:: La collera di Napoli, Diego Lama (Mondadori, 2016) a cura di Diego Di Dio

24 giugno 2016
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Napoli, settembre 1884. Un’epidemia di colera provoca migliaia di vittime in appena due settimane.Veneruso, un commissario di polizia depresso e irritabile, indaga sul ritrovamento dei cadaveri di alcune giovani orfane mutilate su una spiaggia vicino al porto. Le ragazze provengono tutte dallo stesso convento di monache di clausura. Le ricerche di Veneruso e dei suoi scalcagnati agenti riveleranno presto passioni segrete, vizi inconfessabili e relazioni pericolose tra le religiose. All’indagine principale si aggiungono altri casi paralleli, altri omicidi, altri assassini.

La collera di Napoli è il primo romanzo che leggo di Diego Lama.
Il fatto che sia risultato vincitore al Tedeschi mi ha incuriosito parecchio e, ovviamente, ha aumentato a dismisura le mie aspettative. Spesso accade che, leggendo un libro che si è affermato in un premio importante come questo, le pretese rimangano in parte deluse, ma non è questo il caso.
La collera di Napoli non solo introduce nel panorama del giallo storico un personaggio unico, irritabile, nervoso e a suo modo divertente come il commissario Veneruso, ma innesta questo personaggio su uno sfondo storico ben descritto, accurato e definito. Eppure, nonostante la potenza narrativa del protagonista, la cosa che mi ha colpito di più del romanzo non è né lui, né la storia principale, tessuta in maniera sapiente e accorta. No.
La cosa che mi ha colpito di più sono le storie, le piccole vicende collaterali che affluiscono nel fiume della vicenda principale, i piccoli aneddoti, i piccoli gialli che arricchiscono un quadro umano variegato, disperato e bellissimo. C’è qualcosa di geniale in questa scelta dell’autore di non limitarsi a narrare la vicenda principale o le storie a essa funzionali, ma di arricchire il romanzo con uno sguardo traversale indirizzato alle piccole storie di vita e di paese, ai personaggi curiosi e affamati, al popolo napoletano piegato dalla malattia e dalla povertà, ai gesti disperati e alle parole indimenticabili di personaggi ai limiti della società, falegnami, prostitute, preti e suore.
Diego Lama, con La collera di Napoli, irrompe nel panorama editoriale italiano come uno dei più promettenti scrittori gialli contemporanei, congegnando un romanzo che denuncia non solo un potente talento narrativo, ma anche una affinata capacità di gestire trame e sottotrame, di costruire personaggi e dialoghi credibili, di dare vita a tanti piccoli universi letterari.

Diego Lama Napoli 1964. Architetto e giornalista, ha pubblicato diversi romanzi e racconti. Pubblica nel 2013 La collera di Napoli con protagonista il commissario Veneruso con cui è stato vincitore del Premio Tedeschi 2015, pubblicato nel Giallo Mondadori n. 3136 nel mese di ottobre 2015. Il romanzo viene ristampato nel giugno del 2016 negli Oscar Mondadori.

Source: libro del recensore.

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:: Crepuscolo, Kent Haruf, (NN Editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

24 giugno 2016
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Crepuscolo di Kent Haruf è il terzo volume della trilogia composta da Benedizione e Canto della pianura e ancora una volta l’autore americano, scomparso nel 2014, dimostra come le vite comuni, quelle che sembrano del tutto mediocri e inutili, hanno tanto da dire anzi, molto più di quanto possiamo e riusciamo ad immaginarci. Crepuscolo non ha un perno narrativo specifico attorno al quale ruotano i diversi protagonisti, nel senso che non c’è un assassino da incastrare, una reliquia da recuperare o una bomba da disinnescare. In questo romanzo corale ognuno dei personaggi che compare nella scena narrativa ha una propria vita da far conoscere e il “mestiere” dei diversi protagonisti è proprio quello di riuscire ad imparare, a conoscere e a gestire gli imprevisti del vivere. Nell’intreccio narrativo troviamo i fratelli McPheron (Harold e Raymond), due scapoli alle prese con il doloroso distacco da Victoria Roubideaux e dalla piccola Katie, perché la giovane ragazza-madre è pronta a trasferirsi con la figlia a Fort Collins per studiare all’università. I due fratelli conoscono il piccolo JD, un orfano che vive con il nonno dalla salute cagionevole. Il ragazzino trova conforto a casa di Dena, una sua amichetta che vive con la madre e la sorella in una casa troppo grande e vuota per loro. Qui JD va a giocare e a fare piccoli lavoretti che gli permettono di guadagnarsi qualche spicciolo. Dena va nella stessa scuola dove ci sono Joy Rae e Richie. I due fratellini abitano con i genitori dentro ad un roulotte. L’intera famiglia è a carico dei servizi sociali e supervisionata da Rose Taylor. Per loro le cose sembrano andare abbastanza bene, ma l’arrivo di zio Hoyt cambierà in modo irreparabile la loro esistenza. Quello che mi ha colpito della scrittura di Haruf è uno stile narrativo diretto, spoglio da fronzoli che mi ha riportato alla memoria John Steinbeck, William Faulkner ed Erskine Caldwell, solo che in questo caso le vicende sono ambientate ai giorni nostri, ad Holt in Colorado, un’immaginaria cittadina della provincia americana. Come per i volumi precedenti anche in Crepuscolo le vite dei diversi personaggi presenti nella trama narrativa si intrecciano tra di loro mostrandoci un mondo composto da un’umanità derelitta, portata dalle drammatiche esperienze della vita a rasentare il baratro. Questo toccare il fondo sembra condannare tutti ad una sconfitta costante, anche se le piccole possibilità di un riscatto, per qualcuno, sembrano emergere dall’oscurità del corso vitale. Crepuscolo è un romanzo collettivo costituto di esseri umani umili, dalle esistenze solo in apparenza banali (lavorano, vano a scuola, arano i campi, si incontrano al bar o al ristorante), sempre impegnati a lottare per esistere e resistere nel mondo dove i sentimenti come la bontà è la solidarietà si scontrano con l’insensata violenza e l’egoismo. Tutti i protagonisti di Crepuscolo di Kent Haruf sono sì personaggi letterari, ma le loro vite complicate e quotidiane diventano un qualcosa di straordinario per la loro semplicità e per la somiglianza che noi lettori possiamo trovare in esse. Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alex dell’Ufficio Stampa NN Editore.

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:: La via del male, Robert Galbraith, (Salani, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

24 giugno 2016
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Non era riuscito a togliere tutto il sangue. Una linea scura come una parentesi gli era rimasta sotto l’unghia mediana della mano sinistra. Si accinse a raschiarla via, anche se non gli dispiaceva vederla: un memento dei piaceri del giorno prima. (pag.11)

Inizia subito con toni tetri “La via del male”, il terzo volume dedicato alle indagini di Cormoran Strike e scritto sotto pseudonimo dalla madre del famosissimo mondo di Harry Potter, J. K. Rowling. Questa volta l’investigatore privato ha per le mani un caso davvero caldo: un serial killer di giovani donne la cui furia omicida si incendia di un desiderio di vendetta nei confronti del nostro Strike. Una mattina apparentemente ordinaria la sua volitiva e brillante assistente, Robin Ellacott, riceve un pacco che dà il via alle indagini.

Una gamba mozza di donna era stata infilata a forza, di sbiego, nella scatola, le dita del piede piegate all’indietro per farcela stare. (pag. 19)

L’assassino, infatti, dopo aver ucciso le vittime, dal loro corpo taglia dei pezzi che diventano per lui oggetti erotici, souvenir del successo della sua perversione appagata. Strike, ex militante nell’esercito e nella SIB (Servizio investigativo della Regia polizia militare inglese) ha tanti nemici e tra questi sospetta di quattro persone, reputandole tutte in egual modo capaci di commettere simili malvagità. Oltre ad un avvincente caso su cui fare luce, questo terzo capitolo della saga concede al lettore di conoscere di più i suoi protagonisti. Infatti, i quattro indiziati tornano come fantasmi nella vita di Strike e le vicende a loro connesse sono sfruttate con abilità dall’autore per rivelare dettagli sul suo passato. Anche gli scheletri di Robin escono dall’armadio, così i fatti personali che entrambi si sono tenuti nascosti a vicenda, una volta rivelati, finiscono per rendere più stretto e vero il loro rapporto. Affermandosi come nuova e riuscitissima coppia del genere Giallo, i due tentano coraggiosamente di risolvere un caso al di sopra delle loro competenze ma che la New Scotland Yard sembra proprio non saper gestire.
Così come nei due precedenti episodi della storia di Cormoran Strike, Galbraith sa evocare con arte l’atmosfera, i sapori e la vita londinese. A piedi per Tottenham Court Road, underground fino a Notting Hill Gate, fish & chips e una birra fredda in un pub: a chi è già stato a Londra basterà chiudere gli occhi per tornarci, mentre a coloro che ancora non hanno avuto questa fortuna verrà voglia di prenotare molto presto un soggiorno nella capitale inglese. Estratti di testo delle canzoni dei Blue Öyster Cult introducono i capitoli del romanzo, tutti ad esclusione dei più inquietanti e foschi nei quali il narratore cambia: la stessa storia è vista attraverso gli occhi dell’assassino, rivelando ogni suo folle pensiero di morte. Galbraith scrive una trama appassionante e ricca di colpi di scena per mezzo della quale affronta il tema drammaticamente attuale della violenza sulle donne e sui bambini, consapevole che l’efficacia divulgativa del suo romanzo sia anche importante e doverosa occasione di denuncia.
Senza dubbio apprezzerete questo libro che, reso scuro dalla brutalità assassina, si illumina attraverso una narrazione spesso divertente e sempre brillante. Davvero bravo questo Robert Galbraith e ancora di più chi, come dice sua sponte, ama divertirsi dietro al suo nome. Traduzione di Francesco Bruno.

ROBERT GALBRAITH: autore dei bestseller Il richiamo del cuculo e Il baco da seta, è uno pseudonimo usato da J.K. Rowling, creatrice della fortunatissima saga di Harry Potter.

Source: acquisto personale.

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:: L’ americano tranquillo, di Graham Greene (Mondadori, 1992)

22 giugno 2016
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Innanzitutto è bene precisare che L’ americano tranquillo (The Quiet American, 1955) non è un saggio di geopolitica, lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo, dedicandolo a René e Phuong, due suoi carissimi amici, dice che non ci sono alcune controparti reali ai suoi personaggi, e che anche i fatti storici sono in parte rimaneggiati, insomma questo è un racconto non un libro di storia. Ciò non toglie che un racconto di personaggi immaginari possa fare trasparire in filigrana personali convinzioni dell’autore, ovvero molto spesso scherzando si dice la verità, ma appunto distinguere fantasia e realtà in un romanzo non è un’ impresa così facile e soprattutto priva di rischi. Si potrebbe iniziare a leggere tutti gli articoli che Greene scrisse come corrispondente di guerra per The Sunday Times e Le Figaro durante la guerra d’ Indocina, facendo raffronti e comparazioni, o le sue lettere private, quasi con l’entusiasmo di un entomologo, ma ne vale davvero la pena? Non che non lo si possa fare naturalmente, ma lasciamo agli storici questo compito, noi accontentiamoci di trascorrere una delle tante sere afose di Saigon.
Un’altra questione che vorrei affrontare, non certo con leggerezza, riguarda le polemiche e le accuse di antiamericanismo, misoginia, e irresponsabilità che gli furono fatte da più parti all’uscita del romanzo (fu pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1955 da William Heinemann Ltd. e solo l’anno dopo negli Stati Uniti da Viking Press). Polemiche sicuramente virulente negli anni 50, in piena caccia alle streghe, che oggi hanno perso parte dello slancio lasciando in tutti, critici e lettori, la convinzione che Un americano tranquillo è una riuscita opera letteraria, meritevole di apprezzamento appunto per il suo valore artistico. Affermazione quest’ultima forse non del tutto veritiera se si pensa che l’uscita del film di Noyce del 2002, molto fedele al libro (sicuramente più del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958) fu ritardata per i fatti dell’ 11 settembre del 2001. Insomma il libro, e i film da lui tratti, hanno ancora oggi una componente di tale portata da essere giudicati pericolosi, o destabilizzanti. Potere della letteratura.
Per avvicinare i lettori a questo libro credo sia comunque necessario inquadrare il romanzo nel periodo storico in cui fu scritto, giusto per ricordare chi furono i Viet Minh, chi fu Ho Chi Minh, in che regioni si estendeva l’ Indocina, cosa portò la battaglia di Dien Bien Phu. Giusto una traccia e uno spunto, insomma, per chi vorrà in futuro documentarsi.
Che nel romanzo si parli di colonialismo francese, comunismo, imperialismo americano, antimilitarismo, terrorismo è indubbio, i temi etici e politici sono senz’altro parte dell’intreccio, anzi ne costituiscono il tema portante, ma non dimentichiamoci che il libro si può anche benissimo leggere senza conoscere niente della situazione del Sud-est asiatico degli anni 50, che portò se vogliamo alla guerra del Vietnam, e Greene sembra vedere le chiare premesse (sottolinea più volte il concetto di Terza forza) di questa deriva descrivendo le imprese coperte già in atto nel paese, e forse proprio il suo doppio ruolo di giornalista e di spia gli dava se vogliamo una posizione privilegiata per analizzare e interpretare i fatti. Solo molto più tardi, anche in America, si sviluppò un certo spirito critico se non un aperto dissenso verso il coinvolgimento americano nel Sud-est asiatico, disinnescando in un certo senso la portata delle tesi di Greene. E allora le sue parole acquisteranno sì solo più una sorta di preveggenza o per lo meno di attenta lungimiranza. Ma potrei dire di più, una certa universalità, slegata ai fatti contingenti della guerra del Vietnam, proprio un certo atteggiamento di critica verso la condotta etica e morale, collegabile al kipliniano fardello dell’uomo bianco, di autoinvestitura dell’America come esportatrice di diritto e democrazia, e di cibi energetici, coca cola e armi (come ironizza Greene) ci riporta alla più stretta attualità. L’ America come gendarme del mondo dunque, ruolo che tutt’ oggi ha conseguenze tutt’altro che trascurabili nelle vicissitudini del nostro tormentato pianeta. Detto questo, si può leggere comunque il romanzo anche come una storia d’amore, come un giallo poliziesco, come un romanzo di formazione, un esotico libro di viaggi. Insomma le letture sono molteplici e tutte legittime. Ogni lettore trovi la sua strada interpretativa.
Ma tornando al mio piccolo quadro riassuntivo del periodo storico, innanzitutto partirei col dire che l’ Indocina del 1950 assimilava gli odierni stati della Cambogia, del Laos, della Thailandia, della Birmania, della Malesia e del Vientnam. La parte orientale dell’Indocina, comprendente a vario titolo Vietnam, Laos e Cambogia, rientrava dall’ottobre del 1887 nelle dinamiche colonialiste francesi, dinamiche di sfruttamento economico, sudditanza commerciale e culturale, che Greene certo non approfondisce, ma a cui velatamente accenna. Dopo alterne vicende nel 1946 la Francia riprese il controllo dell’Indocina ma già Ho Chi Minh, a capo di un movimento comunista e indipendentista – nazionalista noto come Viet Minh, pone le basi per la guerra d’Indocina, combattuta dal 1946 al 1955, che portò dopo la battaglia di Dien Bien Phu, alla totale disfatta francese, e alla fine del suo sistema coloniale. Francia e patrioti (o ribelli) vietnamiti, a secondo dei punti di vista, furono i soldati sul campo, ma la vera guerra tra alleanze, aiuti, e balletti della diplomazia, fu combattuta tra Stati Uniti, e Unione sovietica e Cina. Tutti stati seduti allo stesso tavolo della conferenza di pace di Ginevra del 1954. Trattato di pace che lasciando tutti scontenti portò quasi senza logica di discontinuità alla guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975.
Un americano tranquillo uscì nel 1955, dopo una gestazione di alcuni anni, proprio all’inizio di quella guerra che leggendo il libro sembra inevitabile. Tre sono i personaggi principali: Thomas Fowler, cinico e disilluso reporter inglese di stanza a Saigon, voce narrante della storia; Alden Pyle, agente della CIA sotto copertura (ufficialmente lavora per una fantomatica Missione per gli aiuti economici), in Vietnam per creare proprio quei presupposti che avrebbero portato ad un intervento diretto americano; e Phuong, giovane vietnamita amante prima di Fowler, e poi di Pyle, che promette di sposarla e garantirle una vita sicura e onorevole in America.
Il romanzo inizia con la notizia della morte di Pyle, e grazie a una serie di flashback che ci riportano a un passato filtrato dagli occhi di Fowler, ricostruisce pian piano le motivazioni che portarono a questo delitto, scoprendo se Fowler (e in quale misura) fu coinvolto. Uno schema classico, classico almeno per Greene che già nel Terzo uomo lo presentò: un’amicizia tradita, una donna contesa, un contesto politico difficile. Pyle comunque ha ben poco dell’antagonista Harry Lime, la Vienna occupata, ben poco della Saigon colonialista, ma nonostante tutto lo spirito sembra il medesimo, Greene sembra continuare un discorso precedentemente iniziato, almeno a livello artistico.
Fowler non è un eroe, può in un certo senso richiamare una proiezione dell’autore stesso, forse più che altro per alcuni atteggiamenti, ma resta un personaggio di fantasia, una creazione strumentale all’intreccio, utile alla narrazione e se anche non ci fidassimo delle premesse dell’autore, lo scopriremo durante la lettura, quando il suo doppio e triplo animo si dipana durante la storia, creando un meccanismo perfetto di suspense e dissimulazione, godibile per il lettore, anche il più smaliziato, e ammirevole da un mero punto di vista narrativo.
L’ambiente giornalistico intorno al Continental è sicuramente realistico, nato dai ricordi di Greene, da quel mood cinico e senza illusioni di una comunità di espatriati, riuniti al capezzale di una guerra che sono pagati per documentare con i loro articoli mandati per telegramma, depurati dalla censura, portati sui campi di battaglia come chiassose classi di studenti in gita, assistendo a conferenze stampa pilotate, dove ottenere vere notizie o anche solo disvelamenti è una cosa più unica che rara.
Tutti recitano un ruolo, lo stesso ruolo di Fowler, l’uomo senza opinioni, l’uomo che non si lascia coinvolgere, l’ateo convinto, mosso solo dal suo personale egoismo visto come un’ unica ancora di salvezza giustificata dalla disperazione e dalla solitudine.
Il suo stesso amore per Phuong quasi non si spiega. Come lei ce ne sono molte, donne vietnamite disponibili a intrattenere rapporti con gli occidentali. Phuong infondo è una donna senza apparenti particolari qualità a parte la giovinezza e la bellezza. Il suo mistero resta inaccessibile, lo stesso Fowler si stanca presto di cercare di penetrare i suoi pensieri, di vedere cosa si agita nella sua mente. Phuong a tratti può sembrare quasi un contenitore vuoto, che colleziona sciarpe colorate, che ammira la famiglia reale inglese, di cui sfoglia in continuazione riviste e libri illustrati, che lascia un uomo per mettersi con un altro senza drammi, concedendo il suo corpo con indifferenza, preparando le pipe d’oppio priva di morali resistenze. Fondamentalmente ignorante, in questo simile a Pyle, anche se Fowler sembra giudicare l’ignoranza un effetto condizionato della giovinezza, calcolatrice, attenta più che altro al suo benessere materiale, a tratti insensibile, anche se Fowler raccomanda a Pyle di non trattarla come un bel oggetto, di non farla soffrire, perché anche lei ha sentimenti, emozioni, anche se la compostezza tutta orientale che l’anima sembra negarlo.
L’accusa di misoginia potrebbe essere sensata, se non si percepisse, anche distintamente, in questa quasi totale snaturalizzazione del personaggio, il riflesso di un’idea. Phuong non è una donna, ma lo spirito stesso del Vietnam, occupato, colonizzato, sfruttato, diviso. Un paese che cerca di sopravvivere, e si adatta a risorgere dalle sue ceneri. In questo la metafora della Fenice, non sembra limitarsi al significato letterale del nome o alla piacevolezza del suo suono o alla facilità di pronunciarlo per un occidentale. Il Vietnam è destinato a risorgere sembra dirci Greene, dopo anni di sfruttamento coloniale, alle soglie di una guerra ancora più devastante di quella già in atto, che nessuno può evitare, o forse manco ci si prova.
L’antimilitarismo di Greene è radicale, la guerra è il pianto di un uomo nel buio, potente raffigurazione che colpisce nel profondo il lettore più che la descrizione di corpi dilaniati, cadaveri ingrigiti, e innocenti sanguinanti. Forse più ancora della madre che nasconde con il cappello il cadavere del figlio dopo l’attentato nella piazza di Saigon. Odio la guerra, Greene fa dire con disperazione a Fowler, dopo l’attacco al piccolo sampan, sgretolando definitivamente la sua apparente indifferenza e il suo cinismo. Quando il capitano Trouin ci parla dei bombardamenti al napalm, (Si vede la foresta che va a fuoco. Sa Dio cosa si vedrebbe stando a terra. Quei poveri diavoli bruciano vivi, le fiamme gli arrivano addosso come una marea. Annegano nel fuoco) passano nella mente inevitabilmente i fotogrammi del film Apocalypse Now ponendo fine a ogni riflessione sul concetto di guerra giusta.
Il personaggio di Pyle, a cui Fowler, pur dichiarandosi suo amico e nutrendo del vero affetto, non evita una battuta di vendicativo scherno (mi immaginavo i suoi occhi molli e un po’ canini. Avrebbero dovuto chiamarlo Fido, non Alden) con tutte le sue valenze simboliche e metaforiche, si discosta grandemente dal villain classico. E’ un ragazzone americano giovane, con le gambe dinoccolate, i capelli tagliati a spazzola, e lo sguardo aperto, da studente universitario, (…) incapace di fare del male. E’ serio, corretto, idealista, coraggioso (salva la vita a Fowler a rischio della sua), quando se ne innamora vuole proteggere Phuong, lontano anni luce da molti suoi simili che vedono nelle donne vietnamite meri oggetti di piacere. Ma è tragicamente ingenuo e colpevolmente innocente. Tutto quello che sa dell’Estremo Oriente l’ha imparato dai libri (anche quello che sa del sesso e forse dell’amore l’ha unicamente imparto dai libri). E’ imbottito di concetti astratti sui dilemmi della Democrazia e le responsabilità dell’Occidente, concetti presi di sana pianta dai libri di York Harding (scrittore inesistente, naturalmente inventato da Greene) che racchiude in sé i tanti commentatori politici, apertamente anticomunisti, veicoli di propaganda, più che di convinzioni profonde. E solo l’ingenuo Pyle può considerare York Harding (se cercate un colpevole Vigot, è lui l’assassino di Pyle) un profeta, detentore delle più salde e incrollabili verità. Pyle è totalmente privo di spirito critico, ed è questa fondamentalmente l’accusa che Fowler gli rivolge, la sua assurda innocenza (chi può dirsi innocente a quel punto della guerra), la sua certezza di essere nel giusto, (anche quando donne e bambini cadono sul campo) il suo giustificare la propria inettitudine (doveva controllare che la parata fosse stata rimandata). Nel definirlo un americano tranquillo, (la prima è Phuong a farlo) Greene paradossalmente accentua l’ironia amara che stigmatizza chi fa danni suo malgrado, anzi con le migliori intenzioni, e lo stesso Vigot, della Suretè francese, lo definisce così alludendo al fatto che è freddo e rigido nella sala mortuaria.
E poi c’è il Vietnam che inevitabilmente Greene ama, di un amore capace di far provare nostalgia quando ancora vi ci vive (pur sapendo che molto presto sarà altrove). Il suo clima afoso, le zanzare, le pipe d’oppio, le ragazze in bicicletta con i pantaloni di seta bianca e le lunghe vesti attillate a fiori, le vecchie in pantaloni nere intente a spettegolare, le risaie, il tè servito ad ogni ora come forma di ospitalità, le parate variopinte dei caodaisti, i guidatori di risciò, i tavolini all’aperto dei bar, tutto l’esotico scenario già presente nelle sue cronache giornalistiche, che qui riporta fedelmente con lo stesso rispetto e dignità e un velato senso di colpa, (noi inglesi siamo colonialisti di vecchia data tanto quanto i francesi).
Chiudo dicendo che se vi avvicinate a Greene per la prima volta, L’ americano tranquillo, può essere il libro che vi farà innamorare perdutamente di questo autore, con le sue contraddizioni, la sua fede tormentata, la sua lucidità integra e onesta, e la sua capacità di trovare le parole giuste in ogni circostanza, a cui ci si avvicina con una certa invidia, la stessa di Vigot quando cerca le parole sul paino della scrivania, parole capaci di esprimere i suoi pensieri con la mia stessa precisione.
Nuova traduzione di Alessandro Carrera ripresa dalla prima edizione I Meridiani del giugno 2000, pubblicata a partire dalla terza ristampa, condotta sul testo autorizzato della Collected Edition, la serie di volumi che Heinemann e Bodley Head pubblicarono tra il 1970 e il 1982 con l’imprimatur dell’autore.

Greene Graham (Berkhamsted, Inghilterra, 1904 – Vevey, Svizzera, 1991), convertitosi al cattolicesimo intorno al 1926, è tra i narratori inglesi novecenteschi più popolari. Giornalista e inviato speciale, ma anche autore di teatro e sceneggiatore per il cinema, Graham Greene è famoso soprattutto per i suoi romanzi, come Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) e Il console onorario (1973). Tutte le sue opere principali sono pubblicate negli Oscar Mondadori.

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:: Prima di dirti addio, Piergiorgio Pulixi (E/O, 2016) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2016
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Dall’Europa al Sudamerica. Dal deserto del Mali alla Giungla del Branco. Dalla Cina alla Svizzera. Biagio Mazzeo non conosce confine per ottenere vendetta. Ha solo una cosa in mente, uccidere una donna cecena. Nel frattempo la criminalità si organizza in Italia. CIA, FBI e DEA sono mobilitati. Il mercato della droga finanzia gruppi armati in Afghanistan e Colombia. La cocaina viene distribuita attraverso la Grecia e i Balcani, per raggiungere l’Europa. Le casse piene di armi passano invece attraverso l’Egitto. La ‘ndrangheta ha creato una fitta rete di contatti, uomini e imprenditori dell’alta finanza. Le forze dell’ordine sono in allerta. I politici hanno paura. Nessuno si sporca più le mani di sangue, se non è strettamente necessario. Ricatti e intimidazioni si intrecciano a informazioni riservate. Il denaro scorre a fiumi. Si usano frasi in codice e linee telefoniche sicure per comunicare al meglio. Un latitante, fulcro di questo maledetto mondo, viene catturato in Colombia e trasferito in Italia, in un luogo protetto. Una macchina in movimento. Ingranaggi ben oliati, destinati a non incepparsi mai. O quasi. Mazzeo, al contrario, non riesce più a togliere il sangue dalle sue mani. Ne sono ormai intrise, impregnate. Il suo cuore è pieno di dolore, sofferenza, di sentimenti soffocati. La sua mente è invasa da fantasmi che non lo lasciano dormire. Come fare a liberarsi di questi demoni? Forse, se si tenesse a distanza dalle persone care, farebbe un favore a se stesso e agli altri. Forse, ritroverebbe la lucidità necessaria per raggiungere il suo obiettivo. Quanti morti si nascondono dietro ai suoi occhi trasparenti e al suo sguardo glaciale? La vita di Biagio è la prigione che lo tiene rinchiuso. Il quotidiano scava la sua anima, facendola sanguinare, ogni istante. Ciò che resta del Branco si sta sgretolando. La fiducia reciproca sembra instabile. Si sente usato, stanco e costretto a subire le sue stesse scelte. Il piccolo raggio di luce e di speranza che si è acceso da poco nella sua vita, si spegne di colpo. È davvero solo e si sente braccato. Chi lo incontra e lo saluta, capisce in pochi attimi che non lo rivedrà mai più. Soffre Mazzeo, per il Branco, la sua famiglia in questi ultimi anni. Soffre, perché ogni sua azione ha portato come conseguenza soltanto dolore e sangue.
Prima di dirti addio. Romanzo crudo, d’inchiesta e d’azione. Violento e intenso. Dolce e irruento. Non lascia spazio al respiro ma invita alla riflessione. Vendetta, maledetta vendetta. Che, forse, appartiene ad un genere preciso. Vendetta che fa scomparire, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Che uccide, dentro. Lacera la carne e disturba i pensieri. Nessun perdono. Solo una tregua.
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.

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:: Il segreto della Regina Rossa, A.G. Howard (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

22 giugno 2016
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Si chiude con questo romanzo una delle più interessanti trilogie di narrativa fantastica uscite negli ultimissimi tempi, rivolta nominalmente ad un pubblico adolescente ma in realtà godibile da tutti.
Nella saga Splintered l’autrice A. G. Howard omaggia e rileggia un classico senza tempo come Alice nel paese delle meraviglie, di cui quest’anno si festeggia il secolo e mezzo di vita, presentando un seguito ambientato ai giorni nostri, dove si parla tra le altre cose di disagio giovanile, malattia mentale, famiglie disfunzionali, con al centro Alyssa, pronipote della famosa Alice, capace di sentire voci di creature fantastiche come le donne della sua famiglia e per questo spesso in pericolo sia qui che nel Paese delle meraviglie che tanto delle meraviglie non è.
L’ultimo capitolo presenta la spedizione finale di Alyssa in un Paese delle meraviglie cupo e inquietante (peccato che Tim Burton nel suo film non abbia saputo costruire qualcosa di analogo, resta un po’ tanto zuccheroso l’ambiente che ha scelto!), per salvare la madre prigioniera della Regina rossa, con l’aiuto di suo padre, di Jeb, ragazzo che ama in questo mondo, e di Morpheus, creatura soprannaturale con cui ha legami che forse possono condizionarla e costringerla a rimanere per sempre nel Sottomondo. Tra l’altro, il luogo che visita questa volta Alyssa è DovunqueAltrove, parte ancora più macabra e inquietante del Paese delle meraviglie, dove non mancheranno insidie e pericoli, verso un finale che non è scontato.
Ovviamente non è bello svelare niente del finale, del quale basti dire che è da groppo in golam tra realtà e fantasia, da fiaba dark e non scontata: in ogni caso questo terzo volume conferma le aspettative dei primi due, la costruzione di una storia basata su un classico che non viene snaturato ma omaggiato e integrato, con originalità e fantasia, in un’avventura alla ricerca di sé inquietante e affascinante, dove non manca l’aspetto sentimentale con una controparte sovraumana ma senza le banalizzazioni tipiche di troppi romanzetti per adolescenti di questi ultimi anni. Da leggere rigorosamente dopo i primi due, magari in tempi ravvicinati perché gli intrecci sono proprio tanti, e da non perdere in particolare se si ama il capolavoro di Lewis Carroll, che continua a ispirare storie di tutti i tipi, moda, gadget. Traduzione di Francesca Barbanera.

G. Howard vive nel Nord del Texas. Trae ispirazione per le sue storie da tutte le cose imperfette che incontra. Cerca sempre di dar vita a personaggi che raccontino ogni sfumatura degli esseri umani e poi, per dare un brivido in più ai lettori, si diverte a mettere sottosopra il loro mondo. È sposata e madre di due figli. La saga Splintered, pubblicata in italiano da Newton Compton è composta da Il mio splendido migliore amico, Tra le braccia di Morfeo e Il segreto della Regina Rossa. Potete seguirla su Facebook, Twitter e sul sito http://www.aghoward.com

Source: acquisto al Salone del libro del recensore.

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:: Blogathon “I migliori film tratti dai libri”: Triangolo a Rodi, di Dame Agatha Christie

20 giugno 2016

Hercule Poirot sedeva sulla sabbia bianca e il suo sguardo vagava sulla smagliante superficie azzurra dell’acqua. Era vestito con eleganza puntigliosa, quasi eccessiva; abito di flanella di taglio sportivo, e un cappello di panama a tesa larga che gli parava il capo. La sua generazione apparteneva al tempo in cui si credeva nella necessità di proteggersi con cura dai raggi solari.

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Scegliete il miglior film o la miglior serie tv tratta da un libro. Sembra facile ma non lo è affatto, perché per quanto si sia sempre molto critici quando si compiono operazioni del genere (il libro era meglio, quante volte l’avete sentito dire) esistono anche casi in cui la trasposizione cinematografica è così accurata, originale, elegante, che beh ti può spingere a riscoprire un autore che per vari motivi più o meno validi non avevi mai preso in gran seria considerazione, (anche se magari monumentale come Agatha Christie).
Diciamolo chi non ama i gialli classici all’inglese con Scotland Yard, zitelle impiccione, villaggi ameni, tè delle cinque, e via dicendo non è molto tentato di imbattersi nei suoi libri, liquidati come storielle borghesi in cui il delitto è più che altro un pretesto o peggio un gioco di società. Converrete che lo spessore morale o anche solo filosofico della cosa sembra del tutto assente, il delitto quasi una burla o una scusa per parlarci di ricchi aristocratici sfaccendati, ereditiere quasi ninfomani, scrittrici eccentriche o archeologi fuori dal mondo. Insomma se si cerca uno specchio della società, lo si trova ben distorto o quanto meno privo di spunti davvero interessanti.
Almeno questo pensavo (sbagliando) prima di imbattermi nella serie tv dedicata a Poirot, Agatha Christie ‘s Poirot. Serie televisiva britannica, prodotta originariamente dalla London Weekend Television e poi dalla ITV Production and Agatha Christie Ltd, con ben 13 stagioni, per un totale di 70 episodi ispirati in parte ai racconti brevi e in parte ai romanzi di Dame Agatha Christie.
La mostruosa bravura di David Suchet, ma a dire il vero di tutti i vari comprimari da Hugh Fraser, Philip Jackson, Pauline Moran, a Zoë Wanamaker, oltre a tanti attori di teatro o vere e proprie star come Michael Fassbender, Jessica Chastain, Elliott Gould, John Hannah, Elizabeth McGovern, i dialoghi frizzanti, le scenografie sontuose, le ricostruzioni d’epoca certosine fin nei minimi particolari, gli abiti, l’arredamento, le macchine, i giornali, le riviste, insomma credo che Agatha Christie ‘s Poirot si meriti di stare qui in questo post, senza rimpianti, insomma.

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Dicevo gli episodi sono 70, e io ne ho scelto uno forse minore, Triangle at Rhodes, regia di Renny Rye, tratto da un racconto e forse neanche il più famoso, Triangolo a Rodi, che compare nella raccolta “Quattro casi per Hercule Poirot” edita da Mondadori e tradotta da Grazia Griffini e Lidia Lax, nel 1990 per il centenario dalla nascita, che ben si presta a questo mio piccolo ma entusiasta omaggio. Ho anche scelto Triangolo a Rodi anche perché avevo sottomano il libro, e ho potuto leggere il racconto più volte, e ho potuto rivedere anche l’episodio studiandone struttura e peculiarità e facendo i debiti raffronti.
Ma partiamo dal racconto, la cui trama se vogliamo è quanto meno esile. Poirot si trova in vacanza, (Poirot viaggia parecchio, va in Iraq, in Egitto, sull’Orient express, in Costa Azzurra o anche solo in campagna a ritemprarsi). In questo episodio va a Rodi, isola del scintillante Mediterraneo cara a tanti inglesi, giusto un accenno al fatto che era sotto il governo italiano – e vi rimase fino a metà del 1943-, (nel telefilm molti soldati italiani scorrazzano sull’ isola in tenuta da figli della lupa disprezzati dagli indigeni), poi la storia ruota intorno a un comunissimo triangolo amoroso, che in realtà non è affatto quello che appare a prima vista.
Insomma poche pagine e il lettore ha un’ idea di quanto la fantasia della Christie sia capace di creare illusioni, svelandole subito dopo sotto gli occhi (più o meno disorientati) del lettore come in un abile gioco di prestigio. Naturalmente Poirot capisce tutto, ma non ha modo di intervenire ne di fermare gli eventi che inevitabilmente porteranno al delitto. Se vogliamo questo racconto ha tutti gli elementi che poi la Christie amplierà nel romanzo Evil Under the Sun, (Corpi al sole), cambiando personaggi, nomi, moventi e anche l’isola se vogliamo, ma un senso di dejavu li unisce sicuramente.

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Da questa storia prende spunto la trama dell’episodio televisivo, prendendo numerose licenze poetiche pur mantenendosi fedele, a volte fin anche ai dialoghi, in un equilibrio forse davvero difficile da ripetere. Insomma è come se uno stato di grazia mettesse tutto al suo posto. L’episodio televisivo se vogliamo acuisce l’aspetto politico, il Poirot televisivo è fortemente antifascista, e antinazista e in molti episodi esprime chiaramente la sua avversione per Hitler e per l’occupazione del Belgio, e il suo esilio in Gran Bretagna è se vogliamo una diretta conseguenza, mentre nel racconto questo aspetto è forse meno marcato (unico accenno come prima dicevo che fa la Christie è l’occupazione italiana dell’isola).
Un’altra connotazione è la sua fede religiosa cattolica, spesso nelle puntate lo troviamo con un rosario in mano, o in una chiesa, testimone di una fede autentica e non posticcia, e in questo episodio proprio la conoscenza del credo cattolico lo spinge a scoprire una discrepanza che lo porterà dritto dritto a svelare la realtà dei fatti e il vero colpevole. Nel racconto è più tutto basato sulla perspicacia di Poirot nel conoscere il carattere delle persone, anche quando esse vogliono nascondere la loro vera natura.
Dicevo è una storia di inganni, di fraintendimenti, di personaggi che danno fumo negli occhi spostando l’attenzione dalla più classica dinamica che si possa pensare: un marito che ha sposato per denaro una donna e in realtà ne ama un’altra. Niente di più banale o squallido, ma la Christie nel pur minimo spazio che le concede un racconto, per dinamicità dell’intreccio, profondità psicologica dei personaggi e gusto per il paradosso da un esempio di quanto la sua arte e la sua bravura siano capaci di fare.

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La critica sociale è velata ma ferrea e tagliente, l’avidità che porta al delitto è specchio di una società effimera e sfaccendata, di cui certo la Christie faceva parte ma ciò non le impediva di vederne le derive pur nascoste dall’effervescenza della coreografia. L’arte del pettegolezzo, all’opera nel personaggio della signorina Pamela Lyall, (una splendida Frances Low), l’ostentazione della ricchezza, che trova tragicamente ragion d’essere nel personaggio della viziata, e per certi versi ingenua, Mrs Valentine Dacres-Chantry, la parte della moglie tradita, (in cui una donna è giusto vista come vittima e sottomessa) recitata alla perfezione dall’ambigua Marjorie Gold, l’arrampicatore sociale, con i panni del bruto e sanguigno comandante di marina Tony Chantry (c’era un lui qualcosa della scimmia primordiale), e infine Mr Douglas Gold, l’uomo di paglia, di cui la Christie si limita a dire per bocca della Lyall “è un uomo tremendamente bello”.
Visione letteraria e visione filmica insomma si fondono, dando luce a mille sfaccettature diverse, meglio di così insomma è difficile trovare. E devo aggiungere che avendo avuto modo di vedere anche il telefilm doppiato in spagnolo, il doppiatore italiano Eugenio Marinelli contribuisce e non poco alla simpatia del personaggio.

Tappa del Blogathon I migliori film tratti dai libri. A questo link potete trovare l’elenco di tutti i blog partecipanti: qui.   

:: Cattive ragazze, Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Sinnos, 2016) a cura di Elena Romanello

18 giugno 2016
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In questo periodo si festeggiano i settant’anni del voto alle donne in Italia, ma in parallelo dal nostro Paese e dall’estero arrivano notizie inquietanti e terribili, tra ragazze e donne uccise perché osano lasciare compagni violenti e oppressivi o perché si ribellano contro totalitarismi religiosi e politici.
Per questo motivo, qualunque età si abbia, merita prendere in mano la graphic novel Cattive ragazze, ideata a quattro mani da Assia Petricelli e Sergio Riccardi, con al suo interno quindici biografie eccellenti, di donne degli ultimi due secoli, che si sono ribellate a imposizioni sociali e culturali, perseguendo una loro strada e raggiungendo dei risultati.
Sono donne più o meno note, ma spesso non così famose, e non solo per le giovani generazioni, forse perché fuori dagli schemi imposti, e sfogliando le pagine di un libro di grande formato e impaginato in maniera gradevole e visibile, si possono scoprire davvero storie intriganti e particolari. Come quella di Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese, forse la prima femminista della storia, che si batteva per i diritti delle donne e delle cittadine, e che per questo fu ghigliottinata da uomini che non volevano rinunciare ai propri privilegi, malgrado combattessero contro la nobiltà. O come Nellie Bly, che negli Stati Uniti dell’Ottocento fu la prima donna ad esercitare la professione di giornalista investigativa sotto copertura, o ancora Antonia Masanello, unica donna a arruolarsi con i Mille di Garibaldi per contribuire all’Unità d’Italia. Per non parlare di Elvira Coda Notari, la prima regista italiana e una delle prime al mondo, dell’attivista egiziana Nawal El Saadawi, vittima da bambina della vergogna dell’infibulazione, della scienziata Marie Curie, di Aleksandra Kollontaj, prima donna ministro e femminista tra i Soviet, della campionessa di ciclismo Alfonsina Morini Strada, dell’attivista afroamericana Angela Davis, dell’artista Claude Cahun, esponente del surrealismo, della pasionaria boliviana Domitilla Barrios de Chungara, di Franca Viola, che si ribellò al matrimonio riparatore, della combattente contro l’apartheid sudafricano Miriam Makeba, dell’attrice e scienziata Hedy Lamarr, che anticipò la tecnologia degli smart phone, della partigiana Onorina Brambilla.
Una galleria di ritratti eccezionali, per giovani e meno giovani, per rilanciare un’idea di libertà e diritti delle donne in un mondo che molto spesso li attacca, e ovviamente non si parla solo delle zone dominate dall’Isis, e anche la prova di come il fumetto sia narrativa disegnata e capace di raccontare ogni tipo di storia e proporre spunti di riflessione sul mondo.

Assia Petricelli è laureata in Lettere con una tesi in Storia del cinema su antifascismo e Resistenza, è sceneggiatrice e documentarista. Si occupa di storia contemporanea, arte e archeologia, questioni di genere. E’ autrice di fumetti e graphic novel per adulti e ragazzi e ha collaborato alla realizzazione di documentari storici per la Rai e di progetti audiovisivi in ambito educativo.

Sergio Riccardi è napoletano, ha lavorato come scenografo in tv e al cinema e poi si è dedicato al disegno, come fumettista, illustratore, animatore. Attualmente vive a Roma.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’uffico stampa Sinnos.

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:: L’ occhio dello zar, Sam Eastland, (il Saggiatore, 2010) a cura di Laura M.

18 giugno 2016
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Vagando per mercatini dell’usato si possono fare scoperte interessanti, anche quando non si cerca un determinato libro, ma ci si lascia guidare in un certo senso dal caso. Ci si può imbattere in un libro del 2010, edito da il Saggiatore, dal titolo quanto meno enigmatico L’occhio dello zar, (Eye of the Red Tsar) tradotto da Giancarlo Carlotti.
Lo zar rosso del titolo (originale) è sicuramente Stalin, e ammettiamolo romanzi, in questo caso di taglio poliziesco, con lui protagonista me ne vengono in mente pochi, forse giusto Archangel di Robert Harris.
Scritto da un fantomatico Sam Eastland, nom de plume di uno scrittore inglese che vive in America (questo sappiamo dalle scarne note biografiche) che se non è uno storico in pensione quando meno ha il piglio e un certo amore per i dettagli tipico di questa professione. Ma naturalmente oggi c’è Wikipedia, quindi basta fare una velocissima ricerca e si scopre che il suo vero nome è Paul Watkins, classe 1964, di fatto insegnante oltre che scrittore, e la bella notizia è che di romanzi con protagonista Pekkala, il nostro investigatore finlandese nella Russia staliniana, ce ne sono parecchi, (almeno 7) l’ultimo di quest’anno dal titolo Berlin Red. In Italia sempre il Saggiatore ha pubblicato anche il secondo volume della serie, Bara rossa, ma non devono avergli fatta molta pubblicità, per lo meno io non ne avevo mai sentito parlare.
La domanda che sembra avere ispirato la stesura di L’occhio dello zar, sembra senz’altro Che cos’è successo realmente ai Romanov?Russian_Imperial_family,_1913_a E’ indubbio questo è un romanzo, frutto di fantasia, non un saggio storico che deve attenersi al criterio della veridicità, pur se vogliamo, anche in passato, la fantasia ha galoppato parecchio, pensiamo solo a cosa sorse intorno alla principessa Anastasia, scampata, non scampata, libri, film, testimonianze più o meno contrastanti, e non solo. Sembra che ogni membro della famiglia sia rispuntato da qualche parte, in qualche luogo.
La verità è probabilmente molto più prosaica (e sembra confermata dai riscontri del DNA), il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, la famiglia imperiale fu sterminata. Fu fatto per motivi politici (sicuramente), o per avidità, (il tesoro degli Romanov, non è esattamente una leggenda metropolitana).
Dunque questa prima indagine è incentrata sull’uccisione dei Romanov e sulla volontà di Stalin di recuperare il loro tesoro. Tra passato e presente (il 1929) dunque seguiamo le gesta di Pekkala, guardia segreta dell’ultimo zar Nicola II, incaricato proprio dell’incolumità della famiglia imperiale, e per questa ragione dopo la Rivoluzione spedito in Siberia, come molti in quel periodo.
Per 10 anni dunque il nostro è solo il prigioniero 4745- P nel campo di lavoro di Borodok. Ma le sue doti investigative sembrano troppo preziose per starsene lì inoperose, e Stalin stesso ordina la sua liberazione, in cambio deve recuperare i cadaveri dei Romanov e il favoloso tesoro che apparteneva alla famiglia imperiale. Tutto risale alla notte in cui furono massacrati e i corpi furono gettati in un pozzo. Pekkala è convinto che manchi lo zarevič Aleksej. Ma quando Pekkala e il fratello Anton vanno alla Casa Ipatiev, una grande sorpresa li attende.
Ma il mistero dello zarevič continua. E Pekkala è l’unico di cui lo Zar rosso si fidi, come al tempo dello Zar Romanov, le sue eccezionali doti investigative sono più rare e preziose di un credo politico.

Sam Eastland è lo pseudonimo di uno scrittore inglese. Il Saggiatore ha pubblicato L’occhio dello zar (Supertascabili, 2011), prima avventura dell’ispettore Pekkala.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Aspettando Bojangles, Olivier Bourdeaut (Neri Pozza, 2016), a cura di Federica Spinelli

17 giugno 2016
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Aspettando Bojangles prende il titolo da un brano di Nina Simone, chi conosce questo pezzo e ha letto il libro sa che c’è un legame indissolubile tra quel brano e questo romanzo. La voce calda e teneramente malinconica della Simone detta la partitura sentimentale di tutta la storia, la cui trama si gioca sui toni della tenerezza e sulle sfumature della malinconia. Aspettando Bojangles è un sogno da cui lo stesso protagonista e il lettore si svegliano dopo poco più di 100 pagine. Uno di quei sogni che si ricordano da svegli, però, dove c’è un uomo che ama immensamente sua moglie, folle ed eccentrica, una coloratissima gru della Namibia, e un bambino. La voce narrante è quella di questo piccoletto, il cui sguardo ancora incantato sul mondo vi conquisterà al secondo capoverso.

Il cuore di Aspettando Bojangles si racchiude tutto nella frase:

Quando la realtà diventa banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene. Sarebbe un peccato se non lo faceste.

In questa battuta c’è tutto lo spirito del romanzo. Quella voglia di ridere che spesso nasconde il dolore. Il romanzo di Bourdeaut è pervaso da questo senso di allegria contagiosa, da questa follia dilagante che nasconde la paura della catastrofe. La nota estremamente poetica e delicata della storia è tutta nei tentativi dei personaggi di combattere il senso della fine con cui convivono. La netta percezione che questo modo strampalato e magico di affrontare la vita non sia compatibile con la realtà di tutti i giorni, che esige regole e schemi in cui vengono ingabbiate molte cose tra cui, qualche volta, la libertà di vivere come si crede.
La quotidianità di questa famgilia è raccontata dagli occhi del narratore, quelli di un bambino. Il punto di vista del lettore si abbassa fino ad arrivare a coincidere con quello del protagonista che ha circa dieci anni, coinvolto inconsapevolmente e pur in maniera consenziente nelle follie dei genitori; le risposte alle strampalate idee della mamma sono quelle di un’adorabile personcina di quell’età, che affronta la vita in un modo tutto suo, cercando una normalità nelle situazioni più impensabili e conservando intatta quella magia che si può trovare solo negli occhi de bambini. Questo crea un rapporto empatico tra il protagonista e il lettore, che avverte un forte senso di protezione verso quella creatura letteraria eppure così reale. A interrompere quella che sembra una fiaba con delle regole tutte sue, Bourdeaut fa intervenire il padre, in capitoli che riecheggiano quelli di un diario, in cui il personaggio mette a parte il lettore delle sue riflessioni sulla donna così assurda eppure così magica che ha sposato. L’amore che li lega è folle fin dalle prime battute e folle resterà fino alla fine, di entrambi.
Aspettando Bojangles è una strana storia che pur parlando di una tragedia vi lascerà la strana sensazione di aver letto una romanzo a lieto fine. Perché quello che conta non è quello che si crede reale ma quello che si immagina come tale. Traduzione di Roberto Boi.

Olivier Bourdeaut è nato nel 1980 in una casa affacciata sull’Oceano atlantico, rigorosamente priva di televisore. Ha potuto così leggere e fantasticare molto. Prima di scrivere Aspettando Bojangles è stato un disastroso agente immobiliare, factotum in una casa editrice di libri scolastici, raccoglitore di fior di sale di Guérande a Croisic.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore come novità da recensire, ringraziamo l’Ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Il ladro di nebbia, Lavinia Petti (Longanesi, 2015) a cura di Elena Romanello

17 giugno 2016
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In una casa antica e con qualcosa di nascosto della Napoli di oggi, nei Quartieri Spagnoli, vive Antonio M. Fonte, scrittore di successo ma completamente asociale e isolato dai suoi lettori, con i quali non ha nessun rapporto per una sua scelta esplicita. L’unico essere vivente che condivide la sua vita solitaria è la gatta Calliope, mentre il suo agente letterario deve periodicamente pungolarlo per fargli rispettare scadenze. Un giorno, tra le lettere dei suoi ammiratori, unico contatto che ha con loro visto che rifugge presentazioni e simili, riceve una lettera scritta da lui quindici anni prima, rivolta ad una donna che per lui è sconosciuta ma che parla di un legame tra di loro, di un ricordo smarrito e di un omicidio forse comesso da Antonio stesso.
Dopo questo fatto, Antonio esce dal suo isolamento e si perde nei vicoli di Napoli, trovando un palazzo mai visto prima dove incontra un misterioso Ufficio Oggetti Smarriti, che raccoglie tutto ciò che gli esseri umani perdono, chiavi, libri, abiti, ma anche ricordi di infanzia, di amori, di speranze e sogni dimenticati. Da lì Antonio potrà partire per capire il senso della lettera, ma il pericolo è perdersi definitivamente senza aver scoperto niente e senza aver ritrovato quello a cui si è voluto rinunciare.
Il modello che viene in mente è ovviamente Carlos Ruiz Zafon, con Napoli al posto di Barcellona, ma lo stesso fascino dei misteri nascosti, in un luogo analogo, dove luoghi antichi e insoliti possono portare dietro storie da scoprire e raccontare. Tra le righe, si troveranno riferimenti anche a Lewis Carroll, a Bulkakov e Baricco, in una storia di genere fantastico molto diversa da quelle proposte oggi, soprattutto dai giovani autori, come è Lavinia Petti, ospite l’anno scorso di Lucca Comics and Games, cresciuta con Harry Potter e le WITCH ma capace di saper dire qualcosa di diverso e di nuovo.
Il personaggio di Antonio M. Fonte è qualcosa di atipico nel panorama della letteratura di genere, un antieroe chiuso in un suo mondo da cui ha bandito emozioni, emozioni perse forse di proposito e da ritrovare nel viaggio parallelo che si troverà a dover intraprendere per ritrovare e riscoprire qualcosa di sé: curioso tra l’altro che non sia un ragazzo ma un uomo maturo, con tutte le rimozioni dell’età non più giovane, in una metafora di quello che ci si lascia dietro molto interessante.
Il ladro di nebbia è una storia onirica che avvince e inquieta, che in questi giorni uscirà per Tea in edizione economica: se la si è persa nella versione rilegata dell’anno scorso, la si può recuperare, per scoprire un viaggio fantastico originale, da cui nessuno può uscire indenne, meno che mai il diretto protagonista.
Il tutto in attesa delle prossime prove narrative dell’autrice che si spera che non si facciano attendere.

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, ha vinto vari concorsi letterari (Premio Tabula Fati, Premio Robot, Premio Book’s Bar, Scrittura Giovane). Ha scritto con Massimo Izzi il saggio Fate. Da Morgana alle Winx.
Il ladro di nebbia è il suo primo romanzo, un fantasy anomalo che l’ha segnalata anche in fiere del settore come Lucca Comics and Games.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Intervista con Douglas Jackson, autore della serie di Gaio Valerio Verre

16 giugno 2016

combSalve Mr Jackson. Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Douglas Jackson? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia, e grazie per il tempo che hai trovato per intervistarmi. Sono sempre felice di parlare di libri e di scrittura ed è bello che le persone si interessino al mio lavoro. Abito in una parte molto bella e speciale della Scozia chiamata Scottish Borders,(in gaelico scozzese Na Crìochan), in particolare vivo in una piccola cittadina che si chiama Jedburgh. Questo è importante, perché Jedburgh è piena di storia e l’essere cresciuto qui mi ha trasmesso il mio amore per il passato. C’è nell’aria il peso dei combattimenti tra Scozia e Inghilterra, oltre cinquecento anni di guerra. Una bella abbazia in rovina domina la città, e la sua particolarità è che è stata bruciata cinque volte dai predoni inglesi. Suppongo che non sorprenda quindi che la mia più grande forza sia probabilmente la mia capacità di recupero: ci hanno insegnato a non mollare e a non deludere nessuno. La mia più grande debolezza è il buon vino.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mia mamma e mio papà appartenevano alla classe operaia e hanno dovuto lottare duramente per crescere quattro figli. Ho comunque avuto un’ infanzia meravigliosa. Potevo esplorare la campagna a tutte le ore, o trascorrere i miei giorni libero di pescare o giocare a calcio. Andavo molto bene alle elementari, ma quando mi sono diplomato alle scuole superiori ho come perso il mio obiettivo. Recentemente ho scoperto di soffrire di una forma relativamente lieve di depressione bipolare da quando avevo 14 anni di età, il che può spiegare tutto questo. L’unica cosa in cui ero veramente bravo a era in inglese e soprattutto ho sempre avuto una grandissima immaginazione. Prima dei miei esami finali il mio insegnante responsabile della classe, che era anche il mio insegnante di inglese, mi ha detto che non avrei mai dovuto preoccuparmi di nulla. L’esito del mio esame di inglese infatti fu uno dei migliori del paese e infatti mi supplicarono di rimanere e di cercare di andare all’università, ma non ne potevo più della scuola.

Quali lavori hai svolto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

Non avevo idea di cosa fare quando lasciai la scuola. Per fortuna un amico, che era di qualche anno più vecchio di me, lavorava nel nostro ufficio locale di collocamento. Mi ha iscritto in quello che veniva chiamato “Youth Opportunities Scheme”, che in realtà era una sorta di database e se venivi scelto qualcuno ti metteva una pala in mano e ti diceva di scavare. La mia grande fortuna fu che la mia zona di scavi fu un accampamento romano in una valle remota vicino al confine. Era stato arato fino a togliere gli alberi e il nostro lavoro consisteva nel rimetterli. Abbiamo anche tagliato grandi blocchi di torba, mettendoli al loro posto. Mi sono reso conto che stavo facendo più o meno quello che i soldati romani avevano fatto costruendo il campo. C’era una fenditura nella colline che dominava il campo dove una strada romana è visibile ancora oggi. Verso sera mi piaceva andare lassù e un brivido mi corse lungo la schiena quando immaginai per la prima volta una legione in marcia. Dopo un paio di mesi mio padre mi convinse che stavo facendo un buon lavoro e quando apparve su un giornale una pubblicità in cui cercavano un giornalista tirocinante per il nostro giornale locale finalmente ebbi la mia occasione. Ho passato i successivi 36 anni facendo il giornalista. I giornali locali sono i luoghi ideali per imparare. Non c’è mai nessuna vera notizia, il che può sembrare abbastanza scoraggiante almeno fino a quando non ci si rende conto che con un po’ di fantasia si può trasformare qualsiasi cosa in una storia. Più tardi ho avuto un bella carriera di successo anche nei quotidiani nazionali, ho lavorato per il Daily Record e lo Scotsman. Questo è avvenuto più che altro per la mia attenzione ai dettagli, la mia capacità di recupero e di lavorare sotto pressione. E’ stato un lavoro molto impegnativo, ma mi sono anche divertito e sono riuscito a diventare vice caporedattore dello Scotsman.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura e per l’ Antica Roma?

Il mio interesse per la scrittura esiste da sempre, da quando posso ricordare. Mio padre mi portò alla biblioteca pubblica di Jedburgh quando avevo circa cinque anni e mi ricordo che vedendo leggere i libri pensavo ‘ posso farlo anche io’. Nella mia adolescenza ho scritto racconti (molto poveri), radiodrammi e poesie. Pulendo la soffitta qualche mese fa mi sono imbattuto in un manoscritto che scrissi quando avevo circa 24 anni. Era un thriller che buttai giù su una vecchia macchina da scrivere manuale. Non l’ avevo mai finito, ma era di circa 80.000 parole. La cosa strana è che non era neanche troppo malvagio, ma allora non avevo tempo per terminarlo o il denaro per fare vere e proprie ricerche in quei giorni senza internet. Il giorno che ha cambiato davvero la mia vita è stato quando ho pranzato con un’ amica giornalista che stava scrivendo un libro. Mi ha detto: ‘Penso che ne dovresti scrivere uno anche tu, Dougie, scommetto che sarebbe molto realistico.’ Pensai, va bene, forse è il momento. Nella lungo viaggio in auto verso casa da Edimburgo verso Bridge of Allan mi sono chiesto cosa avrei dovuto scrivere. I manuali dicono: scrivi ciò che sai, ma la mia vita consisteva in lavoro, mangiare, dormire, famiglia – e tutto da capo, che era piuttosto noiosa. Ho deciso di scrivere su quello che mi piaceva, e così ho scoperto che amavo la storia. Stavo ascoltando un programma alla radio, mentre guidavo chiamato History of Britain di Simon Schama, e l’attore Timothy West proclamò: ‘E l’imperatore Claudio guidò il suo elefante a Colchester e ottenne la resa delle tribù della Gran Bretagna.’ Sono andato a casa quella notte e ho scritto 500 parole di The Emperor’s Elephant e da allora ho scritto ogni giorno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Parlaci della tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti si rifiuti?

Ho avuto un percorso editoriale piuttosto strano e stressante prima di arrivare alla pubblicazione. Avevo scritto il mio libro The Emperor’s Elephant, ambientato prima nella Roma di Caligola, poi nella Britannia romana, e sapevo che non era abbastanza buono, ma non avevo la più pallida idea su come migliorarlo. Mi sono imbattuto così in un sito web di peer review in cui si caricano le prime 10.000 parole del tuo romanzo e le altre persone lo criticano. Possono essere molto feroci, ma il mio libro ha vinto il premio come libro del mese ed è stato inviato ad un editore professionista. Ha chiesto di vedere il resto del libro, gli è piaciuto, ma non abbastanza per farmi firmare un contratto editoriale. Dovevo prendere in considerazione di riprendere il primo terzo del libro – su Caligola – e trasformarlo in un romanzo. Con il tempo che avevo ce l’ho fatta, ho trovato un agente, che ha messo il manoscritto in mano a sei editori. Un giorno mi ha chiamato in ufficio e mi ha detto che avevo un contratto a cinque zeri.

Quali sono i tuoi autori preferiti del genere sword and sandal? Da chi sei stato maggiormente influenzato?

Stranamente non leggo molti romanzi peplum. Ho preso una decisione quando ho iniziato a scrivere storie ambientate nell’Antica Roma che non avrei letto nessun romanzo che avrebbe potuto influenzare la mia visione di quel periodo, e nel corso degli anni mi sono più o meno attenuto a questo. Gli unici che ho letto sono gli amici scrittori che mi hanno chiesto un parere, e posso consigliare, Ben Kane, Anthony Riches e Manda Scott. Sono tutti autori brillanti e che vale la pena di leggere. E non conto i libri pubblicati in modo indipendente. Simon Turney, Gordon Doherty e Kevin Ashman hanno tutti costruito grandi intrecci e sono seguiti da moti lettori, e non ottieni ciò se non sei bravo. Chi mi ha maggiormente influenzato è sicuramente George MacDonald Fraser. Lo si ama o lo si detesta, i romanzi di Flashman sono una superba combinazione di grandi personaggi, fatti storici e una combinazione tra azione e humour nero. Mi ha spinto a cercare di informare e nello stesso tempo intrattenere i miei lettori. Con grande soddisfazione ho notato che molte delle mie recensioni indicano sono riuscito a farlo. Mi piace anche John le Carré e Bernard Cornwell, perché fanno sì che la loro genialità sembri facile.

Raccontaci la tua routine di scrittura.

Mi alzo, faccio colazione, iniziare a scrivere, sosta per il pranzo, faccio una passeggiata o una corsa, scrivo di nuovo nel pomeriggio, e spesso di nuovo la sera. Mi sono prefissato un obbiettivo di 2.500 a 3.000 parole al giorno e lo raggiungo più le volte sì che no. Detto questo ci sono giorni in cui anche solo 200 parole sono una conquista.

Che tipo di ricerche svolgi per i tuoi libri?

Ho visitato Roma, Pompei, Ercolano e la Villa Oplontis per i miei libri, così come centinaia di siti romani in Gran Bretagna. Rende molto più facile capire la portata e la topografia di un luogo se vi si è stati. È inoltre possibile respirare la storia. Quando ero giovane ero solito parlare con le pietre di Jedburgh Abbey e loro parlavano con me. Tutti pensavano che fossi pazzo, ma penso che ci sia un fondo di verità in ciò. Mi piacerebbe fare molti più viaggi per le ricerche dei miei romanzi, ma non è finanziariamente possibile. Per i dettagli, io lavoro circondato da centinaia di libri su Roma, l’ Impero e i suoi nemici, e ho una scorta di parecchie centinaia di siti web sul mio computer che posso consultare. Ho fatto una grande quantità di ricerche per il libro che è diventato Caligola, perché sapevo molte meno cose su Roma di quanto pensassi, ma questo lavoro mi ha dato le basi per tutti i libri seguenti. Avevo creato un mondo, lo padroneggiavo, e sono stato in grado di costruire storie lì ambientate.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Gaio Valerio Verre?

Avevo pianificato Caligola come il primo di una trilogia su Bersheba, l’ elefante dell’Imperatore, ma il mio editore ha deciso dopo Claudio che due erano abbastanza. Il problema era che il mio protagonista era uno schiavo, che poteva solo reagire agli eventi, non crearli. Il mio editore mi ha chiesto di creare un personaggio nuovo, un eroe più mainstream. La terza parte della trilogia The Emperor’s Elephant è stata ambientata durante la ribellione Boudicca in Gran Bretagna. Avevo già un sacco di materiale e sembrava sensato utilizzarlo. Durante le mie ricerche avevo scoperto che a Catus Deciani, il procuratore le cui azioni scatenato la rivolta, era stato chiesto di inviare rinforzi da Londra a Colchester. Duecento uomini racimolati dal presidio e soldati in congedo marciarono per incontrare circa 50.000 cittadini britannici provenienti dall’altra parte. La mia fortuna è stata di scegliere come ufficiale in comando proprio il mio eroe di Roma.

Quanti libri sono previsti per la serie di Gaio Valerio Verre?

Mi è stato originariamente chiesto di scrivere una trilogia, che sembrava sufficiente in quel momento. Con il tempo ho finito per decidere che ci saranno almeno nove libri su Valerio. E’ stata la mia più grande fortuna quella di scegliere un’epoca di conflitti e battaglie, popolata da personaggi fantastici. L’imperatore Nerone, San Pietro e San Paolo, il generale dimenticato Gneo Domizio Corbulone, e gli imperatori dimenticati, Galba, Otone e Vitellio; Vespasiano e suo figlio Tito. Valerio incontra tutti.

Puoi parlarci un po’ di Gaio Valerio Verre?

All’ inizio è un giovane tribuno molto inesperto, un uomo destinato a tornare a Roma subito dopo il primo libro. La ribellione di Boudicca cambia tutto e Valerio scopre che ha una naturale propensione per la vita militare. E’ guidato dall’onore e dal dovere, forse troppo, ma qualcosa che accade alla fine di Hero of Rome lo cambia. Una delle cose di cui sono più orgoglioso è il modo in cui si sviluppa il personaggio. Penso a lui come una persona reale, e probabilmente lo conosco meglio di quanto i miei fratelli conoscano me.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura?

La parte più difficile di qualsiasi libro è la prima stesura, perché, molto spesso, ci si sente come se si stesse scrivendo spazzatura ed è difficile mantenere le proprie motivazioni. Qualunque cosa accada è necessario mantenere lo slancio. La prima volta che mi sono sentito un vero e proprio scrittore è stato quando ho letto una citazione di Stephen King, su come a volte ci si sente come si stesse spalando letame. Ho pensato che è quello che faccio! Il trucco è quello di continuare a spalare.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Non da quelli storici, anche se ho sempre pensato che Hero of Rome ha il tipo di trama concisa e focalizzata e una storia unica che si presterebbe a diventare davvero un grande film (stai ascoltando Mr Scott?). Scrivo anche thriller, come James Douglas, e un produttore cinematografico ne ha opzionato uno. Si tratta però di un cammino lento, abbiamo parlato per un paio di anni, e non posso entrare nei dettagli, ma se si farà davvero allora potrò scrivere nella mia villa toscana invece che in una stanza degli ospiti in cui sembra ci sia appena stata un’esplosione in un negozio di libri.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative? Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Ogni autore che dice di non leggere le opinioni dei suoi lettori o è un bugiardo o ha un tale successo che non è più necessario che il suo ego sia rassicurato. Gli scrittori si nutrono di lodi. Ci sediamo, soli davanti a un computer e le uniche persone che ci dicono che stiamo facendo qualcosa di utile sono quelle anime meravigliose che si prendono il tempo di andare su Amazon, o su qualsiasi altra piattaforma, e ci dicono quanto bene il nostro libro li ha fatti sentire. Sono fortunato che solo circa l’un per cento delle mie recensioni sono state critiche, ma alcune di esse possono essere molto sgradevoli. Si impara molto in fretta che, il più delle volte, non si parla del libro, ma del recensore.

Cosa stai leggendo al momento?

Ho appena finito l’ ultimo romanzo con Bernie Gunther di Philip Kerr, The Other Side of Silence. E’ una grande serie, ma penso che, anche l’autore l’ ha ammesso, in un paio di libri successivi il personaggio ha sentito un po’ di stanchezza e ha avuto bisogno di un periodo di riposo. In The Other Side of Silence è invece al massimo della sua forma. Sto sempre leggendo qualcosa, così ora sono (di nuovo per l’ennesima volta) con Master and Commander, il primo della superlativa serie con Aubrey e Maturin di Patrick O’Brian. Due grandi personaggi letterari e un ambiente fantastico, claustrofobico e un’ autentica ambientazione su una nave da guerra.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Scrivi il tuo libro migliore, non accontentarti di una seconda scelta. Non farti scoraggiare. Non mollare. Scrivi un altro libro.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sempre comunicare con i miei lettori e ho sempre risposto ai messaggi. Potete contattarmi o tramite il mio sito web http://www.douglas-jackson.net (vergognosamente non l’ aggiorno da un po ‘, ma ho sempre un sacco di contatti attraverso il collegamento e-mail) o tramite Facebook https: // http://www.facebook.com/Doug-Jackson-author-245467143762/

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Lo adoro. Ho fatto eventi per tre e quattrocento persone e quelli per quattro bibliotecari e un cane randagio, ma si ottiene sempre qualcosa a livello personale e ti fa sentire di essere un vero scrittore. Ti racconto il mio momento più memorabile: stavo facendo una presentazione in un’ ala del carcere di Perth davanti ad alcuni dei criminali più pericolosi della Scozia. Qualcuno mi chiese quando sarebbe uscito il mio prossimo libro e io dissi che sarebbe stato fuori nel mese di agosto. Una piccola voce si alzò dal fondo della sala. ‘ Che coincidenza, sarò fuori pure io ad agosto. ‘

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi? Quando Avenger of Rome (il romanzo successivo a Combatti per Roma) sarà distribuito in Italia?

Non ho ancora una data per l’edizione italiana di Avenger, Giulia, ma mi metterò in contatto con te quando lo saprò. Non c’è niente che mi piacerebbe di più che fare un tour italiano. Io amo l’Italia. Ho vagato in lungo e in largo per il paese con Valerio, Roma è la mia città preferita di tutto il mondo, e ho amici a Milano. Forse, se i miei editori, Newton & Compton leggessero questo…

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena completato la fase a volte imbarazzante di revisione di Saviour of Rome, il settimo romanzo di Valerio, che è ambientato nelle miniere d’oro della Spagna Romana, e sto lavorando su Glory of Rome, che uscirà nell’ agosto del 2017. Ho bisogno di finirlo entro novembre, quindi è meglio tornare al lavoro. Grazie per le vostre meravigliose domande davvero acute e grazie per l’opportunità di raccontare la mia storia ai miei lettori italiani.