:: Arrivederci a settembre!

31 luglio 2017

sorry-were-closedV3

:: Sam Shepard (Fort Sheridan, 5 novembre 1943 – Midway, 30 luglio 2017)

31 luglio 2017

5

Cosa dire? Stasera (ri)leggerò Il grande sogno.

:: Il poliziotto di Shanghai, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2017)

31 luglio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Mettetevi comodi, sarà una lunga recensione, l’ultima prima della chiusura del blog per agosto. Oggi vi parlerò di un libro molto particolare, per struttura narrativa, temi, stile, che ho avuto modo di leggere, un po’ perché apprezzo l’autore, di cui seguo la serie poliziesca dedicata all’ ispettore Chen Cao, un po’ perché amo l’Oriente, e per la precisione la Cina, la sua gente, la sua cultura, la sua cucina, e leggo libri che riguardano la sua storia, sia antica che contemporanea. Il libro di cui vi parlo oggi si intitola Il poliziotto di Shanghai – Come fu che Chen Cao divenne ispettore (Becoming Inspector Chen, 2016) di Qiu Xiaolong, edito in Italia da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella.
Decimo episodio della lunga e fortunata serie che ha permesso a un professore di letteratura della Washington University di Saint Louis, appassionato di poesia classica cinese ed di T. S. Eliot, di lasciare l’insegnamento e di scrivere a tempo piano, (la scrittura come l’insegnamento sono per lui una missione, come ci ha detto in una nostra intervista), di girare il mondo tenendo conferenze e presentazioni, e perfino ritornare in Cina dopo l’esilio in America, forte del suo ruolo socialmente ricociuto di scrittore apprezzato internazionalmente.
Inizio col dire, parlando del suo libro, che la parte più interessante e insolita è rappresentata dalla struttura narrativa. Abbiamo tre unità narrative separate: nella prima Chen Cao racconta la storia in prima persona, e in seconda persona, il prima, la sua giovinezza, i suoi studi; nell’ unità centrale l’autore ci racconta la prima indagine dell’ispettore in terza persona; e infine l’ultima unità è spiccatamente autobiografica, l’autore ci parla di sé in prima persona e ci racconta, usando come specchio Lu un suo amico di infanzia perché ha iniziato a ascrivere, che peso ha avuto nella sua vita la serie da lui ideata. Nel post scriptum l’autore ci parla delle difficoltà riscontrate nel scrivere questo volume retrospettivo il libro si rifiutava di coagularsi in un insieme organico, sicuramente dovute al fatto che la complessità di ciò che si apprestava a fare, necessitava anche un complesso organismo narrativo, in cui arte, ispirazione e vita fossero strettamente connessi e correlati.
hjDa qui l’insolita forma del romanzo, forse il più difficile complesso e drammatico che abbia scritto finora. Entriamo e usciamo dal personaggio, entriamo e usciamo dalla vita dell’autore come amici invitati a discutere di temi anche molto dolorosi come le ripercussioni della Rivoluzione Culturale sulla sua famiglia e la sua vita, o l’esilio in America dopo Tienanmen. Se la struttura può apparire insolita, lo stile è sempre lo stesso limpido e poetico, impreziosito da proverbi, citazioni di poesie, rimandi a saggi del pensiero filosofico e politico cinese.
La grande serenità raggiunta gli permette di narrare avvenimenti anche dolorosamente drammatici del passato, con una voce tranquilla e trasparente, che non perde di obbiettività e a tratti di imparzialità. Lo stile è piano, come un lungo fiume tranquillo, in cui passato e presente si uniscono senza cesure o interruzioni. Chen Cao più che un personaggio e un’ immagine riflessa dell’autore che gli permette di tornare indietro e fare i conti, forse scendere a patti, con fatti di cui lui stesso scopre le ripercussioni scrivendoli. Una forma originale di metanarrazione, dove l’autore parla anche di scrittura, di stile, di letteratura, (tanto sono i classici citati da Il conte di Montecristo a Bel Ami, a classici più recenti come L’insostenibile leggerezza dell’essere), di poesia dove cita poesie adatte al suo stato d’animo o che servono a esplicitare uno snodo della narrazione.
E nello stesso tempo fa conoscere ai lettori, a noi tutti, avvenimenti anche nascosti o trascurati della storia, del nostro presente più o meno recente. Vivere dal di dentro la Rivoluzione Culturale, dalla parte delle vittime è sicuramente straniante, ma nello stesso tempo un’ esperienza di crescita e di consapevolezza. jkQuando parla delle sedute di autocritica a cui fu costretto il padre del personaggio Chen Cao, non è difficile vedere i riflessi di avvenimenti simili capitati nella sua storia familiare. Perseguitato, e discriminato perché appartenente a una famiglia i cui membri erano definiti “nemici di classe del proletariato” borghesi, intellettuali, capitalisti, neri.

Di regola, durante una di queste sedute di critica rivoluzionaria il nemico di classe era costretto a sfilare fino a un palco o in uno spazio aperto sotto un grande ritratto di Mao, a capo chino in segno di pentimento e con il collo gravato da una lavagna su cui era scritto il nome del colpevole barrato da una croce; oppure talvolta, con la testa ricoperta da un alto cappello di carta bianca che simboleggiava gli spiriti maligni dell’aldilà.

Ma cosa fu la rivoluzione culturale, chi erano le Guardie Rosse, che ruolo giocò Mao in questo processo teso a sradicare gli ultimi residui delle vecchie idee borghesi e capitaliste, per il trionfo della rivoluzione comunista del proletariato? Si possono leggere numerosi libri sull’argomento, diari, articoli giornalistici, memorie di anziani protagonisti di queste vicende, ma è anche utile leggere un romanzo che utilizza la fantasia solo come collante di fatti reali o perlomeno percezioni personali. Quando i giovani studenti furono mandati in campagna per la rieducazione, sembra di vederli sradicati dalla loro realtà, trasformati in improbabili contadini. La frantumazione di un’ ipotetica classe intellettuale che in un modo o nell’altro avrebbe potuto opporsi e contrastare i piani politici di Mao, un capo assoluto, che scrive poesie, di cui Qiu Xiaolong cita dei brani che andavano recitati dagli studenti.
Mao Zedong in una foto del 1966, all'inizio della Rivoluzione culturlae cinese
Tornando alla trama puramente poliziesca, (della seconda parte) vi è descritta la prima indagine di Chen Cao, quando non era ancora l’ispettore Chen Cao, ma un semplice laureato che conosceva l’inglese, destinato a entrare nella polizia (il lavoro te lo sceglieva lo stato, il partito, nell’ottica della sua programmazione di ogni fase della vita), utilizzato per tradurre testi per il dipartimento di polizia. Chen Cao subito si mette in luce per acume, intraprendenza e doti investigative, brilla di luce propria, rendendosi subito utile ai superiori, ai piani alti della gerarchia.
Chen Cao risolve i casi e non se ne prende manco il merito, sembra dirci divertito l’autore. E’ un meccanismo perfetto nell’ oliata macchina governativa. E’ un probo dipendente dello stato, fedele, efficiente, per nulla inquinato da sete di rivendicazione o vendetta. Pur tuttavia resta essenzialmente un poeta, che ama la buona cucina cinese (deliziosi sono le descrizioni della cucina tipica regionale, le ombrine al cartoccio da provare), la letteratura anche Occidentale, si innamora delle ragazze (anche di quelle che magari interroga per un’ indagine), ama far collimare i pezzi di un’ indagine investigativa, scagionando gli innocenti e assicurando alla giustizia i colpevoli. Un burocrate forse, e per questo tollerato, anzi apprezzato.
Resta interessante scoprire come è la vita quotidiana dei cinesi, in bilico tra tradizione e modernità, tra lealtà e corruzione, tra comunismo teorico e capitalismo pratico. In un susseguirsi di contraddizioni, incoerenze, irrazionalità. Ma resta un popolo vivo e vitale, in cui il comunismo non ha fatto solo danni, esaltando lo spirito comunitario e solidale, nelle riunioni serali lungo la via, nel coraggio individuale, nel rispetto degli anziani, nell’amore per la natura sebbene i tassi di inquinamento siano i più alti del pianeta. Non è tutto buio in questo libro, c’è molta luce, allegria, voglia di cambiare.
E c’è nostalgia, dell’autore per un paese che ha dovuto lasciare ma non ha mai dimenticato, e quando può rivisita, anche se tutto cambia, in una continua e mutevole corsa verso il futuro. Dove prima sorgevano i vicoli o le case coloniali, ora ci sono grattacieli e parcheggi, i vecchi negozi vengono sempre più sostituiti dalle catene internazionali, dal cibo all’abbigliamento, dall’arredamento alle librerie, dove si trovano anche i libri di Qiu Xiaolong.
Da leggere.

Xiaolong Qiu scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre ai dieci episodi della serie dell’ispettore Chen, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
3

Clicca sulla cover per l’acquisto

Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016), a cura di Nicola Vacca

31 luglio 2017
2

Clicca sulla cover per l’acquisto

La luce dei giorni, il nuovo romanzo di Jay McInerney, lo attendevamo. Sono passati trentadue anni dall’ uscita di Le mille luci di New York, il capolavoro dello scrittore americano, e adesso la Grande Mela è una città diversa e decaduta.
McInerney torna nella città in cui vive e riprende la vicende di Corrine e Russell Calloway per chiudere con La luce dei giorni la trilogia iniziata con Si spengono le luci e Good Life.
All’interno della commedia matrimoniale lo scrittore americano racconta senza rinunciare al disincanto una New York che vive assediata sotto il peso dei giorni strangolati dalla crisi, depressa da una decadenza che affonda le radici nel radicale cambiamento di stili di vita dopo gli attentati dell’11 settembre.
McInerney non rinuncia all’ironia quando attraverso Russell, editor e editore innamorato dei buoni libri, denuncia il mondo intellettuale americano e la cultura newyorkese con tutti i colpi bassi e i tiri mancini che nascondono relazioni e intrighi in cui a vincere sono sempre il conformismo e l’ipocrisia.
Lo scrittore sa che le luci sulla sua New York si sono spente per sempre. Corrine e Russell, ormai cinquantenni, e con loro anche McInerney, rimpiangono con molta nostalgia la New York viva degli anni Ottanta. Vivono la loro storia nel tentativo di ritrovare quel tempo perduto, anche se sanno che questo non potrà mai accadere.
Lo scrittore sa che il sogno americano si è frantumato e che i due protagonisti non riusciranno a trovare l’esuberanza e l’entusiasmo del tempo in cui New York era illuminata dalle mille luci.
Corrine e Russell sanno che la Storia non è dalla loro parte. Il racconto della loro vita matrimoniale si incrocia, e non simbolicamente, con l’evento della grande crisi finanziaria del 2008 che proprio nella Grande Mela ha visto la luce.
Russell sa che si sono dissolti i tempi in cui giovani uomini e donne venivano in città perché amavano i libri e Manhattan era l’isola splendente della letteratura. Questi sognatori oggi coltivano solo incubi e non ci sono più ideali in cui credere.
Corrine e Russell saranno duramente mesi alla prova dalla nuova realtà in cui è piombata New York. Disillusi e realisti non rinunceranno al tentativo di ritrovare la vivacità della loro giovinezza e il senso della lotta dell’amore e degli ideali, anche se sanno che la città è cambiata e indietro è difficile tornare.
Jay McInerney torna nella New York degli anni duemila e si accorge che le luci si sono spente ed è calato un sipario sulla grande citta che una volta era il palcoscenico in cui l’ottimismo aveva fertili ragioni creative.
La luce dei giorni è il degno epilogo della trilogia di Jay McInerney.
Lo scrittore americano non poteva chiudere meglio e New York deve molto alla sua penna che ha raccontato tutto il suo splendore e la sua decadenza attraversando anni e epoche fino a giungere ai nostri giorni in cui la disillusione è intensa e il nuovo sogno americano attende di essere rivelato.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford (Connecticut).
Allievo di Carver, vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, è passato successivamente ai romanzi, si va da “Le mille luci di New York” (il romanzo che ha imposto McInerney nel mondo a soli 29 anni), a “Professione: Modella”. A questi, hanno fatto seguito “Riscatto” (1987), “Tanto per cambiare” (1989), “Si spengono le luci” (1992), “L’ultimo dei Savage” (1996) e “Nudi sull’erba” (2000). Appassionato di vini, tiene una rubrica dedicata sul Chicago Tribune.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Wolf 2: Il giorno della vendetta, Ryan Graudin (DeA Edizioni, 2017), a cura di Elena Romanello

29 luglio 2017
Wolf

Clicca sulla cover per l’acquisto

Arriva in libreria il secondo e conclusivo capitolo della saga ucronica Wolf di Ryan Graudin, che completa una storia che aveva già appassionato nel primo capitolo, proponendo un mondo alternativo, in cui i nazisti hanno vinto la Seconda guerra mondiale e portato avanti il loro piano di sterminio totale verso gli ebrei e non solo.
Yael, ragazza ebrea scampata ai lager e diventata capace di trasformare il suo aspetto in seguito agli atroci esperimenti a cui è stata sottoposta, ha ucciso Hitler in diretta tv in Giappone dopo aver vinto l’annuale corsa tra Berlino e Tokyo, salvo per scoprire di trovarsi di fronte ad un altro mutaforma come lei.
Braccata, Yael scappa con Luka, concorrente alla gara, oppresso fin dall’infanzia con i miti del nazismo e che ha scoperto i crimini del regime oltre che di essersi innamorato di una ragazza che credeva l’algida Adele ma che è una benaltra persona. Con loro c’è anche Felix, fratello di Adele, in realtà messo sulle loro tracce dai nazisti che con il ricatto vogliono che smascheri la cella della Resistenza, e questo mentre il mondo sotto il dominio dell’Asse inizia a ribellarsi.
Dall’Asia all’Europa, passando per il lager in cui Yael è stata internata e dove scoprirà nuove verità inquietanti sugli esperimenti a cui non solo lei è stata sottoposta, il viaggio dei ragazzi diventa una lotta contro il tempo, per Felix per salvare la sua famiglia che gli è stato detto essere stata imprigionata e che verrà uccisa se non consegna i ribelli, per Luka e Yael per svelare la verità su un enorme menzogna.
Sull’onda di un ormai classico come La svastica sul sole di Philip K. Dick che presentava una situazione analoga, i due libri di Wolf presentano un mondo possibile se le cose fossero andate diversamente, mescolando azione, sentimenti e riflessione sulla limitazione di libertà e sugli strumenti di una dittatura, che qui sono andati avanti in una dimensione romanzesca, ma che erano molto simili a quelli descritti nella realtà.
Spesso si sente parlare della difficoltà di parlare ai giovanissimi del nazismo e della Shoah, con documenti che vengono percepiti datati dalle nuove generazioni: ecco, i due libri di Wolf, moderni ma capaci di non dimenticare il passato e di usare l’ottimo filtro del fantastico per raccontare orrori e pagine storiche, possono essere un ottimo modo per introdurre un certo tipo di discorsi. Ma sono anche avvincenti per chi è più adulto, efficaci per come coniugano fantasia e realtà, mondi che non si sono avverati ma che avrebbero potuto esserci, mettendo al loro centro un’eroina tormentata e insolita, che non vuole essere cancellata, costi quel che costi.

Ryan Graudin è nata e cresciuta a Charleston, in Carolina del Sud, dove si è laureata in Scrittura Creativa. Vive con il marito e un cane lupo. Ha scritto vari altri libri oltre alla serie di Wolf, per ora inediti.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: The Fate of the Tearling, Erika Johansen (Multiplayer Edizioni, 2017), a cura di Elena Romanello

29 luglio 2017
18

Clicca sulla cover per l’acquisto

Multiplayer propone il terzo e ultimo capitolo della saga dei Tearling, già opzionata al cinema con Emma Watson nel ruolo della protagonista. Dopo i toni fantasy alla Martin del primo capitolo, The queen of the tearling, e le atmosfere distopiche del secondo libro, The invasion of tearling, ci si trova in una storia in cui trovano spazio paradossi temporali e realtà alternative.
Kelsea Glynn è profondamente cambiata dall’adolescente che era, diventando regina dei Tearling, e sta cercando di cambiare un regno dominato da ingiustizia e violenza, con lotte intestine tra gli aspiranti al trono che portavano a veri e propri massacri. Purtroppo questo non è piaciuto ai suoi vicini, in particolare alla Regina Rossa di Mortmesne, e per scongiurare l’invasione Kelsea si è consegnata alla sua nemica, lasciando sul trono il fido Mazza Ferrata, comandante della sua guardia personale.
Mazza Ferrata e i suoi non intendono lasciare Kelsea in mano alla sua aguzzina e decide di cercare di salvarla dalla prigione. In parallelo si raccontano gli eventi che hanno portato alla nascita del regno dei Tearling, nato come mondo alternativo rispetto ad un futuro distopico e disumano soprattutto per le donne, ma poi rimasto contagiato da smanie di potere e integralismo religioso.
Kelsea scoprirà tutta la verità sulle origini del suo mondo e dovrà fare una scelta verso un nuovo universo, forse non il migliore di quelli possibili ma migliore di quelli vissuti fino a quel momento, anche se il costo sarà altissimo e distruggerà tutto quello che lei conosce ed è stata.
Un terzo capitolo interessante di una saga complessa, rivolta ai cultori del fantastico e non solo ai più giovani, godibilissimo attaccato agli altri due che conviene ripassarsi prima di leggere come va a finire, con al centro un personaggio femminile interessante, un’eroina che cresce e decide di cambiare, perché il mondo intorno a sé cambi e perché tutti si possano salvare, a costo di perdere ogni cosa e se stessa.
Mescolando suggestioni, Erica Johansen si confronta stavolta con uno dei temi più interessanti del genere fantastico, quello dei paradossi temporali e degli universi paralleli, caro ai fan di Doctor Who, ideando una conclusione interessante e insolita ad una saga che fin dall’inizio si era dimostrata fuori dagli schemi, con dentro elementi che spesso vengono considerati incompatibili, in una costruzione di un futuro passato di un possibile XXV secolo.
La saga dei Tearling, che qui si chiude, mostra quindi ancora una volta la duttilità di un genere come la narrativa fantastica, senza dimenticare gli ultimi sviluppi, non ultimi una visione non più manichea della storia e la grande importanza data ai personaggi femminili.

Erika Johansen ha studiato allo Swarthmore College della Pennsylvania prima di iscriversi al famoso Iowa Writers Workshop, dove si è laureata in Belle Arti. In seguito è diventata avvocato. The Queen of the Tearling è anche il suo primo romanzo. Erika vive a San Francisco, in California.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Storie della buonanotte per bambine ribelli, Elena Favilli e Francesca Cavallo (Mondadori, 2017), a cura di Elena Romanello

29 luglio 2017
sdf

Clicca sulla cover per l’acquisto

Spesso si sentono denunciare gli stereotipi di sottomissione, mancanza di realizzazione di sé, esaltazione di ruoli tradizionali e scarsa autostima che vengono proposti alle donne fin da bambine, che possono portare molto spesso a situazioni di dipendenza economica e affettiva dagli uomini con conseguenze devastanti, cosa anche peggiorata dalla crisi economica dove sembra esserci l’assunto di rispedire le donne a casa anche se qualificate.
Questi stereotipi sono presenti nelle storie che vengono proposte alle donne per tutta la loro vita, dalle principesse sempre in attesa che qualcuno le salvi alle protagoniste di storielle rosa che si annullano per amore di un uomo, e da tempo si sostiene che bisogna proporre nuove narrazioni.
Ecco, un libro che propone nuovi modelli di donne, tra l’altro reali e non inventati, è Storie della buonanotte per bambine ribelli, nato da un crowfunding che ha entusiasmato il mondo e capace di raccontare vicende finalmente diverse.
Nelle pagine del libro rivivono cento figure di donne di ieri e di oggi, scienziate, attiviste sociali, scrittrici, politiche, artiste, sportive, di vari Paesi, per dare un’idea dell’apporto delle donne da sempre al mondo in ruoli non certo tradizionali e di sottomissione, con schede scritte in un linguaggio semplice e diretto e illustrate da vari professionisti che hanno offerto la loro arte al progetto.
Nelle pagine del libro trovano spazio donne della contemporaneità come Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Michelle Obama, Hilary Rodham Clinton, Serena e Venus Williams, icone del passato come Hatshepsut, Elisabetta I, Caterina di Russia, l’imperatrice cinese Jingu, icone come Miriam Makeba, Virginia Woolf, Coco Chanel, Ipazia, donne di cultura come Jane Austen, Frida Kahlo, Isabel Allende, Tamara de Lempicka, donne da riscoprire o scoprire come la scienziata Ada Lovelace, inventrice del computer, le sorelle Mirabal, martiri della libertà, la piratessa Grace O’Malley, voci provenienti dal controverso mondo arabo, quali la giovanissima Malala Yousafzai, la femminista Manal al-Sharif, la rapper che canta storie di denuncia sulle ragazze costrette a sposarsi Sonita Alizadeh.
Un libro da leggere e regalare alle piccole donne di domani ma anche per chi è già donna e non ha avuto la fortuna da giovanissima di incontrare e confrontarsi con questi modelli femminili e ha trovato nella finzione e nella realtà solo donnine sottomesse e pronte ad annullarsi e a rinunciare a sogni e aspirazioni in nome di stereotipi di oppressione.
Poi, certo, è solo un inizio e si spera che le giovanissime lettrici siano stimolate a leggere e ad approndire queste storie su libri più adulti, ma come inizio c’è da dire che è ottimo per costruire nuove generazioni di spiriti liberi e ribelli, di cui ce ne è tanto bisogno, e per insegnare la ribellione a chi ormai è adulto ma deve liberarsi da retaggi triti e ritriti.

Elena Favilli è giornalista professionista e imprenditrice, da sempre interessata a tematiche di genere.

Francesca Cavallo è scrittrice e regista teatrale, insieme hanno fondato Timbuktu Labs, una media company che crea prodotti innovativi per bambini di tutte le età.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un luogo a cui tornare, Fioly Bocca (Giunti, 2017)

28 luglio 2017
68700j

Clicca sulla cover per l’acquisto

E’ vero: innamorarsi è desiderare per qualcuno cose che non si ha il coraggio di desiderare per sé.

Alla parola “bosgnacco” ho fatto ricerche (anche un veloce giro su Wikipedia può aiutare) e ho scoperto che i Bosgnacchi o Bosniaci musulmani (in bosniaco bošnjaci) assieme ai croato-bosniaci e ai serbo-bosniaci costituiscono i tre maggiori gruppi etnici che popolano la Bosnia ed Erzegovina. Di fede sunnita, vittime di pulizia etnica, furono cacciati dalle zone che prima delle guerre jugoslave occupavano nella Bosnia orientale. Da allora molti profughi, con alle spalle storie più o meno drammatiche, giunsero anche in Italia. Tra questi c’è Zeligo, uno dei protagonisti principali del terzo romanzo di Fioly Bocca, Un luogo a cui tornare, edito da Giunti.
Di questa autrice, piemontese, giovane mamma, scrittrice sensibile, molto attenta alle tematiche sociali, abbiamo sia recensito Ovunque tu sarai, suo libro d’esordio, e L’emozione in ogni passo, e già prima di leggere questo suo nuovo libro sapevo che sarebbe stata un’ esperienza positiva, che mi avrebbe arricchito in un modo o nell’altro.
Fioly Bocca è esattamente la persona che traspare dai suoi libri, solare, umana, una persona che si pone delle domande e cerca di aiutare gli altri. Come Argea, voce narrante di questo delicato e poetico libro, ambientato a Torino, che parla di amicizia, amore, accoglienza, immigrazione e fraternità. Sì, quella strana parola che ci rende tutti uguali, simili, e dolorosamente uniti, anche nei momenti più tristi e difficili delle nostre vite. Parla molto di sé l’autrice in questo libro, pur se non credo sia spiccatamente autobiografico (anche se potrei sbagliarmi). Ci sono parti che mi hanno fatto piangere (non mi vergogno di dirlo), altre sorridere, altre arrabbiare. Perché l’autrice parla ai sentimenti del lettore più che al suo cervello o alla sua ragione. E lo fa in modo autentico e garbato, con uno stile poetico e emozionante. La sua lingua è molto poetica, e tra i regali che mi ha fatto questo libro c’è sicuramente quello diavermi fatto conoscere un poeta, Izet Sarajlic, di cui cita una poesia, che vi trascrivo:

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gotthlieben,
potevamo essere noi due.
Ma noi non passeggeremo mai più
Su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.

Dicevo, Argea e Zeligo sono i protagonisti di questo romanzo, in cui l’amicizia e la diversità (sociale, economica, etnica) giocano un ruolo chiave. Tutto ha inizio sotto la pioggia, sotto una pioggia torrenziale in cui Argea guida la sua auto. Per un attimo di distrazione, la radio, le sigarette, il telefono, i fazzoletti, il burrocacao, sbanda e investe Zeligo, profugo bosniaco, senza tetto, lavoro, forse ubriaco. Si risveglia in ospedale, e sebbene il fidanzato, giornalista come lei, gli consiglia di dimenticare tutto e di non farsi domande, il senso di colpa, la coscienza la spingono ad avvicinare Zeligo.
Da questo momento in poi nasce un’amicizia che cambierà, in meglio, la vita di entrambi. Dire di più della trama sarebbe un vero peccato, starà a voi scoprirla se deciderete di leggere questo libro e farvi avvolgere dal calore delle sue parole. Quello che posso dirvi è che si parla di sentimenti, di desideri (il desiderio di maternità della protagonista, prima dolorosamente negato, è forse la parte più toccante, più ancora del finale), di giustizia, e di uguaglianza, di cose quotidiane in cui ogni donna si può riconoscere.
E’ quasi un romanzo motivazionale. Ti spinge a agire, a fare qualcosa per migliorare le cose. Argea sceglierà l’impegno, sceglierà di lasciare alcune certezze, per qualcosa di migliore, più vicino alla felicità. E ci vuole coraggio per farlo. Tanto coraggio.

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato con il compagno e i due figli. È laureata in Lettere all’Università degli Studi di Torino e si è specializzata con un corso in redazione editoriale. “Ovunque tu sarai“, il suo romanzo d’esordio, è stato un grande successo del passaparola, tradotto in cinque Paesi. Nel 2016 è uscito, sempre per Giunti, “L’emozione in ogni passo“.

Source: libro inviato da Walkabout Literary Agency, ringraziamo Fiammetta e l’editore Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non disturbare, Claudio Marinaccio (Miraggi Edizioni, 2017), a cura di Nicola Vacca

28 luglio 2017
x

Clicca sulla cover per l’acquisto

L’imbecillità cammina sulle gambe degli uomini. Il villaggio globale è diventato un baratro in cui la prevalenza del cretino è ormai legge. Sembra impossibile difendersi da questo esercito di idioti che ogni giorno entra a gamba tesa nelle nostre vite.
Claudio Marinaccio lo fa scrivendo un libro. Non disturbare, il titolo è già tutto un programma.
Lo scrittore torinese – con il suo stile esilarante in forma di diario – ci racconta frammenti della sua vita quotidiana, in cui pare davvero impossibile non avere a che fare con la stupidità invadente.
Dialoghi comici e surreali per difendersi con l’ironia da tutta questa decadenza che ci sta uccidendo.
E se i Testimoni di Geova bussano al citofono perché vogliono parlare della loro ricetta per la salvezza dell’anima, Claudio con il sorriso sulle labbra e con la sua ironia fuori dal comune li prende in giro fino a farli spazientire (Suona il citofono. Chi è. Ha mai pensato alla sua salvezza? Di solito punto alla Champions).
Marinaccio senza peli sulla lingua ci regala frammenti di conversazioni. Oggetto di questo suo diario è il nostro quotidiano massacrato dalla presenza di un’imbecillità che si manifesta a noi nella forma invadente dell’ idiozia.
L’unica arma per difendersi dall’imbecillità odierna è riderci sopra.
Claudio Marinaccio lo fa scrivendo un libro ironico e tagliente che dovremmo sempre portare con noi e usarlo come manuale di autodifesa ogni volta che sulla nostra strada incontriamo un imbecille.
E siccome capita spesso, tocca armarsi di tutta l’ironia possibile per sopravvivere alla dittatura del luogo comune.
L’autore di questo libro lo ha fatto e non ha rinunciato a una elevata dose di cinismo annotando sul suo taccuino quello che gli accade ogni volta che ha a che fare con la banalità dell’imbecillità.
Non disturbare vi divertirà per la sua ironica e sferzante cattiveria. Claudio Marinaccio si conferma uno scrittore fuorilegge e anche questa volta ha il coraggio di scrivere quello che tutti pensano e che non hanno il coraggio di dire.
Non citofonategli. Lui non ama la ciarla quotidiana e con eleganza e ironia vi manderà a quel paese. Siete o non siete Testimoni di Geova.
L’unico modo per difendersi dagli imbecilli è prenderli per il culo con ironia.
Se siete sarcastici e intelligenti leggete Non disturbare. Ma fatelo anche se siete imbecilli, anche se alla fine non lo capirete.

Claudio Marinaccio è nato a Torino nel 1982. Collabora con diverse riviste tra cui «GQ», «Il Mucchio» e «Donna Moderna».
Nel 2016 esce il suo romanzo Come un pugno (Aliberti). Alcuni suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste.
La raccolta di questi testi nasce dal crescente successo che hanno avuto, pubblicati su Facebook. Ci si immedesima nelle situazioni che assillano tutti: telefonate con offerte commerciali a tutte le ore, i classici Testimoni di Geova, altri dialoghi comici e surreali. Un tono da Stand Up Comedy americana, che l’Autore sperimenta con successo anche dal vivo (ha intenzione di andare in tour con Nicola Manuppelli, già in passato suo compagno di esibizioni e di casa editrice (Aliberti), il cui libro uscirà per Miraggi in contemporanea (in questo lancio).
All’uscita del libro, partirà per un tour insieme con Nicola Manuppelli ripetendo l’esperienza di successo precedente dei loro due romanzi con Aliberti.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: The Quick – Misteri, vampiri e sale da té, Lauren Owen, (Fazi, 2017), a cura di Elena Romanello

28 luglio 2017
a

Clicca sulla cover per l’acquisto

Fazi editore propone nella sua linea “adulta” una storia di vampiri molto diversa da quelle per ragazzine introdotte da Twilight, in cui si recupera l’ambientazione vittoriana, con un chiaro omaggio alla letteratura gotica dell’Ottocento, una fonte di ispirazione inesauribile ancora oggi.
The Quick, romanzo d’esordio dell’autrice Lauren Owen acclamato da giornali, critici e colleghi illustri, racconta la storia di due orfani, fratello e sorella, James e Charlotte, nell’Inghilterra di fine Ottocento. Cresciuti nella dimora di famiglia in campagna ormai in decadenza, una volta adulti vedono le loro vite dividersi come era tradizione tra uomini e donne all’epoca.
James aspira a diventare scrittore e una volta terminati gli studi ad Oxford si trasferisce a Londra dove prende un appartamento in affitto con un affascinante giovane aristocratico. Per un periodo vive in maniera molto intensa e stimolante, trovando anche l’amore dove non si sarebbe mai aspettato, ma poi scompare senza lasciare traccia.
Charlotte, preoccupata, parte per Londra e si immerge in una città tetra e industriale, ricca di problemi sociali e di misteri inquietanti, ben diversa da quella che aveva trovato James. Indagando per lo più da sola, la ragazza scopre l’esistenza di un mondo segreto, popolato da loschi figuri che vivono ai margini della società e che non sono quello che sembrano, ma qualcosa di molto peggiore e inquietanti. Charlotte riesce ad entrare in una delle istituzioni più autorevoli e temibili della Gran Bretagna, l’Ægolius club, all’apparenza luogo di ritrovo degli uomini più ambiziosi del Paese, circolo esclusivo come tanti all’epoca e non solo, ma in realtà con una serie di segreti dietro, uno più terrificante dell’altro, che minacceranno Charlotte in un crescendo di colpi di scena.
Si torna alle origini ottocentesche del mito del vampiro, oltre a rendere omaggio ad un’icona per antonomasia dell’immaginario, la città di Londra con tutto il suo carico di misteri, segreti, fascino e perdizione, in una storia scritta oggi omaggiando i classici di Charles Dickens e Wilkie Collins senza plagiare ma costruendo una vicenda che appassiona portando nel mondo in cui è nato il modo di narrare storie oggi.
The quick è un romanzo singolo, anche se si chiude in una maniera che potrebbe portare a un possibile seguito ma non è difficile augurare all’autrice una buona carriera, sperando che continui a portarci in questa Londra perfetta per storie paranormali e gotiche, dove da oltre un secolo non ci si stanca di andare.

Lauren Owen è nata nel 1985. Ha studiato all’Università di Oxford e all’Università dell’East Anglia, dove nel 2009 ha ricevuto il Curtis Brown Prize per la miglior tesi di dottorato in Scrittura creativa. The Quick è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Grazia Verasani

28 luglio 2017

immagini.quotidiano.net

Benvenuta Grazia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a voi per avermela proposta.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Scrittrice di romanzi, autrice teatrale, cantante. Chi è Grazia Verasani?

Mah… Una che fa parte di una generazione per cui l’interdisciplinarietà tra le arti era inevitabile, e la creatività trovava molti mezzi per esprimersi. Ho sempre avuto un approccio libero e appassionato in tutte le cose in cui mi sono spesa e mi spendo.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Molto presto, da bambina, perché sono stata una lettrice precoce e con un carattere solitario. Scrivere dapprincipio era cercare di capire me stessa in relazione al mondo, tirare fuori pensieri, tenere un diario.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

A dieci anni scrissi un racconto di tre pagine dal titolo “Corrie e il suo cane” e un altro, “La famiglia Bettini”, in cui morivano tutti. In cortile, costringevo le amiche, a recitare scenette che inventavo lì per lì. Solo nel 1998, dopo un decennio dedicato alla musica e vari racconti pubblicati su riviste e quotidiani, ho scritto “L’amore è un bar sempre aperto”, primo romanzo pubblicato dalla valorosa Fernandel, una piccola casa editrice.

Ti piacciono i film noir americani e francesi degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

“Ascensore per un patibolo” è il primo film che mi viene in mente, ma anche “Il grande sonno”. Chandler è il punto di riferimento di tanti per la costruzione di un detective. Per me ha contato molto anche Patricia Highsmith.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi noir? Sei femminista? Pensi che il noir, o più precisamente l’ hard boiled, con il consolidarsi come figura letteraria della dark lady, abbia rafforzato una certa misoginia perlomeno letteraria? O anzi ha fatto l’esatto contrario descrivendo donne libere, indipendenti, autonome, a cui importava poco della morale costituita?

Ciò che è letterario, nel senso “nobile” del termine, supera le pregiudiziali dovute anche all’epoca in cui i personaggi femminili risultavano stereotipati, come in molto hard boiled del passato. Non mi piace che certi cliché siano ancora cavalcati da alcuni scrittori maschi. E’ la ragione per cui nel 2004 inventai il personaggio dell’investigatrice privata Giorgia Cantini, perché da donna sentivo di poter raccontare meglio le donne anche nel genere noir. Le donne come sono realmente.

Donne nel noir, che scrivono noir in Italia, ce ne sono poche. Mi vengono in mente oltre a te, perlomeno che utilizzino in parte registri noir, Elisabetta Bucciarelli, Antonella Lattanzi, Marilù Oliva, Patrizia Rinaldi, Lorenza Ghinelli, Sara Bilotti, Paola Rambaldi. Pensi che per le scrittrici sia limitativo essere definite autrici noir? O non si cimentino con il genere ritenendolo prevalentemente maschile?

Fui molto contenta di essere, con “Quo vadis, baby?”, l’apripista di molte giovani autrici che cominciarono a cimentarsi col noir, anche se ce n’erano state altre, magari non con lo stesso rilievo dovuto al film di Salvatores, che mi diede un’improvvisa visibilità. Parliamo di autrici che, scrivendo noir, dimostrano di poter scrivere qualunque cosa. Perché il noir è difficile, ha regole che possono essere infrante ma una disciplina di base. In Italia siamo ancora lungi dal rendere giustizia alle autrici noir, sono poco lette. C’è una diffidenza di fondo, oltre al luogo comune che si tratti di un genere maschile. A meno che non si propenda per il giallo rosa. Non credo che in Italia potrebbe esistere una Fred Vargas. Nel senso che la nostra esterofilia è penalizzante, oltre a un maschilismo ancora vigente.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Oltre a Chandler e alla Highsmith, Simenon, Izzo, Malet, Manchette, per ciò che riguarda il noir. Ma sono una lettrice compulsiva che ha sempre letto di tutto, dai saggi alla poesia, dal teatro al romanzo borghese. Come riferimenti imprescindibili: Jane Austen, le sorelle Bronte, Ingeborg Bachman, Céline, Maupassant, Turgenev, Cechov…

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

Quando avevo vent’anni, il grande poeta Roberto Roversi, conosciuto tramite Tonino Guerra, mi disse che ero “immaginifica”. Mi piace “vedere”, mentre scrivo. Immaginare contesti, paesaggi, interni o esterni, cieli, situazioni collocabili in un film, a livello di immagine. Ma non è premeditato.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

E’ sempre la prima pagina. L’inizio. In genere procedo senza scalette, con un’idea generale che spesso cambia, si trasforma. Mi occorrono mesi per pensare a un libro e quando metto la prima parola avverto una fatica immane che nel tempo di attenua, è una sorta di altalena tra frenesia, paura, ansia, e divertimento, godimento, soprattutto quando correggo.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare: “Sì finalmente mi hanno capita”.

Be’, di sicuro non posso dimenticare Tullio Kezich, che nel 2005 scrisse che il mio romanzo era meglio del film. Ne ridemmo al telefono io e Salvatores… Negli anni ho letto sempre belle cose. Non posso lamentarmi. Spiace che oggi la critica sia spesso legata a rapporti extralibro, o che si riduca a una sintesi di bandella.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è “Lettera a Dina” (Giunti), ed è la storia di un’amicizia tra due ragazzine che crescono negli anni ‘70/80, un rapporto forte, esclusivo, che avrà strappi dolorosi, e sullo sfondo la Bologna di allora. A settembre 2017 invece uscirà “La vita com’è” (La nave di Teseo), un romanzo in cui mi giostro anche sui registri del comico.

Parlaci del tuo personaggio la detective Giorgia Cantini, come si differenzia da tutti gli altri detective della narrativa?

Be’, è una donna tosta e al contempo vulnerabile, una che osserva il mondo e ne dà la sua versione, la sua testimonianza. Giorgia è un po’ il mio alter ego, è nata grazie alle donne che frequento, che mi sono amiche, che hanno i suoi stessi dubbi, rovelli, e una propensione empatica verso i più deboli. Mi permette di approfondire tematiche sociali che mi interessano, di dare un’idea delle città e di un paese in cui il passato sembra sempre risplendere sull’oggi. E’ una “diversa”, nel senso che è anticonvenzionale, non ha nulla della detective “rosa”, non si sofferma sulla superficie. Le sue investigazioni sono esistenziali, sentimentali, anche se non in senso romantico.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi? (Vivente o del passato, senza limitazioni).

Al momento, con il grande disegnatore Igort.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Ritorno a Reims” di Didier Eribon.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Correggo le bozze del nuovo romanzo in uscita a settembre…