu sufficiente a neutralizzare le derive autoritarie sorte durante il Fascismo. La Costituzione Italiana nacque con il chiaro intento di evitare che una tale pericolosa eventualità si ripetesse. Nello specifico, quale è il nucleo della nostra Costituzione che ha scongiurato per 68 anni questa possibilità, consentendoci di vivere in uno Stato, seppur con i suoi difetti, libero e democratico? La nuova Costituzione avrà la stessa peculiarità? Sono immotivati i timori verso derive autoritarie?

Sono immotivati perché l’Italia è finalmente un paese maturo per avere una Costituzione come gli altri. Basta con le istituzioni della paura.

Secondo lei la spinta propulsiva di questa riforma costituzionale, in questi termini specifici, verso un monocameralismo se non effettivo, sicuramente strumentale (il Senato verrebbe ridotto, non sarebbe più eletto a suffragio universale diretto, non darebbe più la fiducia al Governo), è stata data per una sorta di adeguamento al modello europeo?

In Italia abbiamo attualmente un bicameralismo paritario, ossia una Camera è il doppione dell’altra in termini di competenze che esercita, e molto simile quanto alla struttura organizzativa. In quest’epoca di persistente frammentazione ci sono grosse difficoltà a perseguire convergenti volontà tra le due Camere e da ciò deriva la farraginosità dei processi decisionali, logorati da mediazioni estenuanti che portano all’affermarsi di meccanismi di decisione che bypassano le normali procedure parlamentari come il decreto legge.

Il modello europeo è quello del monocameralismo o del bicameralismo asimmetrico (e diventerebbe il nostro caso). Solo la Spagna ha due camere elettive come le nostre attuali, con tutti i distinguo. Fuori dall’Europa solo Usa e Giappone hanno una camera alta paragonabile al nostro attuale Senato. In Finlandia, Danimarca, Svezia, Grecia, Lussemburgo e Malta il Parlamento è monocamerale. E’ un modello applicabile all’Italia. Sebbene attenuato. Se sì, in che misura?

Gli altri modelli europei possono essere degli esempi ma dopodomani siamo chiamati a esprimerci per scegliere soltanto tra lo status quo e la riforma così com’è. Questa riforma prevede un sistema che resta bicamerale dove il Senato diventa l’organo rappresentativo degli enti territoriali. Siamo l’unico Paese che, pur avendo un sistema costituzionale di autonomie territoriali (le Regioni) non ha una seconda camera che le rappresenti. La riforma interviene su questo punto ristabilendo la simmetria con le grandi democrazie contemporanee.

La limitazione della sovranità popolare, sembra uno dei temi più sensibili del fronte del no. In che misura secondo lei è una falsa preoccupazione?

Al contrario penso che questa riforma introduca degli strumenti che espandono la sovranità popolare. Per esempio la riforma introduce un nuovo strumento referendario senza toccare quello già esistente. Accanto al referendum abrogativo, la cui attivazione è subordinata alla ravvolta di almeno 500.000 firme, se ne aggiunge uno che a seguito della raccolta di 800.000 firme prevede un quorum strutturale abbassato al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche.

Fino a oggi l’astensionismo è stato praticato come strategia politica: a una campagna referendaria in favore del “Sì” veniva contrapposta una campagna per l’astensionismo. Con la riforma si disincentiva questa strategia e si consente di allineare il requisito di validità al dato variabile delle tendenze alla partecipazione politica.

L’art. 71 prevede poi un evidente rafforzamento dell’istituto dell’iniziativa legislativa popolare perché, se da un lato innalza il quorum fino a 150.000 firme (previsione giustificata dall’aumento della popolazione italiana rispetto al 1948 e dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto con cui è diventato molto più semplice raccogliere le firme), dall’altro impone ai regolamenti parlamentari di disciplinare i tempi, le forme e i limiti entro i quali la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di iniziativa popolare devono essere garantite.

Molti ritengono questo Referendum una sorta di fiducia popolare data al Governo Renzi. Molti ragionano più sulle conseguenze sull’immediato che sul lungo termine. Vuole mettere in guardia su questo atteggiamento?

E’ importante comprendere che il voto che verrà espresso non sarà sul Governo ma sulla modifica della Costituzione. Una Carta fondamentale che necessita di essere aggiornata da molto tempo e che in alcune parti necessita di una semplificazione e di un riallineamento con le grandi democrazie contemporanee. Per scegliere i nostri rappresentanti e fargli dare la fiducia al Governo Renzi, o al Governo che ci sarà, è sufficiente attendere le prossime elezioni politiche.

Ritiene la Costituzione attuale, anacronistica e fonte di immobilità per il paese? Secondo lei in che misura la nuova Costituzione migliorerà la vita dei cittadini?

Si, fu costruita deliberatamente e saggiamente per impedire ai vincitori delle elezioni di governare senza il consenso delle opposizioni. Una scelta che è giustificabile quando il rischio è il dominio dei partiti filosovietici non più attuale ora.

Grazie della disponibilità, il suo intervento è sicuramente stato prezioso.

:: Le ragioni del no, ne discutiamo con il Professore Angelo D’Orsi

2 dicembre 2016

mnRingrazio, a nome dei miei lettori, il professore Angelo d’Orsi professore di Storia delle idee politiche e sociali nell’Università di Torino, per avere accettato il mio invito a rispondere ad alcune domande, con l’unico intento di fare chiarezza, per dissipare gli ultimi dubbi ancora rimasti in noi elettori, per permettere un voto cosciente e consapevole, in un momento così delicato della storia del nostro paese. Il professore D’Orsi difende le ragioni del no. Non saranno domande esclusivamente tecniche, insomma cercheremo di essere il più chiari e comprensibili, per un pubblico anche di non esperti. Per par condicio ho proposto la stessa iniziativa anche al professore Giovanni Guzzetta, per le ragioni del sì.  

Mancano pochi giorni e gli Italiani, uomini e donne, saranno chiamati al voto, saranno chiamati a decidere se modificare o meno la nostra Costituzione. Una nota a margine, senza volere minare in alcun modo il diritto democratico dei cittadini di decidere questioni anche tecniche, che riguardano lo Stato, pensa che i cittadini siano sufficientemente informati e consapevoli, data la delicatezza e la difficoltà anche per esperti giuristi di comprendere la portata delle modifiche che si renderebbero effettive? Insomma secondo lei gli italiani sono pienamente consapevoli della responsabilità che comporta questa votazione, responsabilità verso noi stessi e i nostri figli e nipoti che erediteranno questa Nuova Costituzione?

I cittadini non sono affatto informati, anche se non sono pochi coloro che si sforzano di raccogliere informazioni e arrivare al voto in modo consapevole. La campagna referendarie doveva essere un momento di informazione e dibattito si è trasformata in una delle tante campagne elettorali, una campagna particolarmente accanita, con colpi bassi, e una violenza verbale che è difficile ritrovare in tempi recenti. Ci riporta a quella del 1948, ed effettivamente siamo davanti a una scelta che può cambiare in modo evidente le nostre vite. In peggio, decisamente, a mio parere. E la trasformazione della campagna referendaria in una corrida ha due ragioni: a) il premier stesso ha voluto indirizzare il referendum verso un plebiscito. Pro o contra. Così facendo ha ridotto lo spazio della discussione, cancellando quello dell’approfondimento. B) si tratta della prima vera occasione per farlo cadere. Perché rinunciare? Ovvero per legittimarlo. Ribadisco: perché rinunciare?

Le modifiche alla Costituzione sottoposte al Referendum del 4 dicembre sono modifiche approvate dalla maggioranza parlamentare, stilate da esperti di diritto, dopo un iter alquanto controverso e dibattuto. Insomma la legittimità del Referendum non è in discussione. Il ricorso presentato il 27 ottobre scorso dal presidente emerito della Consulta Valerio Onida contro la consultazione popolare del 4 dicembre è stato respinto. Quindi l’esito, giuridicamente sarà valido a tutti gli effetti. Un’ unica mia perplessità, come è stato possibile approvare l’Italicum, la nuova riforma elettorale unicamente per la Camera (non prendendo neanche minimamente più in considerazione il Senato), quasi come se la nuova Costituzione fosse stata già approvata? Non è un paradosso, soprattutto se vincesse il no e si andasse subito a nuove elezioni?

Contesto la legittimità della “riforma”: approvata da un Parlamento reso di fatto illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1/ 2014, con cui dichiarava incostituzionali alcuni pezzi, importanti, della legge elettorale “Italicum”. In secondo luogo è stata istruita manu militari dal governo, in sede referente, cacciando dalla Commissione Affari costituzionali i due senatori critici (Mineo e Chiti). Inoltre, comunque, è stata portata avanti dal Governo e non dal Parlamento, ed infine è stata approvata a colpi di fiducia, tagliole e così via. Quanto agli effetti, ove la riforma fosse approvata, sarebbero paralizzanti per il sistema politico italiano, essendo piena di incongruenze e rinvii a leggi e norme da approvare. Quanto agli esperti è persino ridicolo evocarli: tutti i costituzionalisti italiani, dico tutti tranne tre (Barbera, Ceccanti e Fusaro, non certo il Gotha del diritto costituzionale!) sono stati esclusi dalla discussione e sono ferocemente critici con la legge. E la stragrande maggioranza dei politologi, dei filosofi e sociologi politici, degli storici sono per il NO. Dove sono gli intellettuali per il SI?

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. » (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria, Milano, 26 gennaio 1955) Pensa che i giovani conoscano queste parole, la loro portata etica e morale?

I giovani e non solo i giovani ignorano persino che cosa sia la Costituzione Repubblicana. Su questa ignoranza si è costruito il progetto di devastazione della Carta costituzionale.

Lo Statuto Albertino non fu sufficiente a neutralizzare le derive autoritarie sorte durante il Fascismo. La Costituzione Italiana nacque con il chiaro intento di evitare che una tale pericolosa eventualità si ripetesse. Nello specifico, quale è il nucleo della nostra Costituzione che ha scongiurato per 68 anni questa possibilità, consentendoci di vivere in uno Stato, seppur con i suoi difetti, libero e democratico?

Il nocciolo è il pluripartitismo, e il bicameralismo. Quello che la “riforma” abbinata alla legge Italicum di fatto cancella. Se passasse il SI, un sì implementato dall’Italicum, ci avvieremmo da una democrazia liberale a uno Stato di oligarchie.

Secondo lei la spinta propulsiva di questa riforma costituzionale, in questi termini specifici, verso un monocameralismo se non effettivo, sicuramente strumentale (il Senato verrebbe ridotto, non sarebbe più eletto a suffragio universale diretto, non darebbe più la fiducia al Governo), è stata data dall’Unione europea? Che tra l’altro entra di diritto nel testo, dopo le eventuali modifiche apportate.

La Banca Centrale Europea, più che l’Unione, la Banca Morgan, e alle loro spalle la Trilateral, di Rockfeller e soci, sono coloro che hanno dettato si può dire la “riforma” nel suo insieme. E i dettagli si trovano nel “Piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli. Mi aspetterei almeno un soprassalto di orgoglio patriottico, dalla cittadinanza, davanti al voto, che se ci fosse, non potrebbe che portare al NO.

La limitazione della sovranità popolare, sembra uno dei temi più sensibili del fronte del no. In che misura avverrebbe questa limitazione, quali sarebbero i veri ostacoli a detrimento della libertà e della democrazia?

Un Parlamento in cui formalmente ci sono due Camere, ma una, il Senato, di nominati dai Consigli Regionali, o comunque composta in modo grottesco da sindaci e consiglieri: non gli si dà lo stipendio, ma gli si regala l’immunità, che specie a quel livello della Pubblica Amministrazione, sarebbe strumento provvidenziale per gli inquisiti. L’altra Camera, quella dei Deputati, sarebbe arbitro della situazione, comprese le leggi più importanti, nelle quali in teoria il Senato dovrebbe dire la sua. Una Camera in cui, grazie all’Italicum, il partito che raggiunge una maggioranza di poco superiore al 20% si può accaparrare la maggioranza assoluta dei seggi. Una camera con i “capilista” bloccati, decisi dalle direzioni dei partiti politici. Inoltre si rende quasi impossibile la facoltà dei cittadini di proporre leggi di iniziativa popolare, e si usano degli accorgimenti per vanificare i referendum. Infine, si stabilisce una intollerabile discrasia tra enti territoriali (le Regioni, lasciando a quelle a Statuto speciale facoltà che alle altre vengono tolte), e si aprono prospettive di conteziosi infiniti davanti alla Suprema Corte. Un Parlamento siffatto eleggerebbe le alte cariche, dai membri della Corte stessa, al Presidente della Repubblica, per la cui elezioni addirittura basterebbe un pugno di “onorevoli” per votarlo, dato che si chiede non la maggioranza degli aventi diritti, ma dei presenti. Una cosa incredibile.

Il fatto che vinca il no, non impedirebbe a prescindere nuove modifiche alla Costituzione. Insomma meglio mantenere la Costituzione attuale, in cambio di una fatta male e non condivisa dal Paese. Ma da un punto di vista politico sarebbe la fine del governo Renzi (per sua stessa ammissione) e una possibile apertura a governi molto più estremisti e instabili. Molti ragionano più sulle conseguenze sull’immediato che sul lungo termine. Vuole mettere in guardia su questo atteggiamento?

In primo luogo in un Paese come l’Italia bisognoso di una serie infinita di “messe a punto” (dal riassetto idrogeologico alla tutela ambientale e paesaggistica, dalle misure antisismiche alla soluzione del problema di una intera generazione di precari negli atenei…), non vedo alcuna necessità di mettere mano alla Costituzione. L’Italia non funziona non a causa della nostra legge fondamentale, ma di un pessimo ceto politico, ignorante, inetto e spesso corrotto.

Junkers, Obama, l’ambasciatore americano John Phillips, e molti altri esponenti politici ed economici si sono pronunciati pubblicamente per il sì. In che misura una vittoria del sì favorirebbe le loro posizioni? Secondo lei sono sinceramente convinti che una vittoria del sì migliorerebbe le condizioni dell’Italia, e di riflesso anche del resto del consorzio internazionale?

Credo che la loro sia null’altro che la traduzione in termini politici dei diktat delle grandi centrali finanziarie. Trovo pazzesco non che costoro abbiano aperto bocca in merito, ma che le nostre autorità lo abbiano tollerato. Il fatto che è la Presidenza della Repubblica, dopo Scalfa è stata occupata o da personaggi mediocri o da uomini che hanno svolto un compito che loro non competeva, come Giorgio Napolitano, il vero regista dell’operazione “riforma”. Il quale, ritengo si sia spinto fino a recare dei veri e propri vulnus alla Costituzione.

Se fosse incaricato, insieme a un gruppo di esperti, di proporre modifiche all’attuale Costituzione, quali sarebbero? Una virata verso il monocameralismo, che sembra la tendenza maggioritaria del modello europeo, secondo lei è applicabile a un paese come l’Italia? Sia per motivi storici, che contingenti, penso soprattutto alle infiltrazioni mafiose.

Sono per il bicameralismo, in modo assoluto, ma con una netta distinzione di compiti e funzioni tra le due camere: una di legiferare, l’altra di controllare, detta all’ingrosso. E sono per il sistema elettorale proporzionale “puro”, con le preferenze: il solo che salvaguardia il cosiddetto “potere dell’elettore”.

La sua lezione alla Scuola Popolare Antonio Gramsci si è intitolata: “Dalla democrazia Alla post-democrazia. Costituzione, Stato sociale e nuove oligarchie”. In cui ha parlato della destrutturazione dello Stato liberal-democratico, di cui la riforma costituzionale associata all’Italicum, è secondo lei l’ultimo atto, frutto di un processo molto più ampio di soppressione della democrazia. E’ possibile fermarlo questo processo, in che modo?

Oggi abbiamo la possibilità di fermare la deriva, dicendo il nostro NO al referendum. Questo è il primo passo, dal quale poi ripartire con una legge elettorale democratica, il ripristino delle Province (sì, sono a favore delle Province), e una serie di atti in grado di restituire fiducia e cancellare la disgregazione sociale prodotta dai governi degli ultimi 25 anni circa. Ne cito un paio: l’abolizione della Legge Gelmini del dicembre 2010, di “riforma” dell’Università, che ha gettato nel caos un sistema che con difetti e limiti non era certo tra i peggiori del mondo, anzi… Un secondo atto “rivoluzionario”, ossia di restaurazione di un corretto sistema di democrazia liberale, è una legge sulla Rai, che la mantenga pubblica, ma la sottragga al controllo governativo e dei partiti politici in generale. Sarebbero passi decisivi per invertire la rotta e salvare non solo la democrazia, ma il Paese.

Grazie della disponibilità, il suo intervento è sicuramente stato prezioso.