:: La ragazza che cuciva lettere d’amore, Liz Trenow, (tre60 editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

29 agosto 2015
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L’amore impossibile è il cuore di La ragazza che cuciva lettere d’amore di Liz Trenow, romanzo edito da Tre60. Siamo a Londra nel 2008 e Caroline, disoccupata, senza un fidanzato, passa il tempo mettendo ordine nel caos completo della sua soffitta. Qui trova una vecchia trapunta degli anni Venti, che sua nonna teneva sempre in bella mostra. La giovane non ha la più pallida idea di chi abbia cucito quella coperta e non capisce il significato degli strani disegni presenti in essa, per questa ragione decide di iniziare una ricerca per saperne di più. Caroline riesce a trovare indizi che le permettono di scoprire che la coperta risale agli anni 20 ed è preziosa per le stoffe usate e per essere stata realizzata dalla sartoria reale di Buckingham Palace. Caroline non riesce a credere a tale scoperta, e si chiede come mai sua nonna fosse in possesso di quella trapunta. Per lei e per il lettori comincerà un viaggio tra presente e passato (la Londra del 1910) dal quale emergeranno piano piano la storia di Maria, sarta a Buckingham Palace e del suo grande amore David, futuro principe di Galles. Questo è il primo romanzo della Trenow, giornalista inglese, nel quale il presente e il passato si alternano permettendo a chi legge l’identificazione di due mondi. Nel 2008 c’è Caroline, che a causa del suo perenne senso di sconfitta, e anche un po’ di mancanza di spirito d’iniziativa, più che una donna di quasi quaranta anni sembra essere un’impacciata adolescente. Il passato emerge grazie ai racconti fatti dall’anziana Maria, chiusa in una casa di riposo, ad un giovane psicologa. Devo dire che questa è la parte che più mi ha affascinato della storia, perché dalla memoria di Maria vengono a galla usi e costumi della Londra tra fine Ottocento e inizio Novecento. A tal riguardo sono molto interessanti le parti nelle quali la donna narra la sua infanzia in orfanotrofio, un posto dove più che vivere si doveva cercare di sopravvivere. L’apatia di Caroline è quella che permette alla figura di Maria di conquistare il lettore, perché attraverso il suo racconto verbale scopriamo quanto sia stata dura con lei la vita. Per esempio veniamo a sapere che giovanissima la mandarono a lavorare nella sartoria reale a Buckingham Palce. Qui, oltre al rispetto di regole ferree, la ragazza incontrerà David, il futuro principe di Galles. Tra i due nascerà, prima, una profonda amicizia, poi un grande amore. Il tutto sembra una favola dove arriva l’ happy end, invece la differenza delle origini sociali (povera lei, nobile lui) graverà come un macigno su entrambi. Maria maturerà in fretta facendo i conti con la maternità, con la povertà e potrà contare solo su se tessa per il domani. La coperta che compare nel libro diventa una mappa per fare memoria di un intenso amore giovanile che diede sì tanta felicità, ma che causò anche profondo dolore. Il romanzo della Trenow è un libro per chi ama le storie d’amore, ma devo dire che se dovessi scegliere tra passato di Maria e presente di Caroline, opterei proprio per la Londra dei tempi andati, perché i personaggi in essa presenti, soprattutto la sarta di corte, hanno uno spessore psicologico che li rende umani e questo è assente nel presente, dove il lettore assiste alla vita vuota di stimoli di Caroline. Il romanzo è ricco di emozioni, ma è come se la Trenow avesse scritto due libri paralleli e li avesse poi messi assieme. L’impressione che ho avuto è che nella trama di La ragazza che scriveva lettere d’amore manchi un qualcosa di stuzzicante che permetta a Caroline di riuscire a conquistare il lettore, come fa Maria. Traduzione: Manuela Carozzi.

Liz Trenow, ha lavorato come giornalista per i più importanti quotidiani inglesi e ah curato diversi programmi per la BBC. Nei suoi libri si intrecciano vicende contemporanee e suggestioni tratte dalla storia. Per il suo primo romanzo, La ragazza che cuciva lettere d’amore, l’autrice ha preso spunto dalla sua famiglia, che da oltre trecento anni di dedica alla lavorazione della sete. Trai clienti anche la Famiglia Reale inglese. Per saperne di più liztrenow.com.

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:: La verità sul caso Harry Quebert, Joël Dicker (Bompiani 2013) a cura di Micol Borzatta

28 agosto 2015
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Aurora 1975. Harry Quebert, scrittore trentaquattrenne si trasferisce da New York ad Aurora per cercare di concentrarsi e scrivere il suo grande romanzo. Arrivato nel piccolo paesino trova una realtà completamente diversa da quella a cui è abituato e appena si presenta come uno scrittore trova la fama che ha sempre sognato, ad Aurora infatti tutti lo considerano un personaggio molto importante da trattare con i guanti. Appena arriva incontra Nola Kellergan, una ragazza di 15 anni molto bella e amata da tutti, mentre sta passeggiando e improvvisando alcuni passi di danza sulla spiaggia.
Tra i due nasce subito un forte sentimento, ma la grande diversità di età e il fatto che lei fosse minorenne ovviamente sono di ostacolo. I due amanti però, dopo vari tentativi, non riescono a stare lontani uno dall’altro e iniziano a frequentarsi. Fino a quando il 30 agosto 1975 Nola scompare nel nulla, l’unica persona che ha notizie è la signora Cooper che viene trovata morta a causa di un colpo di pistola subito dopo aver chiamato la polizia per dire che ha visto Nola piena di sangue nella sua cucina, dopo averla vista poco prima inseguita da un uomo nella foresta.
Giugno 2008. Marcus Goldman sta passando un periodo di depressione e di crisi lavorativa. Marcus è uno scrittore e un paio d’anni prima ha pubblicato il suo primo romanzo che ha ottenuto un successo straordinario, però finita l’onda del successo, superato anche il momento adatto per uscire con un secondo libro in modo da poterla continuare a cavalcare quell’onda, si ritrova con il blocco dello scrittore e non riesce a scrivere più nulla. Decide così di telefonare a Harry Quebert, grande scrittore, suo ex docente di letteratura, amico, compagno di boxe e colui a cui deve tutto il suo successo perché è stato l’unico a credere in lui e a insegnargli a scrivere.
Harry è felice di sentire finalmente il suo pupillo, talmente felice che si dimentica anche del dolore provato quando è sparito totalmente troppo preso dal suo successo, e lo invita a raggiungerlo ad Aurora per aiutarlo a superare questo momento nero. Marcus accetta immediatamente l’offerta e lo raggiunge il giorno stesso.
Il suo soggiorno si protrae per qualche mese, ma purtroppo non ottiene i risultati sperati, il blocco dello scrittore infatti rimangono e l’unica cosa che riesce a ottenere è una litigata con Harry dopo aver frugato negli effetti del padrone di casa e aver scoperto una scatola contenete una foto di una ragazzina, un biglietto per un appuntamento segreto e delle lettere d’amore. Marcus non sapeva niente delle situazioni sentimentali di Harry e ne rimane sorpreso, così cerca di approfondire la cosa e scopre che la ragazza nella foto si chiama Nola Kellergan e aveva solo 15 anni.
Marcus torna a New York e si concentra per trovare spunto per scrivere il suo nuovo romanzo quando riceve una telefonata da Harry che gi comunica che hanno trovato il cadavere di Nola e lo hanno accusato del suo omicidio.
Marcus torna di volata ad Aurora e si impegna completamente a indagare per riabilitare Harry perché convinto della sua innocenza.
Inizia così a fare molte domande in giro e quello che scopre è davvero sconcertante e sconvolgente.
Un romanzo a cui mi sono avvicinata tardi rispetto alla sua uscita, ma che ho sempre visto con curiosità. Un caso letterario che è stato amato e criticato ai suoi tempi e che devo dire ho amato dalla prima all’ultima pagina.
Dicker riesce con uno stile molto semplice a creare una storia che si sviluppa intorno a tre personaggi e si svolge in epoche diverse ma legate a doppio filo tra di loro. Storia che affronta le tematiche più profonde e complicate della vita umana tra cui l’amore, la solitudine, i pregiudizi.
I personaggi sono descritti veramente nel profondo e il lettore si trova ad affezionarsi subito a Harry vivendo insieme a lui la gioia e l’amore all’inizio del libro e il dolore della perdita e della verità alla fine.
Una delle bravure dell’autore riscontrati è la capacità di stravolgere completamente il pensiero del lettore. Mi spiego meglio, fin dall’inizio il lettore viene portato a credere a determinati fatti, crede di aver imparato a conoscere i personaggi in una determinata maniera in base ai loro pensieri, alle loro azioni, al loro modo di interagire con l’ambiente e le altre persone, ma andando avanti con la lettura si scoprono segreti e avvenimenti che trasformano tutto, specificando alcuni caratteri e trasformando del tutto altri. Questi cambiamenti vengono affrontati durante le indagini che fa Marcus. Parte che all’inizio trasmette la sensazione di essere a un punto morto e di non fare progressi ma senza risultare pesante e lenta, ma incitando il lettore ad andare avanti a cercare insieme al protagonista perché non è possibile che non si riesca a sbrogliare la matassa. Ed è proprio con questa perseveranza sia di Marcus che del lettore che Dicker gioca rivelando nella seconda parte del romanzo in poi avvenimenti e segreti che sconvolgono tutto quello che si era creato nella mente del lettore fino a quel momento, per poi stravolgere nuovamente tutto quanto nella terza parte del romanzo per poi esplodere nell’epilogo finale.
Un romanzo certamente non corto, ma talmente coinvolgente che si legge tutto d’un fiato lasciando in suspance il lettore ogni volta che deve per forza di cose bloccare la lettura.
Consigliato di cuore a tutti è il classico romanzo che non si può non amare.

Joël Dicker nasce nel 1985 a Ginevra. Nel 2010 si laurea in legge all’Università di Ginevra.
Sempre nel 2010 vince il premio del concorso Prix des Genevois Ecrivains con il romanzo Les Dernies Jours de Nos Peres, finito di scrivere nel 2009 ma fino a quando non ha vinto il premio non era riuscito a interessare nessun editore. Nel  2010, il titolare della casa editrice svizzera L’Age d’Homme, Vladimir Dimitrijevic, lo contatta per pubblicare l’opera. Decidono di pubblicarlo per settembre 2010, ma a causa della morte di Dimitrijevic, non sarà pubblicato prima del 2012.
Il 2012 è anche l’anno di pubblicazione del romanzo La verità sul caso Harry Quebert, che a differenza dell’altro romanzo ottiene subito un grande successo, viene tradotto in 33 lingue e vince il premio Grand Prix du roman de l’Académie français.

Source: acquisto personale

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:: Un’ intervista con Alessio Fabbri

27 agosto 2015
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Oggi abbiamo con noi, sulle pagine di Liberi di scrivere, Alessio Fabbri, un giovane scrittore, laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Ferrara e  insegnante di Lingua Inglese, che ha esordito quest’anno con il romanzo “La Magiara” edito da Sillabe di sale, un piccolo editore piemontese fieramente non a pagamento. L’ho conosciuto per caso, e per prima cosa mi ha colpito il suo blog, vi invito a visitarlo, qui.

Benvenuto, Alessio, su Liberi di scrivere. Presentati ai nostri lettori, parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro di insegnante.

Grazie dell’opportunità di raccontarmi, di poter parlare di ciò che scrivo. Vorrei ringraziare voi ed i vostri lettori, prima di tutto. Amo l’Inglese da tempo immemore, e col tempo, ma anche grazie ai miei studi letterari, mi sono appassionato all’ambiente letterario dei paesi anglosassoni ed americani. Proprio per questo ritengo Francis Scott Fitzgerald e Virginia Woolf come i miei autori preferiti, e fonte d’ispirazione infinita.

Puoi raccontarci come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Potrei dire di essere stato stregato da “Il Grande Gatsby” non appena l’ho letto. Il mio amore per il periodo storico degli anni 20 aveva finalmente incontrato un narratore eccellente, che mi portasse in quell’epoca e che me ne spiegasse i vizi e le virtù. Scrivere non è stata una qualità innata per me, se non contiamo i buffi scritti di quando avevo sedici anni! L’intenzione di scrivere un romanzo è nata quattro anni fa, ma quella storia è ancora nel cassetto perché ne è nato un libro di almeno cinquecento pagine. La revisione è iniziata e terminata, ed aspetto l’occasione giusta per proporlo. Intanto il secondo romanzo ha visto la luce, ed è stato pubblicato per primo!

Da giovane scrittore esordiente, hai pubblicato quest’anno il tuo primo romanzo, La Magiara, come è stato il tuo incontro con il mondo editoriale? Pensi che il talento abbia un ruolo determinante nella carriera di uno scrittore? O ci sono altre componenti, la simpatia, il bell’aspetto, le conoscenze?

Quando “La Magiara” è stato completato (quindi ad agosto del 2014), ho proposto il manoscritto a diverse case editrici. Affrontare l’approccio ad un mondo nuovo e sconosciuto come quello dell’editoria può essere un’esperienza dai mille volti. Ritengo che sia un campo minato se si è giovani e un po’ ingenui. Avere più di trent’anni mi ha sicuramente aiutato a tenere i piedi per terra e a far tesoro dei bocconi amari che la vita riserva anche in altre circostanze e che, per fortuna, a qualcosa servono.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro? Come hai conosciuto l’editore Sillabe di sale?

Non è stato particolarmente difficile pubblicare “La Magiara”. Ho sempre detto, e continuo a dirlo in riferimento ai miei futuri scritti, che se non avessi trovato un editore avrei continuato a cercarlo e che, giunti ad un certo punto, l’avrei auto pubblicato.

Ho conosciuto l’autrice di un libro edito da Sillabe di Sale. L’ho conosciuta per caso, all’aeroporto, mentre ero diretto in Inghilterra. Mi consigliò di mandare il manoscritto al suo editore, e così “La Magiara” divenne di inchiostro e carta qualche mese dopo.

Hai trovato difficoltà a farti conoscere, a presentare il tuo romanzo, a ricevere attenzione dai media?

Assolutamente sì! Farsi conoscere è la parte più difficile del mestiere di autore. A volte, ti rivolgi a chi credi che possa aiutarti, e trovi muri e porte chiuse. Per esempio, ho contattato un’associazione letteraria a tematica femminile, poiché il mio libro ha per protagonista una donna e ne esplora la psicologia e le difficoltà nel contesto storico e sociale. Mi venne detto che presentano solo libri scritti da donne. Mi parve una risposta ed una chiusura mentale incredibile, per non parlare di sessismo. In ogni caso, ho trovato anche chi mi ha dedicato tempo e spazio, come alcune testate locali. Di questo sono infinitamente grato!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Oltre alla Woolf e a Fitzgerald, devo dire come mi abbia colpito Sebastiano Vassalli. Ho letto “La chimera” quasi per caso, e mi sono rispecchiato nel suo modo di scrivere e di narrare gli eventi. Ho scoperto solo da poco della sua scomparsa, e questo mi addolora molto.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Adoro la poesia. Nel mio prossimo libro ho voluto anticipare ogni capitolo con due brevi versi. A volte sono così concisi o ermetici che mi sembrano proprio la cornice perfetta. Al momento non sto leggendo libri di poesie, ma mi affascinano molto Dino Campana e Guido Gozzano. Sono i miei autori preferiti e non nascondo l’infinita ispirazione che mi regalano, soprattutto Campana.

Ora parlami del tuo romanzo, La Magiara. Chi o cosa ti ha ispirato a scriverlo? Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

“La Magiara” è nato dalla combinazione di due desideri: scrivere un romanzo ambientato negli anni 20 e narrare Ferrara. Le due intenzioni si sono intrecciate e mi hanno dato la possibilità di scavare ed indagare alcuni aspetti della vita di città di quegli anni. Ma il punto di partenza è stato Agnese. La protagonista principale era già una donna forte ed indipendente sin dalla sua prima ideazione: questo non avrebbe mai subito modifiche ed è così che è stato.

E’ un romanzo ambientato nella Ferrara degli anni 20, essenzialmente un ritratto di donna. Riassumici la trama in breve.

Agnese è una donna sola: perde la madre, ha sofferto l’abbandono di un uomo e non sa come vivere. Viene rintracciata dal fratellastro Luigi Alfonso, e per volontà del loro comune padre defunto, lei viene accolta sotto il tetto dei Salisbeni, aristocratici di Ferrara. È una sfida immensa per lei: un nuovo ambiente, così restrittivo, nuovi legami, il rancore mai sopito per il padre che non l’ha mai riconosciuta e per il suo ex-fidanzato. Viene da chiedersi: che tipo di femminismo conviene ad Agnese? E sta facendo le scelte giuste? È una pentola a pressione e sembra sempre sul punto di scoppiare. Ma ogni personaggio ha una sua storia da raccontare.

Quali sono i personaggi principali? Come li hai caratterizzati? Sei riuscito a trovare una voce per ognuno di loro? Quale personaggio pensi sia il più riuscito?

Non ho dubbio che Agnese sia il punto focale dell’intera vicenda. Ma mi piace molto come è venuta fuori Sibilla, sua nipote. Quest’ultima è ancora più insicura di Agnese, emotivamente parlando. Così la prende da esempio, diventa il suo modello di donna. Ma ad un certo punto non basta più, perché entra in gioco la rivalità femminile, e Sibilla si ritrova a voler superare la zia, a diventare più furba, più maliziosa.

Ogni personaggio vive delle proprie paure e delle proprie prigioni. Vedremo chi riesce a liberarsene e chi, invece, ne rimane vittima, a volte coscientemente.

Preferisci delineare gli ambienti, caratterizzare i personaggi, o ideare i dialoghi?

Mi piace molto la descrizione degli ambienti. Solitamente spezzo la narrazione con qualche elemento esterno. Non mi piace che il punto di vista narrativo sia il mini-mondo interno di un personaggio, ma che appunto vi sia contaminazione degli elementi.

Che metodo di scrittura utilizzi: fai molte stesure, scrivi di getto?

Generalmente raccolgo le idee su carta, faccio bozze, butto giù idee (incluso date di nascita, dati personali dei personaggi e parentele) e poi inizio a scrivere al portatile. Mi sono trovato a scrivere spezzoni su carta, ma poi è brigoso mettersi a trascrivere tutto, poiché mi trovo più a mio agio a scrivere di getto: l’impulso non va frenato! Ma, appunto, se non sono a casa la carta mi aiuta molto!

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Oltre al computer, ho spesso portato con me il tablet. Lavoravo a Ferrara all’epoca della scrittura del libro, e così nelle pause pranzo mi estraniavo in qualche angolo della scuola per correggere i capitoli (oppure se c’era il sole ero ad un giardino poco lontano).

Hai svolto ricerche per la stesura del tuo romanzo?

In parte sì. Per esempio, sin dal mio primo arrivo a Ferrara ho subito il fascino di alcuni palazzi. Stavo descrivendone uno molto centrale che mi affascina da sempre, per poi rendermi conto che è stato inaugurato solo nel 1930! Ho dovuto quindi fare qualche modifica! Inoltre, ho cercato di essere più preciso possibile: se villa Salisbeni fosse esistita veramente (e chissà, forse è così), allora la chiesa di riferimento sarebbe stata quella di S. Benedetto (dove infatti è custodito l’atto di battesimo di Agnese). Ho cercato di essere meno casuale possibile, scegliendo sempre in base a ciò che sapevo o scoprivo per rendere tutto autentico.

Cosa stai leggendo in questo momento? Preferisci leggere testi tradotti o in lingua originale?

Quando leggo romanzi in Inglese non posso assolutamente leggere una traduzione: è una questione di principio! Ma se leggo opere straniere di cui non capirei la lingua, allora mi affido ovviamente ad una traduzione. Ora sto leggendo “Il formicaio” di Margit Kaffka, un’autrice ungherese che ha in qualche modo influenzato l’idea de “La Magiara”. È una scrittrice poco conosciuta che però è una delle prime donne ad aver scritto delle tematiche femminili nel Novecento.

Scrivi anche racconti? Quale è il racconto più bello che hai letto?

Ho scritto racconti brevi, ora raccolti ne “Gli elementi dell’essere”, che è disponibile su Amazon. Sono momenti e scelte nelle quali i personaggi si ritrovano a vivere. A volte, però, la questione di un attimo può sembrare eterna, o addirittura divenirlo. C’è amore, sofferenza, tormento, solitudine in queste storie. “24 ore nella vita di una donna” di Zweig è forse classificabile come racconto, tanto è breve. Quello dev’essere il mio preferito!

Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria è fondamentale. Do molta importanza a ciò che ho ereditato dal mio passato, sia quello che ho ricevuto dai miei avi e sia quello che ho scoperto per mia mano. C’è sempre una linea poco delineata, per me, fra queste due direzioni narrative. La libertà è altresì fondamentale, quindi mi piace pensare che questi due poli tendano ad invertirsi continuamente e che così possa nascere una scrittura piacevole e mai statica.

Grazie del tuo tempo, Alessio, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti  a cosa stai lavorando in questo momento? A un nuovo romanzo?

Come anticipavo, il primo libro è nel cassetto e credo di proporlo a qualche concorso letterario. Il terzo, invece, è in fase di revisione e sarà presto inviato per una valutazione editoriale. In fase di scrittura ho una trilogia di cui sto mettendo a punto il primo volume e tante, troppe idee. Credo che chi è autore possa capirmi: ci sono tante voci e tutte meritano di essere ascoltate. È il tempo che manca!

Grazie a voi dello spazio e dell’opportunità che mi avete concesso di potermi raccontare un po’!

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:: Niente di vero tranne gli occhi, Giorgio Faletti, (Baldini & Castoldi, 2004) a cura di Micol Borzatta

22 agosto 2015
Giorgio Faletti - Niente di vero tranne gli occhi

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Roma e New York, Maureen Martini e Jordan Marsalis, due città lontane e diverse, due persone ancora più lontane ma non così tanto diverse. Denominatore comune un assassinio seriale che dopo aver ucciso posiziona i cadaveri nelle consuete pose dei Peanuts.
Jordan Marsalis è un ex tenente di New York e anche il fratellastro da parte di padre del sindaco. Un giorno viene chiamato proprio dal fratello, che non sentiva da molto tempo, che gli comunica la morte del figlio, ovvero il nipote di Jordan, e gli chiede di prendere in mano le indagini anche se al momento non fa più parte della polizia.
Jordan all’inizio rifiuta, ma viste le insistenze del fratello decide di accettare per mettere dietro alle sbarre l’assassino.
Nel frattempo si verificano altri omicidi e non solo a New York, ma anche a Roma. E proprio a Roma Maureen Martini, poliziotta e mezza americana, viene coinvolta a causa della morte del suo fidanzato che viene collegata agli omicidi di New York.
Inizia così una collaborazione tra le due città e i due poliziotti per trovare il serial killer.
Un romanzo davvero eccezionale che come il primo, Io uccido, sa coinvolgere appieno il lettore con una trama intrigante, indagini approfondite e descrizioni minuziose sia relative ai luoghi che ai personaggi.
Rispetto al primo romanzo si denota una crescita dell’autore dimostrata dall’andamento più brioso e dallo stile più leggero che rendono il romanzo ancora più avvincente.
Le descrizioni sono esattamente come ci aveva abituato nel primo romanzo, trasportando il lettore nei vari scenari e legandolo ai vari personaggi creando un legame morale e simbiotico trasformandoli in amici di vecchia data.
Un romanzo che si è rivelato davvero una notevole scoperta e che dimostra appieno la grande abilità di Faletti anche nel campo della letteratura.

Giorgio Faletti nasce ad Asti nel 1950 e muore a Torino nel 2014. Comico, cabarettista, attore, cantante riesce nel suo meglio anche come scrittore pubblicando ogni volta grandi successi.
Suo libro di esordio Io uccido ha riscosso un enorme successo ed è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in vari paesi stranieri tra cui Francia, Germania, Spagna, Giappone e Stati Uniti d’America.
Niente di vero tranne gli occhi è la sua seconda opera.

Source: acquisto del recensore

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:: La canzone del sangue, Giovanni Ricciardi (Fazi, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

22 agosto 2015
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A luglio la casa editrice Fazi ha pubblicato La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi, un altro capitolo delle indagini del commissario Ottavio Ponzetti.
La trama ruota intorno al mistero sulla paternità della famosa canzone siciliana Vitti na crozza anche se il tutto alla fine sembra sfumare in una bolla di sapone, avendo il lettore inteso che deve, o meglio avrebbe dovuto, concentrare la sua attenzione su ben altra paternità.
Il ‘gioco’ che Ricciardi intrattiene con il lettore si rivela da subito un simpatico espediente. A tratti il testo sembra ‘interattivo’, con espliciti inviti a ‘partecipare’ alle indagini. E così l’autore si diverte a mescolare le carte tra realtà, finzione, teatro e televisione… rimandando continuamente a due grandi figli della terra che ‘ospita’ la storia narrata, la Sicilia. L’immagine del teatro pirandelliano con i suoi personaggi si alterna alle vicende del commissario più noto della televisione, frutto della penna di Camilleri.
Il giallo scritto da Giovanni Ricciardi non fa una grinza, per la storia e per la tecnica. Abilità ormai certificate dello scrittore-professore che non manca di ‘insegnarci’ qualche passo classico o di spiegarci l’origine o l’etimo di usanze e termini.
Quello che invece lascia il lettore molto turbato è il motivo recondito dell’aver voluto raccontare di Vitti na crozza.

« Chissà se quei vecchi incupiti e rugosi che se ne stavano in punta di piedi col cappello tra le mani erano scesi anche loro da bambini nelle viscere della solfara, a portare in superficie la ricchezza degli Arnone per un piatto di minestra.»

Le solfare siciliane, le miniere che risucchiavano ancora a metà del secolo scorso giovani e giovanissimi.
George Orwell diceva:

«Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Ricciardi focalizza l’attenzione del lettore sui minatori dimenticati e in particolare sull’epopea di un gruppo di siciliani senza lavoro che tentano di espatriare illegalmente in Francia alla ricerca di una vita migliore. Storia ripresa dal regista Pietro Germi nel film Il cammino della speranza.
Un film e una storia tristemente attuali.

«Scesi sottoterra e mi parve di trovarmi in un girone infernale: dalle rocce emanava un calore fortissimo, i minatori – che stavano scioperando da una settimana – erano seminudi o nudi del tutto. Stavano cantando Vitti na crozza. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film.»

La canzone popolare Vitti na crozza viene indicata come un «canto tragico, un vero e proprio “contrasto” tra la vita e la morte» e per certi versi anche La canzone del sangue di Ricciardi lo è, nell’abilità propria dell’autore di restituirci l’immagine di un’umanità dimenticata, sfruttata, predestinata e non ci si vuol riferire solo ai minatori.
La vera protagonista del libro, Annamaria, pur entrando fugacemente nella scena la domina dall’inizio alla fine con la sua ‘vita sospesa’, il suo amore negato, rubato, e la sua passione che diventa la sua condanna.
Un libro quello di Ricciardi che narra del dualismo sociale, delle ingiustizie, dei soprusi e anche degli innumerevoli futili problemi quotidiani da cui il commissario Ponzetti cerca tenacemente di fuggire, rifugiandosi nel suo lavoro. Atteggiamento diffuso nella società attuale e, come il grande Pirandello ci ha insegnato, tutto ciò diventa paradossale e semiserio al punto che non si sa se ridere o piangere… esemplare il passaggio nel quale il vice di Ponzetti non trova posto per la vacanza con la propria famiglia e si fa ospitare dal commissario. Come quello del resto del ‘folle’ attaccamento di Galloni al suo cane cieco… riproposizioni in chiave moderna delle ‘maschere’ rappresentate nelle novelle prima ancora che sui palcoscenici dal grande drammaturgo agrigentino.
La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi non delude gli appassionati del genere ma anche chi in un libro cerca se non proprio la denuncia almeno il racconto dei mali e dei soprusi della società.

Giovanni Ricciardi: È professore di greco e latino in un liceo di Roma e collaboratore del «Venerdì di Repubblica». Il suo personaggio, il commissario Ottavio Ponzetti, è protagonista di sei romanzi tra cui I gatti lo sapranno, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2008; Il silenzio degli occhi, finalista al premio Fenice Europa 2012; e Il dono delle lacrime, candidato al premio Scerbanenco 2014. Una raccolta con le prime tre indagini del commissario è uscita nel 2012.
(Fonte fazieditore.it)

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Fazi.

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:: Un’ intervista con Will Firth, traduttore freelance a Berlino

21 agosto 2015

unnamedBenvenuto, Will, e grazie per aver accettato questa intervista.

GI: Sei australiano, nato a Newcastle nel 1965. Raccontaci qualcosa della tua infanzia e del tuo background.

Will Firth: Sono nato in una famiglia operaia di estrazione britannica. I miei genitori hanno avuto una formazione scolastica, poi hanno lasciato la zona industriale di Newcaslte poichè volevano qualcosa di meglio. Ho iniziato la scuola in Scozia, dove i miei genitori hanno lavorato e studiato per tre anni, ma la maggior parte della mia infanzia l’ho trascorsa di nuovo in Australia, nella capitale Canberra.

GI: Ora parlaci dei tuoi studi e di come sei diventato un traduttore freelance con base a Berlino. Hai studiato in Australia, a Mosca, a Zagabria – ciò che mi ha colpito di più leggendo il tuo curriculum di traduttore, sono le lingue con cui lavori, alcune sono abbastanza inusuali, come il serbo-croato, il macedone e il bulgaro (altre più tradizionali come il tedesco e il russo).

WF: E’ andata così: ho imparato il tedesco e il francese a scuola perché i miei genitori erano molto ‘eurofili’, ma non ero predestinato per le lingue. Infatti, quando ho iniziato l’università mi sono iscritto a scienze sociali, insieme con il tedesco. Il mio interesse verso le lingue fu per la verità qualcosa di politico: iniziò durante un periodo nel Partito comunista australiano. Il partito era abbastanza liberale o ‘euro-comunista’, ma c’era ancora una sorta di riverenza per l’Unione Sovietica. Ho trovato questo affascinante e così ho deciso di studiare russo, lasciando da parte le materie socio-scientifiche. Anche se ho lasciato il partito meno di due anni più tardi e ho trovato una nuova casa nel movimento anarchico, ho continuato con il russo. L’ho anche usato come un trampolino di lancio per l’apprendimento del serbo-croato e del macedone, data la stretta somiglianza tra le tre lingue (un po’ come quella che c’è tra italiano, francese e spagnolo, ritengo). Avevo pensato di diventare un interprete per i servizi sociali o qualcosa del genere, dato il gran numero di immigrati jugoslavi in ​​Australia, ma poi ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per l’ ex Jugoslavia nel 1988-89. Dopo sono andato in URSS nel 1989-90 per migliorare il mio russo, ed è stato lì che ho incontrato la mia compagna (una tedesca orientale), e ho finito per trasferirmi con lei a Berlino.

GI: Qualche ricordo dei tuoi anni da studente?

WF: Molti. Oltre agli incontri con professori davvero stimolanti e con gli altri compagni di studio, credo che siano propri i tempi a cui spesso ripenso. Ricordo l’intensità e la frustrazione di essere un attivista di sinistra in Australia (1983-1987) in ritardo rispetto alla Guerra fredda, o la programmazione alla stazione radio pubblica a Canberra o ricordo di essere stato arrestato durante un corteo di protesta contro l’estrazione di uranio nell’ Australia del sud. Immergermi nella ex-Jugoslavia, che sentivo molto straniera, è stata per me un’esperienza straordinaria a diversi livelli. L’ era della Perestrojka in URSS era anche molto affascinante. Uno dei miei ricordi preferiti è quello di una breve visita a Vilnius (ora Lituania) durante la quale ci imbattemmo sulla strada in due altri anarchici. Indossavamo i nostri distintivi per cui ci riconoscemmo. Scoprimmo così che i due ragazzi erano venuti da Kharkov, nell’ Ucraina orientale, per organizzare la stampa della rivista della loro organizzazione, che era impossibile stampare a casa loro a causa della carenza di carta. Questo mi ha dato la sensazione di un vibrante paese cosmopolita.

GI: Lavori come traduttore freelance a Berlino – come fai a tenerti aggiornato sullo slang, come acquisti una conoscenza pratica sulle forme gergali collocate anche nel tempo?

WF: Per tenere il passo con l’ uso corrente dello slang, cerco di trascorrere qualche settimana ogni anno o giù di lì in ciascuna delle miei aree linguistiche. Avere buoni dizionari, e soprattutto di madrelingua, da consultare aiuta anche. Leggo molto e ho una buona conoscenza di cultura generale. Se ho bisogno di conoscere particolari stili storici o generi di traduzione provo a leggere una manciata di opere provenienti da quei tempi e campi. Parte dell’ abilità di un traduttore dipende dalla sua capacità di adattarsi.

GI: E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettore?

WF: Non sono mai stato veramente un topo di biblioteca, e persino adesso che sono divenuto un traduttore letterario, sono ancora un lettore piuttosto caotico: ho letto molto, ma a casaccio. Mi piacciono la poesia e i racconti brevi, soprattutto. Credo che Heinrich Böll e Isaak Babel siano i primi nella lista dei miei scrittori preferiti, ma uno degli scrittori che traduco, la macedone Rumena Bužarovska, starebbe anche abbastanza in alto nella lista. Scrive racconti delicati, anche molto spiritosi. Oh, e sono anche un fan di Tolkien.

GI: Come lavorano i traduttori freelance? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

WF: Nonostante sia membro di associazioni professionali sia in Germania che in Australia, posso solo parlare della mia esperienza. Penso che il mercato delle traduzioni letterarie sia molto disomogeneo e casuale. Una parte di questa impressione può essere dovuta al fatto che traduco da lingue poco diffuse, di basso status (anche il russo in realtà non riceve l’attenzione che merita), verso cui la maggior parte degli editori sono disinteressati se non scettici. Può anche essere dovuto al fatto che traduco in inglese, pur non vivendo in un paese di lingua inglese. La maggior parte dei traduttori letterari sarebbero d’accordo che non c’è un modo semplice per trovare un lavoro regolare, discretamente pagato. Agenti ed editori ti avvicinano con sinossi o esempi di traduzioni e se ti piacciono è un modo per iniziare. Frequentare festival e fiere del libro per esaminare la scena è probabilmente una buona idea. Avere un sito web della propria attività (come faccio io) e promuovere il proprio lavoro attraverso i social media (cosa che io non faccio) sono anche cose che vale la pena considerare.

GI: Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata?

WF: Quando ho iniziato a lavorare come traduttore freelance nel 1991, mi ci sono voluti circa cinque anni per organizzare un flusso regolare di lavoro – e poi altri cinque anni per fare che il flusso di lavoro fosse anche interessante (testi di studi umanistici). Anche allora, la combinazione tedesco-inglese era soffocante rispetto alle mie altre lingue, e solo nel 2005 sono stato in grado di passare a tradurre principalmente dalle mie lingue slave. La svolta principale per me è avvenuta nel 2010, quando sono stato contattato da Istros Books a Londra, un editore specializzato in letteratura tradotta da paesi del sud-est europeo. Istros Books è stato il mio principale cliente da allora.
Io lavoro da casa; ho un computer portatile, ma preferisco la pace e la tranquillità della mia scrivania. Mi piace il mio lavoro e probabilmente arrivo a lavorare dalle cinquanta alle sessanta ore a settimana, ma siccome mi piacciono molti suoi aspetti non sempre lo percepisco come un lavoro con la “L” maiuscola.
In termini di tempo, pianifico prudentemente in modo da essere in grado di attenermi alle scadenze, anche se il computer si rompe o devo prendere qualche giorno di malattia. Inoltre, dal momento che la paga non è buona, cerco anche di organizzare le scadenze in modo da avere il margine di manovra per adattarmi a piccoli lavori occasionali meglio pagati lungo la strada.

GI: Sono venuta a conoscenza del tuo lavoro grazie alla traduzione che hai fatto, dal montenegrino, di Till Kingdom Dome, di Andrej Nikolaidis, che dal 27 agosto uscirà in Gran Bretagna grazie a Istros Books. Come sei venuto a conoscenza di questo libro, conoscevi già il suo autore?

WF: Till Kingdom Come è il terzo romanzo breve (o novella) di Andrej Nikolaidis che ho tradotto. The Coming e Son sono stati i primi due. Nikolaidis ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura per Son nel 2011. I tre libri sono ristampati in lingua originale come una trilogia intitolata Tamno pokoljenje, che significa “La generazione oscura” (un titolo adatto, credo, perché Nikolaidis è un maestro del noir). Istros Books potrebbe fare lo stesso per le traduzioni in inglese, a seconda della domanda.
Ho scoperto The Coming circa cinque anni fa. Avevo sentito parlare dell’autore – è un noto giornalista e critico letterario nella regione di lingua serbo-croata – ma non avevo ancora letto nulla di suo. Ero alla ricerca di uno o due scrittori montenegrini da tradurre, e per quanto può sembrare banale, mi ha attratto la grafica della copertina della versione originale del libro, così ne ho ordinato una copia. Il contenuto non era meno impressionante della confezione, così ho presentato il titolo a Istros libri, che ha organizzato i finanziamenti UE per la traduzione.

GI: Non conoscevo Andrej Nikolaidis, sebbene cercando in rete ho scoperto dopo che è uno scrittore molto considerato, e pressapoco mi sono avvicinata al libro, primo pensando che l’autore fosse greco, poi per la copertina: un uomo con un ombrello in primo piano (ho pensato a Robert Redford ne Three Days of the Condor) e una donna in rosso sullo sfondo. Essendo un’appassionata di noir è interessante per me scoprire un autore montenegrino che utilizza questi canoni narrativi. Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente il suo stile, puoi parlarcene?

WF: Direi che il tratto distintivo del suo stile è una sorta di cinismo intelligente: i commenti feroci sono la sua specialità, e di tanto in tanto mi sembra anche un misantropo, ma non risparmia niente e nessuno, quindi il suo nichilismo arguto è imparziale. C’è spesso un elemento di umorismo nero nei suoi libri, che mantiene la narrazione vivace, ed usa spesso digressioni. Queste sono a volte piuttosto da intellettuale, ma riporta i piedi per terra di nuovo con abbondanti dosi di iperboli. Tutto sommato, la sua scrittura è molto divertente.
La storia del cognome è interessante. Andrej è nato nel 1974 a Sarajevo da madre bosniaca e lì ha trascorso la maggior parte dei suoi anni di formazione. Quando scoppiò la guerra nel 1992, si trasferì a casa di suo padre a Ulcinj, in Montenegro. Il cognome deriva dal nonno paterno, che era a quanto pare un sacerdote greco ortodosso. Emigrò a nord lungo la costa, attraverso l’Albania, e, infine, si stabilì a Ulcinj, la città più meridionale del Montenegro. Dal momento che la popolazione locale è stata (ed è tuttora) a maggioranza musulmana, ha dovuto guadagnarsi da vivere come fornaio. Almeno questa è la storia che Andrej mi ha raccontato…

GI: E’ un noir che tratta il tema dell’identità, niente di più incorporeo e fluttuante. Scoprire all’imporvviso che tutto quello che si credeva vero del proprio passato, della propria famiglia, era invece falso, è come dire… destabilizzante. E’ anche un noir che ci parla dell’iportanza della verità, delle atrocità perpetrate durante i tempi di guerra, e del senso dell’esistenza umana. Cosa hai amato di più di questo libro, mentre lo traducevi?

WF: Mi sono divertito a tradurre questo libro soprattutto a causa dello stile ‘dark’ di Andrej, come con The Coming e Son prima. Tutti e tre i libri trattano di identità e di questioni intergenerazionali, ma ognuna ha un tema diverso. In Till Kingdom Come, mi ha affascinato il focus sui servizi segreti – spesso una Stato nello Stato – e Andrej fonde i fatti (ad esempio gli omicidi reali che egli cita) e la speculazione sulla natura pervasiva di tali istituzioni. Mi è piaciuto il ritratto della “nonna” protagonista, che lavora anche per i servizi segreti: lei adotta un ragazzo orfano, lo ama come un figlio, e finisce per credere alle bugie che compongono la sua fabbricata storia familiare.

GI: E ora vorrei che ci parlassi della letteratura montenegrina contemporanea, che conosco davvero pochissimo. Ci sono altri autori interessanti, di cui ne consigliersti la lettura, che proporersti per un’ eventuale traduzione?

WF: Penso che la letteratura contemporanea dal Montenegro deve essere vista nel contesto della regione – e non è separata dalla letteratura degli altri paesi di lingua serbo-croata. C’erano letterati famosi del XX secolo con un elemento montenegrino nella propria identità, ad esempio, Danilo Kiš e Borislav Pekić, ma il primo è di solito considerato un jugoslavo e il secondo un serbo. Anche oggi ci sono un sacco di scambi e di influenze reciproche tra scrittori, editori e case editrici in Croazia, Serbia e Bosnia.
Raccomanderei molto Ognjen Spahić, probabilmente il più noto autore montenegrino in patria e all’estero. Il suo primo romanzo, Hansen’s Children (Hansenova djeca) è stato pubblicato in inglese da Istros Libri nel 2011. Spahić ha appena finito un nuovo grande romanzo che spero di tradurre nei prossimi anni. Altri scrittori degni di nota sono Balša Brković e Dragan Radulović, ma purtroppo nessuna delle loro opere principali sono state tradotte in inglese. Questi tre autori, insieme a Andrej Nikolaidis, sono a volte indicati come la New Wave letteraria montenegrina, e tutti e quattro sono stati in grado di avere brevi pezzi pubblicati nella recente antologia americana Best European Fiction. Infine, vorrei ricordare Ksenija Popović, che ha scritto due romanzi ed è la prima scrittrice del Montenegro ad aver avuto un impatto in una scena dominata dai maschi, ma non ho ancora letto nessuno dei suoi lavori.

GI: Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

WF: Attualmente sto traducendo un delizioso, romanzo meditativo dello scrittore bosniaco Faruk Sehic, Quiet Flows the Una (Knjiga o Uni). Esso potrebbe essere il mio preferito tra tutti i libri che ho tradotto. Sehic con questo libro ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2014.
Questo libro, in gran parte autobiografico, è molto interessante da punto di vista “guerra e pace”. Sehic, in realtà per formazione è un veterinario, è stato coinvolto come un giovane uomo nelle guerre degli anni ’90. Si è salvato dall’abisso dello stress post-traumatico grazie al suo amore per la sua regione d’origine – un paesaggio carsico continentale nel nord-ovest della Bosnia. Un ragazzino che pesca nelle profonde, e limpide acque del fiume vicino a sua casa è ciò che conserva all’uomo adulto la sanità mentale. La scrittura è la sua terapia. E calmo, ma assolutamente struggente.

GI: Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Florence, Stefania Auci (Baldini & Castoldi, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 agosto 2015
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Non avevo mai letto nulla di Stefania Auci, il genere storico è stato sempre un po’ distante dai miei acquisti letterari per una motivazione prevalentemente scolastica, legata alla “materia storia” prima e agli esami universitari, poi. Ve e avevo già parlato in merito di un altro bel libro, un graphic novel sempre con ambientazione storico – realistica che trovate qui.

Finché non mi sono imbattuta in Florence e in una citazione, questa:

“Tutti hanno bisogno di qualcosa a cui tornare, che sia una persona o un luogo.

Allora mi sono convinta e, neanche troppi giorni fa, l’ho finito di leggere tutto d’un fiato.

Sullo sfondo c’è Firenze, nella torrida estate di guerra del 1914. In questo clima acceso interagiscono i personaggi e si sviluppa la trama, sotto forma di diario di guerra intervallato da più rosee parentesi ambientate in quei luoghi in cui le granate non arrivano. Almeno per il momento.

Ludovico è un giornalista, scrive su “La Nazione”, il quotidiano di Firenze, e proprio come il più noto poeta D’Annunzio è conosciuto per le sue idee apertamente interventiste: come tanti altri personaggi (di spicco e non) della sua epoca vede, infatti, nella guerra un’occasione di prestigio e ascesa sociale. Carismatico ed affascinante, ha un’amante, Claudia, bella donna e moglie di un ricco avvocato, a cui non si fa problemi a chiedere denaro e favori.

La sua esistenza tutta protesa verso quei benefici che solo l’esperienza in guerra potrà portagli, come se davvero un’esperienza bellica, la prima su scala mondiale, potesse essere portatrice di ricchezza e benestare subisce una svolta quando, durante una manifestazione pacifista, rivede un suo amico e compagno di università, Dante. In quell’occasione conosce anche Irene, venuta dalla Francia e, inaspettatamente, figlia di Laurenti, suo ex professore universitario. La giovane, che ha sempre vissuto a Parigi e ora, dopo la morte della madre, si ritrova a seguire il padre a Firenze, Florence, come ama chiamarla lei – nasce da questa traduzione toponomastica il titolo del romanzo, neanche a dirlo – lo impressiona per la sua verve intellettuale, per il suo piglio e la (forse troppa, per quei tempi) libertà di pensiero, oltre che per un’assoluta indole e credenza pacifista.

I due non stringeranno subito un rapporto. Ludovico viene mandato sulla Marna come inviato di guerra e qui si unisce a un battaglione scozzese. Qui avrà modo di conoscere da vicino quella guerra che, precedentemente, aveva solo idealizzato e questo lo cambierà profondamente. Al suo ritorno, non è più il giornalista deciso, sfrontato e spregiudicato di un tempo. Tutto il contrario: quello che ritorna dal fronte è un uomo smarrito, confuso e tormentato.

Niente è come prima: in primis lui stesso, poi anche il rapporto d’amore con la bella Claudia inizia a vacillare. L’unico a stargli vicino è Dante, che lo invita nella sua tenuta nel Chianti, la Torricella.

Lì c’è anche Irene. I due si incontrano di nuovo, stavolta per più tempo e il legame che nascerà tra di loro aiuta Ludovico a guardare meglio dentro di sé e a comprendere cosa ha davvero perso nell’amara esperienza e cosa, invece, ha guadagnato, in un certo senso al riparo da tutto, proprio quando anche l’immortale città di Firenze, solida dei suoi monumenti e della sua storia millenaria, inizia ad essere minacciata dagli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale.

La bravura narrativa e la destrezza stilistica della Auci riesce a far sì che il lettore si ritrovi direttamente al centro della scena, che sia sul fronte o nell’ambiente più tranquillo e riparato della Torricella. Nulla è stridente, nulla è ridondante.
Inoltre, oltre alla perizia storica dettagliata di tutta la narrazione, possiamo trovare in “Florence” importantissimi dettagli socio – culturali propri di quegli anni.

Un esempio? Il romanzo ci dà modo di soffermarci ampiamente sul ruolo della donna e sulla sua considerazione nella società, caratteristiche che assumono connotazioni diametralmente con i personaggi femminili di Claudia e Irene.

La prima, legata alle convenzioni sociali che avevano regolato rispettivamente la vita di sua madre, come quella di sua nonna e così via, a salire, ha scelto di sposarsi per convenienza e, infatti, suo marito è ricco, molto ricco, e le offre una vita più che agiata, ma il suo matrimonio si rivela una trappola poiché l’uomo che ha al suo fianco è risentito con lei, colpevole di non avergli dato un figlio, e quindi fa di tutto per renderle la vita un inferno. Mario come marito “è crudele e grottesco. Violento.”, stando alla descrizione che ci dà la stessa autrice. Per questo motivo, Claudia cerca a suo modo di trovare un po’ di felicità tra le braccia di Ludovico, diventando la sua amante.

L’altra, di ampie vedute, mal sopporta lo stacco provinciale che nota tra la Francia e l’Italia, tra una città laica, artistica e cosmopolita come Parigi raffrontata all’ambiente fiorentino in cui anche solo vedere una donna che fuma sola in un locale può destare scalpore. In più, all’inizio, non riesce a sopportare nemmeno Ludovico, proprio perché la sua strenua fiducia nell’intervento in guerra cozza col visibile pacifismo della ragazza, a cui era stata educata dai suoi fin dalla più tenera età, crescendo con questi ideali nobili e non alla portata di tutti. Nonostante questo aspetto di iniziale diffidenza nel loro rapporto, al ritorno dal fronte Irene lo trova come cambiato e sente di doversi aprire nei confronti di un uomo così diverso da lei eppure così vicino.

Non solo narrazioni belliche, non solo risvolti sentimentali e emotivi. Il nuovo romanzo di Stefania Auci ha il merito di saper spaziare tra i due vasti nuclei tematici, aprendo a svincoli narrativi nuovi ed inaspettati.
Un racconto realistico narrato fin dall’inizio con dovizia di particolari e descritto a tutto tondo sia per quanto riguarda la caratterizzazione storica e dei personaggi, che si muovono come se stesso recitando in un film, sia per ambientazione ed impronta emotiva. Una storia nella Storia che, per importanza di pagine e struttura, non ha nulla da invidiare al Fogazzaro di “Piccolo mondo antico”, tanto per avere un raffronto.

Un plauso a quest’autrice che è riuscita, per la prima volta in anni e anni, a non farmi scappare davanti allo spauracchio che si cela dietro alla definizione di “romanzo storico”.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Casoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Baldini & Castoldi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: La casa nella prateria, Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Gallucci, 2015) A cura di Viviana Filippini

17 agosto 2015
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Chi di voi lettori, nato e cresciuto negli anni ’80, non ha visto almeno una volta il telefilm La casa nella prateria? Lo ammetto, durante la mia infanzia credo di averne guardate solo una o due puntate del telefilm realizzato dall’attore regista Michael Landon (me lo ricordo in Bonanza, altro prodotto TV dove quasi tutti i personaggi avevano gli occhi azzurri). Mi piaceva l’ambientazione immersa nella prateria americana pura, ma non riuscivo a sopportare l’atmosfera troppo mielosa che riguardava i diversi personaggi presenti all’interno della trama. Poi, però, ho scoperto che la fiction prendeva spunto da uno dei romanzi – La casa nella prateria, edito da Gallucci – scritti dall’autrice americana Laura Ingalls Wilder nel 1935, inseriti nella serie di 9 volumi Little House. In questi libri, la Ingalls mette molte delle esperienze personali vissute con la propria famiglia, durante il viaggio che li portò dal Wisconsin, al Kansas, al Minnesota e al Sud Dakota. La scrittrice creò dei personaggi letterari mantenendo i caratteri reali delle persone da lei incontrate, cambiandone i nomi, dando al lettore un mondo letterario realistico. I protagonisti di questa storia sono papà Chalres Ingalls, mamma Caroline, le piccole Mary, Laura e Carrie. La famiglia è la diretta protagonista di un resoconto di vita che coinvolge i lettori (bambini e adulti) trascinandoli in un’America ben diversa da quella super industrializzata che conosciamo oggi. In queste pagine la famiglia si sposta su una carovana alla ricerca di una terra migliore nella quale potersi costruire un futuro. Quando gli Ingalls trovano il posto ideale, il papà, come se niente fosse, comincia costruire la casa per sé e per i suoi cari. La cosa che stupisce, se pensiamo al mondo di oggi, è che ai tempi in cui visse la scrittrice, a quanto emerge da questi racconti, non servivano richieste o permessi per erigere dei muri, bastava solo trovare il posto giusto e mettersi al lavoro. Quello che mi ha affascinato de La casa nella prateria è il modo di scrivere della Ingalls: chiaro, descrittivo al punto giusto e spoglio di tenerezze superflue. Un’accurata cronaca nella quale si leggono, per esempio, le peripezie della famiglia per attraversare la prateria e restare immuni agli attacchi dei lupi. Molto realistica la descrizione delle fatiche e delle difficoltà provate dagli Ingalls nel processo di costruzione della casa. Il lavoro del padre che alza i muri, intaglia il legno per fare i mobili, mette assieme le pietre per il camino, baratta cibo per il sostentamento dei propri cari, fornisce l’immagine di un mondo, dove l’arte dell’artigianato e del fare tutto da sé erano il pane quotidiano per la sopravvivenza. Laura è una bambina che assiste – a volte con senso di impotenza, altre con iperattività – a tutto questo trafficare dei genitori. Sarà lei, piccola eroina, ad aiutare la madre e le sorelle impaurite a spegnere l’incendio che divamperà in casa. Sarà sempre lei, al fianco della madre, ad affrontare i misteriosi e sconosciuti Indiani che arriveranno da loro. Amore per la famiglia, il duro lavoro per ottenere qualcosa, la paura per il diverso (gli animali e gli Indiani), la volontà di non arrendersi e la speranza per il domani, fanno de La casa nella prateria di Laura Ingalls Wilder un fresco e piacevole ritratto storico della società americana dei pionieri che la stessa autrice aveva conosciuto da bambina tra gli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo. Traduzione Claudia Porta.

Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

17 agosto 2015
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L’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

Perché parlare proprio di “età della febbre”?

Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.

Il futuro?

Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca.

Ce lo può dire Leonardo, livornese con un’esperienza tutt’altro che rosea nella Marina e anni di vita brava in Erasmus a Berlino che proprio lì torna, dopo i risultati delle analisi del sangue, senza dire nulla a Camilla, la sua fidanzata con cui convive da anni. Torna in quel locale dove, anni prima, aveva conosciuto Uwe, principalmente per chiedergli se fosse stato ad infettarlo.

Ce lo può dire ancora Ines che beve il suo Martini con oliva e guarda il marito Aldo ingozzarsi di fragoline, zucchero e maraschino: una combo letale dal punto di vista glicemico che non ha ancora sortito il suo effetto. I due, intanto, sono in vacanza a Nemi, in compagnia di una coppia più ricca di loro. Unica pensiero di Ines è la figlia Beatrice: trentaquattro anni, una laurea in Lettere, molti lavori alle spalle e nessuna certezza. Tutto il contrario di Ines, che, nonostante l’estrema stabilità (e monotonia) della propria vita non si aspetta di certo di finire la serata legata dentro al bosco.

Ce lo può dire di nuovo Nicola che è stato trovato dal padre nel parcheggio dell’Ikea di Corsico, periferia di Milano, e che, dopo quattro anni, vive ancora da lui. Il padre lo asseconda, lo tratta come ogni genitore tratterebbe il proprio ragazzo, gli dice “bravo”, lo spinge a trovarsi un lavoro legale. Nicola cerca di cancellarsi le impronte digitali e si appunta sulla pelle – quasi fosse il protagonista di Memento, film di Christopher Nolan – quelle parole che devono diventare per lui una sorta di ammonizione per il futuro : cavia umana, elettricista, uomo invisibile, amore perduto.

Delle altre otto storie non vi anticipo nulla e neanche vi svelo quale siano state quelle che mi hanno colpito di più. Perché? Semplice: non è possibile, non ne sono capace, vi rovinerei la lettura e non ve lo meritate.

Curatori del volume, ancora una volta, Christian Raimo e Alessandro Gazoia che si servono magistralmente della prefazione al libro di loro pugno per presentarcelo e far sì che, fin da subito, ci sia chiaro l’obiettivo di questo lavoro editoriale:

Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.
Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.
Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, “La qualità dell’aria”, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.
Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.
Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.
Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.
Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.
Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.
Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.
La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.”

Christian Raimo, classe 1975, è nato, cresciuto e vive a Roma. Ha studiato Filosofia con Marco Maria Olivetti. Ha partecipato a diverse (meteoriche ma fondamentali) riviste letterarie romane: Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone – Cronache romane, Il maleppeggio – Storie di lavori. Per minimum fax ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace, per Fandango il romanzo in versi di Vikram Seth The golden gate, insieme a Luca Dresda e Veronica Raimo.
Sempre per minimum fax ha pubblicato due raccolte di racconti: Latte (2001) e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di «minima&moralia». Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli). È tra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014) e tra le firme di Internazionale.

Alessandro Gazoia, laureato in Filosofia della Scienza, Letteratura Italiana e Informatica, scrive di giornalismo, media, informatica su «minima&moralia» e sul suo blog (jumpinshark.blogspot.it). Ha pubblicato per minimum fax l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013) e Come finisce il libro – Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (2014).

Autori dei racconti antologizzati: Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Manuele Fior (illustratore e fumettista), Vincenzo Latronico , Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Rossella dell’ufficio stampa minimum fax.

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:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014)

17 agosto 2015
JO

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Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

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:: La vita davanti a sé – Romain Gary (Neri Pozza 2010 – 10° edizione), a cura di Alice Strangi

13 agosto 2015
vita

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La vita davanti a sé” è un’opera di cui molti avranno facilmente sentito parlare, ma più che altro per il sorprendente contesto in cui è apparso. La parte più famosa di questo libro è infatti la storia del suo scrittore, Emile Ajar, che però non è Emile Ajar ma Romain Gary; e Romain Gary che è l’unico scrittore ad aver vinto due premi Goncourt, anche se uno l’ha vinto sotto pseudonimo (di Emile Ajar, appunto); e il nipote di Gary che finge di essere Emile Ajar e ritira il premio e nessuno sa né sospetta nulla di tutta la beffa; e Romain Gary che mantiene il silenzio rigorosamente per anni, e che si porta dietro il suo segreto fino al giorno in cui decide di spararsi un colpo di pistola, e della vera identità dell’autore de “La vita daventi a sè” ancora nessuno sa niente; e Jean Seberg, bella e triste che, Gary ci tiene a specificarlo, non c’entra nulla; ma forse Emile Ajar l’aveva già scritto: si può vivere senza amore, ma non è possibile vivere senza qualcuno da amare.
Anch’io conoscevo tutta questa storia, ma non avevo mai letto il libro. Per quello che ne sapevo, era una sorta di Oliver Twist ambientato a Parigi, e non mi interessava più di tanto. Poi, quasi per caso, me lo sono ritrovato tra le mani e l’ho letto. Praticamente tutto d’un fiato. Perché questo libro, di per sé, meriterebbe tutta la fama che ha la storia del suo eccentrico autore, e perché forse non ha esagerato troppo chi l’ha definito “un romanzo toccato dalla grazia”.
La vita davanti a sè” ti conquista gradualmente: leggi le prime pagine ed effettivamente ti pare un po’ Oliver Twist ambientato a Parigi, solo con più puttane. C’è questo orfanello di nome Momo, figlio di una che faceva “la vita”, che è arabo perché gli è stato detto così, e che vive al sesto piano senza ascensore di un condominio di Belleville nel secondo dopoguerra. Ad allevare Momo, insieme a un gran numero di altri bambini tutti figli di prostitute, c’è la vecchia madame Rosa, un’ebrea grassa e grossa, che ha tutte le malattie possibili tranne il cancro, ed è sopravvisuta ai marciapiedi di Pigalle e all’olocausto nazista. Intorno a loro si muove tutto un circo di coloratissimi personaggi, dal comprensivo dottor Katz al transessuale senegalese ex campione di boxe, dal saggio signor Hamil, che vendeva tappeti e ora dispensa lenzioni di vita e di filosofia, ad un’affascinante donna bionda che appare e scompare, e che ha lo straordinario potere di riportare indietro il tempo. Più che a Dickens, l’ambiente del romanzo di Gary fa pensare a Pennac e alla sua saga Malaussene, solo scritto circa 40 anni prima. E tutta questa umanità improbabile e marginale ci viene narrata attraverso lo sguardo diretto e onesto di Momo, che è un ragazzino di circa 10 anni, ma che sa già bene che “non si è mai troppo giovani per niente”. Così le sue parole limpide, le sue domande ingenue, le sue azioni impulsive e le reazioni delicatamente commoventi diventano una luce crudelmente sincera sui sentimenti e sulla vita stessa: tutto appare come nuovo, sorprendente e senza filtri, e tutto appare ovvio e essenziale, come fosse davanti ai nostri occhi da sempre, ma non riuscissimo a vederlo nascosto dalle abitudini, dalle convenzioni e dagli eufemisimi.
La vita davanti a sè” insegna tre cose più di tutto: la prima è la vecchiaia; Momo è un ragazzino che si muove in un mondo di vecchi, gli altri bambini intorno a lui sono figure di contorno poco rilevanti. Ad aver peso e importanza nella vita di Momo sono piuttosto il signor Hamil, che dimostra come la vecchiaia possa insegnare; il dottor Katz che dimostra come possa salvare; e ovviamente madame Rosa, che dimostra come la vecchiaia possa proteggere.
La seconda è la bellezza: la bellezza che non è poggiata passivamente sugli oggetti o sui corpi, ma che risplende all’improvviso solo e soltanto negli occhi di chi guarda. Madame Rosa è vecchia, grassa, malata, si trucca pesantemente e si mette addosso abiti succinti e troppo stretti, eppure Momo a volte si ferma a osservarla e proprio così com’è gli sembra bellissima: è bella perché quella donna è la sua famiglia, quella donna è casa sua, è la leonessa che di notte sogna che venga a leccarlo come fa con i suoi cuccioli. La bellezza non è nelle strade di Parigi, ma in una tribù di immigrati africani che danzano e cantano nudi intorno a una donna in stato di ebetudine, per spaventare e allontanare i suoi demoni. La bellezza non è altro che quello che vorremmo potesse durare per sempre.
La terza cosa, manco a dirlo, è l’amore. L’amore esplode dalle pagine di questo libro: l’amore per la vita, per il mondo, per gli esseri umani in quanto tali, senza genere, nazionalità, legge, religione. L’amore che è sempre il motore di tutto, e lo è sempre con una semplicità tale da risultare disarmante.
C’è poi una quarta cosa che insegna questo libro, ed è il futuro: perché qualunque cosa accada, qualunque disgrazia o imprevisto, il tempo per compiangersi è sterile e poco, ma bisogna andare avanti, trovare il buono di ogni situazione, trovare qualcuno a cui voler bene. E tutto nella vita e nella mente di Momo resta sempre coraggiosamente proiettato al futuro, “davanti a sè”, appunto.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un’attrice, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel. Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all’inizio come Paul Pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé (Neri Pozza 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

Source: acquisto personale

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:: Intervista a Bianca Pitzorno, a cura di Federica Guglietta

12 agosto 2015

biancaLa vita sessuale dei nostri antenati è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, pubblicato a giugno scorso da Mondadori. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autrice, che non si risparmiata nell’illustrarci ampiamente il lavoro preparatorio e la visione del mondo che c’è dietro. Buona lettura!

Buongiorno e benvenuta su Liberi di Scrivere, Bianca. La ringrazio per averci concesso quest’intervista. Rompo il ghiaccio chiedendole subito: qual è stato il motore della narrazione de “La vita sessuale dei nostri antenati”?

Da tempo desideravo scrivere una storia che raccontasse il ‘Prima’ e il ‘Dopo’ nei costumi sessuale delle donne di oggi: le più anziane come me cresciute e educate nel dopoguerra con una mentalità che presupponeva il silenzio, la rimozione ipocrita dell’aspetto fisico nelle relazioni sentimentali e in quelle coniugali, e quelle cresciute dopo la rivoluzione del Sessantotto che ci ha liberato da tabù e pregiudizi a questo riguardo. Le giovani donne di oggi, le mie ‘lettrici-bambine’ cresciute, spesso vivono questa libertà come un dato di fatto scontato, naturale, qualcosa che spetta loro di diritto, e non sanno, o non riflettono su quanto è costato alla nostra generazione conquistarla.
Mentre ordinavo il materiale preparatorio per questa storia mi è capitato sotto gli occhi l’albero genealogico di una famiglia che conoscevo e che risaliva al ‘500 e sono rimasta colpita dall’enorme numero di figli che le donne del passato mettevano al mondo. Riflettendo sulla loro vita quotidiana, sulle norme esplicite e implicite che la regolavano, sul fatto che non solo il diritto, ma la conoscenza stessa del desiderio sessuale e del piacere venissero riconosciuti solo agli uomini (o alle donne di malaffare, ma forse neppure a quelle), ricordando il concetto di ‘debito coniugale’ come sgradevole ‘incombenza’ obbligatoria conseguente al matrimonio, in vigore fino agli anni della mia adolescenza, ho pensato che la riflessione sulla conquista della libertà sessuale dovesse andare più indietro, dovesse considerare anche le donne delle generazioni precedenti alla mia.  È nata così la catena di antenate, a partire dalla fine del Cinquecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ciascuna con i suoi problemi, con la sua personalità, con la sua intelligenza e iniziativa per superare gli ostacoli. Ed è anche nata in me una grande pietà per loro, una solidarietà, una ammirazione per quello che avevano dovuto sopportare e per come erano riuscite nonostante tutto a conservare la loro dignità, a compiere il loro dovere per pesante che fosse. Poi, naturalmente, essendo il mio libro un’opera di narrativa e non un saggio di sociologia, la storia ha riguardato singoli individui, non categorie.

Trovo che, sia sul piano degli studi e del percorso di vita, lei abbia molti punti in comune con la protagonista del suo romanzo. Si sente vicina ad Ada Bertrand Ferrell?

In realtà io ho in comune con Ada solo l’anno di nascita e la formazione culturale, non il percorso di vita. I miei interessi successivi alla laurea e le mie esperienze di lavoro non potrebbero essere più diversi dai suoi. La famiglia da cui provengo non ha da vantare alcuna aristocrazia, i miei genitori hanno allevato me e i miei tre fratelli con una grande libertà (e sono morti quando noi quattro eravamo già adulti e avviati ognuno a suo modo nella vita). Mia madre era una donna colta, grande lettrice, grande viaggiatrice fino agli ottant’anni, curiosa delle novità e ironica, amante degli scherzi fino alla beffa: niente a che vedere con la megera anaffettiva che qualche critico superficiale ha voluto ricostruire dai miei testi, dal mio desiderio di contrastare, scrivendo, il cliché melenso della mamma ‘da Mulino Bianco’ e di molta letteratura per l’infanzia. Errori e ingenuità che nascono da voler confondere la fiction con l’autobiografia. Per rispondere alla domanda, mi sento vicina a Ada Bertrand Ferrel nel senso della ‘sorellanza’ femminista’. Non mi sento però affatto simile: la mia esperienza di vita è stata totalmente diversa dalla sua.

Cuore pulsante del romanzo è il richiamo al Sessantotto e ai movimenti femministi. Come si pone rispetto quegli anni? Pensa che gran parte delle teorie del tempo siano ancora attuabili?

Penso che grazie a quelle teorie, anche le più utopiche, abbiamo fatto molti passi avanti. Basta pensare al diritto di famiglia, alle leggi sul divorzio e sull’aborto. All’abolizione delle attenuanti per il ‘delitto d’onore’. Alla presenza massiccia delle donne nel mondo degli studi e del lavoro. Davvero voi ragazze non riuscite a immaginare com’era il mondo PRIMA. Purtroppo oggi la crisi economica colpisce per prime le donne facendo fare loro dei passi indietro. Mi auguro che sappiano ricominciare a combattere come abbiamo fatto noi. La prima, fondamentale libertà, per le donne come per chiunque, è quella economica.

In tutti i suoi scritti si può notare un richiamo costante alla famiglia, di ieri e di oggi. Bambini, genitori (spesso assenti o lontani), nonni, zii, parenti di vario ordine e grado. Di questi tempi se la sentirebbe di affrontare anche il tema della omogenitorialità?

Sono cresciuta nel dopoguerra. Molti padri non erano tornati dal fronte, molti orfani miei amici o compagni di scuola venivano allevati dalla madre con l’aiuto di zie, nonne, amiche, vicine di casa. L’esperienza, del tutto positiva e normale, di una famiglia con due o più madri, l’ho vista da vicino. Diversa quella di una famiglia con due o più padri, non ne ho mai vista una se non negli ultimissimi anni, non ne ho esperienza. Ma se devo dare la mia opinione, dico ‘Perché no?’. Le qualità necessarie per allevare un bambino non sono legate al genere, ma alla personalità individuale delle persone che se ne occupano.  Potrei anche raccontare la storia, vera, di un mio amico giapponese, che quando l’ho conosciuto, prima attraverso le lettere, poi di persona con i suoi durante una sua visita in Italia, era un professore universitario di Tokio, padre affettuoso e responsabile di due adolescenti, buon marito di una moglie casalinga. Poi, all’età di 56 anni questa persona ha deciso di cambiare sesso; dice che lo desiderava fin dall’infanzia. Ma è rimasta a vivere in famiglia. Con qualche problema, specie col figlio maschio, ma non più di quanti ce ne siano in una famiglia tradizionale.
Quella che non mi piace troppo, in certe coppie omo ma anche etero, è la smania di ‘giocare a casetta’ con biberon, pannolini e passeggini come nei giochi infantili, nel voler riprodurre il modello ‘famigliola perfetta’ proposto dalla pubblicità. Lo giudico un modello deleterio. Mettere il bambino, il figlio, al centro di tutto, come l’elemento più importante, indispensabile alla vita di coppia, è qualcosa di pericoloso. Non fa bene al bambino, lo fa sentire non un membro di una comunità uguale agli altri ma un piccolo tiranno, e insieme lo carica di aspettative e responsabilità che non sempre è in grado di soddisfare e che possono provocare in lui sensi di inadeguatezza e frustrazione.

Il pubblico che recepisce i suoi scritti, composto in gran parte da noi, piccoli lettori di fine anni ’80 – inizio anni ’90, tende a considerarla una “scrittrice per bambini”. Quanto le pesa quest’etichetta?

Non mi peserebbe affatto se in Italia la critica considerasse lo scrittore per bambini uno scrittore appunto e non un educatore e/o un pedagogista. Se i suoi testi venissero giudicati per il loro valore letterario e non per l’uso che ne può fare a scuola un insegnante; se di un romanzo venisse apprezzato non ‘il messaggio’ (che ovviamente deve essere ‘edificante’), ma la lingua, la struttura, la verità dei personaggi, la profondità di pensiero eccetera a prescindere dall’età di chi lo leggerà. Io non mi vergogno affatto dei libri per bambini o per ragazzi che ho scritto, so che alcuni sono migliori di altri, ma so anche che ho cercato di scriverli al meglio che potevo, che il mio obiettivo era la LETTERATURA e non la pedagogia. Quello che mi dispiace è venire considerata una ‘Mary Poppins’ alla Disney (quella vera raccontata da Pamela Traves è un personaggio straordinario, severo, profondo, imperscrutabile). Quello che mi dispiace è venire invitata alle festicciole di compleanno dei bambini ricchi accanto al prestigiatore o al modellatore di palloncini (ovviamente non ci vado).  Quello che mi dispiace è che si tenda a ignorare i miei libri per adulti scritti negli stessi anni degli ‘juvenilia’- La biografia di Eleonora d’Arborea è del 1984, stesso anno de’ La Casa sull’Albero’. ‘Ritratto di una strega’ è del 1995, precedente a ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ e a ‘La voce segreta’. ‘La bambinaia francese’ è stato collocato dall’editore in una collana per ragazzi, sebbene io lo consideri un libro per adulti (d’altronde negli anni Cinquanta i libri delle due Brontë o di Jane Austen venivano pubblicati in collane per ragazzine). Quello che mi dispiace è che sui media si parli con entusiasmo dei miei libri senza che chi ne scrive si sia preso la briga di leggerli, fidandosi del fatto che li abbiano letti con entusiasmo i più piccoli.

A questo proposito, si sente pienamente realizzata dopo la pubblicazione di quello che (e lo ha dovuto ribadire anche più volte) è un romanzo per adulti?

Non avevo bisogno di pubblicare quest’ultimo romanzo per sentirmi realizzata. Ritengo di aver già fatto un buon lavoro con ‘Ascolta il mio cuore’ e con il meno popolare ma da me molto amato ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ che penso diventeranno dei classici e dureranno nel tempo. Quanto ai ‘libri per adulti’ la mia ‘Vita di Eleonora d’Arborea’, ha già 31 anni. E’ da allora che mi sento ‘pienamente realizzata’, anche se il libro è conosciuto e apprezzato solo in ambito specialistico.
In questo caso ho voluto – e dovuto – ribadire che si tratta di un libro per adulti per evitare che qualche stolido genitore – come nonostante il titolo è avvenuto – lo metta in mano a un bambino, cosa che era già capitata con il mio saggio sulle donne cubane ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’. E non perché un bambino non debba leggere storie di sesso, ma perché il tema principale, che è la versione moderna del mito di Orfeo, il desiderio di scendere agl’inferi e di parlare con i propri morti, è un desiderio tipico dell’età matura per cui un bambino non prova giustamente alcun interesse.

Descriva il suo essere scrittrice in tre parole.

Tempo fa una mia giovane e sensibile lettrice oggi più che trentenne mi scrisse in una lettera: ‘I tuoi libri mi piacciono perché c’è sempre una famiglia dove succedono delle cose’. Dopo tanti anni e tante recensioni ritengo che questa definizione sintetica sia quella che più si addice alla mia scrittura.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).