:: La tomba maledetta. Il figlio di Ramses, Christian Jacq (TRE60, 2016) a cura di Laura M.

13 febbraio 2016
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Il fascino dell’ Egitto antico sembra davvero senza tempo e destinato sempre a nuove rinascite se pensiamo che Christian Jacq è tornato con una nuova serie destinata molto probabilmente a riscuotere il meritato successo di opere come Il figlio della Luce, La battaglia di Quadesh, L’ultimo nemico (alcuni dei cinque libri che compongono la serie Il Grande romanzo di Ramses).
Chi ha qualche anno in più non può non ricordarle assieme al suo prolifico autore, forse lo scrittore egittologo più celebre al mondo. Christian Jacq nacque a Parigi nel 1947 e fin da giovanissimo fu attratto dalla magia dell’Antico Egitto, per poi specializzarsi con un dottorato sugli studi sull’Antico Egitto alla Sorbona.
Faraoni, piramidi, mummie, principesse velate e tesori sono diventati grazie a lui (senza nulla togliere alla letteratura di genere tra fine Ottocento e inizi Novecento) scenari consueti dell’immaginario comune e i suoi meriti non si limitano a pure opere divulgative o romanzesche. E’ autore infatti di un nutrito apparato saggistico, di indubbio valore scientifico, che lo differenzia da molti che scrissero d’Egitto senza avere le sue approfondite conoscenze. La letteratura naturalmente è fatta di fantasia, (anche il nostro Salgari ne scrisse, pensiamo a Le figlie dei Faraoni, certo senza essere un egittologo) ma se amate dare profondità scientifica alle vostre letture fantastiche non potete evitare di leggere Jacq.
La nuova serie Il figlio di Ramses, esordisce con La tomba maledetta (La Tombe maudite, 2014) edito da Tre60 e tradotto da Stefania Barontini Conversano (di prossima pubblicazione Il libro proibito).
Dopo vent’anni qualcosa doveva cambiare dalla prima serie dedicata a Ramses e se vogliamo la prima cosa che notiamo è il taglio poliziesco che l’autore ha dato alla sua storia, e un pizzico di fantasy, le arti magiche, le leggende, le maledizioni, sono parti integranti del mondo antico e al centro di questa storia c’è proprio il furto del vaso sigillato di Osiride che contiene il tesoro dei tesori, il segreto della vita e della morte. Scoprire chi è stato a rubarlo spetterà al giovane figlio di Ramses II aiutato dalla bellissima Sekhet, anch’essa esperta di arti magiche, Setna dovrà opporsi alle forze del male in una battaglia senza esclusioni di colpi per difendere il regno del padre e l’intero Egitto.
Avventura, magia, mistero, amore, gli ingredienti ci sono tutti per una storia appassionante e coinvolgente. La scrittura è semplice e lineare, piacevole anche per i giovani lettori, che diventeranno magari i nuovi Jacq di domani. Consigliato.

Christian Jacq, nato a Parigi nel 1947, scopre il fascino dell’Antico Egitto a tredici anni, attraverso alcuni libri della biblioteca di famiglia. Quattro anni dopo riesce a coronare il sogno di visitare la terra dei Faraoni e in quel momento il suo destino gli è chiaro: dedicherà la propria vita a quel Paese, a quella Storia, a quel mondo. Dopo aver studiato Lettere e Filosofia, il giovane Jacq si dedica allo studio dell’Archeologia e dell’Egittologia, conseguendo prima la laurea e successivamente un dottorato presso la Sorbona. Dopo aver pubblicato diversi saggi ed essersi guadagnato gli elogi del mondo accademico francese, Jacq decide di cimentarsi nella narrativa. Il successo arriva nel 1995 con la saga di Ramses: pubblicata in 29 Paesi, raggiunge ogni record di vendita.Oggi Christian Jacq torna con una nuova saga dedicata all’Antico Egitto che, grazie alla sua passione per quella civiltà ancora ricca di misteri, ai suoi numerosi studi e alla sua strepitosa vena narrativa, sta nuovamente scalando le classifiche internazionali.

Source: acquisto del recensore.

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:: La guerra delle Rose – Bloodlin, Conn Iggulden (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2016
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Dopo aver raccontato pagine non così note della Storia di Roma e dell’epopea di Gengis Khan, l’autore inglese Conn Igguldenn ha immerso i suoi lettori in una trilogia ambientata durante la Guerra delle Rose, periodo cruciale, remoto e forse un po’ ostico per i neofiti della Storia inglese.
Dopo Stormbird e Trinity la saga arriva alla fine con Bloodline, ultimo capitolo di una storia così lontano, il Quattrocento britannico (che comunque in patria è stata trattata da vari autori, non ultima Philippa Gregory), in cui le due famiglie rivali anche se con legami di parentela dei Lancaster e degli York si contesero il trono inglese in una lotta all’ultimo sangue.
Bloodline inizia dove Trinity era finito, con la decapitazione di Riccardo di York, mentre Enrico VI è ancora prigioniero e la regina dei Lancaster, la francese Margherita d’Angiò, è in marcia verso il sud, in testa ad un esercito di temibili guerrieri scozzesi, quelli che nemmeno l’Impero romano riuscì a piegare. Edward, figlio di Riccardo, si proclama re e giura vendetta, e ci saranno ancora scontri tra le due casate, perché alla fine solo un re può cingere la corona, a qualsiasi costo.
Si diceva che non è un’epoca che si conosce molto, soprattutto fuori dalla Gran Bretagna, ma niente paura: l’autore sa portare per mano in questo mondo spietato, tra battaglie, intrighi, lotte di potere, morte, che poi ispirò alcune tragedie a Shakespeare oltre a influenzare la Storia non solo inglese per i secoli successivi.
Conn Iggulden sa far appassionare a questa pagina terribile ma ricchissima di fascino, raccontando una vicenda che si dispana man mano riservando colpi di scena e sviluppi che sono stati reali ma che diventano puro romanzesco. A differenza di altri autori, anche pregevoli, di romanzi storici, Iggulden sceglie di raccontare non personaggi inventati ma persone reali, svelandone splendori e nefandezze, rendendoli alla fine umani nelle loro debolezze e riuscendo ad appassionare chi legge ad una vicenda dove comunque non ci sono né eroi né cattivi, perché tutti sono in quanto modo stati corrotti da questa ricerca del potere.
Non è un caso che ci sia stato chi ha paragonato questo mondo reale e remoto a quello fantasy di George R.R Martin nella saga del Trono di spade, del resto più di una volta il un po’ lento Martin ha detto di avere come fonti di ispirazione proprio la storia inglese di quel periodo. Per cui la saga della Guerra delle Rose, disponibile anche in un cofanetto con i tre libri, è ottima per chi ama il romanzo storico non stucchevole ma realistico, ma è da consigliare anche a chi attende in modo spasmodico le prossime avventure dei non certo eroici abitanti di Westeros e dintorni.

Conn Iggulden è uno dei più famosi autori contemporanei di romanzi storici. Nato a Londra nel 1971 ha esordito con la serie dedicata alle imprese di Giulio Cesare (Le porte di Roma, Il soldato di Roma, Cesare padrone di Roma, La caduta dell’aquila), seguita da quella su di Gengis Khan (Il figlio della steppa, Il volo dell’aquila, Il popolo d’argento, La città bianca e Il signore delle pianure). Bloodline è il terzo episodio della nuova serie dedicata alla Guerra delle due Rose, dopo Stormbird e Trinity.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: One day – Yolima Marini

12 febbraio 2016
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Gianni Berengo Gardin 

Anna è giovane, ha una bellezza particolare, di quelle che non danno all’occhio. Ha il suo perché, e lo si trova nel suo modo di camminare lungo la vie veneziane d’ogni giorno.
Anna ha un pensiero quotidiano che la perseguita ormai da qualche mese: si domanda se sia vero ciò che vedono i suoi occhi, o se sia solo pura immaginazione. Per fortuna il dubbio la perseguita solo fino al primo isolato, dopodiché si mescola alla folla e torna a vivere le abitudini quotidiane.
Pierpaolo è disteso sul tavolo in cucina. Fuori tira un vento invernale; il cielo, ormai buio, gli fa compagnia. Si vedono soltanto le luci delle altre case, dove altri piccoli abitanti hanno trovato rifugio, e stanno felici di fronte a un camino che scoppietta rumorosamente. Lui non ha un camino che lo riscaldi: ha solo un tavolo di legno che rimane in silenzio quando gli si distende sopra. Con lo sguardo fisso oltre la finestra si masturba, pensando a una donna che ha incontrato nei sogni. Si concentra su di lei e inizia a cercare quel piacere di cui non riesce a fare a meno, mentre i suoi occhi grigi si chiudono.
Anna cammina. Il negozio dove lavora è distante: farebbe prima se prendesse il vaporetto, ma lei lo soffre terribilmente. Ha lo stomaco sensibile, così sensibile che un sorso di vino le fa girare la testa come se avesse vuotato una bottiglia. Un ragazzo con lo zaino in spalla le va addosso, si scusa, e prima che lei possa aprire bocca è già sparito. Qui nessuno ha tempo da perdere. Anna lo sa bene e senza nemmeno accorgersene accelera il passo come tutti.
Pierpaolo è in piedi sulla soglia di casa, guarda la gente che va al lavoro. Lui un vero lavoro non ce l’ha, vive alla giornata. A volte fa il cameriere, a volte fa il muratore. Certe volte ha dovuto pure fare il baby-sitter alla figlia di due anni di Linda, una cara amica con un bell’appartamento dalle parti di San Marco. La sua casa non è così bella: niente tende rosa, niente tavoli puliti e mobilia ben tenuta, niente foto di famiglia dove c’è spazio solo per i sorrisi, e sopratutto niente bambini che girano per casa e che chiamano ogni due secondi.
In casa sua regna il silenzio, c’è puzza di fumo, zampate di gatto ovunque e tante bottiglie di vino messe contro il muro come uomini prima di essere fucilati. Un bambino con la palla sotto l’ascella gli passa accanto: la tiene stretta mentre zitto s’avvia verso la scuola. Gli ricorda un po’ lui, quando alla sua età correva veloce per le stradine di Padova con il suo amico Giacomo “Jimmy”. Anche loro portavano sempre una palla da calcio sottobraccio, si sa mai che potesse scappare una partitella tra compagni durante la ricreazione. Bei tempi, pensa.
Ora Jimmy è morto di eroina e lui ha finito anche la quinta sigaretta. Lentamente ritorna in casa, come se due mani tremanti l’avessero afferrato e trascinato dentro. Un gatto rosso lo fissa prima di miagolare: è Daisy, la gatta della sua ex. Lei è scappata a Parigi con quel pittore della Francia del nord, mentre la micia è rimasta con lui: è da queste cose che si vede la fedeltà. Apre una finestra e l’aria pulita entra in casa. Con un gesto annoiato accende lo stereo e una musica perfetta esce dalle casse. Daisy scappa sotto il tavolo, iniziando a fare fusa contro la gamba di Pierpaolo, che intanto ha messo su il caffè delle otto. Se non ricorda male, Massimo l’aspetta per le nove al bar: oggi farà il cameriere, e così sarà per qualche mese. La paga è buona e forse gli scappa pure di occuparsi dei pasti.
Mentre aspetta che venga su il caffè, si specchia un attimo nella finestra, e quello che vede non gli piace proprio per niente. Deve sistemarsi, o perderà anche questa opportunità. Continua a fissarsi come incantato, anche quando ormai il caffè cola lentamente fuori dalla caffettiera.

Il negozio di Mrs. Robinson è luminoso. Il bianco regna sovrano, con grande teatralità acchiappa la luce da fuori con avidità e la rifrange in un modo che acceca già dopo aver spinto la porta. Ti rendi conto di essere finita dentro senza un vero motivo, visto che i prodotti della Robinson sono merce costosa e pregiata, ma rimani ancora per ammirare ciò che hai davanti agli occhi. È il negozio più in di Venezia, il Times l’ha messo al secondo posto dei negozi più chic al mondo, e Anna si ricorda ancora, come tutti del resto, la grande festa data dalla proprietaria: dopo un anno se ne parla ancora. La ragazza entra facendo suonare il campanellino d’oro appeso all’entrata. Una signora non troppo corpulenta sbuca, sorridendo.
«Good morning, my dear!»
L’abbraccia forte e poi fa un passo indietro per ammirarla. Anna appoggia l’ombrello asciutto nel portaombrelli: il cielo è stato clemente. Mrs. Robinson continua a sorridere.
«Buongiorno, Mrs. Robinson»
«Caffè ?» domanda con il suo accento forte di Seattle.
«No grazie». Anna si porta una mano al ventre mentre la datrice di lavoro annuisce comprensiva. Mrs. Robinson sembra la fata turchina di Cenerentola, con quei capelli bianchi tirati indietro con cura, gli occhiali tondi alla John Lennon, e il modo di fare così materno nei confronti di Anna. La ragazza si è tolta il lungo cappotto invernale e sta per mettersi al lavoro, ma prima guarda oltre il davanzale. Vede un uomo in felpa e jeans che corre, o almeno ci prova; sorride, è buffo, il suo corpo non è abituato a correre in quel modo, pensa Anna con la scopa in mano. L’uomo si volta e quegli occhi grigi la fanno arrossire come non mai. Lui ridacchia mentre lei tiene fisso lo sguardo sul pavimento, e quando lo rialza non c’è più. Sparito.

Non puoi urlare contro il cliente maleducato o contro chi vuol fregarti, devi stare zitto e sorridere, e così fa Pierpaolo. Annuisce, saluta e sorride. Bravo, idiota, fai cosi.
È il decimo caffè che porta nel giro di un quarto d’ora, e il braccio destro inizia a dolergli, ma non per via dei vassoi pieni di tazzine fumanti. È l’astinenza da cocaina che inizia a sentirsi e il bisogno di farsi aumenta ogni secondo. Mentre il corpo continua a rimbalzare da un lato all’altro del locale, il cervello urla la pretesa dose settimanale.
Si studia nella vetrina del negozio accanto al bar: non ha una bella cera, il viso scavato e sbarbato sembra quello di un uomo che confonde la notte col giorno. La mano sinistra ha un lieve tremolio: è il termometro dell’astinenza. Era meglio continuare a fumare come fanno in tanti, anziché andare a cercare quella robaccia, ma è tardi per i ripensamenti. E poi, santo cielo, che retorica buonista. La vita non è che una: a che serve morire centenari e in perfetta salute, senza aver soddisfatto la sete di cose, di sapori, di bisogni e di sballo altrimenti proibita dai legionari dell’infelicità?
Pierpaolo ha bisogno di una dose. Una anche piccola, che gli basterebbe per andare avanti tutta la giornata. Potrebbe chiamare il suo pusher e farsi aiutare, ma quando porta la mano nella tasca dei pantaloni si accorge che dove di solito c’è il cellulare, stavolta non c’è niente.
Stringe i denti e chiede a un collega una sigaretta, prende un’altra ordinazione, una seconda e una terza, poi corre in bagno, lasciando gli altri in balia delle ordinazioni. Un uomo ha ordinato ben 20 caffè corretti, una donna trenta cornetti e venti birre piccole (in qualche modo deve pur mandare giù i cornetti), mentre un vecchio ha chiesto di avere del purissimo caviale. Lui avrebbe voluto ridergli in faccia, ma è pur sempre un bar che si affaccia su una strada importante di Venezia, e certe cose non si fanno se vuoi che i clienti ritornino. Allora osserva il foglio delle ordinazioni e ride, non capisce neanche lui cosa ha scritto su quei fogli giallo ocra. Sembra la grafia del dottore che anni addietro visitò quella santa di sua madre.
Basta, ha bisogno di farsi sul serio, ma quando pensa che sia la fine, ecco che la porta del bagno si spalanca. Come per magia entra Mickey lo Schiavo. Il suo fedele spacciatore osservandolo sorride, tira fuori un sigaro e se lo porta alle labbra.
Le porte del paradiso gli si spalancano. Lo fissa con occhi sognanti mentre con le mani sfila rapido la scarpa nera lucida, e indica il punto giusto per l’iniezione.
«Che roba», mormora Mickey Lo Schiavo.

«Buona giornata anche a lei!»
Anna risistema tutto, l’orologio indica le cinque e per oggi ha finito. La attende una gaia merenda con Monica dalle parti di Rialto. Monica è una cara amica, si sono conosciute alle medie e da lì non si sono più lasciate. Insegna danza ad alcune bambine a Mestre, ma il suo fidanzato vive e lavora a Venezia. Anna si sistema i capelli e riprende il suo lungo, pesante cappotto. Come sempre augura una buona serata alla datrice di lavoro la quale, china a fare i conti del mese, non si accorge di quel dolce arrivederci da parte della ragazza. È troppo presa dai bilanci.
Ridono, scherzano, parlano, bevono molto, cambiano più di una volta locale e amicizie.
Senza accorgersene fanno l’una, ormai di turisti non ce ne sono più da un pezzo; i locali chiudono mentre i giovani ritornano nei loro gusci. Da qualche minuto Anna parlotta con un tipo carino, alto, snello, pelle chiara come la neve e due grandi occhi neri, di quelli che se li fissi troppo a lungo ti ci perdi. E la sua intenzione è proprio quella di perdersi. Pensa al dopo, anche quando apre la borsa e vede, nel mucchio di cose, un profilattico. I ragazzi non lo portano mai con sé.
«Scappo», annuncia Monica spuntandole da dietro. «Sveglia presto domani»
«Ciao bella»
Le due giovani si salutano e Anna ritorna a chiacchierare con il giovanotto. Che fa il geometra e ha intenzione di andare a vivere a Stoccolma, tutto pagato da lui, perché il fine settimana va a posar per un fotografo che paga bene, e può permettersi qualche extra. Anna l’ascolta rapita; continuano a bere e parlare anche quando s’incamminano verso casa di lei, che vive da sola.
Lui ha due coinquilini: Wu e Simone, cari ragazzi, studenti anche loro.
«Prima di andare a casa tua» dice con un sorrisino «potremmo», e si guarda intorno, «potremmo fare… non so…»
Anna finisce di bere e lo guarda divertita. S’è accorta che dietro al collo ha un tatuaggio che spunta dalle spalle ed immagina di essere sdraiata sulla sua schiena e baciargli quel disegno, ridendo allo stesso tempo. Sente dei passi, si gira e vede sbucare due ragazzi. Li fissa incuriosita mentre lui corre a salutarli: pacche sulla schiena, battutine e occhi puntati su di lei, che distoglie lo sguardo spostandolo sul bicchiere vuoto.
«Ti presento i miei coinquilini» dice tutto allegro. «Ve l’ho detto che era carina!»
Anna arrossisce lievemente, e sente ancora gli occhi dei ragazzi fissati su di sé.
«Come ti dicevo prima» si schiarisce la voce «potremmo divertirci un po’, vero ragazzi?»
Loro annuiscono sorridenti, mentre un brivido percorre la schiena di Anna e un brutto presagio si fa spazio nella mente, non ancora così vivo da farle venire voglia di creare una scusa e correre via. Colpa di tutto il vino che ha mandato giù fino a qualche minuto prima, che la fa restare immobile con uno sguardo da idiota completa. Le strappano i vestiti e le tappano la bocca, lei lotta con tutta la forza che ha, ma il vino non l’aiuta molto, anzi, peggiora le cose, facendola diventare una preda più piacevole da domare. Allora grida con tutta se stessa mentre quelli ridono divertiti, più volte cerca di scappare ma non riesce, più volte spera che arrivi qualcuno ma a quell’ora per le strade non c’è un’anima. Eppure sembrava un bravo ragazzo, pensa, prima di realizzare ch’è perduta.

Ha ancora il sapore di vino in bocca quando esce dal locale, in tasca ha uno spinello che fumerà a casa prima di andare a letto. Lo aiuta a dormire, a combattere la sua insonnia da eroinomane.
Volta l’angolo, manca a poco a casa sua, quando alza la testa e vede una scena raccapricciante: tre ragazzi si stanno divertendo. Si ferma e osserva la scena: la ragazza quasi nuda è in lacrime, si vede che ha lottato, ma contro quelle iene è impossibile vincere.
Tira fuori la canna, se la porta alla bocca, l’accende. Deve decidersi: intervenire oppure andarsene e avvisare qualcuno. Nel secondo caso si sentirebbe un vigliacco, e poi c’è quel dannato karma, che lo perseguita da quando ha capito che non se ne può liberare.
Sospira e stringe la canna tra i denti. Sono in tre e ben piazzati, se gli va di lusso finirà in ospedale.
Fa un altro passo indietro, ma lo stupro è una cosa che non accetta.
«Hey» dice, e tutto intorno a lui si blocca, «sapete la strada per San Marco?» domanda con l’aria di chi è spaesato in una terra che conosce troppo bene.
«La strada parallela, amico», risponde uno dei tre.
Gli occhi di Anna si spalancano, sa bene che sta gridando con tutta sé stessa di non andarsene.
«Sicuri?» domanda di nuovo.
«Seee», rispondono seccati.
«No, perché l’ ho fatta prima e non mi sembrava…»
«Oh, il mio socio ha detto il vero, ora smamma»
«Ma che è, state girando un porno?»
«Vattene»
«Chi lo produce?»
I ragazzi danno le spalle ad Anna, che si appoggia sfinita contro il muro, tirando su con il naso. È stremata, e Pierpaolo lo capisce.
«Secondo me la tipa ha bisogno d’aiuto» mormora, guardandola preoccupato. Anche lui prega che qualcuno arrivi in suo aiuto, da solo è impossibile farcela. Per questo ha mandato un sms ad un ex pugile che era stato suo maestro anni fa.
«Sei solo un impiccione. Sai benissimo come arrivare a San Marco, adesso alza i tacchi»
«E se non volessi?»
Il terzetto lo suona come una grancassa, ripetutamente.
Anna guarda la scena immobile. Solo quando è tutto finito e lui è per terra capisce chi è. È l’uomo che correva in modo buffo quel mattino e che l’ha fatta arrossire. Pensa a quello, e non al fatto che è nuda, e dovrebbe provare imbarazzo. Ha subito un tale shock che l’imbarazzo non ricorda neppure cosa sia.
Lui apre un occhio tumefatto e le sorride, lentamente si mette seduto. È tutto dolorante: lo hanno conciato per bene, anzi, li hanno conciati per bene. Prima che Anna possa dirgli qualcosa, le ha già messo addosso la sua giacca che sa di tabacco scadente. Si tira su a fatica, barcollando.
«So chi si prenderà cura di te» le dice con una smorfia. «Ora ti aiuto ad alzarti. Puoi aggrapparti a me, se vuoi. Ti prenderei in braccio, ma penso di avere qualcosa di rotto»
Lei resta immobile. Pierpaolo la fissa, vorrebbe sollevarla, ma sa che se lo facesse lei si metterebbe a strillare e tirare pugni, e lui di botte ne ha avute a sufficienza, così aspetta in silenzio.
Anna è un animale ferito che deve riacquistare fiducia nel mondo, e non è una cosa così rapida. Ci sono donne che dopo uno stupro non recuperano più la fiducia verso l’uomo, restando segnate per la vita intera. Pierpaolo si rimette giù, il braccio gli fa male: deve esserselo rotto quando ha tirato un pugno fra le costole al giapponese.

«Io sono Pierpaolo», e le porge una sigaretta. Lei la prende anche se non fuma, né lo ha mai fatto. Suo zio è morto di cancro ai polmoni, fumava come un dannato. Fumano in silenzio, lui in piedi e lei seduta, tutti e due distrutti.
Anna guarda il ragazzo che ha lo sguardo rivolto verso l’oscurità, studia ogni parte di lui, dal capo ai piedi. Senza i lividi e quel sangue secco sarebbe anche un uomo interessante, si dice per lavare via la tensione del momento, però non funziona granché. Vorrebbe farsi una doccia e dormire, ma non riesce a trovare la forza di alzarsi, convinta che crollerebbe immediatamente. Non sente le gambe, non sente più niente, non ricorda neanche come si fa a parlare. La voce l’ha persa nel tentativo di dare un minimo allarme, schiacciata ed oppressa dalla violenza.
Vorrebbe dire a Pierpaolo di aiutarla a mettersi in piedi, ma senza voce non sa come attirare la sua attenzione. Lui ha lo sguardo rivolto verso il buio in fondo alla strada.
«Aiuto» mormora con tanta fatica, ma è quanto basta per farlo voltare e guardarla negli occhi.
«Piedi» dice di nuovo, allungando le braccia nella sua direzione.
Pierpaolo butta via la sigaretta e con un po’ di dolore la solleva. Anna si aggrappa forte a lui, come se fosse la sua unica salvezza, e vorrebbe dirgli tante cose, ma la sua voce è davvero sparita. Forse un giorno la ritroverà e allora andrà da questo strano uomo a ringraziarlo, gli porterà un un mazzo di fiori, e pure una bottiglia di vino presa dalle cantine di suo padre.

«Ha bisogno di una visita accurata» sussurra a bassa voce Lucia nelle orecchie di Pierpaolo. Anna dorme, è al sicuro ora.
Il letto è soffice e le lenzuola profumano di buono. Forse è stato solo un brutto sogno, non c’è stato alcuno stupro.
Il bel giovanotto l’ha riaccompagnata a casa e si sono dati un bacio casto, promettendo di rivedersi in qualche futuro migliore. Invece le basta girarsi per capire che non è stato un incubo, vorrebbe un po’ d’acqua ma la stanchezza è tanta che non riesce neppure ad articolare le parole.
Pierpaolo e Lucia sono seduti al tavolo, davanti a loro una bottiglia di vino toscano e due bicchieri appena svuotati.
Tommaso, un bimbo molto allegro di tre anni, non smette di girare intorno a Pierpaolo: il ragazzo lo coglie alla sprovvista e lo solleva in aria, facendogli fare dei gridolini di gioia.
Lui guarda l’amica in pigiama:è tardi e tutti, compreso quel piccolo birbante, dovrebbero essere a letto.

«Prenditene cura, io passerò presto».
Scompiglia i capelli riccioli del bel bimbo biondo. Gli sono sempre piaciuti i bambini, ma non ha mai avuto il coraggio di averne uno, neppure immaginandolo. Fatica persino a badare a se stesso, e un figlio è frutto d’amore quanto d’impegno e devozione.
«Okay, ma non sono un ospedale», protesta Lucia incrociando le braccia
«Forse no, però un’ottima dottoressa si», e le sorride.
«Domani la porto a fare una visita e poi l’accompagno a casa. Se avrà bisogno l’aiuterò volentieri, ma non può restare qui».
Pierpaolo annuisce e se ne va. Tommaso lo segue fino alla porta per salutarlo. Si, i bambini a volte sono davvero carini, pensa il ragazzo prima di ritornare sulla strada.

Anna non è in casa sua, le manca un bell’armadio così bello e spazioso, luminoso e sicuramente non possiede lenzuola di Spongebob che profumano di vaniglia. Quando si alza le gira un po’ la testa e le viene da vomitare, ma resiste all’impulso. Mentre i piedi toccano il freddo pavimento, il dolore inizia a calmarsi e lei può di nuovo spalancare gli occhi. Solo allora si accorge del bambino che la sta fissando sulla soglia. È piccolo, avrà si o no due o tre anni, ha i capelli color grano e occhi neri come la notte. Potrebbero essere inquietanti quegli occhi, ma la luce che li anima li rende vivaci e curiosi. Le braccia sono a ciondoloni, un piede ha già passato la soglia. L’altro è ancora li che non sa che fare, se entrare o no. È un piede assai indeciso, come la maggior parte dei piedi destri: i sinistri sono più coraggiosi e testardi.
«Ciao»
Tommaso continua a fissarla.
Vorrebbe avere accanto a sé Pierpaolo, per vedere come si comporterebbe davanti a quella ragazza tutta arruffata. Sicuramente l’avrebbe salutata, e così, imitandolo, raddrizza la schiena e le sorride.
«Chi sei? »
«Tomtom» dice lui, sorridendo sempre di più.
« Tomtom? Io sono Anna. Sai dov’è papà?»
«Andato via», dice lui.
Finalmente il piede destro supera la soglia, andando a ricongiungere il sinistro.
Anna l’osserva attentamente: sarà suo figlio? Non nota nessuna somiglianza fra i due. Si da forza e si mette in piedi, mentre Tommaso batte in ritirata
«Mamma, mamma!»
«Tommaso?»
«Si è svegliata mamma»
Ah c’è pure la moglie, pensa Anna. Una donna riccia sbuca sulla porta.
«Buongiorno»
«Suo marito?»
«Marito?»
«Sì, l’uomo che mi ha portata qui»
«Ah Pierpaolo», ride. «Non siamo sposati, ma amici»
Anna, arrossendo: «Mi perdoni»
«Sono Lucia, una pediatra. Pierpaolo ti ha portato qui ieri notte, pensavo di portati all’ospedale per una visita, se te la senti»
Anna acconsente.
«Pensavo di uscire verso le dieci, non più tardi. Fatti una doccia, in bagno troverai dei vestiti puliti. Intanto ti preparo la colazione»
«Sono anemica»

Pierpaolo è seduto su una scala di libri e fissa l’orizzonte. Ripensa a ciò che è accaduto quella sera. Aveva promesso a Lucia che sarebbe passato per vedere come stava la ragazza, ma non l’ha mai fatto. Sono passate tre settimane e lui non si è fatto più sentire. Lucia l’ha cercato, eccome se l’ha fatto. È venuta a casa sua proprio quando lui non c’era, così gli ha lasciato un biglietto: “Anna sta bene. Fatti vivo, merda”.
Si è fatto una risata quando l’ha letto, se l’è messo in tasca ed ha fatto passare un’altra settimana di assoluto silenzio.
Pierpaolo è seduto su una scala di libri a guardare l’orizzonte, la sigaretta tra le mani e quel pizzico di voglia di eroina. Ha deciso che un giorno smetterà di farsi e testare ogni nuova droga sul mercato. Forse per la prima volta chiederà aiuto a qualcuno di sua conoscenza, anche se questo lo porterà a mettere in discussione il proprio orgoglio. Ormai non ha più quella giovinezza che aveva un tempo fa tra le mani, sta invecchiando e vuole farlo come si deve.

Anna.
Quattro settimane dopo, entra nella sua libreria preferita, dove c’è sempre quel gattone che dorme su vecchi fumetti ingialliti. Gli dà una grattatina dietro alle orecchie e il micio inizia a fare le fusa. Gli occhi di Anna scorrono per tutta la libreria, per fermarsi su qualcuno che le fa battere il cuore all’impazzata. Smette di prestare attenzione al gatto dormiente: lui è li fuori in piedi, che fuma una sigaretta. Ha una maglia bianca troppo grande che lo rende buffo, pantaloni stretti neri e stivaletti neri, i suoi capelli sono arruffati come quella notte. Si chiede come mai non è più venuto a trovarla. L’ha abbandonata senza darle neanche una spiegazione, e lei avrebbe voluto ringraziarlo, eccome se avrebbe voluto. Le ha salvato la vita. Gli deve tanto.
Stringe i pugni e si avvia verso di lui, che alza lo sguardo e la vede.
Rimane bloccato, mentre la sigaretta gli cade dalle mani. Ora sono a due passi da ciascuno, lei può guardarlo bene in faccia, alla luce del sole, e lui può studiare ogni parte di lei. Eppure le esce solo un «grazie»
Lui sorride e si sfila gli occhiali da sole: «Lucia?»
«Siamo diventate amiche , l’aiuto con Tomtom»
Pierpaolo ride.
«Come stai?»
«Sopravvivo»
Si fissano a lungo.
«Caffè?» domanda Anna, con un mezzo sorriso e una stretta di spalle. Stavolta Pierpaolo non può rifiutare e annuisce col capo.
«Seguimi» dice lei, e lo prende per mano, un gesto che lo stupisce. Lui è ingenuo come sono a volte gli uomini che non capiscono quando l’amore è davvero arrivato. È un’onda che sale all’improvviso, e l’unica cosa che puoi fare è farti trascinare, sperando di arrivare a riva e rivedere il cielo sopra la tua testa.
Anna e Pierpaolo escono dalla libreria, li accoglie un sole d’autunno che si crede d’aprile.
Lei sa dove portarlo e lui, senza domande o consigli, si fa trascinare da quella ragazza così sicura di sé, eppure dal tocco gentile. Forse è arrivato il momento di mettere la testa a posto; forse non ancora, forse ci penserà nei giorni a venire. O forse, al momento, non ha altri che lei.

Yolima Marini, anno 1990, è una fotografa freelance, autodidatta,  di spettacoli teatrali e musica live. Per un periodo ha studiato regia e sceneggiatura a Firenze. Tra un tour e l’altro, scrive quando ha tempo, piccoli racconti, scrive nei camerini, in qualche stanza di qualche hotel sperduto. Si appresta per partire per Lisbona, e chissà se mai ritornerà.

:: Primi passi verso il Salone del Libro 2016, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016

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Dal 12 al 16 maggio ci sarà la ventinovesima edizione del Salone del libro al Lingotto di Torino, dopo mesi di illazioni, fango, notizie contraddittorie. La conferenza stampa ufficiale sarà ad aprile, ma ci sono già le prime anticipazioni, sotto la guida di Giovanna Milella.
Si parla di Visioni quest’anno, in parallelo tra cultura umanistica e scientifica, mentre tra i sostegni al Salone si aggiungono quelli dei MIUR e del MIBAC. Il logo del Salone è realizzato dall’artista Mimmo Paladino, mentre si confermano le presenze dei grossi gruppi editoriali e i biglietti non aumenteranno, con in più una nuova tariffa di cinque euro per chi entra dopo le 18.
Ci sono due mostre già confermate, una sui Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e l’altra sullo storico Piero Melograni e la Grande Guerra. Dopo le polemiche sulla presenza dell’Arabia saudita, il Paese ospite quest’anno sarà l’insieme delle culture del mondo islamico, dal Nord Africa all’Iraq, con ospiti quali il direttore del Museo del Bardo di Tunisi, Moncef Ben Moussa, il poeta siriano-libanese Adonis, considerato l’autore contemporaneo più significativo della lirica in lingua araba, ma anche un lucido osservatore delle derive dell’Islam radicale e il narratore algerino Yasmina Khadra (nome d’arte di Mohamed Moulessehoul), che nel suo ultimo libro ha ricostruito le ultime ore di Gheddafi.
Poi ci sarà spazio per alcuni importanti anniversari: il 2016 è il centenario della morte del poeta piemontese Guido Gozzano, cantore delle buone cose di pessimo gusto, ma anche il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, autrice che a Torino ambientò tra gli altri il suo celeberrimo Lessico familiare. Ma nel 2016 sono anche cinquecento anni dalla prima uscita di Orlando furioso di Ludovico Ariosto, poema epico cavalleresco e antenato del moderno fantasy, oltre che il mezzo millennio delle morti di Shakespeare e Cervantes, a pochi giorni di distanza, ancora amatissimi oggi.
Ci sarà insomma molto da seguire, leggere, su cui riflettere, per cui non resta che iniziare il conto alla rovescia e aspettare.

:: Addio a Juliette Benzoni, decana del romanzo storico francese, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016

julieIn Italia fu pubblicata, solo parzialmente, tra gli anni Sessanta e Settanta sul’onda di altre storie del genere, con alcuni dei suoi romanzi, che comunque si possono ancora trovare sulle bancarelle: in Francia, invece, Juliette Benzoni, morta l’8 febbraio scorso a 95 anni, anzi quasi 96 anni, visto che era nata nel 1920, è considerata una gloria nazionale, oltre che una delle autrici più prolifiche di sempre di romanzi a sfondo storico.
La sua produzione, molto eclettica, con diverse miniserie e senza mai fossilizzarsi più di tanto su un unico personaggio, si è incentrata sul genere storico, spaziando su varie epoche, con eroine al femminile ma non solo, scrivendo un totale di 85 libri a partire dagli anni Cinquanta, quando approdò alla letteratura dopo aver lavorato come giornalista. Gli ultimi suoi libri sono usciti nel 2015 e l’autrice è rimasta in contatto con i suoi fan tramite i social network e Internet.
La sua serie più famosa è quella di Catherine, ambientata nella Francia del Quattrocento, durante la guerra dei Cent’anni e l’epopea di Giovanna d’Arco. Tra gli altri romanzi che ha scritto, ci sono la saga di Marianne, durante l’epoca di Napoleone, quella di Le Gerfaut des brumes, che ricostruisce l’epopea della Rivoluzione francese, Marie, che racconta la vita della realmente esistita Marie de Chevreuse, dama di Luigi XIII, e La Florentine, rimasta inedita da noi stranamente, perché è ambientata a Firenze sotto Lorenzo il Magnifico.
Juliette Benzoni ha anche scritto alcuni libri di saggistica storica divulgativa, come Le roman des chateaux de France, dove racconta alcuni aneddoti inediti di castelli poco noti, e Dans les lits des reines, sugli amori delle sovrane dall’antichità al Novecento.
Un’autrice di narrativa popolare, certo, ma molto amata: alcuni suoi libri sono stati trasposti al cinema o in tv, ma di questo molto poco è trapelato al di fuori dalla Francia, ed è un peccato, perché i suoi libri si inseriscono nella tradizione romanzesca alla Dumas senza troppe sbavature sentimentali e possono essere una piacevolissima lettura se si ama il genere.
Si trova qualcosa su Catherine e Marianne nelle vecchie edizioni Garzanti, altrimenti occorre rivolgersi al mercato francese, magari approfittando di una vacanza, dove i romanzi di Juliette Benzoni sono tutti disponibili, in edizione economica.
Per sapere di più su di lei si può anche visitare il suo sito ufficiale: http://www.juliette-benzoni.com/

:: La copia infedele, Stefano Trinchero (66thand2nd, 2016)

11 febbraio 2016
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Tra gli esordi italiani di questi primi mesi del 2016 si conquista il suo spazio un noir, piuttosto divertente, dal titolo sfuggente La copia infedele, scritto da Stefano Trinchero, – vercellese, classe 1979-, e pubblicato da 66thand2nd che non ringrazierò mai abbastanza per aver portato in Italia Alain Mabanckou. Ambientato interamente a Torino, La copia infedele è dunque un esempio di cosa un giovane (non tanto per età anagrafica) autore può fare partendo dai canoni del noir più classico di ambientazione sabauda (pensiamo a un Fruttero & Lucentini d’annata) e innestando una propria freschezza e vivacità in cerca della propria voce, sforzo credo principale di chi da alle stampe la propria opera prima.
Trinchero è bravo, e non privo di una sua dignità letteraria e questo rende il romanzo già interessante di per sé, anche se non è un autore di trame, (in questo romanzo è a dire il vero piuttosto esile) ma di atmosfere, di personaggi, di dialoghi, di sfumature. Ha una scrittura molto sobria, asciutta, schiva, priva di barocchismi, in sottrazione se vogliamo incarnazione quanto mai veritiera del tipico understatement torinese ed è piacevole seguirla mentre il suo protagonista, un giornalista sportivo, indaga su un incidente occorso a una stella (cadente) del calcio torinese non di prima categoria. (Se non amate il calcio, niente paura il tema è più un pretesto per parlare d’altro, come vi accorgerete durante la lettura).
Dicevo che è un noir divertente, l’umorismo torinese è piuttosto particolare (se vogliamo diametralmente opposto a quello toscano), ma se lo gradite, qui non manca, educato, composto, un po’ dolente. C’è una certa critica sociale, anche se sfumata, nella più piena tradizione del néo-polar, e sebbene non credo Trinchero sia un militante, si trova decisamente a suo agio a stigmatizzare vizi, ipocrisie e privilegi della buona borghesia del denaro, sempre con le dita guantate di un educato disincanto.
La Torino di Trinchero è sicuramente la Torino della crisi (sia morale che economica) di questi anni, dei capannoni abbandonati, delle fabbriche in disuso, dei barboni che dormono nelle auto, delle truffe delle assicurazioni, della bassa manovalanza, e di chi cade sempre in piedi, dei calciatori che hanno visto finire sogni e denaro, di giornalisti squattrinati. Anche la geografia del romanzo è piuttosto puntuale, piena di punti di riferimento, da ripercorrere se vogliamo con la mente, dal centro (ancora carico di una sua dignitosa bellezza) verso la periferia disagiata. Esilarante la scena al Platti, tra dialoghi dalla penna avvelenata e le abilità funamboliche di chi riesce a mettere in un piatto solo tutto un menù di antipasti a sbafo.
Insomma le premesse per un buon esordio ci sono tutte, e anche numerose promesse, sarà interessante infatti vedere Trinchero cimentarsi nella sua opera seconda, (spero presto), concludo con l’augurargli quel briciolo di fortuna che permette alle opere di trovare la loro strada, ma se tanto mi da tanto, La copia infedele non farà fatica.

Stefano Trinchero è nato a Vercelli nel 1979. Vive a Torino. La copia infedele è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio Stampa 66thand2nd.

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:: Cronache di Mondo9, Dario Tonani (Mondadori, 2015) a cura di Barbara de Carolis

9 febbraio 2016
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“Avrei dovuto capirlo subito che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui quella “cosa” ci guardava, acquattata nella sabbia. Immersa nei brontolii dei suoi intestini. Ma avevo solo undici anni e a quell’età i portenti generano soltanto stupore. Non paura. E poi il deserto è così grande che hai sempre l’impressione che le sue ali ti possano proteggere, che sia più forte di ogni avversità. E che ci sia sempre un luogo dove scappare… “

Esiste un mondo nel quale sangue, metallo e dolore sembrano fondersi continuamente.
Tre lune illuminano le notti di Mondo9, il cui desertico silenzio è rotto dall’incessante stridore del vivo metallo, che operoso, muove ogni sua molecola in cerca di nuova linfa. In questo pianeta nulla sembra morire… tutto si trasforma in altro.
Dario Tonani scrive una fantascienza inquietante, intelligente, immaginando e raccontando le cronache di un luogo inospitale, popolato da creature ibride, lontane dalla originale natura, che si manifesta ormai in un’oscura e abominevole parvenza di vita. I pochi umani, sopraffatti e malati, portano avanti le loro esistenze in un pianeta dove il metallo e gli ingranaggi vivono, mutano e si moltiplicano, occupando, di fatto, il gradino più elevato della gerarchia evolutiva. Il cupo futuro che attende gli abitanti di queste terre viene implacabilmente ricordato – quasi a monito di un destino già scritto – e raffigurato ai loro occhi, dai corpi straziati che si trascinano sui ponti delle navi, tra il metallo bramoso di accoglierne le carni che alimentano ogni funzione e che placano l’infinito appetito dei pesanti mezzi. La narrazione procede, le vicende dei protagonisti si intrecciano come anelli taglienti, il metallo si muove, il morbo incombe, mentre gli interludi tra un capitolo e un altro costruiscono quieti sipari di respiro, che preparano il lettore a sconcertanti epiloghi o a nuovi e inaspettati inizi.
Le navi, affondano scaltre la propria imponenza nelle sabbie tossiche degli sconfinati deserti e l’autore invita lo sguardo del lettore a posarsi anche sul cielo, dove poter scorgere la presenza di macchine volanti messaggere di morte; tuttavia, la speranza non è ancora del tutto straniera a queste lande e la possibilità di una conservazione della propria umanità si cela proprio là dove di umano c’è rimasto ben poco…

Dario Tonani è decisamente uno scrittore di fantascienza nonché giornalista italiano. Vincitore di numerosi concorsi dedicati alle opere fantastiche, nelle Cronache di Mondo9 racchiude un ciclo steampunk di successo, tradotto e apprezzato anche all’estero. Le illustrazioni sono del bravissimo Franco Brambilla che ha dato corpo al metallo.

Source: acquisto del recensore.

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:: Adone, Elisa Zimarri, (Scienze e lettere, 2015) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2016
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Adone è il protagonista del nuovo libro per bambini edito da Scienze e lettere, realizzato da Elisa Zimarri. Il volume dalla bella e intrigante copertina arancio appartiene alla collana Monstra, che la casa editrice ha creato per occuparsi di tutte quelle figure della mitologia antica, non esistenti in natura, che sono un po’ uomini e un po’ animali, ma forse anche qualcosa di più. Il libro di Adone è caratterizzato da un perfetto mix di parole e immagini colorate che narrano al lettore bambino la storia di questo essere dei miti antichi. Ogni bambino appassionato di lettura si addentrerà in un mondo di parole, forme e colori per conoscere la storia di questo giovanotto nato da Mirra, trasformata in albero da Zeus, colmo di pietà per lei e per l’inganno che le aveva giocato la gelosa Afrodite. Il piccolo Adone, uscito dal ventre dalla mamma albero, verrà affidato da Afrodite a Persefone, la signora dell’Ade. Quest’ultima si innamorerà alla follia del ragazzino e dimostrerà la sua esplicita intenzione di tenerlo con sé per sempre e di non restituirlo mai ad Afrodite. Il forte e saggio Zeus interverrà per porre fine alle liti tra le due dee, stabilendo che Adone dovrà vivere sei mesi con una dea e se mesi con l’altra. Adone accetterà questo destino e vivrà in modo spensierato la sua vita sui monti del Libano, fino a quando l’incontro con un cinghiale cambierà per sempre la sua vita e determinerà la nascita del fiore rosso dell’anemone. A narrare il tutto, grazie alla scorrevole scrittura di Elisa Zimarri, è Adone in prima persona, che prende per mano i piccoli lettori portandoli in una dimensione nella quale natura, mito e sentimento si mescolano alla perfezione. Adone è sì un libro per bambini, ma lo consiglio anche agli adulti per riscoprire la storia della mitologia classica e i suoi personaggi. Vivaci, colorate e molto utili per rendere ancora più coinvolgente il testo son le immagini di Martina Vanda.

Elisa Zimarri è laureata in lettere antiche con indirizzo archeologico, studiosa di miti dell’arte antica, insegnante di lettere ed esperta di educazione interculturale. Si occupa di integrazione di disabili, di alunni con bisogni educativi speciali e di alunni con DSA. Il suo incontro con la figura di Adone è avvenuto in occasione della redazione della tesi di laurea e l’approfondimento è stato realizzato con viaggi di studio in Sira e Libano.

Martina Vanda è autrice e illustratrice di picture books, designer e ceramista. I suoi libri son pubblicati in Italia e all’estero in Francia, Spagna, Messico, Cina e Cile. Dal 2012 dirige le autoproduzioni TunellingP. Per Scienze e Lettere ha realizzato Sirene e ha avuto riconoscimenti internazionali come la selezione alla Mostra Illustratori di Bologna (2012 e 2015), alla Biennale di Bratislava (2012), al CJ BOOK Awars Korea (2010) e al Premio Querty (2010). Il suo libro Estela Grita muy fuerte ha venduto 100mila copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Scienze e Lettere.

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:: Bianca da morire, Elena Mearini, (Cairo, 2016) a cura di Natalina S.

8 febbraio 2016
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“Siedo alla scrivania. Il portatile acceso, un bicchiere d’acqua e trenta pasticche di cinque diversi colori. Ne ingoierò sei alla volta colore dopo colore.”

Porta il nome dell’innocenza e un rigurgito di arcobaleno impigliato nello stomaco la protagonista del nuovo romanzo di Elena Mearini, Bianca da morire, pubblicato da Cairo editore. Si chiama Bianca, ha sedicianni e vive a Milano, una città che le somiglia e di cui Bianca ne è perfetta metafora, perchè anche Milano come Bianca è stata amputata nelle sue parti più vere, anche Milano come Bianca appare candida e pura. Da tre anni frequenta il Liceo artistico, nè per talento nè per interesse, per quel desiderio smisurato di corteggiare l’Immagine e diventare una Star anche al prezzo di stuprare la propria esistenza. È figlia Bianca – di un tempo suo e di un tempo non suo- di una società che gravita attorno al vuoto morale e di una famiglia troppo patriarcale per riservare alla donna il ruolo di una Stella. Forse è proprio questa una delle ragioni per la quale Mearini sceglie, ancora una volta, come nel suo romanzo di esordio, “360 gradi di rabbia”, ed in quello successivo, “Undicesimo comandamento”, di dar voce al sentire femminile, tanto più in un contesto spazio-temporale quotidianamente macchiato di rosa. L’autrice consegna a Bianca carta e penna la quale racconta, in prima persona e attraverso il valore simbolico dei colori, il proprio morso di bestia ferita. Bianca recita dal principio alla fine un monologo da teatrante perfetta, o quasi, senza però riuscire a prevedere la fine. È uno sfogo, il suo, che restituisce a sè stessa la propria identità e a noi la fotografia più autentica di una società che, troppo rapidamente, sta cambiando volto ed è assai lontana dal sapore buono dei frollini della nonna. Bianca ci racconta il male d’esistere degli adolescenti di cui noi adulti siamo attori/spettatori spesso inconsapelvolmente responsabili; Bianca accusa e, nella mancanza di ascolto, risiede la colpa più grande. Ancora una volta, come per Vera e Serena, nei primi due romanzi, l’autrice lombarda consente a noi lettori di avvicinarci alle riflessioni più intime e fragili della sua protagonista, la sveste mettendone a nudo le carni sporche di sangue per restituirla vergine e bianca a nuova vita. Lo fa attraverso un linguaggio che sfiora la poesia e un ritmo che lascia spazio al respiro anche quando le vicende della Storia il respiro lo tolgono e il romanzo si tinge di nero.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti), nel 2011 pubblica per Perdisa Pop Undicesimo comandamento (Premio Speciale Unicam-Università di Camerino). Seguono il terzo romanzo A testa in giù (Morellini Editore, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti) e le raccolte di poesie Dilemma di una bottiglia (Edizioni Forme Libere) e Per silenzio e voce (Marco Saya Editore).

Source: libro inviato al recensore dall’autrice.

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:: Un’ intervista con Mirko Zilahy

5 febbraio 2016

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Il paradiso degli animali, David James Poissant (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

4 febbraio 2016
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Una legge non scritta dell’editoria è solita sentenziare che “tanto le raccolte di racconti non vendono”.
Niente di più sbagliato, almeno per me che, nell’ultimo anno, ho decisamente privilegiato, nelle letture personali più o meno assidue, proprio questo genere.
Ebbene sì, Il paradiso degli animali è definitivamente “La raccolta di racconti del 2015”: l’unica che è stata capace di scardinare il mio punto di vista fino ad ora, straniante e umana, tagliente e spietata nei temi e nel linguaggio, assolutamente fuori dal comune.
Altro punto a suo favore? David James Poissant è uno scrittore emergente. A riprova del fatto che non solo i racconti possono interessare ed essere letti da tanti, ma anche che esiste un nuovo – nuovissimo – modo di intendere la scrittura che nulla toglie e tanto dà alla letteratura canonica.
Il paradiso degli animali ci racconta l’America. Non di certo quella straordinaria e patinata, dei grattacieli, uomini d’affari e della vita che passa frenetica tra un taxi giallo e una limosine, magari. Ci racconta un’America tanto ordinaria quanto inaspettata e cruda. L’America figlia degli uomini del sud. Il Sud, appunto: dall’Alabama passando per la Georgia e la Florida. Luoghi che sembrano stampati nella mente dell’autore, che li descrive nel dettaglio pur non scadendo in qualsivoglia intento didascalico. Sedici racconti, torno a ripetere, totalmente e “stranamente” americani per ambientazione, modus vivendi e fatti narrati.
Ci racconta un’America popolata di esistenze e di storie che sconvolgono fino a far male. Storie di fallimenti e delusioni, dissapori e false partenze che si stagliano contro le strade sempre dritte e periferiche che si perdono a vista d’occhio nell’orizzonte, costellate di motel, market e polvere che brucia sotto al sole. Storie di padri e figli, incompresi ognuno a suo modo: il genitore manesco e chiuso nelle sue convinzioni diventa predatore, il figlio (seppur tanto amato e “bellissimo”) preda indifesa e sanguinante, come in Lizard Man, racconto in apertura di fortissimo impatto emotivo.
La raccolta prende il titolo da The Heaven of Animals, poesia di James L. Dickey: qui la vita animale è vista come qualcosa di inesorabilmente predestinato in cui i predatori si distinguono in maniera netta dalle prede e saranno in grado di primeggiare e cacciare, gli uni, e di fuggire e poi soccombere, gli altri:

“Sotto l’albero
cadono
sconfitti,
si rialzano,
si rimettono in cammino.”

Di paradiso degli animali si torna poi a parlare anche nell’ultima delle storie, quella che chiude il libro e che, per questo motivo, porta lo stesso titolo. Come a voler rappresentare l’ultimo anello di un cerchio che si chiude, ciclo vitale animalesco e ciclo esistenziale squisitamente umano si mescolano in un’atmosfera slegata, ma continuativa, che non smette mai di stupire.
Poissant è riuscito a trasporre questa metafora, mutuandola dalla poesia e dalla tensione ferina propria del regno animale, in ognuno dei suoi racconti in modo differente e più che unico.
La narrazione risulta attuale in ogni suo punto. Proprio come “animali sociali”, ma neanche troppo dediti all’aggregazione, i personaggi di Poissant sono aggressivi e fragili, cadono e rialzano per poi riaccasciarsi, perennemente sul filo del rasoio, con un piede saldo a terra e l’altro a penzoloni in un fosso. Poco importa se nel fosso inaspettatamente troveremo un alligatore a cui legheremo la bocca stretta nel nastro isolante.
Degna di menzione la traduzione dall’inglese a cura di Gioia Guerzoni: evocativa, mai noiosa e, sicuramente, di assoluta efficacia narrativa.

David James Poissant, esordiente, ha scritto numerosi racconti poi pubblicati su diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, che hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters.
Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

Gioia Guerzoni, traduce prevalentemente narrativa, da vent’anni. Sue le traduzioni di autori come Teju Cole, Iris Murdoch, Siri Hustvedt. Si occupa di progetti editoriali e scouting, oltre a partecipare a numerosi festival letterari internazionali.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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