:: Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Giuseppe Culicchia (Einaudi, 2016)

28 maggio 2016
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Esiste il preconcetto che noi torinesi non abbiamo il senso dell’umorismo. Sì, esiste non è il caso che tu, proprio tu con la t-shirt blu con Batman e gli occhiali di tartaruga, nicchi. Siamo falsi e cortesi, ma senso dell’umorismo nisba. E invece ce l’abbiamo, particolare certo, un po’ british se vogliamo, pronto a ridere più di se stessi che degli altri, pronto a fare più una parodia della realtà che a essere cattivo davvero come l’umorismo dei fiorentini.
E un esempio di questo umorismo ce lo da Giuseppe Culicchia, torinesissmo, classe 1965, con il suo Mi sono perso in un luogo comune. Sottotitolo: Dizionario della nostra stupidità. Me l’ ha passato mio fratello, come merce di contrabbando, manco fosse della mariagiovanna, ma di quella buona. Un po’ per dirmi, smettila di prenderti così sul serio, ridici su, infondo un po’ di stupidità ci contagia tutti, e il linguaggio è il veicolo privilegiato per diffonderla e espanderla.
Nessuno è immune, tutti abbiamo usato frasi fatte, autentiche come il cellophane che avvolge i carciofi (ormai vecchiotti) al supermercato, magari distratti da un jingle in tv. Viviamo nell’era del conformismo e dell’omologazione, c’è poco da fare, tra tv, internet, social network, si gioca sempre a fare gli spiritosi, (magari senza riuscirci) riciclando battute dette da altri, o rubandole ai comici in tv (che a loro volta le rubano dal cinguettio di Twitter).
Dove è finito il sano sarcasmo, nobile e ruspante, di un Calvino o di un Buzzati? Vivessero oggi forse scriverebbero anche loro aforismi su Facebook, e assocerebbero alla parola aborrire il Mughini. Va beh, forse no. Comunque il sistema stesso in cui vegetiamo ormai è caratterizzato da un appiattimento, anche del linguaggio, che non costa fatica, che è rassicurante, che non è infestato da parole difficili o metafore complesse.Ci sarebbe da scrivere un trattato di sociologia sul testo di Culicchia, e magari lo faranno davvero.
Oggi è sabato, sono piuttosto stanca e non in vena di verve polemica, per cui prometto che non citerò Fabio Volo, ma un po’ credo che il successo dei suoi libri si ricolleghi alla tranquillità e alla serenità che l’esercizio del senso comune genera. Stereotipi, cliché, modi di dire, motti di spirito, riuniti dalla a alla zeta, un po’ inquietano, un po’ esaltano il senso del grottesco di questa nostra società gravata dalla crisi, e molto dal senso del ridicolo. Va avanti tu che mi viene da ridere. La situazione è disperata ma non seria.
Ho scelto alcune voci, le più spiccatamente associabili al mio precario ambito, la cultura. So che mi ringrazierete. Già vi vedo con il sorriso sulle labbra.

K Fattore. Evocarlo di tanto in tanto sulle pagine di cultura senza interrogarsi su quanti siano coloro che sanno di che cosa si tratta.

Jovanotti Maître à penser e intellettuale di riferimento del Partito Democratico. Vedi PARTITO DEMOCRATICO.      

Hemingway Noto inventore di cocktail.

Gaffe Ricordare quelle di Mike Buongiorno associando la signora Longari a una presunta caduta sull’ uccello. Anni fa, un tipo che doveva presentarmi in pubblico esordì così: “Ed eccoci finalmente con l’autore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. E’ anche per questo che non faccio più presentazioni, ma solo reading comici. Certo non così comici, Però sto migliorando.

Non sono in ordine alfabetico, e forse neanche le voci più divertenti, ma che devo fare, trascriverle tutte? Poi quelli di Einaudi me li trovo sotto casa, e sanno il mio indirizzo.

Source: prestito dalla Biblioteca Civica di Givoletto.

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:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

28 maggio 2016

bhyBentornato Luca, questa è la nostra terza intervista. Ci siamo lasciati nel 2014 con Un posto sbagliato e ci ritroviamo nel 2016 con I pregiudizi di Dio. Con te mi son giocata parte delle mie domande migliori, quindi cercherò di fartene di nuove, incentrate più che altro sul tuo nuovo libro. Parliamo appunto di I pregiudizi di Dio. E’ consigliabile prima aver letto L’uomo nero? O si può leggere come romanzo a sé stante?

I pregiudizi di Dio è un romanzo a sé stante. E’ una specie di spin off de L’uomo nero, nel senso che prende da quell’universo narrativo un personaggio e lo ricolloco in questa storia. Ognuno dei protagonisti de I pregiudizi di Dio: Andrea, Francesca, Marco, vive un presente delicato a causa di un passato difficile. L’Uomo nero racconta il passato di Marco. Per certi versi potrebbe essere più interessante fare l’opposto, leggere prima I pregiudizi di Dio e poi L’uomo nero.

Questo nuovo romanzo è parte di una serie, di una trilogia? Prevedi di scriverne ancora con questi personaggi? Se sì, hai già in mente quanti saranno? O lascerai che decida l’immaginazione.

Il progetto ne prevedere cinque, ma sarà il gradimento dei lettori a decidere la longevità della serie. Sarà comunque una forma seriale che non prevede un catartico azzeramento a ogni episodio, volto a riproporre il medesimo e rassicurante status quo. I personaggi muteranno l’idea che hanno di loro stessi e del mondo in cui vivono. Lo faranno in relazione a ciò che gli accade, alle decisioni che prendono, a quelle che subiscono. Nessuno di loro arriverà uguale a se stesso alla fine di questo viaggio, altri non vi arriveranno affatto.

Una forma di serialità che conserva comunque l’autonomia di ogni singolo romanzo.

Un uomo si presenta alla polizia denunciando la scomparsa della moglie. Un tipo losco, al quale siamo ben poco propensi ad esprimere simpatia. Come hai costruito questo personaggio? Ti serviva un elemento disturbante per accentuare le derive noir del libro?

Mi occorreva un uomo esecrabile, disturbante. Begucci serve per mettere il lettore di fronte alle sue responsabilità. Rileggetevi quest’ultima risposta dopo aver finito il romanzo, sono certo che vi risulterà meno criptica.

Siamo in un piccolo centro non lontano da Tivoli, odore di uova marce delle acque termali, cave di travertino, scheletri industriali, capannoni abbandonati. Sono luoghi a te familiari? Come si adattano alla trama del romanzo e ai personaggi?

La valle dell’Aniene la conosco bene. Mandela, il paesino da cui scompare Margherita, è il luogo dove è nata mia madre e dove ho trascorso tante estati da bambino e dove ora porto i miei figli per sottrarli alla canicola romana. Un luogo dell’anima, che mi serviva per rievocare i ricordi piacevoli di Andrea, quando ripensa a sua moglie che non c’è più. Ma volevo anche che i miei protagonisti vivessero in un esilio scomodo. Un’approfondita ricerca sul territorio mi ha fatto conoscere l’esistenza del posto di polizia di Villalba, che dipende direttamente dal commissariato di Tivoli, un luogo di ineguagliabile bruttezza, e che Andrea deve raggiunge ogni mattina attraversando il tratto più degradato della consolare Tiburtina. La valle dell’Aniene si è rivelato un contenitore di estremi, proprio ciò che mi occorreva.

Abbiamo tre protagonisti, due uomini e una donna. Sono più difficili da gestire che un unico personaggio principale? Come hai proceduto? Come hai sviluppato le interazioni tra loro?

Io ho bisogno di dare al lettore un punto di vista plurimo sulla storia, è il mio modo di raccontarla. Mi serve per poter rappresentare la realtà in tutte le sue sfaccettature, e soprattutto per non imporre un punto di vista, una verità, per lasciare a ciascuno la possibilità di scegliere seguendo la propria sensibilità. Volevo due investigatori che non si sopportassero, due uomini profondamente diversi, almeno in apparenza, così ho costruito il rapporto tra Marco e Andrea. Francesca avrebbe dovuto essere l’elemento stabilizzatore del gruppo. La via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La forma è il poliziesco classico, il procedural tanto caro alla letteratura di genere statunitense. Un’ indagine con le sue implicazioni, le sue derive. A che filone giallo ti sei ispirato? Ti senti più legato al noir di scuola francese, o a quello statunitense?

Io sono uno scrittore di noir, questo è il primo romanzo che scrivo ad avere la struttura del giallo. Per la prima volta posso dire al mio lettore: c’è un delitto, ci sarà un’indagine, alla fine il colpevole verrà trovato e punito, parola d’onore. Tutto ciò di solito fa sì che il giallo, diversamente dal noir, sia un genere consolatorio, perché prevede un lieto fine, come le fiabe. La sfida che mi sono posto era quella di lasciare inalterata questa struttura, ma di adoperarla in modo tale che non portasse a una conclusione consolatoria, dal mio punto di vista rendendola più realistica e meno fiabesca. Leggo più noir statunitensi, ma nello scrivere mi sento più vicino ai francesi.

Il male e il bene sono i pregiudizi di Dio secondo Nietzsche, un modo elegante per dire che male e bene non esistono, o per lo meno sfuggono alle classificazioni del senso comune. Come si riflette questo nel tuo romanzo?

I miei tre investigatori analizzano il caso con sguardi opposti, e ciascuno è convinto di possedere la verità. Ma quando il colpevole viene individuato senza nessuna incertezza, e ci si aspetterebbe che i loro punti di vista possano convergere, paradossalmente è proprio in quel momento che si trovano separati dalla massima distanza. Perché la dialettica si sposta dal piano giuridico a quello morale. Concetti come il bene e di male, il giusto e lo sbagliato, si dimostrano relativi. Ciascuno di loro risponde a una propria morale, a un proprio senso di giustizia. Non vale forse lo stesso anche per noi?

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Spero francese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il cartello di Don Winslow.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Nei tuoi libri invece i personaggi femminili sono sempre positivi. Sei un autore “femminista”? Ti riconosci in questa definizione?

Beh in questo libro proprio femminista non direi. Ci sono tre donne, una è la vittima, una è una mamma scomparsa(non voglio dire di più, ma anche lei è un personaggio con le sue colpe). Poi c’è Francesca, perché immagino che è a lei che tu ti riferisca, che ha molte buone intenzioni, ma anche tante incongruenze e debolezze. E io la amo per questo.

Se Hillay Clinton diventasse il prossimo presidente degli Stati Uniti, che tipo di accoglienza avrebbe, secondo te? Pensi che questa misoginia scemerebbe?

Visto che l’alternativa è Trump spero che vinca la Clinton, ma se avessi potuto indicare una donna come primo presidente degli USA non avrei scelto lei. Michelle Obama, per rimanere in tema di First Lady, sarebbe stata una svolta.

Ci sono attualmente in corso progetti cinematografici?

Sì, ma mi taccio per scaramanzia.

Ti diverti di più quando scrivi per il cinema o quando scrivi romanzi?

Sono due tipi di soddisfazioni diverse, scrivere per il cinema alimenta il mio lato sociale, perché si scrive in gruppo. In questo senso è più divertente. Scrivere un romanzo è qualcosa che mi gratifica maggiormente, per il motivo opposto: un uomo solo al comando.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

E’ forse la parte più divertente e gratificante di questo lavoro, e anche la più stancante. Dall’incontro con i lettori vengono sempre fuori interpretazioni interessanti del romanzo. Molti ci rintracciano cose a cui io non avevo mai pensato. Ultimamente mi sono confrontato con uno “studioso di sistemi e simboli” il quale rivendicava come il mio romanzo fosse colmo di una serie di schemi/sistemi, filosofici e non solo, di cui io però ignoravo l’esistenza. Ho dovuto giurarglielo, e non mi è parso comunque convinto.

Progetti per il futuro?

Al momento promozione, di questo romanzo e dell’antologia E/O che uscirà in estate “Giochi di ruolo al Maracanà” che contiene anche un mio racconto con protagonisti gli uomini della Red. Poi mi rimetterò sul nuovo romanzo e sul cinema. Forse non in questo ordine.

:: Una casa in Sicilia, Daphne Phelps (Beat, 2015) a cura di Elena Romanello

28 maggio 2016
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Spesso la Sicilia è in prima pagina sui giornali italiani per fatti di cronaca nera e mafia, o per denunciare i gravi problemi lavorativi e sociali dell’isola. Ogni tanto si parla di Sicilia anche come terra di turismo per le sue grandi bellezze, ma si dimentica spesso il periodo in cui fu un luogo di attrazione per stranieri incantati da mare, sole, arte, cibo e archeologia, come e anche di più della tanto decantata e blasonata Costa Azzurra, anche perché offriva più calma e relax e non solo mondanità.
Una casa in Sicilia racconta proprio questa stagione, attraverso una storia vera che parte all’inizio del Novecento, quando Robert Hawthorn Kitson, giovane, pazzo e inglese, come veniva definito dagli abitanti di Taormina, costruisce sulla collina dietro alla città una villa tra la Madonna della Rocca da cui si può rimirare la penisola di Naxos, la piana di Catania, il mare e ovviamente la città di Taormina con le sue bellezze artistiche e archeologiche.
Nel 1947 Kitson muore e Casa Cuseni, così è stata chiamata la villa, va in eredità alla nipote Daphne, che ci vivrà a lungo e che nelle pagine di questo libro racconta la storia di una casa, dalle origini, quando fu costruita con i massi tolti dalla colline al suo periodo d’oro, quando ospitò personaggi della cultura e dello spettacolo come il filosofo Bertrand Russell, il drammaturgo Tennessee Williams, lo scrittore Road Dahl, l’attrice Greta Garbo e tanti altri, in periodi di vacanza e riflessione, nonché di scambio di idee e di esperienze che resero questo un luogo unico.
A sentire così sembrerebbe un libro frivolo e mondano, in realtà ci si trova di fronte ad un ritratto di un’epoca e di un mondo, nonché ad un omaggio a un luogo d’incanto e bellezza, eterno e splendido, che abbiamo in casa e al quale spesso non pensiamo. Una visione più intima ma non banale di menti importanti, tutte conquistate da un luogo unico, sospeso tra passato e presente, nella modernità ma un luogo a parte da vivere.
Un libro curioso, nostalgico ma non retorico, interessante, appassionante, dove la casa è luogo vivo di incontri e relazioni, ma anche di scenario di splendore, che esce in Italia nella collana Beat alzando il sipario su un mondo comunque italiano, e sull’amore che persone di luoghi diversi nutrono per il nostro Paese e i suoi angoli.
Le edizioni Beat sono pregevoli e interessanti, in questo caso mancano un po’ di immagini, comunque Casa Cusani è visibile per chiunque si rechi a Taormina, oggi un luogo di vacanze, di cultura, di intrattenimento.

Daphne Phelps è nata nel 1911 e si è formata alla St. Felix School di Southwold e al St. Anne College di Oxford. Nel 1948, dopo la morte di suo zio, si è trasferita in Sicilia per occuparsi della proprietà da lui lasciata: Casa Cuseni a Taormina. Di recente,le Belle Arti di Messina hanno dichiarato la proprietà di «importanza storica e culturale». Daphne Phelps è morta nel 2005 in Casa Cusani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Un caso come gli altri, di Pasquale Ruju (E/O, collezione Sabot/age, 2016) a cura di Federica Belleri

27 maggio 2016
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Annamaria si è innamorata, sui banchi della scuola superiore. La sua vita nella Locride è sempre stata semplice e modesta. Con le parole e i giusti modi Marcello l’ha conquistata e chiesta in moglie alla futura suocera. Tutto in regola, tutto perfetto e così intenso da stordire. Marcello pare un uomo per bene, anche se ogni tanto un’ombra gli oscura lo sguardo. Annamaria lo ama e non fa domande. Anche il suo lavoro è un argomento da non affrontare, perché non le compete. Anche le regole sono fondamentali e vanno rispettate. Perché Annamaria è sua moglie, questo conta. Possibile che sia tutto così semplice? Possibile che il loro benessere economico arrivi improvviso? Possibile che per strada vengano salutati entrambi in modo ossequioso? Cosa non riesce a vedere Annamaria?
Un caso come gli altri” è una nera storia d’amore, legata all’importanza e alla rispettabilità della Famiglia, dove ogni tradimento o trascuratezza ha un prezzo. L’ammirazione di Annamaria per Marcello la rende inconsapevole del significato dei suoi silenzi. La rende quasi immune al dolore e all’amore per lui, che sta cambiando. Marcello e Annamaria sono sposati da parecchi anni ormai, ma le loro strade cambiano direzione. La dolcezza si trasforma in rabbia, il pericolo e l’istinto di protezione chiedono vendetta. Il sospetto e la gelosia annebbiano la capacità di ragionamento. Il rifiuto non è contemplato. Chi è davvero Marcello? Chi è sua moglie, e perché si trova in una stanza degli interrogatori davanti al sostituto procuratore?  “Un caso come gli altri“. La vita di una donna, intrecciata a quella del suo uomo, per sempre, fino alla fine. Attraverso gli occhi, l’onore, la forza del possesso e la fragilità degli istinti. Dentro la paura e il sangue, la bellezza e il sesso. Scrittura precisa, fine e diretta. Emozioni curate con tatto e sensibilità.  Ottimo romanzo. Buona lettura.

Pasquale Ruju, classe 1962, laureato in Architettura, ha lavorato in teatro, cinema, radio, televisione e nel doppiaggio, dando voce a personaggi di cartoni animati, soap e telefilm. Dal 1994 collabora con la Sergio Bonelli Editore in qualità di soggettista e sceneggiatore. Ha scritto oltre cento storie per albi di Tex, Dylan Dog, Nathan Never, Dampyr, Martin Mystère ed è autore delle miniserie Demian, Cassidy e Hellnoir. Un caso come gli altri è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Colomba dell’Ufficio Stampa E/O, Sabot/age.

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:: La vita secondo banana, PP Wong, (Baldini&Castoldi, 2016) a cura di Viviana Filippini

27 maggio 2016
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Io son due metà: bianca dentro, gialla fuori. Per questo sono strana”, dice Xin Lin protagonista di La vita secondo Banana di PP Wong, edito da Baldini&Castoldi. La ragazzina di origini asiatiche ci trascina da subito nella sua storia, facendoci capire quanto sia importante capire chi siamo, da dove veniamo, per imparare a conoscere la nostra identità e aver meno paure verso ciò che spesso è identificato con il diverso. Xin Lin e il fratello sono nati nel Regno Unito, ma nelle loro vene scorre sangue cinese. Quando la madre muore, i due ragazzi restano orfani e vanno a vivere dalla nonna. Qui, oltre a conoscere meglio zia Mei e Zio Ho, i due fratelli, soprattutto Xin Ling, dovranno affrontare una fase burrascosa della loro esistenza di adolescenti. A confrontarsi con il cammino di maturazione i fratelli saranno da soli, anzi la solitudine sarà aumentata dal fatto che i due verranno separati dalla nonna. L’anziana ritiene che il nipote maschio sia una sorta di “pericolo”, una cattiva influenza sulla nipote femmina. Xin Lin non riuscirà ad accettare questa scelta compiuta dalla nonna, come sarà in grande difficoltà nel riuscire a comprendereil ferreo carattere della donna. Una persona che si sta prendendo cura di loro, sempre severa, fredda nel vivere le emozioni, tanto da apparire del tutto insensibile.  A casa ci sono anche zia Mei, un’attrice che con la madre ha sempre avuto un rapporto complesso e conflittuale, perché la donna non ha mai accettato il fatto che la figlia volesse lavorare nel mondo del cinema. C’è poi zio Ho, un uomo adulto dai seri problemi mentali, e lui ad un certo chiederà alla nipote di aiutarlo, ma la ragazzina resterà allibita dalla parole di Ho, e sarà così sconvolta da non riuscire ad esaudire la richiesta fatta. Fossero le questioni casalinghe a dare il tormento a Xin Lin, lei potrebbe trovare pace a scuola, ma non è così. Purtroppo la protagonista soffre ancora di più quando comincia a trasformarsi nel bersaglio preferito delle bulle d’istituto, capitanate da Shils. La combriccola non esita a sbeffeggiare Lin e a deriderla per le sue origini. Il gesto peggiore nei confronti di Xin Lin, Shils lo attua quando le tende una vera e propria imboscata, arrivando ad inciderle sulla gamba la scritta sfregio “Muso giallo”. Xin ne uscirà a pezzi, non solo segnata nel fisico, ma più nel suo animo, in quanto si renderà conto che le sue origini cinesi, nonostante lei sia nata in Inghilterra, parli inglese e mangi fish and chips, sono un vero e proprio marchio di riconoscimento. Per sua fortuna Xin trova un alleato in Jay, anche lui di origini miste (il padre è un giamaicano e la madre una cinese), perché anche il compagno è considerato un “diverso”. Jay sopporta le angherie e lo fa rifugiandosi nella musica ascoltata e anche in quella che suona, per i fatti propri, e non pubblicamente. Ad un certo punto della storia, quando il rapporto tra Xin Lin e la nonna sembra essere giunto ad un vero e proprio capolinea, la ragazzina inizierà la scoperta di una serie di fatti del passato che hanno messo a dura prova quell’algida anziana che la sta crescendo. Realtà che porteranno la protagonista non solo a maturare, ma a vedere e pensare alla nonna in modo del tutto nuovo. La vita secondo Banana è un romanzo di formazione nel quale l’autrice evidenzia quanto spesso sia frequente e difficile, da un lato, l’integrazione tra culture diverse e, dall’altro, l’accettazione dal parte dell’io delle proprie diversità. Traduzione di Raffaella Patriarca.

PP Wong, giornalista sino-britannica, caporedattore di bananawriters.com, è laureata in Antropologia forense e in Giurisprudenza presso la London School of Economics. È la prima cinese nata in Gran Bretagna ad aver ottenuto un contratto di pubblicazione nel Regno Unito. In precedenza ha svolto più di cinquanta lavori, uno più strano dell’altro, il primo a 15 anni come “ragazza vietnamita che urla” in un film di James Bond. La vita secondo Banana è stato tra i finalisti del Baileys Women’s Prize for Fiction (già Orange Prize), uno dei premi più prestigiosi assegnati nel Regno Unito.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Baldini&Castoldi.

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:: Natura in casa, Louise Curley (Logos edizioni, 2016)

27 maggio 2016
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Oggi vorrei parlarvi di un libro delizioso che ho scoperto per puro caso, grazie a mia madre, da sempre appassionata di riviste di arredamento e giardinaggio. Sfogliandole ha trovato la segnalazione di Natura in casa (The Crafted Garden, 2015) di Louise Curley e mi ha detto: “ti mandano tanti libri, perché non provi a chiedere questo?”. E così ho fatto, ho contattato l’editore e ho trovato due persone gentilissime, Francesca e Eleonora, che nel giro di pochi giorni me lo hanno fatto recapitare a casa.

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Premetto è un libro bellissimo, se siete un pizzico creativi e amate la natura, il giardinaggio, i piccoli lavori manuali che rendono le giornate più serene è il libro che fa per voi. È anche bello da regalare, non sfigura assolutamente sul vostro prezioso tavolinetto di cristallo, sì proprio quello che avete davanti al divano del salotto. È un libro di pregio, in carta patinata, rilegato, con curate illustrazioni e un metodo semplice e immediato per spiegare i vari procedimenti (pure io che non sono proprio un’esperta in bricologe non ho trovato difficoltà a seguire le indicazioni) per avere letteralmente la natura nelle vostre case.
E a volte basta davvero poco per rallegrare una giornata o dare un senso della bellezza che ci circonda. Un fiore essiccato, una ghirlanda, una conchiglia raccolta al mare d’inverno, una zucca intagliata possono essere davvero oggetti preziosi nelle nostre vite. Questo libro ricco di illustrazioni descrive infatti come in ogni stagione si possono reperire fiori, bacche, foglie, che si possono combinare in bellissime composizioni per decorare la casa. In autunno le foglie dai colori brillanti e variegati possono servire per ghirlande e quadretti. Le zucche svuotate possono servire come vasi portafiori (come vedete nell’illustrazione). E’ questa è la stagione per raccogliere i semini che serviranno per la prossima semina dei fiori.

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Di inverno le pigne, le bacche, gli alchechengi serviranno per fare ghirlande e meravigliosi addobbi per l’albero di Natale, come insegna la tradizione scandinava. In primavera poi si possono raccogliere fiori dai colori delicati per fare composizioni o centrotavola ornamentali con materiali pressoché naturali, rametti, giunchi, e pietruzze. E d’estate, forse la stagione più lussureggiante, si possono raccogliere fiori per bouquet profumatissimi, o facendo essiccare i fiori li si può comporre in ghirlande che vi accompagneranno nella stagione fredda.
Insomma questo libro è una guida preziosa per chi ha uno spirito green ( ed è attento al riuso e al riciclo) e ama soprattutto circondarsi di cose belle. Non credevo che ci fosse nello store online con cui collaboro, e invece c’è e appartiene alla promozione Maggio dei libri, per cui potrete acquistarlo con il 20% di sconto, almeno per ancora pochi giorni. Approfittatene, a volte le cose capitano davvero per caso. Traduzione di Costanza Bocchia e Francesca Del Moro. Impaginazione di Alessio Zanero. Fotografie di Jason Ingram.

Louise Curley è l’autrice del fortunato blog wellywoman e scrive per Gardeners’ World, Grow Your Own, Garden Answers e The Guardian. Il suo primo libro, The Cut Flower Patch, vincitore del Garden Media Guild Award 2014 come Best Practical Book, ha ottenuto un grande successo. Louise vive nel Monmouthshire, in Galles.

Jason Ingram
è un premiato fotografo che lavora nel settore del giardinaggio e del cibo. Ha pubblicato, tra gli altri, Kitchen Garden Experts e The Onel-Pot Gourmet Gardener.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca e Eleonora dell’Ufficio Stampa Logos edizioni.

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Nota: qui il link allo store della Casa editrice.

 

:: Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2016)

26 maggio 2016

Spesso i lettori arrivano sul blog usando come chiave di ricerca: “il nuovo romanzo di Ricciaradi”, per tutti loro una buona notizia. C’è, uscirà il 28 giugno e si intitolerà Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi. Ecco a voi la copertina e il blurb. Spero di recensirlo in anteprima, se dovesse succedere ve ne darò tempestivo annuncio.

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Torna a casa, Vinnie Sannino, ventidue anni dopo essere emigrato in America poco più che ragazzino. Ha avuto successo, è diventato campione di boxe dei pesi mediomassimi: un vanto del Regime, il simbolo vivente del maschio italiano nel mondo. Ma nell’ultimo incontro il suo avversario è morto, e lui non se l’è più sentita di continuare. Adesso è qui per inseguire l’amore mai dimenticato, la bella Cettina, che il giorno della sua partenza, al porto, aveva pianto in modo disperato. La vita, però, è andata avanti anche per lei, che ora è moglie e madre. Vedova, anzi: perché all’improvviso il marito, un ricco commerciante, viene trovato morto in un vicolo. Qualcuno lo ha colpito alla tempia. Un pugno, forse, simile a quello che, in una sera maledetta, Vinnie ha vibrato sul ring dall’altra parte del mondo. Per venire a capo del mistero, Ricciardi sarà costretto a un’indagine serrata, che lo obbligherà a uno sforzo per non farsi distrarre dalle sue vicende personali.

:: Incubo, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2016)

26 maggio 2016
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Esce oggi per Corbaccio, nella collana Top Thriller, tradotto da Alessandra Petrelli, Incubo, (Die nacht gehört den wölfen, 2015) il nuovo romanzo di Wulf Dorn. E caso abbastanza eccezionale, grazie anche all’editore che me l’ ha mandato in anteprima (e sapete quanto gli editori siano restii a mandare i libri in anteprima), riesco a farne la recensione il giorno dell’uscita. L’ ho finito diciamo ieri a mezzanotte, e ho già mandato le domande per l’autore, Wulf Dorn sarà infatti a Milano in questi giorni. Voi lettori che seguite il mio blog certo sapete che è dall’esordio con La psichiatra che seguo questo autore e negli anni ho recensito tutti i suoi libri, quindi è un po’ una tradizione del blog.
Detto questo, passiamo al libro. Die nacht gehört den wölfen, pubblicato in Germania per la CBT Verlag, casa editrice per ragazzi referente della Random House, è un thriller con sfumature horror con protagonista un adolescente che soffre di autismo, Simon. Dopo un breve cameo del dottor Frostner, e un’ apparizione della Waldklinik, si dipana la storia di Simon e dei suoi incubi.
Sopravvissuto a un incidente stradale, dove sono morti i suoi genitori, Simon va provvisoriamente a vivere dalla zia, che già medita di metterlo in collegio, poiché il suo lavoro le impedirebbe di seguire il ragazzo come sarebbe giusto. Anche il fratello maggiore Mike, seppur affezionato, sta per mettersi insieme alla sua ragazza e ha la sua vita da vivere, per cui è escluso che possa tenere con sé il fratello. Naturalmente Simon vivrà questo come un duplice abbandono, ma la cosa peggiore sono gli incubi, e le vere e proprie allucinazioni che lo ossessionano specialmente quando sale a bordo di un’ automobile.
Pian piano scopriamo i motivi per cui è stato ricoverato nella clinica psichiatrica pediatrica della Waldklinik, in cura dal dottor Frostner, (che come dicevo fa una breve apparizione nel capitolo iniziale, ma poi la storia è tutta concentrata su Simon) e lentamente iniziamo a distinguere e fare chiarezza tra fantasia e realtà. Su questo binomio infatti si gioca il libro, e pure grazie all’estrema chiarezza dello stile di Dorn, è necessaria una certa attenzione per non farsi depistare durante la lettura. Come tradizione nei romanzi di Dorn nulla è come sembra, e la mente umana è il vero labirinto, dove qualche volta è impossibile uscire.
Sostanzialmente è un thriller per ragazzi, o almeno un adolescente è il protagonista, con i suoi problemi, le sue fragilità, il senso di colpa che prova per la morte dei genitori, (il mostro che lo insegue nei suoi incubi e nelle sue veglie infatti gli dice che avrebbe dovuto morire anche lui) e l’amicizia che prova per Caro, una adolescente sua coetanea diversa come lui. La sparizione di una ragazza sembra indicare che nei boschi ci sia un psicopatico e i ragazzi sembrano trovarne traccia in una albergo abbandonato prossimo alla demolizione.
Ma come dicevo nulla è come sembra, e le sorprese non mancheranno (concentrate comunque nel finale, in cui tutto troverà una spiegazione razionale, e no, non ci sono tocchi soprannaturali). Perché come dice Jessica, un’ altra ospite della Waldklinik, sono tutti lupi travestiti da agnelli.
Wulf Dorn come sempre parla di temi a lui cari di cui non ha una conoscenza superficiale, come l’autismo, la sindrome del sopravvissuto, i sensi di colpa che si materializzano in incubi e allucinazioni, ed è interessante notare la sensibilità con cui Dorn si avvicina a questi temi, in punta di piedi, con rispetto, e in alcuni tratti anche con ironia.
L’autismo di Simon ci viene presentato per gradi, tramite la sua ossessione per le marche dei cibi con cui fa colazione, tramite la sua rabbia quando vengono spostati i mobili o viene cambiato il suo ordine, per lui fonte di stabilità. La sua interazione (o mancanza di interazione) con gli altri denota la grande solitudine in cui vive, e quanto la fantasia prende il sopravvento nella sua vita e minando il suo già fragile equilibrio.
Gli aspetti horror sono solo accennati, ma in effetti le allucinazioni di Simon sono davvero inquietanti, e la paura di addormentarsi può essere un effetto collaterale per alcuni giorni dopo la lettura. Lettore avvisato.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato con grande successo «La psichiatra», che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, «Il superstite», «Follia profonda», «Il mio cuore cattivo» e «Phobia».

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ombre lunghe, Festival letterario e non solo al Mufant di Torino, a cura di Elena Romanello

26 maggio 2016

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Il 28 e il 29 maggio il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza, di Torino in via Reiss Romoli 49bis, festeggia la nascita dell’associazione Club via Diodati con una serie di eventi in cui la narrativa, disegnata e non, ha un ruolo predominante.
La Festa delle Ombre Lunghe, che nasce anche per ricordare i duecento anni del fantastico moderno da quell’incontro a Villa Diodati appunto da cui nacquero Il vampiro di Polidori e Frankenstein di Mary Shelley.
Si parte sabato 28, al Blah Blah di via Po 21, dove si parlerà di fumetto e cinema, a partire dalle 16. Fino alle 19 saranno di scena sceneggiatori e disegnatori di celebri fumetti Bonelli e non come Dylan Dog, Paranoyd Boyd, Brandon, Morgan Lost, Tex, Cassidy, HellNoir, Mani Nude, John Doe, Dyd, Saturno contro la Terra, Pimpa, La Linea. Sono annunciati i nomi di Andrea Cavaletto, Claudio Chiaverotti, Giancarlo Marzano e Pasquale Ruju e i disegnatori Studio Arancia Crew, Paolo Armitano, Emanuele Baccinelli Davide Furnò Mauro Gariglio Renato Riccio.
A seguire dalle 19 alle 21 aperitivo con dj set e dalle 21 alle 23 cinema con animazione e videomaking indipendente e poi ancora musica dal vivo.
Domenica invece ci si trasferisce al Mufant in via Reiss Romoli 49 bis, con la presentazione del progetto Io alieno legata alla mostra Pulp, che raccoglie riviste letterarie angloamericane dagli anni Venti agli anni Sessanta, in cui debuttarono autori e autrici di fantascienza, fantasy, horror.
Dalle 15 e 45 in poi, spazio a vari autori e autrici del fantastico, con la presenza di Danilo Arona Cristiana Astori Anna Berra Massimo Citi e Silvia Treves Alessandro Defilippi Davide Mana Sara Marconi Tommaso Percivale Scrittore Claudia Salvatori e Massimo Soumaré, che guideranno gli ospiti in visita per il museo.
La giornata sarà completata dall’inaugurazione della mostra L’altra faccia della Barbie, a cura di Carla Visconti, con oltre duecento versioni gotiche, fantasy e fantascientifiche della celebre bambola e dalle 19 in poi dalla proiezioni di estratti dei film di Jesus Franco.

:: Le regole del fuoco, Elisabetta Rasy (Rizzoli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 maggio 2016
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Primavera 1917. L’Italia è già da due anni che è entrata in guerra quando Maria Rosa Radice, ragazza napoletana di vent’anni e di buona famiglia, decide di lasciare gli agi della casa in cui vive con la madre vedova. La decisione viene presa perché non sopporta più l’atteggiamento assillante, egocentrico e menefreghista della madre, il cui unico pensiero è far maritare la figlia per potersene liberare. Maria Rosa decide così di chiedere aiuto allo zio, unico uomo rimasto della famiglia e per questo motivo nessuno può dirgli di no. Lo zio convince la madre di Maria Rosa di lasciare libera la figlia, ma per una ragazza nubile che vuole uscire di casa a quei tempi l’unica destinazione è il fronte, così si arruola come infermiera volontaria.
Arrivata nel piccolo ospedale da campo del Carso incontra Eugenia Alferro. Una ragazza brusca che all’inizio le sta molto antipatica, ma con il tempo il loro rapporto cambia. Eugenia infatti è l’unica che l’aiuta a orientarsi nelle corsie, le insegna come darsi coraggi nei momenti più oscuri e come superare le lunghe giornate piene di corpi maciullati e sangue.
La loro amicizia diventa sempre più forte, a tal punto che entrambe si accorgono che il loro sentimento va oltre all’amicizia, e così di nascosto di notte, chiuse nella stanza che condividono, sottovoce, per paura che qualcuno possa sentirle, si confessano reciprocamente il loro amore.
Inizia così un rapporto forte e complicato, un’unione che non sapranno se riusciranno a far continuare, una lotta dentro a una lotta.
Un romanzo audace, scritto come se fosse una lettera aperta che la protagonista scrive alla sua amata, con uno stile leggero come potrebbe essere quello di una persona innamorata che vuole aprire il suo cuore e confidare tutti i suoi segreti.
La Rasy riesce in un romanzo nemmeno troppo lungo a racchiudere due temi di grandissima importanza: la guerra e l’omosessualità. Specialmente il secondo argomento viene trattato sotto tutti i suoi aspetti, ovvero come un sentimento profondo e reale, puro e nello stesso tempo impetuoso, sempre però raccontato sottovoce, per trasmettere al lettore il senso di tabù causato dai tempi in cui è ambientato, ma che a ben guardare vige tutt’oggi.
Un romanzo fantastico che fa capire l’ipocrisia della gente e come invece può essere innocente l’animo umano.

Elisabetta Rasy nasce a Roma nel 1947. Trasferitasi a Napoli ancora adolescente, tornerà nella capitale in età adulta.
Nel 1974, dopo la laurea in Storia dell’Arte, fonda la casa editrice Edizioni delle donne, e inizia a collaborare con Rai e Radio 3.
Attualmente corrisponde per il supplemento domenicale del Sole 24 Ore.
Madre del poeta Carlo Carabba, ha al suo carico molti romanzi sia storici generici che storici femminili.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: disponibilità immediata un solo pezzo.

:: A kind gift to our readers from Stephen Gregory

25 maggio 2016

the-cormorantEccezionalmente pubblichiamo la versione integrale del testo che lo scrittore Stephen Gregory ha scritto per Liberi di scrivere. Lo pubblichiamo in lingua originale per i lettori che leggono anche in inglese.

First of all, I’m really happy to be published in Italian, at last, and thank you for asking me your questions for your website.
Briefly, I’m an English novelist with seven books published.  I quit school-teaching in the 1980s (after working in various schools in England and Wales, in Algeria and Sudan) and I moved into a tiny cottage high in the mountains of Snowdonia, in north Wales.
My first three books (which some people have called my Snowdonia trilogy) were all written in Wales, and their setting and subject matter reflect the wild natural countryside, the mountains and the forests and the beaches I loved so much.
THE CORMORANT won the Somerset Maugham Award and was well received on both sides of the Atlantic, and then it was made into a gem of a film for BBC Wales, starring Ralph Fiennes.  THE WOODWITCH and THE BLOOD OF ANGELS followed, continuing the theme of a man coming to terms with his own flaws and weaknesses against a background of a bleak wintry landscape.
A few years later, I had a surprise phone call from Hollywood and was summoned out there to write a story and screenplay with the formidable and notorious director William Friedkin, at Paramount Studios.  It was a challenging and thrilling experience, and a steep learning curve for me.  The screenplay was completed, after a year of painstaking re-writing, but the project went into ‘development hell’ as they call it in Hollywood, and the film was never made.  However, only a few months ago the script has been picked up by a film maker in Bolivia, who is trying to finance the project with producers in Germany and Hollywood.
Yes, it’s taken over 30 years for an Italian publisher to show any interest in THE CORMORANT.  The book has already been into several editions in USA and has been translated into German and Polish.  Yes, frankly I’ve been puzzled by the lack of interest from other publishers in Europe, especially as the book attracted such a lot of attention from reviewers and as a film.
The plot?  I’ve been fascinated by birds and the countryside since I was a small boy, so when I moved to Wales in the 1980s I already a strong idea for the theme and action of a first novel.  The dual nature of the cormorant would be the perfect foil for a story about a young man coming from suburbia to the wet wintry mountains of Snowdonia … I’ve watched cormorants since I was child, wondering about the marvellous contrast of their dark, sinister outlines as they dry their wings in the wind and the sleek and silvery action of their diving and hunting underwater.
As a boy, I read TARKA THE OTTER by Henry Williamson, and then THE GOSHAWK by TH White (as well as his classic ONCE AND FUTURE KING), and I lost myself in a world of deep dark nature, a world of wild animals and birds.  These early influences are key to all of my books, including my more recent novels about man’s relationship with nature – THE WAKING THAT KILLS, then WAKENING THE CROW and PLAGUE OF GULLS.
Talking of gulls, yes I’m sure I was influenced by Daphne du Maurier’s book and Hitchcock’s film of THE BIRDS.  Furthermore, my most recent book PLAGUE OF GULLS takes the gulls as its central theme, set inside and around the 13th castle of Caernarfon in north Wales.  For a few summers I earned my pocket money as a tour guide in Caernarfon Castle (I must have been around the building more than a thousand times with tourists from all over the world) and my wife and I had a little house within the medieval walls of the town.  It was an inevitable progression for me to choose the place and the yelling, bullying flocks of gulls as subject matter for a novel.  And yes, PLAGUE OF GULLS would translate beautifully into Italian … it’s dark and funny and rude, great fun!
Yes, of course I’m interested in the link between books and film.  And I’m sure, like most book lovers, I nearly always prefer the book to the film, when I’ve seen a movie version of something I’ve enjoyed reading.  Of my other books, I think THE WOODWITCH would work wonderfully on a big screen … my rudest and most disturbing and challenging book, its impact would be intensely powerful.
These days I’m still teaching, nearly fifteen years as an English and French teacher out here in Brunei Darussalam, in faraway Borneo.  My students are local teenage girls, very funny and chatty and mischievous, a joy to be with – they keep me young in spirit!  But this December my wife Chris and I are returning to Europe and our lovely old house in Charente, France, an 18th century fortified farmhouse needing a lot of work …
Right now, the demands of school-teaching and planning our exit from Brunei are keeping me from a new writing project, although I have plans for a new novel which I will start once we are re-settled in France.  However, at the moment I have two screenplays in early development with different companies, and a crazy idea for a musical buzzing inside my head …

:: Un’ intervista con Stephen Gregory

25 maggio 2016

CORMORANO_Layout 1Benvenuto Stephen sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Presentati ai lettori italiani, parlaci di te. È vero che hai lavorato come sceneggiatore con William Friedkin?

Sono innanzitutto felicissimo di essere stato finalmente pubblicato in Italia e ti ringrazio per l’intervista.
In breve, sono uno scrittore inglese con sette libri all’attivo. Ho abbandonato l’insegnamento negli anni Ottanta (dopo aver lavorato in diverse scuole in Inghilterra e nel Galles, in Algeria e in Sudan) per andare a vivere in un minuscolo cottage sui monti della Snowdonia, nel Galles meridionale.
I primi tre libri (che alcuni hanno definito “trilogia di Snowdonia”) li ho scritti in Galles, e sia l’ambientazione che il tema trattato riflettono la campagna selvaggia, le montagne, le foreste e le spiagge che ho amato.
Il cormorano ha vinto il Somerset Maugham Award ed è stato ben accolto sia in Europa che negli Stati Uniti. La BBC Wales ne ha poi tratto un film, una perla il cui protagonista è interpretato da Ralph Fiennes.
The Woodwich e The Blood of Angels, i due romanzi successivi, riprendono il tema dell’uomo costretto a fare i conti con i propri difetti e le proprie debolezze sullo sfondo di un tetro paesaggio invernale.
Qualche anno dopo ho ricevuto un’inattesa telefonata da Hollywood e sono stato chiamato all’estero per scrivere una sceneggiatura con il grande William Friedkin, agli Studios della Paramount. È stata un’esperienza impegnativa, emozionante e assai costruttiva. Portata a termine la sceneggiatura, dopo un anno di scrupolose riscritture, il progetto è finito nell’“inferno dello sviluppo”, come lo chiamano a Hollywood, e il film non è mai stato girato. Tuttavia proprio qualche mese fa la sceneggiatura è stata ripescata da un cineasta boliviano che sta cercando di finanziare il progetto insieme ad alcuni produttori in Germania e a Hollywood.

Il cormorano, (The Cormorant, 1986) con colpevole ritardo (parliamo di 30 anni), è stato pubblicato in Italia. È il tuo primo romanzo che giunge da noi. Come ti spieghi questa anomalia?

Sì, ci sono voluti 30 anni perché un editore italiano si mostrasse interessato al Cormorano. Il libro è già stato pubblicato in varie edizioni negli Stati Uniti e tradotto in tedesco e polacco. Mi lasciava francamente perplesso la mancanza di interesse degli altri editori europei, considerati il film e la notevole attenzione mostrata dalla critica.

Ho letto Il cormorano e devo dire che è un breve romanzo davvero singolare, non un horror in senso stretto, sebbene le atmosfere claustrofobiche siano piuttosto inquietanti. Come hai costruito la storia?

La trama? La campagna e gli uccelli mi affascinano sin da bambino, per cui quando mi sono trasferito in Galles negli anni Ottanta avevo già un’idea precisa per il soggetto e l’intreccio di un primo romanzo. La duplice natura del cormorano era perfetta per la storia di un giovanotto di periferia trasferitosi sulle umide e gelide montagne della Snowdonia… I cormorani li osservavo da sempre e riflettevo sul meraviglioso contrasto tra il profilo scuro e minaccioso delle loro ali che si asciugano al vento e le agili e argentee movenze durante le immersioni e la caccia subacquea.

Che letture ti hanno ispirato?

Da ragazzo ho letto Tarka la lontra di Henry Williamson e, più tardi, The Goshawk di T.H. White (oltre al classico e più noto Re in eterno) e mi sono smarrito nella natura più buia e profonda, un mondo fatto di animali selvatici e uccelli. Queste prime influenze sono state determinanti per tutti i miei libri, inclusi i romanzi più recenti che trattano del rapporto tra uomo e natura: The Waking That Kills e i successivi Wakening The Crow e Plague of Gulls.

La scena dei gabbiani che accorrono al richiamo del cormorano e ruotano sul cottage ricorda molto le atmosfere de Gli uccelli. È un omaggio a Hitchcock? Ci sono altri rimandi cinematografici?

Per quanto riguarda i gabbiani, di sicuro sono stato influenzato dal libro di Daphne du Maurier e dal film di Hitchcock, Gli uccelli. I gabbiani sono inoltre i protagonisti del mio ultimo romanzo, Plague of Gulls, ambientato sia nei dintorni che all’interno del castello di Caernarfon del XIII secolo, nel Galles settentrionale. Per qualche estate ho guadagnato un po’ di spiccioli facendo la guida al castello di Caernarforn (lo avrò visitato più di cento volte in compagnia di turisti di tutto il mondo) e io e mia moglie possedevamo una casetta all’interno delle mura medioevali della città. È stato praticamente inevitabile scegliere quel luogo e gli stormi urlanti e prepotenti di gabbiani come soggetto principale di un romanzo.

Sicuramente tu sei tra le persone più indicate a parlarne. Cosa ne pensi del legame tra letteratura e cinema?

Ovviamente mi interessa molto il rapporto tra libri e cinema. E, come la maggior parte degli amanti della lettura, dopo aver visto la versione cinematografica di un libro che mi era piaciuto ho preferito quasi sempre il libro al film. Credo che, tra tutti i miei libri, The Woodwich sia perfetto per il grande schermo… è il mio romanzo più forte, inquietante e impegnativo; l’effetto potrebbe essere scioccante.

Di cosa ti occupi al momento?

Faccio ancora l’insegnante. Da quasi quindici anni insegno inglese e francese nel Brunei Darussalam, nel lontano Borneo. Le mie allieve sono ragazzine del posto, divertenti, chiacchierone e birichine; è una gioia stare con loro, mi fanno restare giovane dentro! Ma il prossimo dicembre io e mia moglie Chris torneremo in Europa nella nostra cara vecchia casa nella Charente, in Francia, e si sa che le fattorie fortificate del XVIII secolo richiedono molto lavoro…

Anche gli altri tuoi romanzi saranno pubblicati in Italia?

Plague of Gulls sarebbe meraviglioso tradotto in italiano… è misterioso, bizzarro, forte, sarebbe divertente!

Infine, per concludere, l’ultima domanda: ora cosa stai scrivendo?

Al momento l’insegnamento e l’organizzazione del rientro in Europa mi impediscono di dedicarmi a un futuro progetto di scrittura, anche se ho in mente un nuovo romanzo che inizierò quando ci saremo sistemati in Francia. Ad ogni modo sto lavorando all’abbozzo di due sceneggiature con due compagnie diverse, e ho la folle idea di un musical che mi ronza in testa…

[Traduzione a cura di Daniela e Monica Pezzella]