:: Come donna innamorata, Marco Santagata (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 giugno 2015

1E quando mi domandavano: «Per cui t’a così distrutto questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.” – Vita Nova II, 5

8 giugno 1290.
A Firenze, in una torrida giornata estiva, si spegne una delle figlie di Folco Portinari, Bice.
Meglio nota come Beatrice, Musa della lirica dantesca e fine ultimo della sua opera più alta e complessa, la Commedia.

Chi sarebbe stato l’angelo da celebrare in versi, lui l’aveva già deciso. Non aveva esitato neppure per un momento. Non poteva che Beatrice Portinari, la dama dagli occhi smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili.”

Dante, L’Alighieri, il sommo poeta, ai tempi è ancora un giovane alle prime armi. Giovane poeta sconosciuto ai più, che ha già perso la propria Musa e che, almeno in quel determinato periodo storico, vive all’ombra del suo primo amico Guido Cavalcanti, di dieci anni più grande e che gode di maggior autorevolezza e stima in città, essendo un magnate, e del suo maestro Brunetto Latini. Giovane poeta che deve fare i conti con il suo essere figlio di Alighiero degli Alighieri, un usuraio, e con le alte sue aspirazioni di fama e gloria eterna. Lottava contro i mormorii della gente, le spallucce, i nomignoli che gli venivano affibbiati (uno tra tutti, Nasone) e quello che definiva il suo Male. Delle crisi. Crisi epilettiche, diremmo oggi. Succedeva solo quando si trovava in presenza di Beatrice e questa catalizzava appieno la sua attenzione.

Tuttavia, adesso Bice era morta e con lei anche Beatrice. Quella donna divenuta suo personaggio, suo amore platonico e personalissimo, croce e delizia per via del già citato male che lo affliggeva, ma Beatrice restava pur sempre centro del suo fare poesia. Quella donna ora non c’era più. Quel suo amore idealizzato e puro, risalente ai tempi dell’infanzia (pur non essendo a conoscenza di tale sentimento), non aveva più corpo. Cosa fare?

Avrebbe potuto dedicare i suoi versi ad una persona morta: i più non avrebbero capito, sarebbe servita una seconda lettura, una certa inclinazione morale e di fede, soprattutto.
Sì che poteva. Dalle Rime (componimenti giovanili), passando per la Vita Nova (quella “vita rinnovata”, senza Beatrice, la sua donna, angelicata, tuttavia, solo nella sua mente) e finendo con la Commedia, suo massimo capolavoro, Dante non ha mai smesso di parlare di Beatrice, colei che aveva la capacità di rendere tutti giù gentili.

Desiderava diventare il primo tra tutti, Dante.

Già dalla più tenera età ha dovuto combattere contro tutto e tutti per difendere il suo amore per la scrittura: il padre Alighiero avrebbe voluto avviarlo agli studi contabili, in modo da far di lui un banchiere,il nonno Durante lo avrebbe visto bene come notaio o, al massimo, come avvocato. Con caparbia e ostinazione, Dantino , come amava chiamarlo il Cavalcanti, riuscì ad avere come suo maestro Brunetto, il migliore che si potesse avere in città. Si sentiva una spanna sopra la lirica amorosa tradizionale, quella dell’amor cortese e dello struggimento, non riusciva a prendere esempio dall’amico Guido e, proprio per questo motivo si crucciava, non sentendosi per nulla all’altezza di quello che, mentalmente, vedeva essere il suo destino. Un’istituzione divina.
Così Marco Santagata, critico e studioso della lirica dantesca e petrarchesca, ci presenta il suo Dante. Un homo novus caratterizzato da tratti che nessuna letteratura (sia per il liceo che, ovviamente, per l’università) ha mai messo in luce prima d’ora.

Di quali straordinari stiamo parlando?

Il Dante raccontato di Santagata nel suo ultimo romanzo, Come donna innamorata, pubblicato a marzo scorso dalla casa editrice Guanda e in lizza tra i 5 finalisti del Premio Strega 2015, è prima di tutto un personaggio umano: soffre, si commuove, si arrabbia, ha moti di gioia e gelosie varie. Complesso nella sua struttura psicologica e qui entra in gioco una magnifica introspezione nel profondo dell’animo del sommo poeta, elemento importantissimo questo, mai messo in risalto dai testi manualistici che siamo abituati a leggere e a studiare. Last, but not least: si tratta un Alighieri molto affettuoso, legato sia ai familiari (il nonno Durante, sua spalla forte, la moglie Gemma Donati, donna che col tempo impererà ad apprezzare e i tre figli, Giovannino, Pietrino e Antonia) che agli amici (Guido Cavalcanti, suo primo amico, Lapo Gianni, suo secondo amico, il maestro Brunetto).
Ai nostri giorni, ormai, Dante rappresenta quasi un’icona pop, come ci dice lo stesso Santagata in un’intervista proprio in occasione della sua candidatura alla tornata finale del Premio Strega: non è mai stato popolare quanto oggi, ce lo ritroviamo dappertutto, persino nelle pubblicità.
Non dimentichiamoci che, proprio quest’anno, ricorre il 750esimo anniversario della sua nascita, nel 1265 da Alighiero e Bella degli Abati. Dante fu poi esiliato dalla sua Firenze nel 1302 in quanto guelfo bianco. Dopo molte peregrinazioni e richieste di ospitalità presso i maggiori signori dell’epoca, in Toscana, Romagna e Veneto, morì a Ravenna nel 1321.

Ho avuto il piacere di conoscere questo sommo poeta che tutto sembra tranne un uomo di spicco, inavvicinabile, lontanissimo dalla nostra contemporaneità e visione del mondo.
Mi sento di consigliarvelo, per me che sono totalmente abituata a un Dante da manualistica è stata una bellissima scoperta.

Colgo l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo al Prof. Santagata per la finale del Premio Strega che si terrà il prossimo 2 luglio nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia a Roma.
(www.premiostrega.it)

Marco Santagata, classe 1947, critico e studioso di letteratura italiana, attualmente insegna all’Università di Pisa. Da italianista è tra i massimi esperti di lirica classica italiana, in particolare di Dante e di Petrarca.
Oltre a svolgere l’attività di storico e critico della letteratura è scrittore/narratore. Non solo di saggi, ma anche romanzi, quindi.
Per la casa editrice Guanda ha pubblicato diversi titoli:
Papà non era comunista (1996, ristampato poi nel 2003); Il maestro dei santi pallidi (2002) L’amore in sé (2006); Voglio una vita come la mia, (2008); Come donna innamorata (2015), suo ultimo lavoro per cui è tra i finalisti del LXIX Premio Strega.
Ha vinto il Premio Campiello nel 2003 con Il maestro dei santi pallidi e il Premio Stresa di Narrativa con L’amore in sé nel 2006.
Per quanto riguarda la saggistica ricordiamo: I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca (Il Mulino, 1992, ristampato nel 2004); L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012); Guida all’Inferno (Mondadori, 2013); L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura (Mondadori, 2014). Inoltre è curatore delle opere di Dante e Petrarca nei Meridiani Mondadori.
Si occupa anche di didattica online in qualità di Presidente del Consorzio ICoN – Italian culture on the net.

:: Agustín nella Terra del Fuoco, Ornella Fiorentini, (Giovanelli edizioni, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2015

inQuesto è un romanzo d’avventura e di formazione che ha per protagonista il piccolo Agustín. L’autrice, Ornella Fiorentini, ha pubblicato di recente con Giovanelli edizioni il romanzo per bambini, Agustín nella Terra del Fuoco, nel quale il piccolo protagonista sperimenta un viaggio che lo cambierà per sempre. Il viaggio non è solo quello fisico che il tredicenne compie per raggiungere l’isola di Tabata in compagnia della nonna Paloma, di un lama e del fidato amico a quattro zampe Pepe. Il viaggio, per Agustín sarà un arzigogolato e anche un po’ insidioso cammino di crescita che lo porterà a scoprire le gioie, i dolori e gli imprevisti della vita. Ma perché il protagonista decide di compiere questa impresa? Agustín parte dall’Aconcagua, la montagna più alta dell’Argentina, per raggiungere l’isola che si trova in quel posto che tutti considerano la fine del mondo:l’arcipelago della Terra del Fuoco. Qui vivono da sette anni i suoi genitori – Izar e Rafael-, che il piccolo amerindo vuole ritrovare per poter riunire la famiglia che si era disgregata al momento della loro partenza. Camion, treni, lunghe camminate porteranno il protagonista di questa narrazione a scoprire un mondo tutto nuovo e pure le proprie origini, perché sul suo cammino arriverà un membro della tribù dei Selknam, la stessa alla quale appartiene il padre di Agustín. L’uomo gli racconterà perché sta viaggiando da clandestino e gli confesserà la motivazione che lo sta portando a Tabata. La rivelazione sconvolgerà Agustín, ma lo aiuterà a capire che a volte gli uomini riescono a ritrovare la loro coscienza e comprendono cosa sia la vera giustizia. Attraverso un linguaggio scorrevole e delicato l’autrice crea una storia di forte impatto emotivo, dove il piccolo protagonista arriverà alla fine con un livello di maturità molto più solido, rispetto a quello che ha nelle prime pagine della trama. Uno dei personaggi che mi hanno più intrigato è la nonna Paloma, perché cresce il nipote e lo segue nel suo cammino. Una nonna affettuosa, materna verso la figlia, il genero e il nipote. Una donna avanti con l’età, che nel corso della narrazione dimostrerà di avere una profonda saggezza e di essere colei che ha il compito di tramandare alle generazioni più giovani saperi, usi e costumi della tradizione del popolo di appartenenza, affinché nessuno li dimentichi. Agustín è un ragazzino, ma le esperienze vissute gli permetteranno di capire quanto possono essere crudeli gli uomini (il governatore) verso i propri simili e quanto dolore, fisico ed emotivo, possa scatenare la lotta per i propri diritti e per la libertà. A Rendere coinvolgente la storia del piccolo viaggiatore ci sono i disegni della pittrice argentina Andrea Girona, che con tratti grafici delicati riesce a rendere i personaggi della narrazione vicini al lettore. Questo libro è un romanzo di formazione e, allo stesso tempo, è una storia che racconta l’importanza della famiglia e della scoperta delle proprie radici necessari al ragazzino di Agustín nella Terra del Fuoco di Ornella Fiorentino ad affrontare il domani, senza dimenticare il proprio background familiare.

Ornella Fiorentini Laureata in Arte al DAMS dell’università di Bologna, vincitrice di parecchi premi letterari nazionali e internazionali, Ornella Fiorentini ha pubblicato l’opera per l’infanzia “Fiabe contemporanee” nel 1985. “Il cuore a fette” è il suo primo romanzo pubblicato nel 2004 a cui segue il romanzo “Cuore d’artista” nel 2006. La raccolta di racconti noir “Teodora degli Innocenti” esce nel 2007. La raccolta di haiku e poesie in versi liberi “Diamanti” è pubblicata nel 2009 e si aggiudica Il Gran Premio Città di Budapest. Nello stesso anno viene pubblicato il romanzo “La bambola di Solange”. Nel 2010 segue la pubblicazione dei romanzi “Le stelle di San Lorenzo” e “Obiettivo Veronika”. Escono anche l’audiolibro per l’infanzia “Niklas e Kimkim” e l’atto unico teatrale “Nena del Guadalquivir”. Nel 2011 vengono pubblicati la raccolta di racconti noir “Si può morire per amore?”, il libro di haiku “Erba smeraldo”, gli e-book “Viola & Cannella” e “La Principessa Virginia”, quest’ultimo tradotto in inglese e in francese e il romanzo “A bocca chiusa”. Nel 2012 vengono pubblicati il libro per l’infanzia “Martino e il pettirosso” e la silloge poetica “Sciamana”. Nel 2013 vengono pubblicati la raccolta di racconti “Christine” e la silloge poetica “Girasole Caparbio”. Nel 2014 è uscito “E perché dovrei pentirmi?”, romanzo noir per le edizioni Tabula Fati, Chieti.
Collabora alle riviste letterarie “NTL – La Nuova Tribuna Letteraria”, Lozzo Atestino (PD) e “La Piè”, Imola (BO). Dal 2009 conduce seminari di Scrittura Creativa per Coop Adriatica di Ravenna e per il Comune di Russi (RA). Nell’agosto-settembre 2012 ha condotto il workshop di Scrittura Creativa al MAMI, 1° festival mondiale di Arti, Musica e Intercultura di Segni (Roma). Con l’Associazione Cianove Italia-Bulgaria di Ravenna e la Fondazione Artist di Sofia, ha partecipato al progetto della Comunità Europea “Arte per il cambiamento sociale 2013” in Bulgaria. Nel 2014, in qualità di docente del corso di Scrittura Creativa, ha iniziato la collaborazione con C.A.P.I.T., Ravenna. Come storica dell’arte, ha iniziato la collaborazione con l’associazione culturale “La Pergola Arte”, Firenze presentando il compendio di dodici artisti “Arte è” al caffè letterario “Le giubbe rosse” il 29 novembre 2014 a Firenze.

:: Il Canto degli Innocenti, Piergiorgio Pulixi, (EO, 2015)

26 giugno 2015

il-cNon tutti i poliziotti della narrativa noir sono solo chiacchiere e distintivo, parole che David Mamet mette in bocca a Al Capone nel celebre Gli intoccabili, e a maggior ragione non lo è Vito Strega, commissario di Polizia di una grande città di cui non conosciamo il nome (si sa che c’è il mare) a cui Piergiorgio Pulixi dedicherà ben 13 romanzi di una lunga saga dedicata al Male: il distintivo lo sta per perdere, una psicologa deve valutare se è idoeneo ad essere reintegrato in servizio dopo una brutta storia che l’ ha coinvolto, (ha ucciso, non si sa quanto accidentalmente, un suo collega) e di chiacchiere non ne fa, amici e nemici concordano che lui macina fatti, risolve i casi di cui si occupa.
Ne Il canto degli innocenti, edito da EO nella collana Originals, primo capitolo di questa serie chiamata I Canti del Male, Vito Strega si troverà volente o nolente ad indagare, su richiesta di una sua amica collega (segretamente innamorata di lui), su un caso che vede coinvolti diversi adolescenti, colpevoli di brutali omicidi di cui non conservano uno straccio di senso di colpa, nè scappano dal luogo dove li compiono consegnandosi con grande tranquillità alla polizia quasi fieri degli atti compiuti.
Se non fosse per il ripetersi di queste modalità aberranti non ci sarebbero ragioni di collegarli: gli assassini non si conoscono, i moventi dei crimini sono apparentemente diversi. Insomma solo Vito Strega si accorge di questa connessione, che lo rende sempre più certo che ci sia dietro un Burattinaio capace di plagiare le giovani menti influenzabili dei ragazzi spingendoli a uccidere. Ma perchè? E soprattutto come fermarlo?
Se questa è a grandi linee la traccia narrativa delle indagini, su un piano parallelo si svolge l’indagine forse più interessante nell’animo tormentato del commissario. Un tipo di per sè notevole: un omone alto più di un metro e novanta, affascinante, quasi una calamita per le creature di sesso femminile (gatte comprese) sebbene perdutamente innamorato della moglie che l’ha lasciato per un altro, dotato di tre lauree, amante del jazz e dei libri, a suo modo sensibile. Insomma un personaggio che fa di tutto per conquistarsi le simpatie del lettore pur con i suoi lati bui.
Ed è importante che un personaggio stia simpatico e soprattutto incuriosisca se si vuole iniziare un’opera così ambiziosa come quella di Pulixi dedicata a tutte le sfumature del male.
Dopo i polizieschi all’americana della saga di Mazzeo, e il noir piscologico, L’appuntamento, dunque un noir più nostrano, più classico se vogliamo, per un autore che ama sperimentare e soprattutto mettersi alla prova, anche correndo qualche rischio. La prima reazione quando si parla di crimini commessi da adaloscenti è di rifiuto, un po’ come se fosse stato violato un tabù del noir e della stessa nostra società. I ragazzini sono innocenti, non uccidono, e soprattutto se anche lo fanno non sono consapevoli del male fatto. Non hanno ancora una cosienza formata per distinguere il bene dal male, o meglio non possono essere malvagi.
Non che i casi di cronaca non parlino di bambini che uccidono i fratellini in culla, o giocando con una pistola uccidano un amichetto. Ma anche li la colpa è dei genitori che li non li sorvegliano o li educano senza imporre divieti. Difficilemente riusciamo a concepire un ragazzino che compia il male per se stesso. Forse Lorenza Ghinelli nei suoi libri ci ha parlato dei lati bui dell’infanzia, ma ben pochi altri autori. Finale (per quanto provvisorio) spiazzante.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008) e L’albero dei microchip (Edizioni Ambiente, 2009), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010), i polizieschi Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog “Noir Italiano” e “50/50 Thriller”, e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014). Nel 2014 ha pubblicato, sempre per le nostre edizioni, L’appuntamento. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto e su Micromega.

:: Un’ intervista con Matteo Strukul

26 giugno 2015

CUBentornato Matteo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Iniziamo con una curiosità che forse molti hanno ma non hanno mai avuto il coraggio di chiederti. Che origini ha il tuo cognome?

Ah ah ah intanto grazie per accogliermi come sempre in questo porto sicuro e meraviglioso che è Liberi di scrivere. Dunque, il mio cognome è di origine Ungherese, per l’esattezza Transilvana, una terra che amo e che sto esplorando proprio in questi mesi per ritrovare le profonde radici dei miei avi. Non è un caso che il mio prossimo lavoro sia proprio ambientato lì, almeno per una parte. Comunque io sono Italiano, anzi Veneto e per un Veneto avere un cognome di origine Austroungarica è assolutamente normale, basta guardare la storia della mia terra.

E’ appena uscito il tuo nuovo capitolo della saga di Mila Cucciolo d’uomo La promessa di Mila. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’ispirazione di far incotrare Mila e un bambino risvegliando in lei un vero e proprio istinto materno. Una forma di redenzione e rinascita dopo tanta violenza?

La storia girava nella mia mente da un pezzo, in nuce, ma non riuscivo a metterla su carta. Dopo le tinte cupe e ossessive di “Regina nera” volevo che Mila avesse un momento di quiete magari addirittura di affetto. Ho sempre desiderato scrivere un romanzo che ricordasse “Leon” di Luc Besson a parti invertite, anche perché il grande regista e autore francese è una delle mie massime figure di riferimento per quanto riguarda Mila, e non solo. Inoltre avevo questo pezzo di Alanis Morrisette ”Guardian” che continuava a girare nello stereo… e se guardi come comincia il libro, tutto si fa chiaro, senza contare che il video della canzone è girato a Berlino. Insomma ho riconosciuto i segni e la storia si è manifestata. Cioè, a un certo punto, era tutto evidente, cristallino, d’un colpo ho scritto le prime quaranta pagine, roba da due giorni in fila, senza staccare gli occhi dallo schermo, otto ore al giorno in cui senti che non sbagli una parola, che quello che c’è è perfetto e non c’è una sbavatura. Con Mila è così: non puoi fare calcoli. Scrivi come e quando vuole lei ed è l’unico modo che conosco per comporre le sue storie. Forse è per questo che poi lei suona vera. L’istinto materno era latente, qualcosa che Mila voleva provare, era pronta. Dopo tanto dolore e tormento se lo meritava e poi l’amore di una madre per un figlio o di una donna per un bimbo è uno di quei sentimenti che DEVE essere raccontato in un romanzo. Il sentimento che Mila nutre per Akim è totalizzante, infinito, lei è pronta a farsi ammazzare per lui perché Mila è così: romantica e invincibile e meravigliosa… sennò non sarebbe Mila. Certo, proteggere Akim è una forma di redenzione, una catarsi, la salvezza dopo tanto orrore. Mila voleva tutto questo, e quando Mila vuole qualcosa, non ce n’è per nessuno. Per scoprirlo, basta leggere le pagine del libro. Per quanto mi riguarda questo romanzo è la cosa migliore che ho scritto in tutta la saga, è il libro che amo di più, il più sentimentale anche… sto invecchiando, lo so.

La collana Sabotage ha la perculiarità di trattare temi legati all’Italia con forti connotazioni etiche e sociali. In questo romanzo si parla di MacMafia, di traffici di bambini, del ruolo di crocevia che l’Italia ricopre. Tutto ciò non è solo frutto della tua fantasia, come ti sei documentato?

Mi sono documentato a lungo e con pazienza: monografie, articoli di giornali e riviste, molti dei quali anche in lingua inglese e tedesca, la rete, colloqui con amici nelle forze di Polizia, documentari, film, insomma alla fine ho immagazzinato una gran mole d’informazioni e ero pronto. In un certo senso quando scrivo un romanzo di Mila c’è la trama del romanzo e la sotto-trama Sabot/Age e sono due fili di diversi colori che tuttavia procedono di pari passo e s’intrecciano inscindibilmente. Tutto quello che ho scritto a proposito del fenomeno del trafficking è verificabile anche se poi alla fine della Storia scoprirete che… vi dico solo una cosa: dopo aver letto la storia e solo DOPO inserite le parole “PFIZER” e “NIGERIA” in un qualsiasi motore di ricerca e guardate cosa viene fuori.

Akim, il piccolo che Mila deve proteggere e portare a Berlino per testimoniare a un processo, nasconde un segreto e per tutto il romanzo ci chiediamo quale sia. Non può parlare, ma disegna e Mila cerca con molta sensibilità di interpretare i suoi disegni. Come hai creato il rapporto tra Mila e il bambino?

Ci tenevo molto, doveva essere dolce e appassionato, volevo che i lettori sentissero tutto l’amore che Mila prova per Akim, sarebbe stato un sentimento vero e infinito come lo è l’amore di una madre per un figlio. In questo senso “Cucciolo d’uomo” è il titolo perfetto, l’ho scelto insieme a Silvia, mia moglie, e Colomba Rossi, direttore della collana, alla fine citando Rudyard Kipling, uno dei miei grandi amori di sempre in letteratura. Non è stato semplice, naturalmente, ma osservare le mie due nipotine è stato d’immenso aiuto. Quindi sono particolarmente grato a mio fratello, eh eh. Al di là di questo, il rapporto fra Mila e Akim è stato nutrito pagina dopo pagina attraverso un dialogo costante, anche se Akim non parla perché qualcuno gli ha tolto la voce. Ma ci sono i gesti, i disegni, le parole scritte, gli sguardi. Insomma, una sfida narrativa che spero di aver vinto e che, alla fine, rappresenta il cuore del romanzo. Naturalmente una dinamica di questo tipo mi ha permesso di mostrare in tutta la sua bellezza un lato nascosto di Mila che non conoscevamo e che nemmeno lei sapeva di avere. Quindi sono particolarmente contento di essermi cimentato in questa giostra.

Come sempre nel tuo romanzo c’è tanta musica da Like a Rolling Stone di Dylan cantata da Mick Jagger a Don’t Cry dei Guns ‘n Roses. La musica ti da la carica per scrivere? Anche nei ringraziamenti citi tanti musicisti. Cosa serebbe il pulp senza musica?

Guarda, la musica per me è fondamentale. Io sono figlio del grunge e del rock anni ’90 il che vuol dire: Nirvana, The Black Crowes, Pearl Jam, Guns’n’Roses (almeno quelli di Use your Illusion 1 e 2), Stone Temple Pilots, Soundgarden, Stereophonics, insomma il meglio del meglio. Quella musica ha segnato una rinascita e anche una rivolta, io appartengo alla generazione X, quella che è stata violentata dai propri padri, la prima alla quale è stato strappato tutto… e non dite che non è vero! Però la mia generazione ha combattuto e lo sta facendo ancora ed è sopravvissuta e quella musica è un manifesto. Il pulp e Sabot/age sono anche ribellione a un sistema, per urlare forte e chiaro che il traffico di bambini e le donne vittime non sono un’invenzione letteraria. Per quanto mi riguarda sono stanco di questo Paese in cui non cambia mai un cazzo. Renzi ha un’occasione straordinaria e la sta buttando alle ortiche perciò alla fine, forse, finiremo sconfitti anche noi, come quarantenni italiani. Il problema di questo Paese è che non capisce che la crisi si risolve ponendo al centro CULTURA, TURISMO e MADE IN ITALY ma servono strumenti che molti di noi hanno smarrito e del resto se il nostro Ministro della Cultura ha idee come La Grande Biblioteca dell’Inedito, be’ capisci che ci stiamo schiantando dritti contro un muro. Beppe Sebaste ha scritto un pezzo la settimana scorsa sul Venerdì di Repubblica che dovrebbe essere mandato a memoria. Credo che gli scrittori, i muscisti, i registi della mia generazione debbano far sentire di più la propria voce per far capire che stiamo saccheggiando il nostro Paese e andando a picco e, così facendo, sprecando una grande opportunità. In questo senso, gente come Chris Robinson, Eddy Vedder e Kurt Cobain non le mandavano certo a dire. Dobbiamo provare a fare la stessa cosa. Per quanto mi riguarda Sabot/Age è il mio modo per raccontare quello che non funziona. Mila è un personaggio dirompente, ribelle, guerriero, è un personaggio che rimette la donna al centro, spero che le lettrici se ne rendano conto, lo dico sinceramente: secondo me l’Italia femminile dovrebbe scoprire Mila, magari tirerebbe fuori un po’ di fegato e imparerebbe a fare sistema, e forse – e dico forse – ci sarebbe una speranza. Io come uomo sto cercando di urlare che vorrei le donne davvero protagoniste ma so di essere in minoranza.

La BHEG, senza anticipare troppo, subirà diversi cambiamenti, perchè questa scelta così radicale?

Non voglio scrivere una serie ma una grande saga. Non mi fa impazzire il concetto di serie, mi sembra di prendere in giro i lettori con tutto il rispetto per tutti quegli autori che scrivono serie. Il mio personaggio evolve, cambia, ogni romanzo ha un colore diverso e mostra un lato differente di Mila. Le trame si differenziano, non c’è uno schema uguale con le opportune variazioni: sono proprio storie completamente diverse. Per me è fondamentale: ogni romanzo dev’essere una sfida per me e per il lettore non l’episodio di una routine. Per questo amo anche cambiare genere e per questo i giornali mi hanno definito un autore irregolare, avvicinandomi a Joe R. Lansdale. Ovviamente la cosa mi ha lusingato, così come mi ha sorpreso che Joe apprezzasse “La ballata di Mila” fino al punto di scrivermi un blurb. Il fatto è che non sono un autore pulp o noir: sono un romanziere e scrivo storie. Poi sicuramente, troverete sangue e tormento anche nel mio prossimo lavoro, ci sarà il mio stile, certo, e di sicuro il pulp e il noir saranno suggestioni fondamentali per il mio lavoro – e di cui vado fiero – ma amo cambiare perchè solo in questo modo sento di poter dare il massimo ai miei lettori e questa, per me, è la cosa più importante.

Il romanzo si chiude con una scelta ben precisa di Mila. Sarà una scelta irrevocabile come per Nikita? Cucciolo d’uomo è il capitolo conclusivo della saga? E’ un po’ come vedere andare in pensione James Bond, hai programma nuove avventure per questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai dreadlocks rossi?

Onestamente non lo penso: Mila ha sette vite come i gatti. Credo comunque che siano in definitiva i lettori a stabilire se un personaggio debba tornare o meno. Se “La ballata di Mila” non fosse stato un successo di pubblico oltre che di critica be’ non sarebbe tornata, poco ma sicuro. Volete altri romanzi di Mila? Svaligiate le librerie! Diffondete il verbo, fatele sentire il vostro affetto. Poi è chiaro, Mila comincia ad avere cammini editoriali anche in altri Paesi, c’è un’opzione per una serie TV su due romanzi e stiamo ragionando su un gioco di carte. C’è il fumetto che presto o tardi continuerà, insomma Mila non muore mai perché è semplicemente un personaggio TROPPO forte. Io ho già in mente la prossima storia per cui…

Chiude il libro l’appassionata prefazione di Victor Gischler all’edizione americana della Ballata di Mila, da esperto di pulp, che differenze e parallelismi trovo tra il pulp a stelle e strice e quello europeo?

In parte rispondo sotto ma in generale credo che nel pulp europeo ci sia una punta di amarezza e allucinazione che in quello americano manca: penso a Allan Guthrie o a Ray Banks e ancora a un autore pazzesco come Adrian McKinty che in “Dead I well maybe” tocca suggestioni pulp interessanti pur ambientando tutto a New York anche se nel giro della mafia irlandese e si sente! E lo stesso potrei dire per Stuart Neville. Se poi andiamo a scomodare Sua Maestà Tim Willocks e pensiamo a romanzi come “Il fine ultimo della creazione” oppure alla pietà per le vittime di un maestro assoluto come Derek Raymond che non rinuncia a punte di violenza ferina in “Il mio nome era Dora Suarez” be’ direi che è piuttosto chiaro quanto più amaro e tragico sia comunque il pulp europeo. Credo sia l’eredità di autori come Hoffman, Stevenson e Stoker che sono imprescindibili per un autore europeo che desideri occuparsi seriamente di pulp e crime fiction.

Gischler è stato senz’altro per te un maestro e una fonte di ispirazione, in cosa pensi il tuo stile differisca dal suo? E che effetto ti fa essere così apprezzato da un autore come lui?

L’effetto è pazzesco. Lui è uno Spirito Guida per me e sentire quello che ha scritto mi riempie di orgoglio e felicità, tanto più perché quando un grande autore americano scrive certe cose sul tuo stile pulp-noir, be’ è veramente il massimo. Certo, lui è una grande fonte d’ispirazione per il mio lavoro: dalle sequenze action a un certo tipo di dialogo, anche se poi io ho una serie di riferimenti europei che amo sperimentare e iniettare nelle mie storie e che inevitabilmente rendono la miscela diversa e – nel complesso – forse meno abrasiva e sarcastica ma più dark e cupa, specie pensando a “Regina nera” o magari a certe pagine di “Cucciolo d’uomo”… e poi io ho molti più personaggi femminili di lui eh eh.

Altri progetti per il futuro, oltre Mila?

Dunque citerei senz’altro “I cavalieri del nord”, il mio primo esperimento di fantasy storico in uscita a fine ottobre per Multiplayer Edizioni. Si tratta di una storia che racconta il viaggio – geografico e interiore – di un giovane Cavaliere Teutonico nell’Europa del 1240 fra Russia e Transilvania. Insieme a Wolf – questo il nome del personaggio – tanti co-protagonisti con due figure femminili che spaccano, almeno a mio modo di vedere, tanto che alla fine abbiamo deciso di intitolare il libro “I cavalieri del nord” perché il romanzo è diventato un affresco corale su un periodo storico poco frequentato dalla letteratura italiana. Naturalmente il Medio Evo onirico e violento di quel periodo lascia aperta la porta a notevoli commistioni fantasy di modo che ne esce un lavoro meticcio che secondo me ha una buona componente di originalità. Dopo di che, direi che Mila uscirà per Suhrkamp l’anno prossimo in Germania, Austria e Svizzera, ecco l’ho detto e francamente andare in catalogo in lingua tedesca con Don Winslow, Elmore Leonard e Joe R. Lansdale è una soddisfazione immensa, a dimostrazione di quanto poi questo personaggio abbia davvero sette vite. Adoro Mila per questo. Ho poi un progetto top secret in fase di definizione più un lavoro che dovrebbe coinvolgere anche Victor Gischler sui fumetti e che spero trovi presto il publisher giusto negli States. Dai, mi fermo qui.

:: La resurrezione della carne, Francesco Bianconi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 giugno 2015

7Anno Domini Duemila-e-non-si-sa. Sicuramente cinque, massimo dieci anni dalla data attuale. In una Milano post Expo, non più solo da bere, ma anche “da mangiare”, una città molto cambiata, mutata per certi versi in peggio, con la topografia totalmente stravolta, luoghi fantasma e infrastrutture mai rimosse dal 2015, c’è Ivan.

Ivan Sacchi, che di professione fa lo sceneggiatore un po’ poeta, come amano definirlo i suoi colleghi, canzonandolo. Autore di successo di una serie tv dal titolo La resurrezione della carne, un misto di zombie, inquadrature di sangue finto sull’asfalto, invasioni di non vivi – mezzi morti in piazza Duomo, metafore esistenziali poche perché è risaputo che, al giorno d’oggi, la gente vuole solo l’intrattenimento, quello cotto e mangiato, diciamo pure un po’ crudo, un po’ liofilizzato, assolutamente senza critica sociale. Anche gli americani vogliono i suoi zombie mangiacarne, sono disposti a pagare bene, sono disposti a pagare tanto.

La svolta, secondo gli altri.

La fama. I soldi. Tutto quello che ognuno desidererebbe.

Il nulla, secondo lo sceneggiatore.

Nonostante tutto, Ivan si sente vuoto e solo. Non apprezza il suo lavoro. A chi lo osanna vorrebbe dire che si è solo ispirato, anzi, che ha scopiazzato le scene più belle dei film horror più brutti e meno apprezzato di un Fulci, un Argento e un Andrea Bianchi, ma questo nessuno lo sa.

Lascia correre, Ivan. Tira avanti per apunia ed atarassia.

Finché non succede che incontra Giovanna, ragazza intelligentissima non appartenente al suo mondo di finzione. Si innamorano, si amano.

Finisce l’erba e l’acqua scola.
Un bimbo chiede come mai
fiorisca il cardo di viola,
poi fra le viole sceglie te.
Perciò stanotte dormi qui,
Che non esiste oscenità,
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità.
Non mi resta più nessuno,
Tranne te.”

da Nessuno, traccia contenuta nell’album Fantasma, Baustelle (2013)
Ivan ha così la sua prima resurrezione, si sente vivo. Hanno un figlio. Una vita ideale, eppure così normale. La normalità che Ivan cercava.

Eppure la vita rimane sempre quella che è, imprevedibile.

Un evento del tutto inaspettato arriverà a turbare il loro equilibrio, tanto che Ivan dovrà impegnarsi a risorgere di nuovo.

Quello che ho cercato di raccontarvi è il succo de La resurrezione della carne, secondo romanzo di Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, edito da Mondadori ed uscito in libreria lo scorso 9 giugno.

A quattro anni dal suo Il regno animale, Bianconi torna a scrivere.

Nozione abbastanza inesatta questa.

Per sua ammissione sappiamo che, prima di fare musica, fin da bambino ha sempre desiderato  diventare uno scrittore. Dobbiamo dire che ci è riuscito in tutto e per tutto, come ci ha ampiamente dimostrato coi testi dei suoi sei album scritti e composti per i Baustelle.
Quel lirismo intriso di realismo che, da anni, firma a sua musica e i suoi scritti, modus scribendi in ogni caso pieno di riferimenti colti eppure così vicino alla vita di tutti noi, ai nostri problemi e alle nostre paure.

Musica e scrittura si fondono in unicum che diventa, appunto, realtà.

La copertina de La resurrezione della carne sembra la versione più matura, cresciuta e stravolta di quella dell’ultimo album dei Baustelle, Fantasma (Warner Music, 2013).

A questo punto, non ci resta che aspettare (non senza una certa ansia) nuovi lavori in musica e poesia.

Francesco Bianconi, classe 1973, nato a Montepulciano, in provincia di Siena, è cantante e compositore nei Baustelle, gruppo alternative rock con cui dal 2000 al 2013 ha pubblicato sei album. Ha scritto anche canzoni per altri interpreti (Paola Turci e Irene Grandi, per dirne qualcuno). Il suo primo romanzo, Il regno animale, edito sempre da Mondadori, risale al 2011. Poeta e occhio critico dei nostri giorni, Bianconi sa unire parole e musica in un’armonia che non ha eguali nel panorama cantautorale degli anni zero.
(www.baustelle.it)

:: Io so perché canta l’uccello in gabbia, Maya Angelou, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

26 giugno 2015

6Questo libro di Maya Angelou, Io so perché canta l’uccello in gabbia, venne pubblicato per la prima volta nel 1969 e da subito fu accolto con grande successo. Beat edizioni lo ha rieditato di recente e leggendolo ci si addentra in un mondo nel quale la realtà raccontata ha degli aspetti molto simili alla nostra contemporaneità, dove sono ancora presenti, purtroppo, conflitti razziali. La Angelou è nota in America per essere stata una poetessa, attrice, sceneggiatrice e ballerina, ma quello che più traspare da questo volume di ricordi è l’immagine di una donna che ha sempre lottato e sofferto per poter affermare la propria libertà di essere e di vivere. Il libro non è un diario, ma più un racconto biografico scritto dall’autrice per narrare il suo mondo privato e quanto fosse difficile crescere negli USA tra gli anni ’30 e ‘40. Si parte dall’infanzia trascorsa in Missouri, assieme al fratellino, nell’emporio della nonna paterna, una donna conosciuta e rispettata da tutti. I due ragazzini vivevano con la nonna perché i loro genitori erano separati e non si facevano vedere e sentire, tanto è vero che ad un certo punto i due ragazzini crederanno di non avere genitori. Come emerge dalle pagine della Angelou, la vita con la nonna non era male, perché l’attività commerciale della donna le permetteva di guadagnare abbastanza per garantire una vita degna a se stessa e ai suoi familiari. L’anziana signora amava i nipoti, ma li trattava con molta severità e ogni piccola trasgressione veniva punita in modo brutale, anche se la colpa presunta non era così eccessiva. Ad un certo punto Maya e il fratello vedranno ricomparire all’orizzonte mamma e papà e si renderanno conto di non essere orfani come avevano creduto. In un primo momento i fratellini andranno a vivere con la madre. Per loro sarà un trionfo raggiungere quella donna così bella e affascinate da sembrare un’attrice di Hollywood, ma tutto si complicherà quando il compagno della donna violenterà Maya. La ragazzina soffrirà, però grazie alla mamma, al fratello e ai tanti libri che leggerà riuscirà ad accantonare le esperienza traumatiche. A farle capire l’importanza dell’avere propri diritti, sarà il breve periodo di convivenza con dei ragazzi di strada che aiuteranno Maya a trovare il percorso, un po’ difficoltoso, verso la propria indipendenza. Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou racconta la vita ai tempi della segregazione razziale ponendo attenzione sulla comunità afroamericana nella quale l’autrice stessa visse. Pagina dopo pagine emerge il desiderio della Angelou di essere indipendente da tutto e tutti, un tenacia che la porterà ad essere la prima donna alla guida in una mezzo pubblico a San Francisco. Io so perché canta l’uccello in gabbia è un intenso insieme di ricordi, emozionanti pezzi di vita dove gioia, dolore, ingenuità, voglia di riscatto morale e di vivere si mescolano narrando la storia di una singola persona e di un’intera comunità, quella dei neri d’America, che ancora oggi devono lottare per ottenere e mantenere i propri diritti e il rispetto. Traduzione Maria Luisa Cantarelli.
Vi consiglio anche la lettura di Radici, di Alex Haley, Ragazzo negro di Richard Wright, Il buio oltre la siepe di Harper Lee e The Help di Katherine Stockett.

Maya Angelou, nata a St. Luois è morta il 28 maggio del 2104 a 86 anni. Durante la sui vita pubblicò un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. La scrittrice è considerata un baluardo della cultura afroamericane e ha ricevuto una nomination al premio Pulitzer e numerosi Grammy Award. Attiva nel movimento per i diritti civili, ha lavorato a fianco di Malcolm X, conosciuto nel Ghana, e, dopo il suo assassinio, con Martin Luther King, Jr. Dopo la pubblicazione di Io so perché canta l’uccello in gabbia divenne testimone della battaglia antirazzista e nel 1993 lesse i suoi versi poetici per il primo mandato del presidente Bill Clinton, che la invitò alla cerimonia. Nel 2011 ricevette dal presidente Barack Obama, la medaglia della Libertà 2010, la più importante onorificenza civile americana.

:: Eternal War: Gli Eserciti dei Santi, Livio Gambarini, (Acheron Books, 2015) a cura di Micol Borzatta

26 giugno 2015

etToscana, Firenze, fine 1260. La battaglia tra Guelfi e Ghibellini impervia. A Montaperto i Ghibellini riescono a sconfiggere i Guelfi uccidendo molti guerrieri e decimando la famiglia Cavalcanti, tra cui anche Schiatta, il patriarca.
Vent’anni dopo il nipote di Schiatta, Guido Cavalcanti, oramai adolescente, decide di fare qualcosa per fermare la guerra che continua a mietere vittime, così approfitta del suo amore per Bice degli Uberti per chiedere la sua mano al fratello e unire le due parti.
Questo è quello che conosciamo tutti, quello che racconta anche la storia, ma quello che non sappiamo è che i grandi patrioti della storia sono guidati da Ancestrarchi che si uniscono nel mondo dello spirito ai pater familias e li consigliano.
Kabal, l’Ancestrarca dei Cavalcanti, si ritrova però in una situazione molto difficile, il suo protetto Guido infatti è nato con due anime. Una cosa che nessuno credeva fosse possibile, ma ben presto scopre che un altro giovane fiorentino ha la stessa anomalia di nascita: Dante Alighieri.
Un romanzo davvero avvincente che dopo una partenza molto lenta, ma al contempo necessaria per far capire al lettore il periodo storico in cui è ambientato, prende un ritmo molto frenetico e brioso che lega il lettore alle sue pagine fino alla fine portandolo a voler sapere gli avvenimenti senza quasi respirare.
Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono talmente minuziose che non possiamo non innamorarci di loro e non sentirci trasportati nel passato.
Un ottimo romanzo che unisce fantasia e storia in maniera magistrale, facendo venire voglia di approfondire l’argomento e quindi avvicinare i giovani alla storia.

Livio Gambarini nasce nel 1986. Cresce nelle vallate della bergamasca e a oggi è l’autore più giovane di Acheron Books.
Si è laureato in lettura fantasy in Italia e al momento tiene un corso di scrittura creativa all’Università Cattolica di Milano.
Ha già pubblicato un romanzo ambientato nella Lombardia del 1325, Le colpe dei padri, e diversi racconti che hanno ricevuto dei premi e menzioni in concorsi italiani di fantascienza, horror e fantasy.
Le sue più grandi passioni sono i videogiochi, i giochi di ruolo, le arrampicate in montagna e la psicologia, insieme alla recitazione, al parkour e le arti marziali vietnaminte.

:: Un’ intervista con Domenico Quirico, autore de Il Grande Califfato (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2015

DoOgni giorno i mass media parlano degli orrori dell’Isis, l’esercito totalitarista islamico che minaccia vari Paesi, dall’Africa al Medio Oriente. Una situazione esplosiva e in continuo precipitare: per cominciare a capirla, è utile leggere un libro di alcuni mesi fa, scritto da un diretto testimone, il giornalista italiano Domenico Quirico, che ne Il grande califfato parte dai suoi due sequestri del 2011 in Libia e nel 2013 in Siria per raccontare una situazione che non è esplosa adesso, ma che arriva da lontano. Domenico Quirico ha parlato varie volte di questo libro, ricordando innanzitutto la peculiarità della situazione.

Ne Il paese del male, l’altro mio libro, parlavo della mia prigionia, mentre Il grande califfato racconta della nascita e dell’espansione di un progetto di impero che ricalca quelli dell’Impero ottomano e romano. Un qualcosa di cui ho sentito parlare durante il mio sequestro, ben prima che diventasse argomento delle nostre cronache”.

Ma di cosa parla questo libro, non poderoso come pagine ma efficace nei contenuti?

“Io sono un giornalista e i miei libri, compreso questo, sono sempre i libri di un giornalista. Per me il giornalismo è anche scrivere un libro, come un grido contro l’orrore. Il mio libro racconta l’orrore, in luoghi che vanno dal Vicino Oriente all’Africa, dove ho incontrato degli uomini, canaglie e eroi, puri e impuri, banditi e rivoluzionari, profeti veri e profeti finti. Lo scopo di questi uomini è costruire uno Stato totalitario islamico.  Per fare questo il califfato utilizza un nuovo tipo di uomo, che è stato costruito azzerando l’identità precedente. I vari gruppi che ho visto sono formati da ragazzi dai 15 ai 30 anni, il cui unico orizzonte è combattere, pregare, uccidere, morire. Non c’è niente al di fuori di questo, per loro la vita comincia con la guerra santa. Incontrandoli, ho ricordato le parole di George Orwell in Omaggio alla Catalogna, che ricorda che nelle Brigate Internazionali c’erano persone che avevano azzerato il loro passato e che combattevano con eroismi ma anche con crudeltà.

Ma quello che succede è dunque simile a cose già viste?

“Tutti sono al servizio di una causa totalitaria, molto diversa dalle dittature che abbiamo conosciuto, perché più grande e complessa. I totalitarismi hanno in comune la terribile semplicità di dividere gli esseri umani in base ad un criterio. Il nazismo si basava sulla razza, partendo dal fatto che esisteva una stirpe ariana, gli ebrei potevano essere eccellenti cittadini tedeschi, ma non si salvavano dall’eliminazione fisica. Lo stalinismo invece partiva dall’appartenenza di classe, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cosacchi e dei proprietari terrieri non potevano essere puri, non erano le azioni che contavano ma quell che si era.

Il califfato traccia la sua riga in base all’appartenenza religiosa e alla religione vissuta secondo un criterio rigoristico, l’unico lecito. Fuori da questo è tutto impuro, gli ebrei, i cristiani, i turcomanni, gli yahzidi, i musulmani non rigoristi, sono tutti da eliminare ”.

Ma in che modo il califfato si pone rispetto a Bin Laden e come si differenzia?

“Qui non c’è più un discorso terroristico, ma c’è uno Stato totalitario, ricalcato su qualcosa di antico, sul califfato abasside tra VI e VII secolo. Sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel libro si parla di Paesi in cui il califfato del XXI secolo esiste già, ci sono luoghi già amministrati da questa realtà. Da Bin Laden e dai suoi ideologi hanno preso alcune idee, di ispirazione marxista (pur detestandone il materialismo), come quella delle Basi rosse di Mao, messe in zone periferiche per destabilizzare il potere centrale, per poi unirsi e andare all’attacco. La prima cosa che fa il califfato appena conquista una zona è di obbligare i funzionari a tornare al lavoro e riaprire i forni, riorganizzare la polizia e far applicare ai giudici la Sharia. Un meccanismo per creare consenso e disgregare ordini preesistenti, se guardiamo il tutto da un punto di vista geografico, la Siria e l’Iraq non esisteranno mai più come erano prima, è stato tutto disgregato”.

Ma non è totalmente fuori dal tempo questa idea del califfato?

“Per noi occidentali sì, è come se qualcuno volesse ricostruire l’Impero romano, ma per il mondo del califfato un progetto del genere è concreto, la loro percezione del tempo e dello spazio è diversa. Il califfato si rivolge ad un mondo per cui il passato è presente, in cui cose remote, come l’Egira del 622 d.C. sono percepite come contemporanee, e in cui si cerca una rivalsa contro un Occidente che vince e fa arretrare. Anche questo contribuisce alla fascinazione che porta tanti giovani ad arruolarsi sotto queste bandiere”.

Che rischi ci sono per l’Occidente?

“La Spagna, per esempio, fa parte del progetto del califfato, mentre dire che l’esercito fondamentalista può arrivare con le barche dei migranti in Italia è assurdo, i combattenti in certi casi sono già qui, gente nata qui, cresciuta qui, come il boia di Foley, studente di informatica in Inghilterra, con modelli fino ad un certo punto occidentali. Questo è un problema della nostra società se ci sono tanti ragazzi sedotti dal totalitarismo islamico, e non poveracci, ma giovani borghesi”.

La situazione è paragonabile a quella vissuta al tempo del fascismo?

“No, la situazione ricorda piuttosto cosa succedeva ai tempi di Torquemada e dell’Inquisizione, i seguaci del Califfato non sentono comunque di essere criminali, loro sono convinti di essere nel giusto applicando la fede religiosa. Chi aderisce a questo viene spersonalizzato, e il rimorso è stato cancellato dai loro orizzonti.”

Ma esiste un Islam moderato?

“Certo, l’islamofobia è una cosa assurda. La situazione ha dei parallelismi con quella della Germania nazista, i nazisti non erano la maggioranza, ma oppressero tutti gli altri, e questo sta succedendo nel califfato, e non si può pretendere dai moderati eroismo e martirio. Sono anche loro spesso vittime degli integralisti”.

Ma da dove nasce tutto questo?

“Per decenni i movimenti politici nei Paesi islamici erano di ispirazione laica, se non atea. Poi dagli anni Settanta dall’Arabia saudita la corrente wahabista ha iniziato a finanziare progetti di diffusione di un Islam radicale: basti pensare a cosa sta succedendo in Bosnia, dove ci sono cittadine che si sono islamizzate.”

Ma non c’è davvero niente che si possa fare?

La situazione è precipitata, l’eliminazione del califfato avrebbe dovuto essere fatta quattro anni fa, se ci fosse stata una forza laica contro Assad in Siria la situazione oggi sarebbe diversa. Una soluzione sembra essere quella di aiutare chi contrasta il califfato: i curdi, gli sciiti, il governo egiziano, che per ora sembrano solo contenere il fenomeno, e comunque l’Occidente deve saper scegliere i suoi alleati. Va comunque detto che le frontiere del Medio Oriente erano artificiali, decise nel 1916 dalle potenze occidentali. In ogni caso il mio mestiere non è indicare soluzioni, ma raccontare la realtà, una realtà che cambia e mi ha cambiato quando sono entrato in contatto con lei.

:: Tre tazze di cioccolata, Care Santos, (Salani, 2015) a cura di Federica Spinelli

25 giugno 2015

9Tre tazze di cioccolata è innanzitutto un trittico di storie, una raccolta di immagini e storie su una città e su un oggetto molto particolare: un’antica cioccolatiera. Le fortune e le sfortune dei personaggi sono legati al destino di questo bricco di porcellana e all’utilizzo di uno degli alimenti più amati di sempre: il cioccolato. L’argomento di per sé assai goloso è reso ancora più interessante dalla città che fa da sfondo alle vicende del romanzo. La bellissima Barcellona. Questo romanzo è un’epopea e un inno alla città, simbolo del viver bene e per questo il giusto sfondo alle vicende legate alla bevanda degli dei: la cioccolata.
Il cioccolato e la sua vasta gamma di impieghi sono quindi il fil rouge che lega le tre storie del romanzo. Il prezioso oggetto al centro delle vicende è una cioccolatiera appartenuta alla contessa Adelaide di Francia, figlia di Luigi XIV che l’aveva fatto commissionare alla neonata fabbrica di porcellane di Sevres. Attraverso le narrazioni delle vicende di quest’oggetto molto particolare, che la porteranno nelle mani di famosi cioccolatai e mercanti di antiquariato, prostitute e ambasciatori, donne nobili e serve, la cioccolatiera subirà dei danni, perderà pezzi e finirà persino in cocci. Alla sorte di quest’oggetto sono legati i destini dei personaggi che si intrecciano nel corso dei secoli dagli arbori dell’ottocento ai giorni nostri.
La cioccolatiera, quando il lettore la incontra per la prima volta ha già subito danni irreparabili, è sbrecciata sul beccuccio e il coperchio si è perso per colpa delle mani di un’ incauto commerciante.
Il lettore procede a ritroso dai giorni nostri fino all’origine dell’oggetto presso la fabbrica di ceramiche di Sevres. Dagli amori di Sarah, l’ultima custode dell’oggetto in ordine cronologico, alle traversie della moglie del cioccolataio più famoso di Barcellona, Candida, e della sua cameriera Aurora fino all’avventura rocambolesca del segretario di Adelaide di Francia, Gillot, questo prezioso bricco di porcellana passa di mano in mano.
Il romanzo ha la struttura di un’opera teatrale divisa in tre atti ciascuno dei quali porta il nome di una variante nel modo di preparare la cioccolata, preceduti e seguiti da un interludio. Il preludio, i due l’interludi e il finale raccontano come la cioccolatiera subisca i danni permanenti riportati: della rottura definitiva e della ricostruzione nel preludio, della perdita del coperchio e della sbrecciatura sul beccuccio nei due interludi e della sua ideazione nel finale.
I tre atti sono invece occupati dalle vicende dei custodi della cioccolatiera in ordine cronologico partendo dal più recente. Nel primo atto, ambientato ai giorni nostri, si raccontano le vicende del triangolo amoroso di Max-Sarah-Orioles, nel secondo atto sono raccontate le vicende di due donne Candida e Aurora, la nobil donna spagnola e la sua cameriera e dei loro destini, infine nel terzo atto le peripezie di Guillot al seguito di una spedizione per recuperare un grosso carico di cioccolata. L’ ultima parte del terzo atto ė costruita informa di commedia.
L’autrice si diverte a giocare con il lettore che viene continuamente sbalzato temporalmente da un’epoca ad un’altra inseguendo le traversie dei protagonisti, odiando e amando come loro. È un romanzo su una città, su un modo di amare e vivere, è un gioco letterario, un esperimento e un complimento alla perla della Catalogna, una piacevole raccolta di vite che l’autrice srotola davanti al lettore, incantato la segue.

Care Santos è nata a Materò, Barcellona. Dopo gli studi in Giurisprudenza e Filologia ha iniziato la sua carriera come giornalista per varie testate. Ha fondato e diretto l’Associazione giovani scrittori spagnoli, tiene regolarmente laboratori di scrittura creativa in Spagna e in America e firma articoli adì critica letteraria per il quotidiano El Mundo. Tre tazze di cioccolata è il suo ultimo romanzo, vincitore del premio Ramon Llull e tradotto in sedici lingue. Salani ha già pubblicato Il colore della memoria, uno dei romanzi più apprezzato dalla critica spagnola, che ha venduto in Italia quarantamila copie in tre edizioni.

:: Il Porto Proibito, Stefano Turconi – Teresa Radice (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 giugno 2015

portoSe è da tanto tempo che desiderate perdervi in una lettura avvincente e ricca di riferimenti letterari – partendo dal νόστος dell’Ulisse omerico, passando per The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge fino ad arrivare a L’isola del tesoro di Stevenson -, questa non potete proprio perdervela.

Sembra davvero uscito da un baule pieno di tesori, Il porto proibito. Graphic novel appena uscito, a maggio, per Bao Publishing con illustrazioni nate dalla matita di Stefano Turconi e testi di Teresa Radice.

Una pietra preziosa.

A partire dall’edizione, curatissima in tutti i dettagli, tanto da farlo sembrare un libro di quelli antichi, quelli rilegati a filo, in pelle nera-blu o in marocchino rosso, con il titolo sul dorso e l’immagine in copertina intarsiata da una cornice in rilievo. La copertina stessa, di un blu profondo, richiama l’ambientazione marinaresca.

Ci troviamo catapultati nel 1807, su una nave della marina inglese, l’Explorer. Al largo delle coste del Siam, l’equipaggio avvista e salva un giovane naufrago, Abel, che ricorda soltanto il nome. Il ragazzo fa amicizia con Nathan, il primo ufficiale, che ricopre anche il ruolo di capitano perché pare che il comandante della nave, Stevenson, sia scappato dopo essersi portando con sé i valori presenti a bordo.

Abel torna in Inghilterra in compagnia dell’equipaggio e, grazie a Nathan, trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Qui ha modo di incontrare per diverse volte Rebecca, giovane donna tanto bella quanto sfuggente, che gestisce una casa di tolleranza. Ancora senza memoria, avrà modo di scoprire tante cose su di sé, su quelle persone che hanno messo in salvo la sua vita e su quel passato che stenta a ricordare.

Una trama intricata per una storia polifonica che coinvolge tutti, dai marinai dell’Explorer al Capitano Nathan. Un racconto corale in cui non c’è un solo filo conduttore, ma tutto si incrocia e si unisce, dal tassello più piccolo a quello più importante. Un poema in prosa, anzi, a fumetti in cui riecheggiano diversi rimandi letterari, anche meno visibili a primo acchito rispetto a quelli già notati precedentemente e che appartengono al filone classico – avventuroso.

Le illustrazioni di Turconi sono nitide e veloci, chiaroscurate nei tratti di maggior pathos, ma non inchiostrate. Risentono sicuramente dell’esperienza di anni di lavoro nel campo Disney.
La narrazione di Teresa Radice è fluida, sfuggente, ma senza mai perdere il filo della storia, capace di raccordare gli innumerevoli fili narrativi in un unicum letterario dal sapore ottocentesco.

barPossiamo trovare altri riferimenti letterari sottesi ad una prima lettura, che riguardano principalmente l’ambientazione fantastica da una parte, realistica dall’altra del porto proibito: locus amoenus, o sarebbe meglio dire sconosciuto agli occhi dei più, che si mostra solo a chi si trova nella categoria dei non-vivi non-morti, ossia coloro che ancora non hanno trovato ancora portato a termine il cammino per cui sono stati designati nella loro vita e, per questo motivo, si ritrovano a peregrinare in lungo e in largo fino al giorno in cui non l’avranno trovato.

Una storia che una doppia chiave di lettura si presta ad essere riletta più e più volte per carpirne pienamente il senso. Questo è il caso delle storie di Abel, del Capitan Nathan, delle tre sorelle Stevenson e di Rebecca, protagonisti ognuno a suo modo di una storia molto più grande.

Stefano Turconi, classe 1973, è un disegnatore e fumettista. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, entra a far parte dell’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. A fine anni novanta comincia varie collaborazioni con le uscite per ragazzi su Topolino, PKNA e W.I.T.C.H. Inoltre è cofondatore del Settemondi Studio, un gruppo di autori italiani nato da un’idea di Giovanni Gualdoni. Lo Studio pubblica fumetti soprattutto in Francia per la Soleil Productions (Edizioni BD in Italia). Il suo stile risente sicuramente l’influenza dell’Accademia Disney, ma anche del fumetto francese con una spiccata per le atmosfere e le ambientazioni esotiche.

Teresa Radice, classe 1975, ha studiato lingue e scrittura creativa. Dopo la Laurea in Comunicazione, a seguito un corso di sceneggiatura Disney tenuto da Gianfranco Cordara. Quindi ha studiato sceneggiatura all’Accademia Disney, entrando in redazione nel 2002. Riconosce come suo maestro lo sceneggiatore Alessandro Sisti, uno dei padri putativi dell’universo di Pikappa, che l’ha aiutata con suggerimenti e critiche a realizzare la sua prima storia Disney, Zio Paperone e l’emù di sangue blu, uscita l’8 luglio 2003. Inoltre considera suoi modelli Fausto Vitaliano e Bruno Enna. Ha lavorato anche per altre testate disneyane soprattutto W.I.T.C.H e X-Mickey, per la quale ha scritto numerosi episodi. Sembra che Teresa abbia conosciuto il disegnatore Stefano Turconi lavorando insieme alla storia Legame Invisibile, sempre per la X-Mickey.
I due, marito e moglie, hanno già scritto a quattro mani un graphic novel, di recente pubblicazione, il volume Viola Giramondo (Tunué, Collana Tipitondi, 2013).

© Immagini Stefano Turconi, Teresa Radice/Bao Publishing

:: Cosa resta di noi, di Giampaolo Simi, (Sellerio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

25 giugno 2015

5307-3È arrivata l’estate. Il mare, il mio, l’Adriatico, mi sembra uno schermo e al tempo stesso uno sfondo. Riesce a catturare la mia attenzione, poi la disperde nei confini dilatati. Così mi costringo a concentrarmi altrove, sulla sponda, sul bordo tra terra e acqua. È inevitabile riflettere sulle possibilità che qualcosa accada in quel lasso di tempo dall’arrivo di un’onda al suo ritrarsi. Con la stessa fatalità del cambio di stagione, la mia spiaggia diventa prima grigia, poi si svuota di persone, rimane striminzita di ombrelloni e di sdraio, scossa dal vento, opacizzata da nuvole di sabbia, un po’ come nel video di “Le vent nous portera” dei Noir Desir. Infine arriva la neve. E anche se niente di tutto quello che ho detto accade sul serio, non posso fare a meno di trovarmi di fronte a uno scenario identico a quello appena descritto. Tutta colpa di Giampaolo Simi e di “Cosa resta di noi” (Sellerio, 2015). Simi la neve la fa cadere sulle spiagge della Versilia, a imbiancare gli stabilimenti balneari, nel giorno di San Valentino. Guardando le acque lui e io ci diamo le spalle. Ma alla mia, di schiena, lo scrittore toscano fa uno scherzetto: ci disegna un brivido di parole, così che mi viene voglia di aggiustarmi il bavero del cappotto anche se indosso soltanto una camicia.
Giampaolo Simi, oggi, è un autore ben oltre i confini del noir, sia quando con il termine si intende la fittizia collocazione commerciale di un testo, riflesso, più che altro, della cultura di massa, sia quando si sottoscrivono le parole di Massimo Carlotto, quando dice che il noir va a colmare quel vuoto lasciato dalla letteratura tradizionale italiana (“la morte del presente nella letteratura vera e propria”). A differenza dei titoli giallo-noir che sovraffollano le librerie italiane, senza troppe pretese quando va bene, abbracciati a prototipi all’italiana cari più a chi guarda Don Matteo piuttosto che a chi legge Ellroy quando va decisamente male, quella di Simi è un’opera di letteratura vera, cosciente del valore della parola oltre che di quello dell’intreccio degli eventi. La sua narrativa, giocata su figure retoriche sempre convincenti, descrizioni mai barocche eppure sensoriali, orchestrata nell’ossatura di un io narrante a cui si affiancato estratti di articoli, frammenti di notiziari e di romanzi, stringe un patto con il lettore: ci accorgiamo subito, noi estimatori di certe atmosfere, che “Cosa resta di noi” è oltre, è altro.
Il romanzo è tutto incentrato sulla figura di Edoardo, bagnino riflessivo e velato dalla malinconia di chi è stato condannato a non avere figli, e di Guia, la moglie che lui non ama soltanto, ma adora, scrittrice che vuole dare un senso alla sterilità di coppia dedicando a questa il proprio capolavoro letterario, dove far vivere il figlio mai nato. La loro storia però è un declino amoroso fatto di incomprensioni, di consapevolezza di una fine imminente, di dolore. Soprattutto da parte di Edoardo: se è vero che Guia, in spagnolo, è nome cristiano dedicato alla figura guida della Santa Vergine, è anche vero che per il protagonista è punto di arrivo, scopo, finalità. Eppure il percorso, il 14 febbraio antecedente a un Carnevale come tanti, si copre, appunto, di neve. La spiaggia si imbianca e il segno dei passi si perde sotto il velo gelato. Tutto diventa possibile perché la neve ha azzerato tutto, il ricordo del passato e il peso del presente. Forse è per questo che Edo tradisce Guia con Anna, rappresentante di prodotti edili. Un tradimento di corpi e di fianchi sotto ai maglioni di lana. Un tradimento di stanze di residence e di palazzi deserti. Poi però succede che Anna scompaia e che nella vita di entrambi, di Edo e di Guia, entri il menestrello, il buffone, il cabarettista, quel Giangi che ad Anna la perseguitava perché ne era innamorato, perché era la sua donna.
Ne “Le cose di ogni giorno”, canzone contenuta nell’album “Dietro la curva del cuore” dei La Crus, storica band milanese, Mauro Ermanno Giovanardi cantava È dentro ai gesti di ogni giorno / l’amore è tutto lì / È dentro alle cose di ogni giorno / dove ti perdo è sempre lì: così è il male nella narrativa di Simi, nascosto nella quotidianità, mascherato da indifferenza, da paura di finire coinvolti in una storia oscena, da perdita della propria umanità, da caffè presi al bar, da sere passate di fronte a una serie tv, da viaggi in taxi e in treno, da Eros e Thanatos invitati a cena, ora a mangiare precotto, ora a gustare tagliolini al limone, perché l’amore è comunque il motore principale della storia e dire “Cosa resta di noi” è come chiedersi cosa resti, appunto, dell’amore.
Nessuna indagine classica per scoprire la verità: i protagonisti conoscono la verità, il lettore conosce la verità. Eppure Simi suona con le parole anche le rigide pentatoniche del giallo, dando al lettore tutti gli indizi per capire come andrà a finire la storia. La sorpresa è assicurata, un po’ come quando d’estate senti un’irrefrenabile attrazione per una spiaggia deserta, dove soffia il vento, dove le tracce lasciate sulla sabbia vengono coperte e dove può, di nuovo, succedere tutto, perché tutto quello che è già successo se ne è andato via, ritirato nel mare da un’onda. Dove arriva un torpore che “non è proprio sonno, è una terra di nessuno dominata da una foschia luminosa. Ci vaga solo chi non ha niente da chiedere al mondo. Quando non sai dove ti trovi, non puoi sentire il bisogno di essere altrove.”

Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS» e «RIS Roma». Nel 2012 è uscito il suo ultimo romanzo La notte alle mie spalle.

:: Nero in dissolvenza, Alessandro Zannoni, (Amazon Media, 2015)

24 giugno 2015

108Vago in trance lungo il viale alberato sopra l’argine del torrente che lambisce la città, poi scendo verso Porta Parma per rientrare in centro. Sconfitto. Deluso. Confuso. Ho sbagliato su tutta la linea, sbagliato proprio di brutto. Non ho scoperto il ricattatore ma un altro segreto da occultare. Mi fermo a ridosso dell’antico fossato, appoggio le mani sulle pietre fredde, occhi sulle prime case del centro storico. Segreti. Quanti segreti ci saranno in questa piccola città? Li immagino incrostati su queste vecchie mura, coperti da silenzi, confusi dal tempo, diluiti dalla pioggia; segreti piccoli o dolorosi, sopportabili o ingombranti, tenuti sempre addosso, pesanti da incurvare le spalle, nascosti sul fondo degli occhi, stipati nel petto, dispersi nella testa, in agguato in casa; segreti antichi senza più paure, segreti freschi ancora spaventosi, segreti spuntati, che non fanno più male, caduti in prescrizione; segreti che uniscono persone sbagliate, segreti affilati come rasoi nuovi di zecca, che possono recidere di netto le false geometrie di un vice commissario.

Alessandro Zannoni ha iniziato a autopubblicarsi, con il nome de plume Michelangelo Merisi, in tempi non sospetti, quando non era ancora una pratica diffusa come oggi che con negozi di vendita online come Amazon bastano pochi click, e giusto rispettando qualche regola di impaginazione, quasi tutti possono pubblicare e vendere i loro testi senza limitazioni.
Dall’autopubblicazione Zannoni è passato alla pubblicazione tradizionale (con il suo vero nome) grazie a persone come Luigi Bernardì, che hanno capito che il ragazzo ha talento, una sua voce personale, ruvida e un po’ aspra, ma definita con pregi e difetti molto marcati.
All’autopubblicazione è tornato con Nero in dissolvenza, un noir del 2004, molto thompsoniano, il suo primo lavoro “serio”, quello che l’ha fatto conoscere appunto a Luigi, editato da Giampaolo Simi, forse per alcuni versi ingenuo, il cui punto di forza è sicuramente la scrittura, non banale, non superflua, in cui ogni frase ha una sua forza espressiva ben calibrata e una maturità stilistica molto letteraria.
Raccontato in prima persona dal protagonista, Nero in dissolvenza narra la storia di Alessandro Allori, un fotografo che vive tra La Spezia e la Versilia, e ha la sfortuna di incontrare sul suo cammino una donna maledetta. Il tema della dark lady è un tema cardine della letteratura noir, è un catalizzatore ideale di inquietudine capace con naturalezza di unire amore e morte, sesso e delitti.
In un tardo autunno, ormai inverno, piovoso e livido, tra bar e strade sporche di solitudine con il mare come sfondo si muovono i personaggi in questo noir di provincia, abbastanza prevedibile negli sviluppi quasi inevitabili, la cui bellezza penso risieda nelle suggestioni che riesce a creare, in quel clima di torbido inganno, di finti ricatti, di suicidi che già intuiamo dalle prime pagine, suicidi non sono.
Tutto frenato, cristallizzato nella monotona vita di provincia, in cui niente succede, in cui quelle cose non succedono. Segreti. Quanti segreti ci saranno in questa piccola città? Mediocri personaggi, di una mediocre commedia umana tranquilla, quotidiana, caratterizzata con pochi tratti capaci di evocare nel lettore quel senso di squallore e pesantezza, dalla segretaria scialba, all’agente immobiliare con un sorriso a trentasei denti, al protagonista stesso, che non brilla per coraggio o risolutezza (almeno per quasi tutto il romanzo).
Un noir insomma dove non ci sono eroi, o vincitori, dove anche la dark lady alla fine non ha più nulla di eccezionale ma è inghiottita dal grigiore, dallo squallore, dalla sconfitta. E Zannoni racconta tutto questo senza sbavature, in maniera asciutta e tesa a raccontarci il colore del cielo, le strade fradice di pioggia, o caotiche e avvelenate di smog, i bar affollati dove prendere l’ultimo caffè o fumare una sigaretta. E intanto il piano della dark lady si slabbra, scivola verso un finale inevitabile e non per questo meno amaro.

Formato Kindle EUR 2,99.

Alessandro Zannoni, ex antiquario, vive sul confine tra Liguria e Toscana. Scrittore autoprodotto, ha pubblicato con reale successo di critica e pubblico quattro romanzi con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi. Dal 2002 al 2006 ha fondato e diretto alcune collane di gialli e noir; ha organizzato la “Festa della letteratura noir” tra Lerici e la Lunigiana; è l’ideatore del festival annuale di Sarzana “Leggere fa male”. Con il suo vero nome ha pubblicato il romanzo Imperfetto (Perdisa Pop, 2009), la novella Biondo 901 (Perdisa Pop, 2008) da cui è stato tratto un monologo teatrale e sempre per Perdisa nel 2011, Le cose di cui sono capace.