:: Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, Matteo Strukul (E/O, 2015)

28 maggio 2015

CULa violenza iperrealista del pulp si unisce alla poetica melanconica dei sentimenti nel nuovo capitolo (conclusivo?) della saga di Mila Zago, Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, del padovano Matteo Strukul.
Direte voi: mai connubio fu più stridente. E in effetti è esattamente la prima impressione che si prova avvicinandosi a questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai vistosi e coreografici dreadlocks rossi.
Un personaggio che sembra nato per il fumetto a cui l’autore, vistosamente innamorato della sua creatura, dona uno spessore che solo la letteratura di impegno civile sa dare, pure con le leggi ferree del pulp: frasi brevi, dialoghi sovrabbondanti, scene d’azione chiassose e sopra le righe.
Ma se il pulp noir ha connotazioni americane, Strukul cambia registro e ci inserisce come scenario il suo Veneto e sfumature mitteleuropee, (retaggio della sua cultura e formazione), e ciò che genera è decisamente anomalo e senz’altro unico nel panorama noir italiano, pieno anche di pessimo noir di importazione e imitazione.
Può non piacere il genere, ma è indubbio che va apprezzato il coraggio di questo autore di tentare queste contaminazioni su direttive prestabilite e proporre una sua voce. La sua eroina femminista scopre l’istinto materno e reagisce naturalmente a modo suo difendendolo come una belva feroce difende il suo cucciolo da tutti coloro che vogliono fargli del male.
Parlavo di impegno sociale, e qui è evidente il ruolo della violenza mai fine a se stessa ma utilizzata come strumento di rottura per stigmatizzare un certo tipo di crimalità globalizzata, la “McMafia”, capace di infiltrarsi negli strati più sani della società e che non ha scrupolo di usare i più deboli i bambini, per traffici illeciti che vanno dalle adozioni illegali, alla schiavitù sessuale, al trapianto di organi.
E Mila in viaggio verso Berlino con il suo prezioso supertestimone deve vedersela anche con nemici interni all’ organizzazione per cui lavora. Chi è la talpa? Chi è il traditore? A un certo punto la violenza sarà troppa pure per Mila? Per esserne sicuri lo chiederemo all’ autore, prossimamente su queste pagine.

Matteo Strukul è stato scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per la E/O Edizioni, La ballata di Mila (vincitore del Premio speciale Valpolicella 2011 e semifinalista al Premio Scerbanenco 2011), e Regina nera. La giustizia di Mila. Ha anche scritto la sceneggiatura del fumetto Red Dread (Lateral Publish 2012), basato sulle avventure dell’eroina del suo primo romanzo, Mila Zago, disegnato da Alessandro Vitti e vincitore del Premio Leone di Narnia 2012 come miglior fumetto seriale italiano. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti, collabora con Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre e La Tribuna di Treviso. È inoltre ideatore e fondatore di Sugarpulp, movimento letterario veneto che ha ricevuto la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler, nonché direttore artistico dello Sugarpulp Festival. Dirige Revolver, nuovo marchio editoriale di Edizioni BD dedicato al noir. Vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova e Berlino.

:: La porta dei morti, Sibyl von der Schulenburg, (Il Prato, 2015)

28 maggio 2015

LaScrittrice bilingue, vissuta in ambiente multiculturale tra Germania, Svizzera e Italia, Sibyl von der Schulenburg è autrice di alcuni romanzi definiti psicoromanzi, per le loro dinamiche psicologiche e introspettive. La porta dei morti, edito da edizioni Il Prato, è il suo quarto romanzo di questo particolare sottogenere della narrativa e ci porta in Toscana, raccontandoci una storia di solitudine, dolore e riscatto, non priva di elementi parapsicologici. Il romanzo inizia in modo molto crudo, quasi con venature horror, ci presenta il disturbo mentale della protagonista, Giulia Regazzoni, un’ anziana cittadina svizzera che vive in un casale isolato vicino a Verdalmasso, sulle colline toscane. Giulia soffre di un disturbo denominato animal hoarding che la spinge a raccogliere nella sua abitazione una grandissima quantità di animali facendoli vivere in condizioni insalubri e inadeguate. A rompere il suo fragile equilibro arriva sua nipote, Lucia, un’ adolescente sovrappeso portata dalla madre in Toscana e affidata alle cure della nonna. Tutto si svolge in modo molto drammatico e le reazioni della nipote all’incontro con la nonna sono senz’altro di disagio se non di disperazione.(Come primo pasto la nonna consegna alla nipote una lattina con un pasticcio di carne, e per un attimo ho pensato che fosse cibo per cani). Quando poi arriva una psicologa, Valeria Zorzi, per valutare le sue condizioni, la storia si dipana tra realtà e irrealtà, in un percorso di autoguarigione che se vogliamo porterà rafforzarsi il rapporto tra nonna e nipote, in una chiave anche terapeutica. Leggende etrusche, poteri medianici, si aggiungono a colorire una storia di per sè già ricca di spunti narrativi. Senz’altro i temi centrali del romanzo sono la morte e la perdita e cosa ruota nella mente delle persone che li affrontano il più razionalmente possibile. La paura della morte o meglio la paura del morire vengono esorcizzate da complesse derive mentali e soprattutto il senso di perdita e di distacco e di colpa può generare mostri, e così capita alla nostra Giulia, finchè non trova la forza nella nipote per guarire. Lo stile dell’autrice è davvero piacevole, piano e immediato e aiuta a seguire questa vicenda che non risparmia i lati più negativi di una patologia davvero invasiva. La descrizione delle carcasse di animali morti, i liquami, le immondizie abbandonate, creano senz’altro nel lettore un forte stato di disagio, che si accentua scavando sempre più a fondo nella psiche di Giulia, ma si avvicina la festa di san Giovanni, quando i morti e i vivi possono entrare in contatto. Realtà? Frutto solo della mente dei personaggi? Quello che è certo è che i sentimenti hanno un potere curativo ed è senz’altro questo il messaggio positivo del romanzo.

Sibyl von der Schulenburg  dopo un esordio in saggistica, si dedica a storie di persone in condizioni psichiche conflittuali. É autrice dei psicoromanzi “Ti guardo”, “I cavalli soffrono in silenzio” e “La porta dei morti”.

:: I trasfigurati, John Wyndham, (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

28 maggio 2015

i_trasfiguratiLa fantascienza è ben lontana dall’essere scomparsa, malgrado quello che si può pensare in certi momenti, e il filone che da anni va per la maggiore, complici riproposte ma anche nuove storie, come il solo all’apparenza adolescenziale Hunger Games, è la distopia, il futuro negativo, in cui le cose sono andate nel modo peggiore che si poteva immaginare.
I trasfigurati di John Wyndham, best-seller di alcuni decenni fa, si inserisce in pieno nella distopia, presentando la fobia, oggi forse in parte scomparsa dopo la fine della Guerra fredda, del mondo post atomico, in una società in cui tutto si è riformato intorno a piccole comunità dominate da un fanatismo religioso che ha ripreso alcuni inquietanti elementi dall’eugenetica.
L’eroe di questo mondo allo sbando è David Strorm, un adolescente che vive a Waknuk, in un punto non precisato degli ex Stati Uniti d’America, figlio di uno dei tanti predicatori nati in questo zelo religioso. L’imperativo di questi nuovi integralisti è la lotta e lo sterminio di ogni mutante, persone o animali con deformità più o meno evidenti (verrebbe da dire fisiologiche dopo un disastro nucleare), ma David sarà il primo a ribellarsi a questa disumanità quando incontrerà Sophie, una bambina giunta per caso nella sua comunità, con sei dita nei piedi, e quindi secondo suo padre ed altri assolutamente da eliminare.
David dovrà trovare la sua strada e una nuova prospettiva, in un mondo che scoprirà diverso da quello in cui credeva, dopo i Mutanti stanno diventando sempre di più una realtà e dove stanno emergendo anche comunità diverse da quella in cui lui è cresciuto.
I trasfigurati è un romanzo di grande interesse, e non solo per chi ama la fantascienza sociologica, che offre tantissimi spunti. La metafora della ricerca di una propria strada e della storia di formazione è eterna e sempre efficace, mentre l’idea di una società futura dominata da integralismo religioso e fanatismo non sarà nuovissima ma in questo momento storico è particolarmente inquietante. L’odio per il diverso, specchio deformato di tutti gli odi per i diversi di cui è piena la storia è sempre un qualcosa su cui riflettere, perché nella paura verso l’altro si definiscono i limiti di una società, in questo caso un mondo ristretto terrorizzato dalle ovvie conseguenze degli errori umani.
Una storia quindi interessante e avvincente, con vari livelli di lettura, capace di creare inquietudine in chi legge ma anche di far riflettere sui limiti della società, su fobie, estremismi, pericoli, perché in tanti angoli del mondo ci sono dei David che lottano contro l’oscurantismo e il bigottismo per un mondo migliore, un mondo in cui tutte le Sophie che ci sono non siano discriminati. E il tutto è raccontato con uno stile asciutto, senza retorica, come nella grande letteratura. A questo punto c’è da sperare che vengano proposti altri libri di Wyndham, che in passato, non con I trasfigurati, ispirò il cinema fantascientifico in una delle sue stagioni migliori.

John Wyndham è uno degli scrittori inglesi più noti della seconda metà del Novecento. Dai suoi libri sono stati tratti alcuni celebri film come L’invasione dei mostri verdi di Steve Sekely e Il villaggio dei dannati del maestro dell’horror John Carpenter.

:: Piena di niente, Alessia Di Giovanni, Darkam (Becco Giallo, 2015) a cura di Elena Romanello

27 maggio 2015

piena-di-nienteChe i fumetti non siano più da tempo pura evasione è cosa nota ormai non solo agli addetti ai lavori, che ci siano case editrici che hanno deciso di puntare sul fumetto come veicolo di impegno sociale è una conferma di questo.
Un nome su tutte è quello del Becco Giallo di Padova, che da anni edita graphic novel, spesso di autori e autrici italiani, su argomenti di attualità e Storia recente, spesso scomodi ma incapaci di lasciare indifferente chi le legge.
Uno degli ultimi titoli del catalogo Becco Giallo è Piena di niente, di Alessia Di Giovanni alla sceneggiatura e Darkam ai disegni, che racconta la questione dell’interruzione volontaria di gravidanza e di tutti i problemi che ci sono nel nostro Paese attraverso le storie emblematiche di quattro donne, di età e condizione sociale diversa, che si trovano a dover affrontare una maternità non voluta, per motivazioni personali valide, e a confrontarsi con le difficoltà per ottenere l’aborto.
Loveth è una delle tante ragazze africane costrette sul marciapiede, Giulia un’infermiera con già due figli e un marito disoccupato cronico e bigotto che la colpevolizza per non volere un terzo figlio, Monica una bulimica d’affetto che colleziona compagni sbagliati, Elisa una ragazzina disinibita. Quattro punti di vista diversi, che fanno emergere problemi vecchi e nuovi, disagi, questioni sociali, paraocchi ideologici, senza condannare nessuno ma raccontando la cronaca di cosa può succedere, in situazioni più o meno estreme.
La sceneggiatura e i disegni procedono per punti forti, saltando da una storia all’altra, ciascuna con le sue criticità, dalla tragedia delle schiave sessuali alla solitudine, dalle minorenni abbandonate a loro stesse ma incapaci di poter scegliere liberamente la propria vita ai danni dell’obiezione di coscienza sulle vite delle donne. Uno spaccato impietoso dell’Italia, su una questione regolamentata da una legge che sulla carta è stata considerata una delle migliori in materia al mondo, ma che nella pratica crea patemi, discussioni, cattive applicazioni, tabù sempre più grandi.
Ne è una prova questa graphic novel, interessante, certo non commerciale e commerciabile ma da leggere, che ancora più di altri titoli del Becco Giallo è stata vittima di un boicottaggio da parte di molti organi di stampa, forse perché percepita come troppo scomoda e scabrosa, e dire che tutto viene trattato senza sbavature e gratuità, in una storia da consigliare a chi ha fatto a suo tempo le battaglie per i diritti delle donne ma anche a chi oggi non sa quanto certe cose sono ancora ben lontane dall’essere conquistate. Una graphic novel che non lascia indifferente, un viaggio in animi, storie, drammi e questioni su cui meditare.

Alessia Di Giovanni è sceneggiatrice, scrittrice, videomaker e giornalista. Ha cofondato lo Studio Creative Comics, realizzato vari documentari sulla condizione femminile. Per Becco Giallo ha già realizzato Io so’ Carmela.

:: Una vita intera, Robert Seethaler, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

26 maggio 2015

unaConcisione all’estremo e nello stesso tempo contenuti molto più vasti rispetto a quelli contenuti nella pagina: è questo il pensiero che si prova leggendo e sfogliando Una vita intera di Robert Seethaler, uno dei tanti autori tedeschi ospiti all’ultimo Salone del libro, non alla sua prima prova letteraria ma senz’altro ad una delle sue più efficaci.
In 150 pagine scarse l’autore racconta una storia personale ma universale, quella di Andreas Egger, bambino poi ragazzo e poi uomo mentre scorre intorno a lui, anche sulle sue montagne austriache, la Storia del Novecento, tra catastrofi naturali, guerre, vita che cambia, progresso che porta nuovi modi di vivere la montagna.
Andreas è un antieroe, un vinto (non a caso leggendo queste pagine il modello che emerge è Il mondo dei vinti di Nuto Revelli), un bambino mandato a servizio da uno zio che non gli risparmierà niente, un ragazzo rimasto zoppo, capace di innamorarsi per un attimo di Marie e di ricordarla per sempre, un prigioniero di una guerra sbagliata, una persona che vive montagne che cambiano man mano il loro volto, da luoghi duri a posti di turismo, mentre passa questa vita intera, che resta dentro chi la legge, e il mondo cambia.
Una vita intera colpisce per sincretismo, rigore e non patetismo, raccontando la vita di un uomo non come l’esistenza di un disgraziato, nonostante gli capiti di tutto, ma come emblematica di una condizione di lavoro duro, ma alla fine di equilibrio interiore, dove contano più le brevi gioie perse negli anni delle disgrazie.
Andreas Egger è un personaggio che resta nel cuore, forse simile a tanti vecchi montanari che molti cittadini, ancora qualche anno fa, hanno incrociato in tanti luoghi per loro di villeggiatura sulle nostre montagne, gente sopravvissuta a rigori, guerre, fame, vite che non si possono immaginare se non attraverso le parole altrui. Un libro interessante sia come spaccato di vita così lontano dall’oggi ma ancora presente sotto l’aria delle nostre cime, sia per lo stile asciutto e interessante dell’autore, sia per chi vuole sapere qualcosa di più su che animi vagavano e vagano in quei posti dove oggi si va a sciare, a mangiare polenta, a fare passeggiate per recuperare un rapporto con la natura non sempre matrigna, a comprare toma e burro genuini senza pensare a tutto il lavoro che c’è dietro.
E la concisività del libro, poco più che una novella, è senz’altro un punto a favore, oltre che la dimostrazione che in tempi di bulimia narrativa si possono dire anche le cose essenziali senza dilungarsi troppo.

Robert Seethaler è nato a Vienna nel 1966. Autoree sceneggiatore, nel 2007 il suo romanzo d’esordio è stato premiato con il prestigioso premio del Buddenbrookhaus. Ha ottenuto numerose borse di studio, tra cui la Alfred Döblin dalla Academy of Arts, e il film tratto dalla sua sceneggiatura (Die zweite Frau) ha ricevuto un importante riconoscimento al Festival del Cinema di Monaco di Baviera nel 2009. Una vita intera è stato un grande successo di critica e pubblico. Attualmente vive tra Vienna e Berlino.

:: La donna che leggeva troppo, Bahiyyih Nakhjavani, (BUR, 2009) a cura di Micol Borzatta

26 maggio 2015

LaPersia 1800. Tahirih Qurratu’l-Ayn non è come tutte le donne. Nasce in una famiglia benestante e questo le permette di ottenere un po’ quello che vuole, infatti viene cresciuta come un uomo potendo studiare, cosa che era totalmente vietata alle donne, viste come esseri inferiori e utili solo per procreare. Tahirih è bella, sensibile, curiosa, adora scrivere poesie, discutere di politica e questo la porta a proclamare la dignità delle donne guadagnando la fama di ribelle e poetessa tra quelli che la seguono e di puttana e strega tra coloro che la temono.
Un giorno viene accusata di omicidio, riesce a fuggire per un po’ ma alla fine viene catturata. Nel momento della cattura si toglie il velo, gesto che la porta a entrare nella storia, e il suo fascino unito alla sua saggezza confondono i persecutori e quando viene consegnata riesce a farlo innamorare attirandosi l’odio della madre del sovrano.
Un libro interessante che ci porta a conoscere realtà a noi lontane e sconosciute, peccato per la lentezza dello stile e la narrazione statica che portano il lettore ad annoiarsi un po’ se non è un appassionato del genere.
Se si riesce a superare l’ostacolo della lentezza il romanzo merita davvero trasportando il lettore in un’epoca e in luoghi a noi del tutto sconosciuti trasmettendo totalmente il pensiero e il credo della gente, facendoci vivere le lotte morali affrontate dai personaggi.
Le descrizioni a volte sono un po’ pesanti però necessarie perché altrimenti non riusciremmo a capire le tematiche.
Consigliato a chi vuole conoscere il mondo che lo circonda.

Bahiyyih Nakhjavani nasce in Iran in una famiglia bahai, ovvero con fede monoteista, cresce in Uganda, studia nel Regno Unito e negli Stati Uniti e attualmente vive in Francia. Scrittrice iraniano-statunitense insegne letteratura americana. Nel 2007 l’Università di Liegi le conferisce la laurea honoris causa per la sua attività letteraria.

:: Il giorno degli eroi, Guido Sgardoli, (Rizzoli, 2014) a cura di Viviana Filippini

23 maggio 2015

30Di solito non mi emoziono con facilità, ma Il giorno degli eroi di Guido Sgardoli che ha ricevuto il Premio speciale della giuria del premio Andersen 2015 assieme ad altri due libri  che raccontano la guerra ai ragazzi, mi ha davvero commosso, nel senso che mentre lo leggevo ad un certo punto gli occhi hanno cominciato a lacrimare da soli. Il perché? Perché nel giovane protagonista Silvio ho rivisto il mio bersagliere Luigi, quel mio prozio, del quale sono riuscita a recuperare pochi mesi fa l’esatta data di nascita e una fotografia, partito per la guerra nel 1917 e morto a soli 18 anni sul Carso.  Il libro di Sgardoli, edito dalla Rizzoli, si concentra sulla Prima guerra mondiale e su come essa cambiò la vita di molti italiani, quando il governo decise di dichiarare guerra all’Austria il 24 maggio del 1915. Tanti furono i giovani che, carichi di eroismo e grandi speranze, indossarono la divisa pronti a raggiungere il fronte per una guerra che secondo tutti non sarebbe durata a lungo. Tra coloro che avrebbero voluto, da subito, combattere per la patria c’era anche Silvio, ma lui, classe 1899, era troppo piccolo e per tale motivo rimase a casa a guardare i suoi fratelli maggiori imbracciare le armi e partire per il fronte. Sgardoli racconta una guerra che, ce lo documentano anche i libri di storia, durò molto più del previsto e questo suo dilatarsi permise anche al protagonista di Il giorno degli eroi, di partire per il fronte nel 1917. In poche settimane tutto l’eroismo, l’amor di patria e la gioia dell’adolescente, come quella di molti altri suoi compagni, furono spazzati via dalla logorante monotonia della vita di trincea. Il libro di Sgardoli è un viaggio dentro alla vita di quei  giovani italiani che finirono a combatter la guerra del 1915-18, ed è coinvolgente perché l’autore riesce a farci percepire lo stato emotivo di ognuno di loro. Dalle piccole gioie (come quando a pochi soldati è riservata una cena più sostanziosa), ai momenti di impavido coraggio come quando il protagonista e i compagni escono dalla trincea e corrono verso i Ta-pum austriaci, i lettori sono  travolti da eventi ed emozioni. Questi ragazzi così giovani, animati da una immensa voglia di vivere e di fare, vedono disintegrata ogni loro certezza e speranza per il domani dalla monotonia delle giornate di trincea e dalla brutale violenza del conflitto bellico. In tutto il romanzo si percepisce un’atmosfera nella quale c’è da parte di questi soldati un bisogno profondo di pace, di tranquillità. I protagonisti sentono la necessità di comprendere se quella guerra che stanno combattendo abbia un senso o no, e vogliono capire se chi è additato come il nemico da combattere è davvero pericoloso come dicono coloro che stanno al comando degli eserciti, e si tengono ben lontani dalla prima linea dove i soldati semplici convivono con il freddo, il fango e la paura. Silvio e tutti i protagonisti de Il giorno degli eroi sono giovani uomini che giorno dopo giorno desiderano tornare a casa. Loro sono persone, o forse è meglio scrivere, eroi comuni che hanno sacrificato la loro esistenza senza riuscire mai a saperne il perché. La storia narrata da Guido Sgardoli ne Il giorno degli eroi dovrebbe essere letta dai ragazzi, ma anche dagli adulti, per riscoprire un po’ di passato e per comprendere lo stato emotivo di quei giovani uomini, italiani e stranieri, mandati al fronte, come carne da macello, a combattere una guerra voluta da altri e non da loro. Dai 12 anni in poi.

Guido Sgardoli è nato a San Donà di Piave (VE) nel 1965, vive e lavora a Treviso. Laureato in Medicina Veterinaria, ha coltivato la passione per il disegno, l’animazione e la scrittura. L’esordio letterario è avvenuto con Salani nel 2004 ed è proseguito con numerosi titoli di narrativa dedicati al pubblico dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti con i più importanti editori italiani. Molte le traduzioni all’estero.
Aderisce, insieme ad altri autori e illustratori, a Writers With Children, movimento a favore del riconoscimento del diritto di cittadinanza per le bambine e i bambini stranieri nati in Italia, e a ICWA, la prima Associazione Scrittori Italiani per l’Infanzia e l’Adolescenza. Tra i principali riconoscimenti: Premio Penne 2007 con Il libro Kaspar, il bravo soldato (Giunti); Premio Gigante delle Langhe 2009 con il libro Il disinfestatutto (Nord-SudEdizioni); Premio Bancarellino 2009 per Eligio S. I giorni della ruota (Giunti); Premio Andersen 2009, Premio LiBeR miglior libro del 2011 per The Frozen Boy (Edizioni San Paolo);
Premio Cento, Premio Biblioteche di Roma 2012 per Due per uno (Nuove Edizioni Romane); Premio Internazionale Ceppo Ragazzi 2013 per la Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza. http://www.guidosgardoli.it

:: Sophia, Vanna Vinci (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 maggio 2015

1Un racconto in bianco e nero, ma ricco di colore. Un racconto che spazia tra morte ed oscurità, pur rimanendo fortemente attaccato alla vita. Un romanzo antologico a fumetti, prima pubblicato ad episodi, oggi diventato una bellissima edizione integrale.

Se avessi dovuto descrivere Sophia, personaggio di Vanna Vinci, in modo assolutamente didascalico avrei scritto di sicuro qualcosa del genere.

In realtà, sono stata circa 48 ore a fissare la pagina bianca di Word prima che trovassi il modo adatto per cominciare a recensire questo romanzo a fumetti.

Una storia che fa crescere, quella della giovane Sophia. Quasi un romanzo di formazione. Sicuramente un viaggio tra Sardegna – Bologna – Parigi – Roma e di nuovo Bologna, un percorso circolare che parte da A ad arriva a B portandosi dietro un bagaglio di emozioni, esperienza e conoscenza non indifferenti.

Motori di questo viaggio sono la sete di conoscenza (sia per quanto riguarda l’esoterismo, sia per un proprio percorso di vita), l’instabilità e la voglia di fuggire.

Anche in questo caso, ritroviamo in tavole rese “parlanti” dalla Vinci con una spontaneità disarmante

2Come avrete già potuto immaginare, non è questo il caso – quindi bando alle ciance e preparatevi ad innamorarvi follemente di queste 272 pagine in cui l’amore convive col dubbio, la paura con i viaggi, la chimica di un nuovo amore con l’alchimia. Cominciamo da quest’ultima, con la sua definizione come da vocabolario:

“Alchimia [al-chi-mì-a] s.f.: nell’antichità e fino a tutto il Rinascimento, ricerca del principio (detto pietra filosofale o quintessenza) capace di rivelare i segreti della vita e di tramutare in oro i metalli vili.”

Un’appassionata di quella antica Grande Opera, fatta di filtri, pozioni, provette, polveri e studi che vanno a confluire in quella che, appunto, viene detta alchimia.

L’obiettivo primario è quello di trasformare la materia, cercare nell’occulto, in un passato lontano, anche lontanissimo: questo fa questa ventottenne dall’aria assorta, eppure concreta in azioni, intenzioni e pensieri.

3Tuttavia, l’obiettivo più importante è un altro, molto più intimo: quello di trasformare la materia per trasformare se stessa, la sua anima e, soprattutto, riuscire ad aprire il suo cuore.

A portare a termine questa Grande Opera Alchemica, Sophia sarà aiutata da figure impalpabili e trapassate, provenienti da tempi e luoghi lontanissimi, in poche parole i Grandi Maestri dell’Alchimia, resi giovani per sempre dai vari processi alchemici. Questi sono raggruppati dalla Vinci in un’appendice a questa splendida edizione integrale pubblicata da Bao Publishing, dal titolo Sophia, la ragazza alchemica. Le altre parti, invece, sono state ristampate da Sophia, la ragazza aurea (Kappa Edizioni, 2005) e Sophia nella Parigi ermetica (Kappa Edizioni, 2007), precedentemente pubblicate, sempre dalla Kappa edizioni, in versione antologica ad episodi.

I Grandi Maestri ci vengono presentati come se fossero ancora vivi e vegeti. Figure che vivono il suo presente. Proprio perché in questa storia loro SONO ancora vivi, agiscono, provano ancora strascichi di sentimenti vecchi millemila anni e, ognuno a suo modo, spingerà avanti Sophia nella sua personalissima ricerca.

Sophia rappresenta del tutto questo modus vivendi: sfuggente, instabile come Alma*, ma umana, sensuale e determinatissima (pur senza qualche esitazione) a portare a termine la sua ricerca, che da strana spinta dettata dalla passione per l’alchimia e gli studi esoterici, si tramuterà in una grande e intima scoperta dei sentimenti e del suo Io più profondo. Un’icona generazionale, quindi, in cui si mescolano voglia di scoperta, timori, rabbia, tristezza, abbandoni, fughe, sogni, simbologia, metafore, musica, chiaroscuri che tanto grigi poi non sono, passione, occulto, viaggi nel tempo… e amore.

La narrazione, discontinua e onirica, è accompagnata da didascalie che riportano il pensiero della ragazza, come in un flusso di coscienza mai interrotto. Questi sbalzi narrativi riflettono gli sbalzi emotivi di Sophia alla ricerca di se stessa.

I disegni delle varie tavole sono semplici, chiari e precisi: il tratto è fluido e tondeggiante, la simbologia alchemica è ben rappresentata, tanto quanto vengono rese al meglio le onomatopee e le sensazioni che accompagnano la vita di Sophia.

Vanna è Sophia nella stessa misura in cui Sophia è Vanna.

Le vicende raccontate, infatti, altro non sono che frammenti di vita dell’autrice stessa rimescolati tutti insieme in una cornice onirica e alchemica. Entrambe si trasferiscono dalla Sardegna a Bologna, così come entrambe sono illustratrici e condividono l’amore per i viaggi e per studi esoterici. Inoltre, questo graphic novel è collegato dal fil rouge della musica e delle influenze pop – rock (e non solo) dai primi anni ’90 a ritroso.

Nella storia, è come se ci fosse un walkman immaginario che ha il compito, all’occorrenza, di far partire brani in sottofondo.

Come sarebbe a dire quali?

I Primal Scream, Roy Orbison, Buddy Holly, Donna Summer, Fabrizio De Andrè, Nico, Alan Sorrenti, Nina Simone, Madonna, Frank Sinatra e, ovviamente, i C.C.C.P.

Ecco, io non vi ho detto niente, SSSSHHHHH.

Adesso potete precipitarvi a vivere la stessa esperienza di Sophia, cosa aspettate?

© Immagini Vanna Vinci

Vanna Vinci, cagliaritana, è illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. La vita fatta di smisuratezza e arte della pittrice polacca Tamara de Lempicka l’hanno spinta a dar vita al suo ultimo graphic novel, Tamara de Lempicka – icona dell’Art déco, pubblicato a marzo 2015 da 24 Ore Cultura. A maggio 2015, Bao Publishing ristampa due sue graphic novel: Sophia, la ragazza aurea (Kappa Edizioni, 2005) e Sophia nella Parigi ermetica (Kappa Edizioni, 2007) in una curatissima versione integrale, più una sostanziosa aggiunta di tavole inedite (Sophia, la ragazza alchemica). Vanna Vinci vive e lavora tra Milano e Bologna.

:: La stagione degli innocenti, Samuel Bjørk (Longanesi, 2015)

19 maggio 2015

la-stagione-degli-innocenti-686x1024Dopo Domani tocca a te di Stefan Ahnhem, un altro poliziesco nordico, uscito in questi giorni, ha attirato la mia attenzione questa volta edito da Longanesi, tradotto da Ingrid Basso e dal titolo italiano, non troppo fuorviante sebbene diverso dall’originale, di La stagione degli innocenti (Det henger it engel alene i skogen, 2013).
Come il precedente un esordio, ma questa volta ambientato in Norvegia, con protagonisti un’ anomala coppia di investigatori di una speciale unità investigativa della omicidi di Oslo, Holger Munch e Mia Krüger, che indaga su un caso particolarmente efferato che vede all’ opera un serial killer che ha per vittime bambine di sei anni rapite dal loro asilo (almeno le prime due, le due seguenti dalle loro camerette) e trovate impiccate con una corda per saltare ad un albero nel fitto del bosco.
La prima Pauline Olsen, sei anni, vestita con un vestito da bambola adattato alla sua misura, uno zainetto sulle spalle, e un cartello della compagnia aerea Norwegian con scritto “Io viaggio da sola“, uccisa da una dose letale di narcotico, prima della macabra messinscena nel bosco in Maridalen. Solo Mia Krüger guardando le foto scattate dalla scientifica riesce a decifrare un’ enigmatica scritta e a vedere un particolare sfuggito agli altri investigatori che rende evidente che non sarà l’unica, ma la prima di una lunga serie e infatti poche settimane dopo un’ altra bambina viene rinvenuta cadavere nel bosco con le stesse modalità.
Ripristinata in tutta fretta la speciale unità investigativa con a capo Holger Munch, ha inizio un’indagine difficile e quanto mai delicata che forse non ha precedenti nei casi della polizia di Oslo, che metterà a dura prova il talento investigativo dei nostri, prima di scoprire le vere ragioni del killer e il suo oscuro piano di vendetta.
Che il poliziesco nordico, non ostante sia stato dato per morto in diverse occasioni, stia vivendo una nuova stagione è indubbio viste le nuove uscite di queste settimane, tutti successi in patria (forse di qualche anno fa e solo oggi pubblicati ed esportati all’estero), ma soprattutto è interessante notare l’utilizzo di una scrittura sempre più letteraria, come appunto in questo caso. Piacevole contrasto con i temi sempre più oscuri e drammatici.
L’uccisione di bambini credo sia l’incubo peggiore degli investigatori anche con anni e anni di esperienza nel mondo criminale a contatto dei crimini più efferati. La violenza contro i più piccoli mette a disagio, angoscia, lascia uno strascico di inquietudine, e la consapevolezza che non si sia niente di peggiore. Ed è così anche nel mondo rarefatto e fittizio di un romanzo poliziesco.
Non solo, anche le vite dei protagonisti non hanno niente di edulcorato o stereotipato. Soprattutto il personaggio di Mia Krüger (una sorta di detective alla Lisbeth Salander norvegese, non a caso la immaginavo col volto di Noomi Rapace, stesso sguardo intenso, stessi capelli corvini) che incontriamo ad un passo dal suicidio, imbottita di alcol e antidepressivi, ritirata dal mondo su un’ isola, colpevole di aver ucciso in servizio il compagno tossico della sua sorella gemella morta di overdose.
Holger Munch dal canto suo anche lui non ha niente di accattivante e affascinante: di mezza età, divorziato, sovrappeso, un nerd appassionato di enigmi, giochi enigmistici e di scacchi con non poche ombre nella sua vita apparentemente tranquilla di padre e di nonno. Due eroi improbabili insomma sulle tracce di un serial killer anche lui così anomalo nella tranquilla Norvegia, terra di boschi, case di legno, fiordi  e maglioni a treccia.
Senza dubbio di carne al fuoco ce ne è tanta: dal fanatismo religioso (per non parlare delle sette che estorcono le eredità degli anziani), alla tossicodipendenza, dalla malattia mentale appunto agli omicidi seriali, uniti a colpi di scena abbastanza imprevedibili e intuizioni investigative credibili e allo stesso tempo sconcertanti. Insomma un buon poliziesco norvegese, forse non siamo ai livelli del primo Nesbo, ma senz’altro una serie di cui sentiremo ancora parlare.

Samuel Bjørk è lo pseudonimo di Frode Sander Øien, poliedrico artista norvegese. Autore di pièce teatrali, musicista e cantautore, ha tradotto alcune delle opere di Shakespeare. Vive a Oslo.

Ingrid Basso (1976) è ricercatrice in Filosofia teoretica presso l’Università Cattolica di Milano. Si è avvicinata alle lingue nordiche grazie al filosofo danese Søren Kierkegaard, che l’ha spinta a studiare la lingua danese prima come esterna all’Università degli Studia di Milano, poi all’università di Copenaghen. La passione per la letteratura che affianca l’amore per la filosofia l’ha portata a dedicarsi alla traduzione della narrativa danese e norvegese contemporanea. Tra gli autori da lei tradotti: Morten Brask, Jakob Ejersbo, Kim Leine, Anne-Lise Marstrand-Jørgensen, Simon Pasternak.

:: Liberi di Scrivere al Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – tra il quarantennale della morte di Pasolini, piccoli editori e modernità, a cura di Federica Guglietta

19 maggio 2015

Piccola premessa a quest’articolo (no, scherzo, chiamatelo post, sproloquio, riassuntone, fate un po’ come volete) straordinariamente di parte (e c’era da aspettarselo): io amo i libri, ma generalmente odio le fiere. Di qualsiasi tipo.

Per quale motivo?

La gente, il rumore, gli spintoni, il vociare, le code, il caldo, gli altoparlanti, l’aver dimenticato il trolley vuoto da riempire di libri, perdersi incontri con scrittori e/o su vasti ambiti dell’editoria vecchia e nuova, così come ci si perde fisicamente in uno spazio enorme, per fortuna ben organizzato. Non stiamo parlando di un evento letterario così come si parla della prima sagra di paese che potrebbe balenarvi in mente, sia chiaro.

Insomma, il Salone Internazionale del Libro di Torino al Lingotto Fiere, giunto ormai alla sua XXVIII edizione (dal 14 al 18 maggio 2015), è un evento imperdibile.

Eppure io non ci ero mai stata.

Quest’anno, grazie alla mia collaborazione con Liberi di Scrivere, ho avuto modo di partire ed esserci, almeno per un giorno.

Vi racconto com’è andata.

1Sabato 16 maggio. Mattina.

In programma una miriade di cose da fare, vedere, leggere e, perché no, comprare.

Meno male che, per facilitarci le cose, il SalTo2015 è stato organizzato in modo tale da essere girato senza paura di perdersi, non avevamo bisogno di bussole, mappe e navigatori: l’App ufficiale dell’evento si dimostrata in grado di fare da Cicerone senza intoppo alcuno.

Una gigantesca fiera dell’editoria, quindi. Grandi e piccoli editori si incontrano e si scontrano, non si si incrociano quasi mai. I grandi nomi acclamatissimi, gli emergenti hanno avuto la fortuna di farsi conoscere di più o se ne stanno lì con l’amaro in bocca.

Alla base di tutto c’è la commercializzazione della cultura. In tutti i settori. Quella cultura che dovrebbe essere alla portata di tutti viene, se si può dire, mercificata.

Cosa ci vai a fare alla Fiera del Libro, se poi pensi queste cose? – direte voi. Ci sono andata per gli eventi, gli incontri e la possibilità di scambio di idee. Niente di più. I grandi editori dovrebbero limitarsi un pochino, i piccoli, al contrario, dovrebbero imparare a cacciar fuori un po’ gli artigli. Soprattutto attraverso i social, grande mezzo per far conoscere il proprio lavoro dappertutto. Molti sottovalutano questo aspetto… e fanno male.

Altra parentesi criticona a parte, per me è stata una bellissima esperienza dal punto di vista formativo e professionale e spero di ripeterla anche in futuro.

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Infatti, da brava neofita di un evento di tale portata, avevo riempito la mia to do list di mille, ma che dico, diecimila eventi, incontri e conferenze. Della serie: o tutto o niente.

Qualche esempio?

L’incontro con Marco Santagata sui 750 anni dalla nascita di Dante, quello su Moravia, Calvino e Sciascia, un altro incontro su Dante, con Dante, per Dante, un workshop su scrittori e social network e un altro sullo storytelling digitale… e ancora un altro sul mondo dei blogger e del selfpushing, per non parlare di quello sulla distribuzione degli e-book messa in relazione al mondo dell’editoria cartacea… e, quel giorno, poi c’erano Alberto Angela, Daria Bignardi e tanti altri.

Mancando, purtroppo, del dono dell’ubiquità ho scelto col cuore e ho assistito all’incontro tenuto alle 17 in nella Sala Rossa, quello su Pasolini fuori dal mito. Fila chilometrica e conseguente sala gremita di gente. Quella sala di un bel rosso acceso che tanto sarebbe piaciuto allo stesso P.P.P.

A fare da relatori c’erano Lidia Ravera, scrittrice e giornalista, madrina del SalTo2015, assessore alla Cultura della Regione Lazio e membro della Commissione tecnico-scientifica che ha il compito di promuovere e coordinare le iniziative culturali in ricordo di Pasolini a quarant’anni dalla sua scomparsa; così come fa parte della stessa commissione Walter Veltroni, ora regista e scrittore, ma con una lunga carriera politica alle spalle, in cui ha avuto anche il privilegio di conoscere il Pasolini ideologo da vicino negli anni ‘70; presente anche Walter Siti, curatore dell’opera omnia di Pier Paolo Pasolini per la collana I Meridiani (Mondadori), di cui scrive anche l’introduzione; last but not least, la relatrice anagraficamente più giovane, Chiara Valerio, scrittrice e critica letteraria.

Al centro dell’intera conferenza c’era la figura di Pasolini come quella di scrittore più discusso che letto e più ammirato che amato. Questo a causa della risaputa aggressione del tutto pasoliniana verso l’altro da sé, del suo essere un classico – non classico perturbante e moderno. Più moderno dei moderni.

Pasolini amava la verità, in tutte le sue forme.

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Non si sarebbe mai fatto seppellire dalla benevolenza dei trapassati.

Secondo Lidia Ravera, l’opera tutta di P.P.P. non è da considerarsi un classico, è sì immortale, ma ancora si dimostra divisivo. Più che un classico, è diventato un brand: da una parte per la sua rappresentazione delle borgate romane, dei ragazzi di vita, dell’opinione pubblica, della tanto amata campagna friulana e dall’altra parte per la sua “preveggenza” ideologica e sociale e per il suo pensiero sempre fuori dal coro. Figura intellettuale “postumamente post moderno”, è capace di esibire la sua vita e la sua omosessualità. Anche queste due caratteristiche fanno parte della sua verità.

Walter Siti considera P.P.P. un artista completo: sicuramente come scrittore non è stato il migliore della sua epoca. Era diventato più un’icona pop, poco letto, ma apprezzato molto più per il suo cinema. Altra peculiarità dell’uomo Pasolini era la sua onnipresente inquietudine: non stava mai fermo, non era mai soddisfatto. Da solo cominciò la sua battaglia contro i media, come un titano puramente intellettuale. Tuttavia, non va idealizzato: nelle sue convinzioni, molte volte, aveva anche torto e, a metà degli anni ’60,  scatenò non poche polemiche, come quella mossa contro il suo cinema dai semiotici, sulla sua concezione di Dante mossagli da Segre e sull’aborto. Inoltre, all’inizio del suo operato, non era il Pasolini coraggioso degli ultimi anni, ma ha saputo reagire solo quando venne toccata la sua opera. Anche il suo profetismo si rivelò tante volte inesatto, come quando in Betulle Nane immaginò l’URSS come un posto piacevole per vivere a vent’anni da quella parte.

Si interessava al mondo per capire se stesso, come se fosse per lui un bisogno fisico e carnale: “Io non riesco a respirare, se il mondo diventa così brutto.”, in quest’affermazione è racchiusa anche buona parte della sua visione politica.

Pasolini provava uno spropositato amore per il dubbio, le certezze non esistono, non sono altro che figlie del dubbio.

Walter Veltroni incontra per la prima volta Pasolini alla sezione del PCI di via Scarlatti a Roma, al comitato di base del Tasso : entrò si mise in fondo e cominciò a prendere appunti anche delle ‘castronerie’ che allora che quei giovani militanti dicevano. Probabilmente, dice,  è da quelle visite che nacque la celebre invettiva di Valle Giulia a difesa dei poliziotti – figli dei poveri e contro i figli di papà. Concorda con Siti sul fatto che sia stato molto in tutti gli ambiti, ma mai il primo.

Chiara Valerio pone l’accento sul libro – documentario L’odore dell’India in cui lo scrittore avrebbe paragonato l’Italia all’India: una casta fatti di dominanti e dominati, ricchi e poveri, immobilità in un paesaggio metafisico. Anche la Valente concorda sul fatto che per P.P.P. si dovesse guardare fuori di sé per guardarsi dentro.

Sul delitto Pasolini, una sola ed unica verità: Pino Pelosi non era solo.

L’incontro si conclude con l’assunto che non esiste né, probabilmente, esisterà mai un altro Pier Paolo Pasolini perché la nostra società dà per scontato che un cambiamento sia politico che culturale radicale sia del tutto negativo.

Sono stata sinceramente stupita di trovare la Sala Rossa così piena di persone interessate alla vita e alla memoria di questo artista poliedrico e per l’affluenza al SalTo2015 più che positiva.

Che dire, costruiamoci un Salone delle Meraviglie personale continuando a leggere, leggere, leggere ad infinitum.

(www.salonelibro.it)

© foto Enrico Tribuzio

:: Domani tocca a te, Stefan Ahnhem, (Sperlig & Kupfer, 2015)

18 maggio 2015

Ahnhem_La classe_300X__exactAveva passato in rassegna con calma e metodo classe dopo classe, alunno dopo alunno. Per ogni viso aveva cercato di ricordare la persona in questione. Ci era riuscito nella maggior parte dei casi, anche se per alcuni gli era occorso tempo. Persino quelli con cui non aveva mai avuto a che fare si ripresentarono come spettri erranti nella banca dati della sua memoria. In compenso non era risucito a individuare nessun sospetto. Nemmeno uno tra tutti quei volti si era distinto tra gli altri, catturando la sua attenzione. Solo poche ore prima era sicuro che l’assassino dovesse essere da qualche parte in quell’annuario, ma adeso il dubbio si era insinuato in lui. Era sulla pista sbagliata? Decise di sfogliare le pagine un’ultima volta. Se non avesse trovato nulla avrebbe spento la luce e cercato di dormire un po’. Il fascicolo si aprì quasi spontaneamnete sulla 3C. Non sapeva quante volte avesse guardato quell’ immagine nell’ultima settimana, eppure non riusciva a disfarsi della sensazione che gli fosse sfuggito qualocsa. Qualcosa all’interno di quella fotografia. Era come se covasse un segreto.

Un nuovo ispettore arriva dalle fredde terre del nord Europa: Fabian Risk, antieroe problematico, svedese come il Kurt Wallander di Mankell (di cui ricorda per certi versi alcuni tratti), protagonista del romanzo d’esordio di Stefan Ahnhem, Domani tocca a te (Offer Utan Ansikte, 2014).
Edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto da Roberta Nerito, questo romanzo si inserisce quindi a pieno titolo nella grande corrente del poliziesco nordico e lo fa dignitosamente con picchi non privi di originalità (e cattiveria) che ne fanno un buon romanzo di genere e allo stesso tempo un affresco sociale credibile e attento alle problematiche più spinose di una Svezia ben lontana dall’idea stereotipata che molti si fanno (rivalità con la vicina Danimarca, bullismo, violenza contro le donne, carenze educative di genitori assenti).
Il giallo scandinavo se vogliamo è nato proprio come strumento di analisi della società e a mio avviso le sue prove più riuscite hanno fatto proprio questo, ci hanno parlato dei mali e delle contraddizioni di paesi in cui la ricchezza e il benessere economico non sono sempre sono andati pari passo con la felicità dei suoi abitanti.
Punto forte di questo romanzo, oltre al protagonista e a ben caratterizzati comprimari, è sicuramente l’indagine poliziesca fatta di continue riunioni in cui il nostro non brilla per cooperazione e gioco di squadra, per lo meno all’inizio quando una sua decisione estemporanea provocherà incidentalmente una morte evitabile con coseguenti sensi di colpa, false piste, intuizioni risolutive, e grazie all’autore si ha proprio l’impressione di accompagnare il protagonista passo passo nelle varie evoluzioni della trama, difficilmente prevedendo quale sarà il passo successivo.
Ahnhem gioca abbastanza pulito con il lettore, ci sono sì alcuni vicoli ciechi (tipo le chiavi di una cassetta di sicurezza in una cucina di una vittima), ma per lo più da giusti indizi preparando la rivelazione finale (davvero incredibile) degli ultimi capitoli (indizi che mettono sulla buona strada sulle scritte dei muri dei bagni, ma davvero incomprensibili prima della intuizione risolutiva del protagonista).
Capire perchè agisce l’assassino, quale filo logico segue la sua “vendetta” è tutta un’altra questione e se vogliamo la parte più interessante del romanzo che inizia con il trasferimento di Fabian Risk da Stoccolma alla sua città natale, Helsingborg, nel sud della Svezia. Capiamo subito che non è un tipo facile, a Stoccolma, dove lavorava nella sezione omicidi della polizia, lascia un passato che vorrebbe dimenticare, capace di mettere in crisi il suo equilibrio psicofisico e la sua stessa famiglia (c’è un’ altra donna nel suo passato) composta dalla moglie Sonja, con cui spera di ricominciare una nuova vita, e i suoi due figli.
Ad attenderlo dopo una breve vacanza, la divisione anticrimine della polizia di Helsingborg. Almeno questi sarebbero i piani, se il giorno stesso del suo arrivo, prima ancora dei mobili, che dovrebbero arrivare con il camion del trasloco, si presenta a casa sua il suo (futuro) capo, il commissario Astrid Tuvesson coinvolgendolo subito in un caso che lo tocca molto da vicino.
Un suo vecchio compagno di liceo, Jörgen Pålsson, viene ritrovato assassinato, con le mani amputate, nella scuola locale dove egli stesso insegnava. Accanto una foto di classe di trent’anni prima in cui il volto di Pålsson era stato cancellato. (Non a  caso il titolo della versione in inglese, non ancora uscita, che traduce fedelmente il titolo originale è Victim Without A Face. In cui si nasconde un gioco con il lettore che capirete solo a lettura ultimata.)
Fabian Risk non ha un bel ricordo di Pålsson, nè degli anni del liceo, tormentato dai sensi di colpa causati da fenomeni di bullismo di cui non era vittima in prima persona, ma che lo costringevano a non intervenire e a guardare dall’altra parte quando un compagno veniva vessato. (Fatto che avrà ripercussioni anche nella sua vita di adulto). Pålsson era un picchiatore, Risk non si stupisce che gli abbiano amputato le mani, forse per un atto di vendetta per le angherie subite. E questa è la pista che per prima viene seguita con esiti inaspettati. E quando altri compagni di classe iniziano a essere uccisi il piano di questa vendetta emerge sempre più inquietante. E’ anche lo stesso Risk la prossima vittima dell’assassino? Perchè? E soprattutto riuscirà Risk a fermarlo prima che muoiano tutti?

Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Domani tocca a te è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie che vedrà protagonista il commissario Risk.

:: Tutto cominciò con Tiffany, Marzi Christoph, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

18 maggio 2015

MarSe avete voglia di leggere qualcosa di spassoso, non troppo impegnativo e ricco di sentimento vi consiglio la storia di Faye, una giovane libraia a Brooklyn protagonista di Tutto cominciò con Tiffany, del tedesco Marzi Christoph, edito da Tre60. La vita di Faye scorre tranquilla tra i libri e la musica, anzi, a tratti potrebbe essere troppo calma  poi, un giorno, in libreria entra un giovane che compra una vecchia edizione di Colazione da Tiffany di Capote e pronuncia una frase: “Certe storie sono come melodie” che cambierà per sempre l’esistenza di Faye. La ragazza rimane ammaliata da quelle parole, tanto che diventeranno per lei un mantra esistenziale. Il giovane che le ha dette compra sì libro di Capote, ma lascia il suo album di disegni nel negozio. Faye non perde l’occasione e decide di fare tutto il possibile per trovare il misterioso giovanotto partendo dal suo nome, Alex, riuscendo a scovarlo su Face Book. Tra i due giovani comincia un serrato scambio di messaggi, fino alla decisione di un incontro. Poi, quella che potrebbe diventare una storia d’amore perfetta, frana su se tessa, perché Alex e Faye raccontano in modo diverso il loro primo appuntamento avvenuto il 14 settembre. Per lui era domenica e si è sentito tradito vedendola con una altro. Per lei era venerdì e Alex non si è presentato. Chi mente e chi dice la verità tra Faye e Alex? Marzi costruisce una storia basata sul gioco di equivoci temporali e situazionali che pungolano la curiosità del lettore a procedere nella lettura per capire chi dei due personaggi protagonisti stia raccontando la verità. Faye cerca di sbrogliare l’intricata matassa che ha complicato il rapporto con Alex perché non riesce a capire lo strano comportamento del ragazzo e, nemmeno lei si ricorda di averlo incontrato prima del suo fatidico ingresso in libreria. Ad aiutarla nel superamento di questo stato di confusione mentale, e pure temporale, ci son il simpatico Mica, l’originale datore di lavoro tutto zen e yoga, e Dana, amica, a volte magari un po’ troppo prevaricatrice, di Faye. Il libro Colazione da Tiffany che compare spesso nella trama è il filo che lega i due protagonisti ed è quello che ad un certo punto porta Faye a sentirsi come Audrey Hepburn nell’omonimo film e, allo stesso tempo, il testo di Capote è anche il libro che Alex ha realizzato in una versione a fumetti nella speranza di trovare un editore interessato a pubblicarlo. Tutto cominciò con Tiffany ha venduto oltre 300.000 copie in Germania ed è in corso di traduzione in tutto il mondo. La sua trama è curiosa, a volte potrebbe sembrare un po’ labirintica, ma lo stile fluido della scrittura di Marzi e la buona traduzione di Manuela Carozzi portano chi legge a lasciarsi travolgere con piacere dalla ricerca di comprensione dei sentimenti e della mente umana messa in atto da Faye. Se come dice Alex: “Certe storie sono come melodie”, Tutto cominciò con Tiffany di Cristoph Marzi è un album da scoprire e ascoltare.

Christoph Marzi è uno dei più promettenti autori tedeschi, amato dalla critica e dal pubblico. E adesso si appresta a conquistare l’Europa: i diritti di traduzione di Tutto cominciò con Tiffany sono stati venduti ovunque: dall’Inghilterra all’Olanda, dalla Spagna alla Norvegia. Scoprite di più sull’autore sul suo sito www.christoph-marzi.de