:: Un’ intervista con Federico Inverni

29 marzo 2017

resBentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Nella prima abbiamo parlato di molte cose (lascio il link a chi volesse leggerla) cercherò di non rifarti le stesse domande, concentrandomi soprattutto sul tuo nuovo libro appena uscito “Il respiro del fuoco”. Ma prima tracciaci un bilancio della tua carriera finora. Sei soddisfatto? Hai avuto difficoltà a mantenere segreto il tuo pseudonimo? Che accoglienza hai avuto da critica e lettori?

Grazie a te! Sì, sono contento di come sono andate le cose finora, soprattutto perché molti lettori mi contattano sui social media dimostrando apprezzamento per i romanzi. Ci sono state un paio di occasioni in cui l’anonimato è stato, diciamo, ‘a rischio’, ma per fortuna non molti sembrano interessati a scoprire chi io sia, preferiscono concentrarsi sui personaggi… Ed è giusto così!

In Il respiro del fuoco tornano i personaggi de Il prigioniero della notte, la profiler Anna Wayne e il detective Lucas, sempre Haven, cittadina fittizia come sfondo. Hai in programma di scrivere una serie di thriller con questi personaggi? La stai pianificando, o scrivi di getto, senza uno schema preciso?

Avevo in mente sin dall’inizio un arco narrativo preciso per ciascuno dei protagonisti, Lucas in particolare, e ho sempre pensato che si sarebbe concluso con una trilogia. Ma a parte lo sviluppo della linea orizzontale, i singoli casi che di volta in volta Lucas e Anna devono affrontare sono diversi e sono una sorpresa anche per me. Adesso sto ultimando le ricerche per il caso portante del terzo romanzo. Di solito schematizzo tutto, stendo una lunga scaletta capitolo per capitolo, la scrittura effettiva occupa le tre settimane di ferie estive… che poi sono l’unico momento in cui posso effettivamente scrivere!

Cosa ti ha ispirato a ascrivere questo romanzo. Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La prima scena. Probabilmente avevo letto qualcosa, o visto qualcosa in televisione, ma di fatto mi sono sognato la primissima scena del crimine, quella a Eden Crossing, una corona di teste a disegnare una sorta di sole morente…

Sei un autore molto americano nello stile e nelle tematiche, questa volta al centro del romanzo troviamo una setta, capeggiata dall’inquietante reverendo Tobias Manne. Come ti sei documentato per ricreare le dinamiche all’interno di queste comunità chiuse, che non di rado arrivano a gesti estremi ed eclatanti come i suicidi collettivi. In che modo i vari leader carismatici riescono a condizionare e manipolare i propri adepti, tanto non solo da riuscire a ottenere i loro beni, ma anche a sacrificare la vita?

Lo spunto iniziale per decidere di scrivere le storie di Anna e Lucas è nato proprio dalla mia ossessione per la mente e la memoria, perché sono la nostra più solida certezza eppure sono anche fragilissime… Ed è sorprendentemente facile manipolare entrambe. Mi sono documentato molto sulle sette e i culti di cui parliamo, da Scientology (la più potente in esistenza) agli episodi più tragici, come il massacro di Jonestown, che indico anche nella nota in fondo al libro. Spesso questi leader fanno leva sulle nostre paure più recondite e utilizzano una strategia quasi militaresca per colonizzare i pensieri e i comportamenti degli adepti. La logica è quella del ‘noi contro tutti’, che, a ben pensarci, è rassicurante per chi ci ‘casca’. Rinunciare a un pensiero critico e autocritico è consolatorio se in qualche modo si è convinti di stare dalla parte giusta, e che conseguentemente il mondo sia ostile e da tenere al largo. Ravviso dinamiche simili anche in certi movimenti populisti, che si servono di tecniche più sottili di brainwashing (per esempio, diffondendo sulla rete le cosiddette ‘bufale’) rinforzando l’idea che il mondo, il ‘sistema’, sia pericoloso e menzognero e che quindi, per converso e per pura specularità acritica, chi sta dall’altra parte sta nel giusto.

All’inizio del romanzo Anna e Lucas si trovano davanti proprio i corpi di questi adepti nella pagoda di Eden Crossing. Prima che il fuoco avvolga tutto. Ma uno si è salvato, ha lasciato il suo posto, finto di partecipare alla cerimonia. Cosa puoi dirci di questo incipit?

Come accennavo prima, è la scena che ho sognato… E ripensandoci da sveglio mi sono reso conto che qualcosa non tornava, e che l’indagine di Anna e Lucas sarebbe dovuta partire proprio da lì.

Come sono cresciuti i personaggi di Anna e Lucas. Come hai determinato la loro evoluzione? Lucas è molto protettivo nei confronti di Anna, si sta creando tra i due un legame molto profondo, pensi di approfondirlo ulteriormente?

Al di là degli specifici casi criminali da affrontare, è proprio il rapporto tra Lucas e Anna che mi affascina di più, hai colto davvero nel segno. Il loro legame è sempre più profondo ma esiste un confine che ancora non riescono a valicare, e questo perché certi limiti si superano a una sola condizione: la fiducia reciproca. Ma il punto è proprio questo: possono davvero fidarsi l’uno dell’altro? E soprattutto, possono fidarsi di loro stessi? Certo che approfondirò questo rapporto, mi diverte moltissimo.

Parlaci del rapporto tra Anna e il “mostro”. Inaspettatamente va in carcere e gli chiede aiuto. Come hai costruito questa scena, forse la più drammatica (a livello di tensione emotiva) del libro.

Il ‘mostro’ è un vecchio fantasma, che appartiene al passato di Anna, a uno dei suoi vecchi casi. Forse quello che l’ha segnata di più. Io sono della convinzione che sia relativamente più facile creare dei personaggi positivi, mentre per costruire la ‘malvagità’ si fa molta più fatica… Per questo alla fine da scrittori ci si affeziona molto di più ai ‘cattivi’. E in quella fase della narrazione, avevo bisogno di qualcosa che destabilizzasse Anna, che la proiettasse dentro un incubo ancora peggiore di quello che stava vivendo. Ma a ben vedere, riemerge la mia solita passione per gli abissi della mente: un mostro in prigione, in isolamento, che chances ha di obbedire alla propria natura se non quella di sfruttare al massimo le potenzialità della mente? Si tratta di un manipolatore, capace di usare le parole e i pensieri come un’arma. E di ferire con poche sillabe.

Tornerei sul tema della fiducia. Per costruire anche solo un rapporto di amicizia è fondamentale. I personaggi trovano quasi più facile fidarsi l’uno dell’altra che di se stessi. Lavorerai su questo tema anche nel terzo libro?

Hai centrato perfettamente il punto: ho sin da subito immaginato che il percorso di avvicinamento tra Lucas e Anna fosse centrale nell’evoluzione dei personaggi e conseguentemente dei romanzi. Ma tutto si incentra sulla fiducia, come dici tu: quando si perde la fiducia in se stessi, e soprattutto si teme di perdere il controllo della propria razionalità o delle proprie emozioni, la soluzione apparentemente più facile è cercare un appoggio in altre persone. Ma è davvero la scelta migliore? La più saggia? La più… sana?

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sorprendentemente, non è nessuna delle scene di detection o d’azione, benché mi diverta tantissimo a scriverle. Mi emozionano molto, invece, le scene in cui sono da soli Anna e Lucas, ce ne sono un paio nel romanzo (una al centro e una alla fine) di cui sono particolarmente soddisfatto.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Tantissime, sarebbe un elenco troppo lungo. Ma mi ha ispirato soprattutto il lavoro di documentazione e ricerca, le ore trascorse ad ascoltare le registrazioni dell’ultima assemblea di Jonestown o a visionare i messaggi d’addio dei membri di Heaven’s Gate, è tutto disponibile on line ed è… agghiacciante.

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Progetti cinematografici legati ai tuoi romanzi?

Non so se sia uno stile cinematografico – alcuni lettori mi dicono che apprezzano certi passaggi ‘poetici’ (!?!), altri invece li ritengono un appesantimento… Di certo, ho una concezione cinematografica della scrittura, questo sì. Gestisco ogni capitolo come una scena, e cerco di fare molta attenzione al punto di vista della telecamera, a cosa inquadra e cosa no.

Progetti di traduzione per l’estero?

A maggio uscirà la traduzione tedesca del Prigioniero della notte! Sono proprio curioso di vedere la reazione del pubblico tedesco…

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Moltissimi, ma sopra a tutti metterei Conan Doyle, Agatha Christie, Bret Easton Ellis, Stephen King. Ho adorato gli esordi di Ruta Sepetys, Donato Carrisi, Renee Knight, Fiona Barton, Wulf Dorn…

Progetti per il futuro?

Ho in mente una sorpresina per chi avrà voglia di leggerla, un racconto lungo ambientato temporalmente tra Il prigioniero della notte e Il respiro del fuoco. Lo sto ultimando in questi giorni!

:: Un’ intervista con Rodrigo Elgueta

28 marzo 2017
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Credit photo © Felipe Monardes Carlos Reyes Gonzales (sulla sinistra) e Rodrigo Elgueta

Con grande piacere abbiamo potuto intervistare gli autori de Gli Anni di Allende, vincitore dell’ edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Oggi è la volta di Rodrigo Elgueta. Abbiamo provveduto a mettere sia la versione originale che italiana, per tutti i nostri lettori di lingua spagnola. Siamo inoltre felici di confermare l’arrivo in Italia dei due autori, che saranno a Bologna alla Children’s Book Fair. In particolare ci sarà una presentazione del libro martedì 4 aprile alla libreria Modo Infoshop. Buona lettura!

Bienvenido Rodrigo y felicitaciones para haber ganado este premio y para tu trabajo.
Eres un diseñador de comics y un illustrator. Hablanos de tí y  de tu trabajo.

Primero que todo, agradezco el interés por conocer nuestro trabajo y por habernos permitido obtener el premio a todos los lectores, que sin duda es un tremendo apoyo desde la gente. Nos entusiasma este premio desde varios puntos de vista, pero rescato el interés y admiración por la figura del presidente Salvador Allende, por su legado político y por su visión de lo que necesitaba Chile y lo que podría ocurrir ante un golpe de estado. Golpe de estado que ya es indicado por algunos estudiosos como el inicio de esta nueva era Neoliberar extrema. También mis agradecimientos van hacia Paolo Primavera y Alice Rifelli y a todo el equipo de Edicola ediciones, quienes nos han traído a Italia, y han traducido nuestra obra para un público italiano sensible a los ideales de igualdad, fraternidad, justicia social y cultural. Ahora, pasando a algo que me incomoda que es hablar de mi, les puedo comentar que uno de mis intereses es la historia. Y no es casualidad que haya querido desarrollar varios libros con un marcado acento en la investigación histórica, pero especialmente en aquellas historias no aceptadas en los marcos oficiales. Chile y el mundo están llenos de historias no contadas, desconocidas, pero que reflejan muy bien nuestros procesos como sociedad. En este sentido, ser dibujante me ha permitido aglutinar la gran variedad de intereses que poseo sobre varios ámbitos de la cultura y el universo. El haber descubierto a temprana edad que el dibujo me gustaba mucho y especialmente el dibujo de historieta, se transformaron en una gran ventaja para mi ante la vida…ventajas cuyos códigos aprendí leyendo historieta y aprendiendo de los grandes dibujantes chilenos como Guido Vallejos, Themo Lobos o Santiago Peñailillo, o de los dibujantes internacionales como Jack Kirby, Guido Vallejos, John Buscema, Jim Aparo, John Byrne, Hugo Pratt, entre muchos otros. Por ejemplo, el dibujo me permitió desarrollar uno de mis intereses especiales,  las culturas indígenas de américa latina y especialmente sus mitos y religiones. Durante varios años estuve ilustrando personajes y mitos de américa, lo que me permitió explorar la maravillosa iconografía, sus diseños, personajes y narraciones. Incluso en este momento estamos terminando un nuevo libro, también guionizado por Carlos Reyes, de posible publicación en el segundo semestre de este año, que tratará sobre la exterminada etnia Selknam de Tierra del Fuego, que es un nuevo comic-documental, cuyo posible nombre es “Nosotros Los Selknam”, con el cual continuamos en esta línea de revisitar nuestra historia, siendo testimonio de la tremenda riqueza cultural que tenían esta culturas nómades en estado paleolítico y que vivieron en la Patagonia de nuestro país hasta hace no más de 100 años, donde el gobierno chileno amparo su exterminio y el de las otras etnias fueguinas que vivían en la Patagonia.

Benvenuto Rodrigo e congratulazioni per il Premio Liberi di Scrivere Award e per il tuo lavoro. Raccontaci un po’ del tuo lavoro di illustratore e autore di fumetti.

Prima di tutto desidero ringraziare i lettori per l’interesse nei confronti del nostro lavoro, mio e di Carlos [Carlos Reyes, sceneggiatore del fumetto “Gli anni di Allende”] e per averci permesso di ottenere questo premio, che è senza dubbio una grande dimostrazione di sostegno. L’aver ricevuto il premio ci rende entusiasti sotto diversi punti di vista, e in particolare per l’attenzione e l’ammirazione dimostrati nei confronti della figura del presidente Salvador Allende, della sua eredità politica e della sua visione di quelli che erano i bisogni del Cile e di quello che sarebbe potuto essere il nostro paese prima del Colpo di stato. Colpo di stato che viene già considerato da alcuni studiosi come l’inizio di questa era di neoliberalismo estremo.
Voglio ringraziare anche Paolo Primavera e Alice Rifelli e tutto il team di Edicola per averci portato in Italia, traducendo il nostro libro per un pubblico di lettori sensibili agli ideali di uguaglianza, fratellanza e giustizia sociale e culturale.
Passiamo adesso a quello che mi fa sentire più a disagio, ovvero  parlare di me. Uno dei miei interessi principali è la storia e non è un caso che abbia voluto dedicarmi a diversi libri con una spiccata componente di investigazione storica, con una preferenza particolare per quelle versioni dei fatti non ufficiali.
Il Cile e il mondo intero sono pieni di queste storie che non sono state ancora raccontate, storie tuttora poco conosciute ma che rispecchiano profondamente i processi della nostra società.
Da questo punto di vista, essere disegnatore mi ha permesso di unire la grande varietà di interessi che ho sempre avuto nei diversi ambiti della cultura. E l’aver scoperto da bambino che il disegno mi piaceva, specialmente il disegno a fumetti, si è trasformato in un grande vantaggio per affrontare la vita, grazie a tutto quello che ho imparato leggendo fumetti e scoprendo il lavoro dei più grandi disegnatori cileni come Guido Vallejos, Themo Lobos o Santiago Peñailillo, e internazionali come Jack Kirby, John Buscema, Jim Aparo, John Byrne, Hugo Pratt, tra tanti altri.
Ad esempio, il fumetto mi ha permesso di approfondire uno dei miei interessi più grandi, quello sulle culture indigene dell’America Latina, e specialmente i loro miti e le loro religioni. Per molti anni ho illustrato personaggi e miti delle culture indigene, il che mi ha permesso di esplorare la loro meravigliosa iconografia, i loro disegni, i loro personaggi e le loro narrazioni.
Proprio in questo momento insieme a Carlos stiamo ultimando un nuovo libro, che probabilmente verrà pubblicato in Cile nel secondo semestre di quest’anno, dedicato allo sterminio dell’etnia Selknam della Terra del Fuoco. Sarà un nuovo fumetto documentaristico, che probabilmente si chiamerà “Nosotros Los Selknam”, nel quale torneremo a rivisitare la nostra storia e a essere testimoni della profonda ricchezza culturale di queste culture nomadi che abitarono la Patagonia fino a non più di cento anni fa, e il cui sterminio fu appoggiato dal governo cileno, insieme a quello di molte altre etnie della stessa zona.

Cuales son tus estudios, como has empezado tu profession?

Soy profesor de Artes. Estudie en una universidad especializada en el área de pedagogía, y esta decisión, surgida de la reflexión que tuve  a los 16 años, fue por la idea de mantenerme cerca del dibujo. Pero creo que fue la mejor decisión. Al estudiar pedagogía en Artes, también significó aprender variadas disciplinas propia de las artes visuales, como cerámica, dibujo técnico, diseño, dibujo, pintura, historia del arte, estética, entre varios mas…disciplinas que eran complementadas con áreas de las ciencias pedagógicas, como curriculum, psicología infantil y juvenil…es decir una carrera profesional con una gama muy amplia de conocimientos, que me han ayudado mucho en mi trayectoria de ilustrador y dibujante de comic. Realicé clases durante varios años tanto a niños como a adultos, pero lo dejé completamente para dedicar mas tiempo al comic y la ilustración. Pero siempre que soy invitado a dar alguna charla o taller trato de participar con mucha felicidad.

Quali sono stati i tuoi studi e come hai iniziato la tua professione?

Sono professore d’arte. Ho studiato in una università specializzata nell’area pedagogica e questa decisione – presa a 16 anni – è nata proprio dal desiderio di rimanere vicino al mondo del disegno. Studiare pedagogia e arte mi ha permesso di imparare diverse discipline tipiche dell’arte visiva, come la ceramica, il disegno tecnico, la pittura, così come la storia dell’arte e l’estetica, e al tempo stesso dedicarmi a materie come scienze pedagogiche o psicologia infantile. Il risultato è un curriculum con una gamma molto ampia di conoscenze che mi hanno aiutato successivamente nel mio lavoro di illustratore e disegnatore di fumetti. Per molti anni ho insegnato a bambini e  adulti ma attualmente ho lasciato l’insegnamento per dedicarmi completamente al fumetto e all’illustrazione. Quando però mi capita di essere invitato a tenere conferenze o a fare laboratori accetto sempre con grande entusiasmo.

Como nació tu colaboraccion artística y profesional con Carlos Reyes?

Con Carlos ya nos conocemos muchos años, desde el año 2007 en que yo publicaba la revista “Platino”, junto a otro gran dibujante chileno llamado Juan Vasquez, donde explorabamos nuestros propios intereses, en un espacio de libertad gráfica y narrativa. Por medio de esta publicación Carlos conoció mi trabajo. Y justamente, el año 2011 Carlos estaba coordinando un proyecto editorial, donde iban adaptar a comic los cuentos de Heredia Detective ( de Ramón Diaz Eterovic). Sucedió que les faltaba un dibujante para trabajar en uno de estos cuentos y me invitaron a participar. Desde ese momento no he parado de tener proyectos, de los cuales algunos han sido escritos por Carlos. Afortunadamente con Carlos Reyes, logramos un método de trabajo, donde él se preocupa de entregarme, junto con el guión, una gran cantidad de material de referencia, facilitando mi trabajo. Existe una relación de confianza mutua, lo que es un privilegio al tener un socio con gran complementación.

Come è nata la tua collaborazione artistica e professionale con Carlos Reyes?

Con Carlo ci conosciamo da diversi anni, dal 2007 anno nel quale pubblicavo nella rivista “Platino”, insieme a un altro gran disegnatore cileno Juan Vasquez. Esploravamo i nostri interessi in uno spazio di libertà grafica e narrativa. Fu attraverso questa rivista che Carlos conobbe il mio lavoro. Nel 2011 stava coordinando un progetto per adattare a fumetti i racconti di Heredia Detective di Ramón Diaz Eterovic e stava cercando un disegnatore: mi invitò a partecipare. Da quel momento non ho mai smesso di avere nuovi progetti, alcuni sono stai scritti da Carlos. Abbiamo sviluppato un metodo di lavoro dove lui si preoccupa di consegnarmi, assieme alla sceneggiatura, una grande quantità di materiale di riferimento, facilitandomi il lavoro. Esiste una relazione di fiducia reciproca, considero un privilegio avere un socio così competente.

Trabajaste sea en Chile que en el extranjero? Hablanos de la situaccion actual en tu pai s para quien quiera entraprend er tu profesion. Hay algunos diseñadores de los cuales tendremos que estar pendientes?

Nunca he trabajado para el extranjero. Afortunadamente he podido trabajar de manera permanente para el mercado Chileno, con varias editoriales y proyectos culturales, pero ha sido el comic el medio que me ha abierto las posibilidades a nivel mundial de una manera insospechada. Por “Los Años de Allende” hemos tenido conversaciones con varias editoriales extranjeras interesadas en editar y traducirlo. Entre ellas EDICOLA ediciones, casa editorial italiana que ha confiado en nuestro trabajo y ha apostado en este libro.
Chile, debido a su situación geográfica y por su apertura económica al mundo en 25 años, con una economía neoliberal ( que aquí es inhumana), los ilustradores y dibujantes de chile, han tenido la posibilidad de vivenciar una gran cantidad de influencias, en una mixtura donde puedes encontrar en los festivales de comic e ilustración a dibujantes con influencia norteamericana, oriental, amerimanga, europeo, experimental etc, lo cual ha sido positivo, porque curiosamente ha sido la tierra fértil donde se a forjado una identidad, donde los artistas han buscado sus propio caminos. Incluso los artistas que trabajan para el mercado norteamericano, como Gabriel Rodríguez o Alan Robinson, se han destacado por lo novedoso de sus propuestas para un mercado tan marcado por Marvel o DC comic. Ante tu pregunta, me es muy difícil recomendar a algunos dibujantes para que los amigos italianos descubran….porque son muchosss…pero ante la consulta debo nombrar a algunos: pienso en Claudio Romo, un artista con formación académica en artes y grabado, pero que esta llevando a la ilustración a una dimensión onírica novedosa para estos tiempo. También les recomiendo la obra de Rodrigo López, un dibujo caricaturesco, que explora el desborde de la psique humana,…y por medio del comic¡¡¡ También los invito a conocer los lápices de Juan Vásquez, que por medio de una estética Punk, gráfica las dimensiones oscuras de la sociedad Chilena, al igual que Carlos Carvajal de una región de mi país que se llama Coquimbo, con una obra espesa y oscura que se adentra en el chile oscuro, que no deja indiferente al espectador. Chile tiene una gran tradición de comic, que sería muy larga de contar, pero que aprovecho de invitarlos a conocer y de nuestros grandes autores, les recomiendo conocer la obra de Themo Lobos con “Mampato” y en humor político la grandiosa obra de Hervi, seudónimo de Hernán Vidal.

Hai lavorato sia in Cile che all’estero? Parliamo della situazione attuale del tuo paese per chi desidera intraprendere la tua professione. Ci sono alcuni disegnatori che dovremmo seguire?

Non ho mai lavorato all’estero. Per fortuna ho potuto lavorare con continuità per il mercato cileno, con diverse case editrici e progetti culturali, ma è stato il fumetto che inaspettatamente mi ha dato molte possibilità a livello mondiale. Grazie a “Gli anni di Allende” abbiamo avuto molte conversazioni con case editrici straniere interessate a tradurlo e pubblicarlo. Tra di loro, Edicola, che ha avuto fiducia nel nostro lavoro e ha scommesso su questo libro.
Gli illustratori e i disegnatori cileni hanno avuto la possibilità di sperimentare una gran quantità di influenze, che si riflette in un mix evidente nei festival di fumetti e illustrazione dove ti può capitare di incontrare disegnatori con influenza nordamericana, orientale, amerimanga, europea, sperimentale ecc…, il che è molto positivo, dato che è stata la terra fertile dove si è formata un’identità, dove gli artisti hanno cercato le proprie strade. Anche artisti che lavorano per il mercato nordamericano, come Gabriel Rodríguez o Alan Robinson, si sono messi in luce con le loro proposte innovative in un mercato così dominato da Marvel o DC comic. Per questo, mi risulta molto difficile raccomandarti qualche disegnatore in particolare affinché i nostri amici italiani possano scoprirli (sarebbero moltissimi), ma per rispondere alla domanda, te ne nomino qualcuno: penso a Claudio Romo, un artista con una formazione accademica in arte e incisione, ma che sta portando la sua illustrazione in una dimensione onirica molto innovativa per questi tempi. Raccomando anche l’opera di Rodrigo López, un disegnatore di caricature, che esplora i labirinti della psiche umana e lo fa attraverso il fumetto!! Inoltre, invito a conoscere i tratti di Juan Vásquez, che attraverso un’estetica punk, rappresenta le dimensioni oscure della società cilena, allo stesso modo di Carlos Carvajal (della regione di Coquimbo), che con un’opera densa e cupa si addentra ne Cile oscuro che non lascia indifferente il lettore. Il Cile possiede una profonda tradizione del fumetto, che sarebbe molto lunga da raccontare, ma per un’infarinatura vi raccomando di conoscere il lavoro di Themo Lobos con “Mampato” e quello di Hervi, pseudonimo, di Hernán Vidal, caratterizzato da un gran umorismo politico.

La elecion de dibujar Gli anni di Allende en blanco y negro ha sido tuya? Tiene un significado preciso?

Si, propuse el estilo de la obra bajo la técnica de la tinta. Esto debido a que de mi experiencia personal y que coincide con la de varios chilenos, es acercarnos a la memoria de este período, suplantada por las películas y fotografías en blanco y negro realizado por los cineastas, fotógrafos y documentalistas…hemos heredado este período en “blanco y negro” que aún nos lleva a conectarnos con una sensación de angustia…que la dictadura de Pinochet se encargo de transmitir.
Aprovecho de comentar que este libro lo tomo como un homenaje a todos los artistas audiovisualistas y fotógrafos que salieron a la calle a registrar estos años vertiginosos, percibiendo ellos la trascendencia  histórica de lo que estaban atestiguando.
Ahora volviendo a tu pregunta, los lectores de Los Años de Allende, se darán cuanta que en la página 111, cambio la técnica de tinta por el lápiz grafito. Y esto lo hice en el momento en que comenzábamos a narrar el golpe del 11 de septiembre de 1973, donde la técnica se supeditaba a mi necesidad expresiva. Yo soy fans del lápiz grafito y creo que era la técnica que permitiría experimentar y transmitir fuerzas expresivas instantáneas necesarias para narrar gráficamente momentos tan dramáticos como este nefasto golpe militar, que cambio a Chile y el mundo por completo. Quise dar un “golpe” en la técnica en el momento del “golpe”, pasando de tintas, que requieren un mayor control y método en su aplicación, a el lápiz grafito, mas instantáneo y rápido..…experimento que nuestro editor en Chile Rafael López y el mismo Carlos Reyes, apoyaron absolutamente.

La scelta di disegnare Gli anni di Allende in bianco e nero è stata tua? Ha un significato preciso?

Sì, ho proposto che l’opera venisse realizzata con la tecnica dell’inchiostro in bianco e nero, visto che la mia esperienza personale, che coincide con quella di molti cileni, è stata quella di avvicinarmi alla memoria di questo periodo attraverso i film, i documentari e le fotografie in bianco e nero … abbiamo tutti ereditato questo periodo in “bianco e nero” che ci porta ancora a connetterci con la sensazione d’angustia che la dittatura di Pinochet ha diffuso nel paese.
Considero questo libro un omaggio a tutti gli artisti e a tutti i fotografi che sono scesi in strada per tenere traccia di quegli anni vertiginosi, percependo l’importanza storica di quello di sono stati testimoni.
Tornando alla tua domanda, i lettori de “Gli anni di Allende” si renderanno forse conto che a partire da pagina 111 ho cambiato la tecnica della tinta con quella della matita a grafite. Il cambio coincide con il momento in cui si inizia a narrare il colpo di stato dell’11 settembre 1973 e qui la tecnica si sostituisce alla mia necessità espressiva. Sono un fan della matita a grafite e credo che sia la strada più adatta per sperimentare e trasmettere forze espressive immediate, necessarie per narrare graficamente momenti così drammatici come il colpo di stato che ha cambiato completamente il Cile e il mondo stesso. Ho voluto dare un “golpe” alla tecnica proprio nel momento del colpo di stato, passando dalla tinta, che richiede maggiore controllo e maggior metodo nell’applicazione, alla grafite, più immediata e rapida… esperimento appoggiato sia da Rafael Lopez, il nostro editore cileno, che da Carlos Reyes.

Cual fue la parte más dificil en el proceso de dibujar las tablas de esta graphic novel?

Desde el punto vista gráfico los desafíos fueron muchos. Por un lado realizar una gran variedad de retratos de personajes históricos que debían ser reconocidos y que en algunos casos debía dibujar dándole expresiones faciales de las cuales no existían registro. También las locaciones de esta historia, significaba para mí abastecerme de una buena cantidad de fotografías de aquellos años y buscar sectores de la ciudad que mantuvieran su misma arquitectura. Por otro lado, un período histórico como este, significaba dibujar muchas páginas con multitudes. Todo dibujante sabe que dibujar multitudes es un esfuerzo titánico que pone a prueba la constancia y paciencia. En este sentido, el trabajar con aguadas de tinta china me permitió solucionar con pinceladas gran cantidad de espacios con personas, pancartas y banderas. Finalmente mencionaría como otro de los tantos desafíos, el plasmar en un dibujo, situaciones históricas fundamentales que nunca antes se habían representado. Por ejemplo, un momento de ira de Allende cuando arroja su teléfono, o cuando disparaba desde el balcón de una oficina de la Moneda en el momento del Golpe mismo. Me siento privilegiado de ser parte de esta obra que explora estos hechos conocidos a nivel mundial. Además me siento conectado emocionalmente con esta época. En algunas páginas retrato momentos que mi propia familia me contó o elementos que vi cuando niño. Consulté publicaciones de grandes fotógrafos como Koen-Wessing y Marcelo Montecinos, y el conocido documental “La Batalla de Chile” de Patricio Guzmán. Finalmente creo que hemos tocado una fibra del inconsciente colectivo de nuestro país, porque hemos observado la emoción de muchas personas al hojear este libro, aflorando emociones y recuerdos. Además en esta obra Allende es uno de los personajes principales, pero al mismo tiempo lo es también el pueblo.

Quale è stata la parte più difficile nel disegnare le tavole del fumetto “Gli anni di Allende”?

Dal punto di vista grafico le sfide sono state diverse. Da un lato realizzare una grande varietà di ritratti di personaggi storici che dovevano essere riconoscibili e che in alcuni casi dovevo disegnare dando loro espressioni facciali di cui non esisteva nessuna traccia o registro. Per quello che riguarda i luoghi mi sono procurato molte fotografie dell’epoca, cercando settori della città che avevano mantenuto la stessa architettura.
Dall’altro lato affrontare un periodo storico come questo ha significato disegnare molte scene di massa. Ogni illustratore sa che disegnare scene di massa è uno sforzo titanico che mette a dura prova costanza e pazienza. Da questo punto di vista l’aver lavorato con annacquando la tinta mi ha permesso di risolvere con pennellate ampi spazi con persone, striscioni e bandiere.
Un’altra sfida è stata sicuramente quella di aver rappresentato situazioni storiche fondamentali che non erano mai state disegnate prima. Per esempio, un momento di ira in cui Allende lancia il telefono oppure mentre spara da un balcone della Moneda durante il golpe.
La verità è che mi sento privilegiato a essere parte di questa opera che narra eventi conosciuti a livello mondiale. Mi sento molto legato a questa epoca dal punto di vista emotivo. In alcune pagine del fumetto ritraggo momenti che mi sono stati raccontati dalla mia famiglia o elementi che ricordo dalla mia stessa infanzia.
Naturalmente ho fatto riferimento al lavoro di grandi fotografi, come Koen-Wessing y Marcelo Montecinos, e al famoso documentario “La Batalla de Chile” di Patricio Guzmán.
Credo che con questo libro abbiamo toccato uno nervo scoperto dell’immaginario collettivo del nostro paese e ce ne siamo resi conto osservando le reazioni delle persone mentre leggevano e sfogliavano le pagine del fumetto, mentre i loro ricordi e le loro emozioni tornavano a galla. Perché se è vero che Allende è il personaggio principale del libro, al tempo stesso anche il popolo lo è.

Te agradecemos para tu disponibilidad, y ante de despedirnos me gustaria hacerte otra pregunta sobre tus compromisos laborales, y preguntarte si tienes en programa de venir a Italia en un futuro proximio?

Por supuesto¡¡¡ viajaremos con Carlos Reyes a la Feria del Libro de Bologna estos primeros días de Abril, asi que nos pueden ver por ahí y conversar con notros, e incluso participar de las actividades que EDICOLA nos a preparado para esta semana, entre colegios, bibliotecas, talleres etc. Y también estamos preparando una gira por varias ciudades de italia, presentando Gli Anni di Allende para el mes de Septiembre de este 2017, también organizadas por EDICOLA, donde nuestra intención es hablar de esta época de la historia de Chile el mismo 11 de septiembre, e incluso vivir el 18 y 19 de septiembre (días de las fiestas patrias en Chile) en italia. Así que ya saben que están todos invitados a estas actividades, y que se mantengan atentos a  los avisos de fecha y lugar por Edicola. Gracias por todo y a todos ustedes y nos vemos pronto en vuestro hermoso país.

Ti ringraziamo molto per la tua disponibilità e prima di salutarci ti chiedo se hai un programma di venire in Italia.

Ma certo!! Con Carlo Reyes stiamo per partecipare alla fiera Bologna Children’s Book Fair, magari ci si vede lì e possiamo scambiare due chiacchiere o partecipare alla presentazione de Gli anni di Allende nella libreria Modo Infoshop, (martedì 4 aprile alle 19,30). Inoltre Edicola ci ha preparato attività e corsi in scuole e biblioteche. Stiamo anche preparando un piccolo tour in diverse città italiane per il prossimo settembre, il nostro intento è essere in Italia proprio l’11 settembre, per parlare di questa epoca storica del Cile e trascorrere nel vostro paese le nostre feste nazionali (Fiestas Patrias). Così che già da adesso siete tutti invitati! Attenti quindi alla comunicazione di Edicola. Grazie per tutto e ci vediamo presto nel vostro bel paese.

[Traduzione a cura di Alice Rifelli]

Recensione di Gli anni di Allende: qui.

Intervista con Carlos Reyes González: qui.

:: Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Isabella Guanzini, (Ponte alle Grazie, 2017), a cura di Daniela Distefano

28 marzo 2017
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La tenerezza – con il suo corredo di affezioni tenaci, che sfidano i predatori e i prepotenti, i cinici e gli insensibili, i corrotti e i gaudenti a spese altrui – sta nell’ombra delle virtù civili e dei tempi forti della comunità.
E’ un integratore della vita privata, una tisana per il tempo libero.

Forse non siamo più capaci di appuntare nel nostro cuore la spilla degli affetti. Siamo presi da altro oramai, “quell’altro” che non vale oltre la vita ma che per molto tempo è la nostra ragione di vita: il successo, l’ambizione, il timore di cadere..
Il saggio “Tenerezza” di Isabella Guanzini è un regalo che dobbiamo fare alla nostra coscienza brutalizzata dalla noia della lotta quotidiana.
Siamo così stretti nell’armatura, nella corazza dell’indifferenza che non sappiamo più apprezzare le gioie della condivisione, della dolcezza, della compassione.
Ci stordiamo con il ritornello delle emozioni usa e getta. Non ci manca la leggerezza, ma l’appesantiamo con la superficialità.

Ci troviamo – almeno noi occidentali – in una costellazione sociale, culturale e tecnologica povera di tracce di una vita complessiva dello spirito: la nostra anima non ha più storia, non sa a che cosa affezionarsi.

Come recidere questa zizzania che cresce assieme al nostro grano buono?
Di chi è la colpa? Come si è arrivati a venerare l’alienazione e la distanza siderale tra un corpo e l’altro?
Un abbraccio è ancora il punto esclamativo dell’amore, dell’amicizia, della fraternità?

La rimozione sistematica della tenerezza reciproca dalla grammatica della vita crea un’insensibilità devastante per la qualità della convivenza:
in ogni civiltà, anche la più rispettabile e la più avanzata.

Contro l’immigrato, contro il profugo, contro l’omosessuale, contro la donna, poi contro noi stessi. Contro. E se fermentassero, fiorissero, sbocciassero come in primavera i sorrisi, le parole dette con gli occhi, il sentimento senza paura di rimanere sempre fregati?
Il rischio. Dobbiamo solo rischiare, agguantare la mappa dei nostri percorsi emotivi, e poi lasciarci andare, c’è Dio che supervisiona, ovunque.

Finché qualcuno ha il coraggio di invitare alla rivoluzione dell’amore e della tenerezza, abbiamo la possibilità di ricordare che è da lì che veniamo e lì siamo chiamati a dirigerci e a sostare.
Noi umani non abbiamo altro che questo per proteggerci dal freddo e dal buio che ci assalgono, in quei movimenti della coscienza che mettono in questione tutto.

Un saggio libro che ci conduce per mano alla lettura delle criticità della società di oggi. L’Occidente è in crisi ma ha ancora riserve visibili per sopravvivere alla notte dei pensieri mutilati.

Isabella Guanzini, nata a Cremona, è filosofa e teologa.
Ha insegnato Storia della filosofia e Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Dal 2016 è professore ordinario di Teologia fondamentale dell’Università di Graz.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Matteo dell’ufficio stampa “Ponte alle grazie”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Piccola Orsa, Jo Weaver, (Orecchio Acerbo, 2016), a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2017
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Piccola Orsa, tutta morbida e pelosa è la protagonista del libro Piccola Orsa di Joe Weaver, edito da Orecchio Acerbo. L’orsacchiotta non è sola, ma in compagnia di grande Orsa che vigila e protegge la piccoletta. Le due sono mamma e figlia e compiranno un viaggio attraverso le stagioni della natura. Dalla nascente primavera dove la vita si rigenera, alla calda estate nella quale è divertente cercare sfiziose bacche di cui cibarsi, fino all’autunno annunciato dalla partenza degli uccelli migratori per terre calde e lontane. Da ultimo arriva l’inverno con il suo gelido freddo e quelle tempeste improvvise che metteranno a dura prova la coppia protagonista. Mamma Orsa infatti metterà in campo tutta la sua esperienza e il suo fiuto per ritrovare la via verso la protettiva e calda tana. Il libro della Weaver, adatto per i bambini dai 4 anni in su, è una vero e proprio viaggio di formazione che ha per protagonista la piccola Orsa. Durante le camminate nei boschi e nella foresta, il piccolo mammifero, grazie all’aiuto della madre, non solo consocerà le stagioni, ma capirà quanto la vita sia fatta di momenti in cui si alternano gioie e dolori. Tutte prove che l’esistenza pone a chi vive e che servono a formare il carattere. L’autrice mette in campo in questo libro dei protagonisti animali, e non esseri umani, come a voler dimostrare che le situazioni dell’esistenza sono comuni e simili. Piccola Orsa e mamma Orsa, sono figlia e madre che accompagnano il lettore nelle pagine di Piccola Orsa e sono legate da un universale legame affettivo ed emotivo che le sostiene nell’avventuroso cammino della vita. Traduzione Carla Ghisalberti.

Jo Weaver si è diplomata in Children’s Book Illustration alla Cambridge School of Art, Oggi vive a Nord di Londra con con tredici pesci, alcune coccinelle e un compagno. Nel 2014 è stata finalista del prestigioso The AOI Illustration New Talent Awards, Piccola Orsa è il primo libro che ha scritto e illustrato.

Source: acquisto del recensore.

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:: Gruppo di lettura – Il libro di aprile

26 marzo 2017

Oggi sceglieremo insieme il libro da leggere per sabato 29 Aprile, che discuteremo qui sul blog.

L’orario è confermato dalle 18,00 alle 19,00. Poi chi vuole proseguire fin che gli impegni ce lo consentono.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito votando per i libri proposti. Quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Avviso che l’appuntamento di Maggio salterà, per fine maggio sarò all’estero.

Il libro scelto è: Il mio angelo ha le ali nere – Elliot Chaze, partecipate numerosi.

Appuntamento dunque al 29 Aprile!

:: Gruppo di lettura – Cuore di cane, Michail Bulgakov

25 marzo 2017

bulStoria di un bizzarro esperimento scientifico, che innesta su un cane randagio moscovita l’ipofisi di un uomo, il racconto denso di avventure ironiche e grottesche di un animale che scopre il mondo con la sensibilità di un essere umano. “Cuore di cane” fu scritto nel 1925, rimase inedito per decenni perché sequestrato dalla polizia segreta sovietica, venne ritrovato negli archivi del KGB dopo la morte dell’autore e finalmente pubblicato conquistò quindi l’apprezzamento dei lettori di tutto il mondo.

Michail Afanas’evic Bulgakov, nato a Kiev in Ucraina nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, si laurea in medicina nel 1916.
Subito dopo è mandato a Nikol’skoe, nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico. A questo periodo risalgono i racconti Appunti di un giovane medico, i cui manoscritti sono andati persi. Nel 1920 abbandona definitivamente la carriera medica. Ha ottenuto grande successo con il romanzo La guardia bianca del 1924, adattato per il teatro col titolo I giorni dei Turbiny. Dal 1929 al 1940 lavora alla sua opera più nota Il maestro e Margherita, pubblicata postuma nel 1967, e scrive alcune commedie, lavori di critica letteraria, romanzi oltre ad alcune traduzioni. Tuttavia la maggior parte delle sue opere è rimasta per molti decenni inedita.
Muore nel 1940, a soli 49 anni, ed è sepolto nel cimitero di Novodevicij a Mosca.

Dal sito ufficiale della casa editrice Voland

Appuntamento oggi, sabato 25 marzo, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.

:: Un’ intervista con Giusy De Nicolo

24 marzo 2017

swtGiusy, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. E’ vero che vivi a Londra in questo momento?

Grazie a te piuttosto. Sono pugliese, laureata in Lettere, ho un master in Mediazione familiare e ovviamente ho collezionato i lavori più diversi e improbabili: insegnante, operatrice di call centre, venditrice di pubblicità per una radio locale, educatrice in un centro diurno per minori in difficoltà, data processor… E sì, vivo in Inghilterra da quasi tre anni, in una cittadina a sud di Londra. Un posto a metà tra Paperopoli e Sleepy Hollow, ma molto, molto più freddo e buio.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Credo sia sempre stato lì, sin da piccolissima. Mi piaceva leggere e scrivere storie. Poi ovviamente costringevo genitori e sorella a leggerle. Per loro fortuna erano brevi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Aiuto. Quanti ne posso elencare? Michail Bulgakov, Stephen King, Italo Svevo, Laurell Hamilton, Edgar Allan Poe, Christopher Moore, Luigi Pirandello, Shirley Jackson. E mi fermo. Ma tra due minuti mi dispererò per aver tralasciato qualche nome fondamentale.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

È una storia un po’ complicata. SweetDreams, il mio primo romanzo autopubblicato, nacque anni fa come feuilleton sul quindicinale con cui collaboravo. Nonostante l’azzardo, l’esperimento stava riscuotendo successo, senonché la rivista morì a seguito del cambio di proprietà con successivo tentativo di golpe. Una faccenda interessante, che magari poi ti racconterò. Comunque, il giornale sparì dalle edicole mentre la storia era ancora a metà e io mi dedicai ad altri due romanzi. Ma, vuoi perché nel tempo diversi lettori continuavano a dimostrarmi il loro affetto minacciandomi di ritorsioni cruente se non avessi concluso la storia, vuoi perché mi sembrava davvero un peccato, ho finalmente vinto la mia gigantesca pigrizia, rieditato, concluso e pubblicato da indipendente. Perciò direi che è stato tutto molto casuale e dettato dalla voglia di non abbandonare i lettori e vedere cosa sarebbe successo.

Hai pubblicato Echi di sangue, Apocalypse kebab con lo pseudonimo di J. Tangerine e SweetDreams. Ce ne vuoi parlare?

Echi di sangue è la storia di un comunissimo studente universitario con la sindrome del criceto, fuorisede a Bari, che dopo una serata di bagordi alcolici si imbatte in un vampiro, e da allora la sua vita sarà stravolta tra mafiosi albanesi, carabinieri con poco senso dell’umorismo e segreti mostruosi che sarebbe meglio lasciare sepolti.
Apocalypse kebab è un racconto di guerra, di alieni e d’amore ambientato in una Praga sull’orlo del collasso. Qui l’eroina più scazzata del mondo, per fermare l’apocalisse, dovrà uccidere il capo degli invasori. Solo che questi non solo è un ragazzo gentile e adorabile, ma ha anche delle ragioni più che valide per fare ciò che fa.
SweetDreams torna ai vampiri con una storia più corale, i cui personaggi principali sono, da una parte, Ivan, vampiro, guerriero e stratega, uno tosto e pericoloso ma con un debole per il musetto della nuova recluta, il quale si scopre al centro di una macchinazione che vuole stritolarlo; dall’altra parte ci sono Cataldo e Manuel, due nerd sfigatissimi trascinati nel conflitto dallo sciagurato interesse per il mistero dei vampiri.

Parli di vampiri. Scrivi storie horror, con sfumature umoristiche. Da Twilight in poi c’è stata quasi una saturazione del genere, declinato in tutte le salse dal romance, al new adult, all’ horror di stampo stokeriano. In cosa si differenzia il tuo stile?

Cerco di essere realistica, per quanto possa sembrare un nonsenso in una storia di succhiasangue. Mi sforzo di creare un mondo credibile, in cui i personaggi abbiano comportamenti e motivazioni sensate e coerenti. E mi piacciono i contrasti generati dalla collisione di universi all’apparenza inconciliabili, come quello dei vampiri con la vita di un ragazzo qualunque, il cui ricordo più terrificante fino a quel momento è stato il compagno di classe bullo che lo buttava nel cassonetto. Da ciò nascono le situazioni più spaventose ma anche i momenti esilaranti.

Perché secondo te la figura del vampiro affascina e continua ad affascinare? Che archetipo rappresenta?

Può essere il mostro puro, senza intelletto, governato solo dalla sete. Ma anche una creatura complicata e contraddittoria, che ha maturato saggezza e conoscenza ma al prezzo del dolore che una esistenza abnormalmente lunga comporta, che possiede qualità fisiche inumane di forza e resistenza ma non può sfuggire alle proprie passioni umane. Questo è l’archetipo che mi piace esplorare.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La prima stesura, quando sono completamente ossessionata dalla storia e, se va davvero bene, me la vedo dipanarsi sotto gli occhi mentre scrivo. È uno stato di grazia.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Già fatto, ma tutto sotto pseudonimo perché la mia compagna di merende non vuole apparire col vero nome. E se mi lascio sfuggire qualcosa mi strangola, mi dispiace. Però mi sono divertita come una pazza.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Scrivo sempre nella stessa stanza, con musica rock, punk o metal ad alto volume, e mangio, soprattutto cibo spazzatura. Tiro a cioccolata bianca, patatine e gelato. Una tragedia.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Direi generalmente pacifico. Solo una volta mi sono trovata in mezzo a una rissa tra schieramenti diversi e a distanza di anni ancora non ho capito come ci sia finita. Ma finora i blogger che si sono occupati del mio lavoro mi hanno trattata bene. Con gli autoprodotti poi vedo che molto dipende dal genere. Alcuni blogger che si occupano di fantastico e horror parlano solo di romanzi pubblicati con Casa Editrice, altri solo di autoprodotti, alcuni non toccherebbero un libro italiano neanche con un bastone di due metri, altri il contrario. Chi non si pone tutte queste limitazioni mi pare siano le blogger che si occupano di romance. Mi sembrano più libere.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

Anni fa, mentre scrivevo il primo romanzo, sottoposi un racconto a un gruppo di lettura allora molto famoso. Si trattava di un lavoro a cui tenevo molto, che consideravo particolarmente riuscito. Dopo mesi di attesa ricevetti la risposta, una stroncatura completa. Fu una mazzata micidiale. Passai due giorni a piangere sui miei sogni infranti e su una bottiglia di primitivo di Manduria. E anche passata la sbornia non scrissi una riga per mesi. Quella volta ci sono andata davvero vicina. Poi un giorno ho deciso che, sì, va bene, chi se ne frega, a me piace troppo, e ho ripreso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Direi di sì. Si tratta sempre di cifre piccole, in rapporto al mercato italiano, ma una recensione positiva su un blog che gode della fiducia dei suoi lettori è importante.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Pure questa è difficile. Va ben, tre nomi totalmente diversi. Christian Frascella col suo Mia sorella è una foca monaca. Geniale, struggente ed esilarante, scritto benissimo. Claudio Vergnani, che con Il 18° vampiro ha inaugurato una serie di romanzi meravigliosa. Ha uno stile pulito, preciso e dissacrante, è un maestro. Tullio Avoledo. Il suo L’elenco telefonico di Atlantide è una spanna sopra i romanzi più acclamati degli ultimi venti anni.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Con incredibile ritardo, American gods di Neil Gaiman. È magnifico, ne sono innamorata.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Intanto grazie mille a te per il tempo che mi hai dedicato. E no, ancora non sto scrivendo. Sono ancora in fase di rimuginio furioso. Sto cercando di far combaciare i pezzi. Echi di sangue ha volutamente lasciato alcune domande in sospeso e alcuni dei lettori che lo hanno apprezzato mi chiedono da anni una seconda parte. Mi sembra giunto il momento di rispondere.

:: Il giardino dei musi eterni, Bruno Tognolini, (Salani, 2017) a cura di Micol Borzatta

23 marzo 2017
Giardino dei Musi Eterni

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Ginger è una gatta Main Coon a pelo semi lungo che si sveglia in un grande prato, che è il Giardino dei Musi Eterni, un cimitero per gli animali gestito da un Custode cattivissimo e menefreghista e dal suo cane Bestio, che pur non vedendo gli Animanimali, li sente e li percepisce.
Gli Animanimali, che fra di loro si chiamano Animan perché troppo lungo e complicato come termine quello completo, vivono in armonia, accogliendo i nuovi arrivati, tuffandosi nella pioggia e rincorrendosi tutto il giorno, per poi passare le nottate a cantare con le ranocchie che vivono nel fossato ai margini del cimitero.
Purtroppo però la loro vita viene stravolta. Infatti da qualche tempo alcuni loro fratelli spariscono nel nulla mentre il Custode continua a fare strane ricerche tra le tombe e i peluche che i bimbi umani portano con loro alla domenica, quando vanno a trovare le tombe dei loro piccoli amici, sembrano quasi prendere vita e diventare cattivi.
In questa atmosfera inquietante Ginger, insieme a Orson, Ted, Trilly e Mama Kurma, creerà un gruppo per indagare e risolvere ogni mistero, ma il tempo a loro disposizione però è poco, perché qualcuno vuole comprare il terreno del cimitero per smantellarlo e farci delle villette a schiera.
Un romanzo davvero particolare, raccontato tutto in terza persona ma dalla visuale di Ginger, con un linguaggio molto inventivo che si adatta perfettamente a degli animali.
Libro toccante che, specialmente per chi ha avuto o ha tuttora un animale, arriva fino all’animo e al cuore del lettore portandolo a partecipare ancora più attivamente alla storia.
Lo stile linguistico, come accennato, è perfetto, si addice ai singoli animali trasmettendo appieno al lettore il loro carattere e le loro peculiarità, anche se devo ammettere che il modo di parlare di Mama Kurma risulta spesso incomprensibile, distraendo un po’ dalla lettura e rallentando il ritmo.
Nel complesso un romanzo istruttivo e didattico che non si può non amare.

Bruno Tognolini nasce a Cagliari nel 1951. Negli anni ’80 ha passato quasi un decennio nel teatro, per poi passare, da quasi trent’anni, a scrivere per i bambini e i loro grandi.
Nel 2007 e nel 2011 è stato Premio Andersen e ha scritto poesie, romanzi e racconti e programmi televisivi come L’albero azzurro e la Melevisione.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

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:: Il cuore in libertà, Emily Dickinson (Salani, collana Poesie per giovani innamorati, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

22 marzo 2017

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IL CUORE IN LIBERTÀ

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Il cuore in libertà” è una raccolta di poesie di Emily Dickinson che prende il titolo da un verso del celebre componimento 384:

No rack can torture me- /my soul – at Liberty- (Per me non c’è tortura/ho il cuore in libertà)

e che si inserisce all’interno di una collana che ha come scopo quello di avvicinare un pubblico giovane alla poesia, genere letterario apprezzato con più difficoltà.
Sono a tutti note le qualità artistiche di Emily Dickinson, personalità alquanto fuori dall’ordinario che ha scelto per sé un destino discordante rispetto ai dettami della società, decidendo a soli ventitré anni di chiudersi al mondo e vivere in solitudine. Proprio la solitudine resta uno dei temi più ricorrenti nei versi di questa raccolta Salani; la poetessa scrive infatti nel componimento 405:

“it might be lonelier/without the Loneliness/ I’m so accustomed to my Faith (mi sentirei più sola/ senza la solitudine/al mio destino ho fatto l’abitudine”).

La sua penna evoca con delicatezza un amore che la scrittrice non sembra aver mai sperimentato davvero, un sentimento platonico che viene spesso descritto in metafora, attraverso allusioni senza veri contorni che, però, riescono a prendere forma nella mente del lettore, suggerendo atmosfere romantiche. Lo sguardo della Dickinson è fuori dagli schemi della società, così come lo è il suo rifiuto del matrimonio o di alternative religiose, e a volte sembra quello di un bambino: curioso, attento, mai banale. Emily guarda alla vita e alla natura in modo diverso dagli altri. Descrive le api, il vento, il sole e il mare come se fossero suoi conoscenti; incontra i germogli, le stelle, un grillo e un pettirosso e li fa giocare con le sue parole: tutto si fa scrittura e il creato diviene manifestazione viva e immortale di ciò che la poetessa prova. Oltre a solitudine, amore e natura, ampio spazio è riservato anche al desiderio di morte, alla quale Emily anela in modo ambiguo eppure semplice e naturale.

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Il suo poetare è una melodia, è il ritmo della natura riprodotto in lettera; la Dickinson spezza i versi facendo uso di un’interpunzione che esprime la necessità della scrittrice di veicolare il dramma e il sentimento della sua esistenza. La frammentazione del verso si lega indissolubilmente a quella dell’animo di Emily ma anche a quello di chi legge e rimane scosso dal suo terremoto sintattico, dal mistero non svelato della sua scrittura, dalla rivelazione del mondo, oscura e quasi iniziatica, che la Dickinson vuole trasmetterci ma allo stesso tempo tenere tutta per sé. Nicola Gardini, curatore di questa edizione, affronta con successo l’avventuroso compito di tradurre in italiano la poesia della Dickinson, rispettando le sue scelte stilistiche, il ritmo, le rime, la brevità e il linguaggio. Gardini si è preso cura di Emily, della fragilità e della forza della sua arte, in questa edizione che è un brillante tentativo di valorizzare i testi poetici agli occhi di ragazzi e ragazze, e non solo.
Traduzione di Nicola Gardini.

Emily Dickinson nata ad Amherst nel 1830 nel cuore dell’America puritana e muore nello stesso luogo nel 1886. Si definì “regina”, “zingara”, “strega”, “monaca ribelle” e trascorse quasi tutta la sua vita nella casa dei genitori, scegliendo di confinarsi nella sua stanza. Dopo la sua morte, la sorella Vinnie fece pubblicare le poesie di quest’autrice che è considerata una delle maggiori poetesse del suo secolo.

Nicola Gardini è traduttore e poeta.  Vive tra Oxford e Milano, insegna Letteratura italiana all’università di Oxford. Ha tradotto classici come Ovidio, Marco Aurelio, Catullo e versi di Woolf, Hughes, Auden e Simić. Di grande successo la sua ultima pubblicazione per Garzanti “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

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:: La ragazza del dipinto, Ellen Umansky (Newton compton, 2017) a cura di Laura M.

22 marzo 2017
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Esce domani un romanzo accolto molto positivamente dalla critica dal titolo La ragazza del dipinto (The Fortunate Ones, 2017), della scrittrice americana Ellen Umansky, tradotto da Adriana Cicalese, ed edito da Newton Compton.
La ragazza del dipinto narra la storia di Rose e Gerard, due giovani fratelli, che all’ inizio dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando a Vienna e in altri stati europei le famiglie mettevano in salvo i figli perché sapevano che le ombre della guerra sarebbero state fosche (anche se nessuno immaginava le proporzioni del genocidio che i nazisti avevano in mente), lasciano il loro paese.
Rose abbandona così gli eleganti genitori e l’appartamento al centro di Vienna dove è conservato un importante quadro di Soutine, artista ebreo già di chiara fama e si rifugia a Londra, accolta da una coppia di ebrei osservanti, mentre il fratello è accolto da un’ altra famiglia.
Lo strazio della separazione è grande anche se non così grande non essendo consapevole che non vedrà più Mutti e Papi che saranno deportati e moriranno a Auschwitz nell’ultimo inverno di guerra.
Rose si rimprovererà sempre di non aver fatto di più per loro, consapevole che se avessero raggiunto l’Inghilterra si sarebbero salvati. Poi sposa Thomas un ingegnere e trova un lavoro di insegnante in una scuola inglese di buon livello.
Ma il marito viene trasferito in America dove Rose incontra Lizzie una ragazza il cui padre era amico di Rose e aveva posseduto il Fattorino fino a che era stato rubato dalla sua casa assieme ad altri quadri. Poi il quadro tanto amato dalla madre di Rose ricompare. Quale è il mistero legato a questo prezioso dipinto? Ecco il mistero su cui ruota l’intera storia, anche se il mistero più difficile da sondare resta sempre quello intorno al cuore umano.
Tra le vicende orrende della guerra e la vita un po’ più calma nel nuovo continente la trama si dipana narrando una parte molto significativa della nostra storia. La ragazza del dipinto è se vogliamo l’affresco corale di un’ epoca travagliata e nello stesso tempo affascinante, dove si toccano temi come la perdita, il senso di colpa, la luce rasserenante dell’arte, l’amicizia, e il perdono.
Una lettura da fare soprattutto se amate approfondire le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e ai suoi sopravvissuti. Certo è una storia di fantasia ma molto attenta alle dinamiche psicologiche e capaci di rivelare piccoli tratti di suspense.

Ellen Umansky è cresciuta a Los Angeles e vive a Brooklyn con il marito e le sue due figlie. Ha pubblicato sia racconti che saggi, apparsi, tra gli altri, su «New York Times», «Salon» e «Playboy». Ha lavorato nelle redazioni di «The New Yorker», «Forward» e «Tablet». La ragazza del dipinto è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ufficio stampa Newton Compton.

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:: I segreti della famiglia Ferrolongo, Danilo Persicani, (Parallelo45, 2017) a cura di Micol Borzatta

22 marzo 2017
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Asti, settembre 1939.
Nella villa della ricchissima e famosissima famiglia Ferrolongo vengono ritrovati i cadaveri di due persone, uccise con due semplici colpi di pistola, sparati a bruciapelo.
Quando i carabinieri vengono chiamati, riscontrano che i cadaveri sono la signora Agnese Ferrolongo e il figlio Corrado Lanzi.
Le indagini iniziano subito, anche se si svolgono esclusivamente all’interno della famiglia, senza sospettare nessun coinvolgimento esterno.
I Ferrolongo, infatti, sono un’antica famiglia nobiliare piemontese di cui tutti i salotti dell’alta società, come anche i vicoletti bui delle strade, si parla a mezza voce, riferendo passandosi aneddoti e pettegolezzi., perfino degli scandali che si protrarrebbero da generazione a generazione.
Proprio a causa di questi pettegolezzi e questi scandali, viene accusato dell’omicidio Federico Lanzi, marito di Agnese e padre di Corrado, con il movente di voler far cessare tutte le dicerie che coinvolgono la sua famiglia.
Solamente l’avvocato penalista Alfredo Vigerio, chiamato in difesa di Federico, avrà l’abilità di smascherare tutti i pettegolezzi e le dicerie, scartando le invenzioni e rivelando la verità, fino a scagionare il suo cliente trovando il vero colpevole.
Romanzo che mischia una storia familiare a un classico thriller, con bravura e maestria, portando il lettore ad appassionarsi sempre più degli avvenimenti, sentendosi coinvolto in prima persona a tal punto da voler indagare anche lui per svelare misteri, segreti e avvenimenti.
Scritto con uno stile limpido e lineare, l’autore sa dosare perfettamente colpi di scena e scoperte rivelatrici, senza mai esagerare e senza mai portare il lettore a sapere troppo, troppo presto.

Danilo Persicani nasce a Piacenza nel 1953. Geologo, ricercatore e docente, passa la sua carriera lavorativa presso l?università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e il Politecnico di Torino.
Durante la sua carriera universitaria scrive anche degli articoli scientifici.
A suo carico ha già due monografie: Elementi di scienza del suolo e La parola al Professore.
A scritto anche due romanzi gialli facenti parte della stessa storia, ovvero Il tesoro di Santo Stefano, il primo atto di I delitti della via Francigena, e Le pievi di San Colombano che è il secondo atto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: L’ossessione e altre prose, Joris-Karl Huysman, curatore del volume Pasquale Di Palmo, (Via del vento edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2017
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La venditrice ambulante, La lavandaia, Il mercante di marroni, Il parrucchiere, Damiens, L’ascella, La secca, L’ossessione.
Sono  otto prose inedite in Italia tratte dai “Croquis parisiens” e pubblicate dalla casa editrice “Via del Vento edizioni”.
Su tutte aleggia il respiro illuminato di Joris-Karl Huysman celebre per il romanzo “A rebours”, vero e proprio vangelo del Decadentismo che ha ispirato l’opera di autori del calibro di Wilde e D’Annunzio.
La critica ha suddiviso in tre fasi la produzione letteraria di Huysman.
Dopo il Naturalismo e Zola, il momento decadente,  infine lo stadio mistico e religioso.
I Croquis parisiens” raccolgono prose ispirate ai vari mestieri che si svolgevano a Parigi, a fantasie, a paesaggi urbani.
Uno  “humour devastante”, l’ironia, un  surrealismo che surclassa la condizione naturalistica dello scrittore, sono elementi che emergono da un fondo di grottesca percezione del reale.
C’è chi vi ha ravvisato anche l’influenza dell’arte figurativa (il padre dello scrittore era pittore).
Linguisticamente, “L’Ossessione ed altre prose” è una raccolta di storie nelle quali i termini ricercati e dotti sono sapientemente mescolati ad altri gergali derivanti dall’argot, arcaismi raffinati accoppiati ad espressioni di tipo triviale e popolaresco.
Ne vien fuori un calderone di sensori che solleticano la pelle, la scorza del nostro animo. Siamo stimolati, incitati, infilzati come spiedini, dalla narrazione di un alchimista che ricerca nel mondo la convinzione della sua improbabilità, del suo non-senso, della sua finta metamorfosi.
Galleggia nel trambusto dei nostri pensieri il piacere del disgusto, vetro infranto con il quale l’autore osserva la turpitudine maniacale di un istante, di un particolare di nessuna importanza, di un soggetto da cestinare tra i rifiuti della memoria.
Nel racconto  “Il parrucchiere” si condensa questa propensione al distacco dalla globalità olistica e ci si tuffa nel lago dei dettagli, delle descrizioni intrecciate, delle ispezioni visive.
Viene narrata la tortura di un gentiluomo che va a tagliarsi i capelli.

Al bruciante ticchettio del ferro che il tosatore agita, i  capelli si sparpagliano come pioggia, cadono dentro gli occhi, si sistemano dentro le ciglia, si fissano alle ali del naso, si incollano agli angoli delle labbra che solleticano e pungono, mentre una nuova stretta di mano vi piega improvvisamente il cranio a sinistra”. (…)

E ancora più avanti:

(..) “..il parrucchiere vi ha come per miracolo alleggerito di vari anni; l’atmosfera sembra più clemente e nuova, l’anima schiude freschezze, ma esse appassiscono, ahimè, quasi subito a causa dei pruriti che procurano i capelli tagliati, caduti dentro la camicia, che si fanno sentire.
E lentamente, covando un raffreddore, si ritorna a casa, ammirando l’eterno eroismo dei religiosi le cui carni sono, notte e giorno, volontariamente grattate dall’aspro crine del duro cilicio”.

Una lettura per amanti del retrogusto speziato, uno spazio quasi onirico offerto con abbondanza di immaginazione e perizia lessicologica.

Joris-Karl Huysman fu scrittore francese, di origine olandese (Parigi 1848 – ivi 1907).
Esordì con Le drageoir à épices (1874), raccolta di poemetti in prosa d’imitazione baudelairiana; si volse poi al romanzo naturalista: Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e collaborò al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Scrittore di raffinate aspirazioni, rappresentò egualmente la meschinità e mediocrità della vita con romanzi quali En ménage (1881), À vau-l’eau (1882), finché giunse a una svolta decisiva con À rebours (1884), in cui il protagonista, Des Esseintes, cerca di salvarsi dal tedio conformando la propria esistenza al più raffinato estetismo decadente.
Dopo un altro romanzo amaro, di fondo autobiografico, En rade (1887), inclinò con Là-bas (1891) verso un satanismo che gli aprì la via della conversione al cattolicesimo, rispecchiata nei romanzi successivi: En route (1895),
La cathédrale (1898), L’oblat (1903). Coltivò la critica d’arte (L’art moderne, 1883; Certains, 1889; Trois primitifs, 1905) e scrisse, nell’ultima parte della vita, opere di pietà e di spiritualità: Sainte Lydwine de Schiedam (1901);
Les foules de Lourdes (1906).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

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