:: Arrivederci a settembre!

31 luglio 2016

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Ad agosto Liberi va in vacanza, un po’ di riposo ci vuole, specie nel mese più caldo dell’anno. Relax, tranquillità, sole, mare, montagna. Insomma dolce far niente. Beh proprio niente no, i libri saranno sempre nostri compagni inseparabili. E spero anche i vostri. Dunque il blog per tutto il mese d’ agosto non sarà aggiornato. Vi avviso, nel caso cercaste nuovi post. Ma se volete leggere quelli passati, siete i benvenuti. Ormai c’è materiale in abbondanza tra recensioni, interviste e articoli di approfondimento. Anche i nostri servizi editoriali saranno sospesi. Come le richieste di recensioni. Ma se volete comprare libri tramite i nostri link, quelli restano funzionanti. E ringraziamo gli amici che li usano, voi non spendete di più, per noi è un grande aiuto. Dunque che dire d’altro? Arrivederci a settembre! Giulia.

:: Un’ intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016

31 luglio 2016

unnamedNegli scorsi mesi è uscito l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, ecco alcune domande e risposte che ci aiuteranno ad approfondire i temi trattati.

Come è nata l’idea di compilare un Atlante Geopolitico del Mediaterraneo? È al suo terzo anno di pubblicazione, ogni anno focalizzando temi diversi. Ci parli dei motivi che vi hanno spinto a scriverlo e a strutturarlo in questo modo.

Con l’inizio delle cosiddette Primavere arabe è cresciuta l’attenzione nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Paesi attraversati da importanti cambiamenti politici e sociali, in molti casi poco conosciuti e difficili da comprendere per gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Il nostro obiettivo, quando abbiamo immaginato di dare vita all’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, era quello di offrire ai lettori uno strumento che li aiutasse a comprendere meglio gli eventi che stanno cambiando il volto dell’area, partendo tuttavia da una sintetica ma approfondita analisi della storia recente dei paesi della regione.

Per capire il presente bisogna studiare e comprendere il passato. È questo lo spirito che anima il vostro libro?

Conoscere il passato è fondamentale per comprendere cosa sta accendo oggi nel Mediterraneo. Molto spesso si analizzano i fatti che accadono nell’area senza tenere conto del contesto storico e politico in cui avvengono. Questo rappresenta, a mio modo di vedere, un forte limite rispetto alla possibilità di avere una comprensione profonda degli eventi in corso.

Se vogliamo, la democartizzazione del Medio Oriente era uno degli obbiettivi che si era posta l’amministrazione statunitense, appoggiando in un certo senso, per lo meno moralmente, il fenomeno che va sotto il nome delle “Primavere arabe”. Poi ne è seguito un quasi totale disinteresse. Come se lo spiega?

Non sono convinto che la democratizzazione del Medio Oriente fosse un reale obiettivo dell’amministrazione statunitense. A mio modo di vedere Obama voleva innanzitutto ridurre la presenza americana nell’area, imprimendo quindi un cambio di rotta netto rispetto all’amministrazione Bush che aveva scosso l’intera regione con l’intervento in Iraq. Per gli Stati Uniti oggi il Mediterraneo è uno scenario geopolitico di secondaria importanza, concentrati come sono nella competizione con la Cina in Asia e nel Pacifico.

Dopo i vari totalitarismi del XX secolo, era ipotizzabile un totalitarismo di matrice islamica, come è appunto lo Stato Islamico? Dove sono visibili le sue radici, le sue origini, e in cosa si differenzia dai totalitarismi del passato recente (comunismo, nazismo)?

La nascita del cosiddetto “Stato islamico” era inimmaginabile sino a pochi anni fa. Ciò è stato possibile per una serie di eventi che, a partire dalla guerra dell’Iraq del 2003, hanno mutato profondamente gli equilibri politici dell’area. Le radici di un simile totalitarismo vanno ricercate certamente in una visione radicale dell’Islam che oggi si sta diffondendo molto rapidamente all’interno di molti paesi musulmani. Una visione che vede certamente nell’Occidente un nemico da abbattere. Va però detto che per molti anni i paesi occidentali hanno ignorato i gravi problemi sociali ed economici che affliggevano molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, preferendo concludere accordi con regimi autoritari che garantivano una certa stabilità all’area piuttosto che affrontare alla radice molti dei mali che affliggevano quei popoli. Questo atteggiamento dell’Occidente ha rappresentato ovviamente una forte arma di propaganda nelle mani di chi oggi vorrebbe uno scontro totale tra l’Islam e l’Occidente.

In che misura secondo lei questa è una guerra santa o una guerra profana?

Credo sempre poco al concetto di guerra di religione. Sono convinto che dietro a ogni guerra vi siano interessi molto “profani”. Lo scoppio delle cosiddette Primavere arabe ha creato le condizioni per ridisegnare gli equilibri politici della regione e alcuni hanno cercato di approfittare di questa situazione per sostituire i vecchi regimi al potere. La religione è tuttavia importante perché essa rappresenta un forte strumento di propaganda capace di mobilitare e motivare una grandissima massa di persone.

I fenomeni terroristici presenti in Europa, l’ultimo poche settimane fa a Nizza, in che misura si insericono in una strategia della destabilizzazione, più che della tensione? È un chiaro messaggio alla Francia di interrompere le sue attività in Siria e Iraq?

Gli eventi di Nizza ci dicono innanzi tutto che è oggi impossibile poter garantire la sicurezza al cento per cento all’interno dei paesi occidentali. Le modalità di reclutamento dei cosiddetti martiri, i luoghi scelti per gli attentati e le modalità degli stessi sfuggono infatti a ogni regola e ciò li rende dunque difficili se non impossibili da prevedere in molti casi. Ciò crea certamente le condizioni per il diffondersi del panico all’interno della società, ponendo seri problemi ai governi. Lo scopo, nel caso specifico, è certamente quello di spingere la Francia e interrompere le proprie attività contro l’Isis, ma al tempo stesso colpire sul suolo europeo serve a dimostrare la forza del Califfato, nonostante le perdite territoriali che ultimamente sta subendo, e dunque a promuoverne una diffusione sempre più ampia.

Il bacino da cui l’ISIS prende questi aspiranti martiri, consci che moriranno e non avranno vie di scampo, è essenzialmente dalle sacche più disagiate, ghettizzate, emarginate. La mancanza di integrazione di questi giovani nel tessuto sociale è da molti vista come una qustione a lungo sottovalutata anche dai paesi europei. Alfredo Macchi conclude che la battaglia da svolgere è essenzialmente culturale. È d’accordo?

Sì, certamente. Per troppi anni abbiamo ignorato i problemi che potevano nascere dall’esistenza di veri e propri ghetti nelle grandi città europee. Così come abbiamo ignorato la violazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente solo perché i regimi ci erano “amici”. Questi sono stati errori politici ma anche culturali, dettati da una certa arroganza dell’Occidente rispetto ai suoi vicini arabi. Ora che ci siamo svegliati da questo lungo sonno dobbiamo iniziare una forte opera di inclusione sociale a tutti i livelli, altrimenti rischiamo di perdere definitavamente la battaglia contro chi promuove l’odio e lo scontro di civiltà.

Molte colpe di cosa sta succedendo spettano alla disomogeneità e disorganizzazione dell’Unione Europea. In che modo fattivamente potrebbe far smettere i finanziamenti che l’ISIS riceve? In che misura partecipa a questo “gioco” la Cina?

L’Europa, come soggetto politico sul piano internazionale, semplicemente non esiste. I suoi paesi membri perseguono ancora obiettivi nazionali e ciò rappresenta una scelta miope che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ha certamente gli strumenti per limitare il flusso di finanziamenti all’Isis, ma per far sì che ciò accada è essenziale una condivisione delle scelte e degli obeittivi che oggi non sembra esistere. La Cina, da parte sua, ha già forti interessi economici nell’Africa subsahariana e certamente nei prossimi anni estenderà il suo raggio di azione anche nel Nord Africa. Per ora la sua politica nell’area è essenzialmente di carattare commerciale, ma niente esclude che nei prossimi anni possa divenire anche un attore politico, specie dopo che avrà consolidato la propria presenza economica.

La mia percezione è che la gente capisca davvero poco di cosa sta succedendo, delle vere motivazioni, delle vere ripercussioni. Rientra tutto in una certa disinformazione e strumentalizzazione dei mass media, non solo svolta dall’ISIS? In che misura anche noi contribuiamo a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quello che sta davvero accadendo? Mi riferisco anche a motivi più che legittimi come il tentativo di non diffondre il panico.

La conoscenza è sempre importante. Uno dei grandi limiti che oggi riscontriamo nel nostro rapporto con l’Islam è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di esso. Così come conosciamo poco i paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente. In questo momento dobbiamo dunque diffondere conoscenza e non fare il contrario, anche perché attraverso la conoscenza spesso siamo in grado di superare antiche diffidenze e assurdi preconcetti. L’opinine pubblica deve essere consapevole, a mio modo di vedere, che attraversiamo una fase storica molto difficile e che la sicurezza all’interno dell’Europa è oggi seriametne messa a rischio. Ciò non significa che siamo di fronte a una battaglia persa, tutt’altro. Esistono problemi seri, ma esistono, come sempre, anche soluzioni in grado di risolverli. Ci vorrà certamente molto tempo e una lungimiranza politica che sino ad oggi è purtroppo spesso mancata all’Occidente.

Quali sono i veri rischi che corre l’Occidente, se non si riuscisse a fermare lo Stato Islamico? L’Islam moderato prevarrà? È pessimista?

Lo Stato islamico poterebbe essere distrutto nel giro di poche settimane se l’Occidente decidesse un intervento militare massiccio. Ma ciò comporterebbe un intervento di terra, che nessun paese occidentale al momento vuole lontanament prendere in considerazione. Ci sono certamente altri modi per fermare l’Isis, innanzitutto sostenendo le forze che lo combattono nell’area e poi agendo sul flusso di finanziamenti che lo sostengono. Ciò significa però rivedere le politiche occidentali, specie statunitensi, nei confronti delle Monarchie del golfo, Arabia Saudita in testa, da cui provengono molti dei finanziamenti alle organizzioni terroristiche di matrice islamica. Non so dire se l’Islam moderato prevarrà, sono convinto però che all’interno del mondo islamico le voci moderate e aperte al dialogo, che esistono, devono fare di tutto per far sentire la loro voce con maggiore forza e impedire che un’intera comunità religiosa sia identificata con un numero alto, ma pur sempre limitato, di terroristi e assassini.

Cosa cambierà quando si passerà dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili? Ha in mente uno scenario possibile?

Al momento è difficile prevedere cosa ciò comporterà sul piano politico per la regione. Non siamo ancora in grado di capire quando e come ciò avverrà. L’unica cosa certa è che un simile cambiamento va progettato dai paesi con grande attenzione. Gli Stati Uniti stanno già facendo investimenti in tal senso e l’Europa dovrebbe impegnarsi nello stesso percorso. Per i paesi ricchi di petrolio dell’area ciò rappresenterà una grande sfida. Dovranno fare investimenti che permettano loro di diversificare le proprie entrate economiche, altrimenti rischieranno seri problemi nel medio-lungo periodo. In questo senso l’Europa potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante.

Può parlarci del libro che attualmente sta scrivendo sulla questione turca, anche alla luce del tentato golpe del 15 luglio. Quali conseguenze porterà, anche alla luce di un’ eventuale entrata della Turchia nell’UE?

La Turchia potrebbe rappresentare un ponte ideale tra l’Occidente e il mondo islamico, giocando un ruolo straordinario nei rapporti tra i due mondi. Oggi la situazione del paese è molto complessa ed è certamente più lontano dall’Europa di quanto non fosse solo un decennio fa. Le ragioni di tale allontanamento risiedono sia nella chiusura di alcuni paesi europei rispetto all’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’UE (Germania e Francia in testa) nonostante i negoziati siano stati avviati nell’ottobre del 2005, sia nella politica dell’attuale governo turco che negli ultimi anni è stato più impegnato a rilanciare il ruolo del paese quale potenza regionale che quale partner europeo. Il golpe, i cui dettagli sono ancora da chiarire, ha provocato una reazione dura del governo turco che rischia di minare gravemente la tenuta democratica del paese. La Turchia è un paese importantissimo per gli equilibri del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, per tale ragione con alcuni colleghi, e col supporto delle edizioni Bordeaux, abbiamo deciso di lavorare a un volume che ne analizzi la storia recente, le politiche e le riforme attuate durante gli anni di governo di Erdoğan e la politica estera. Come per l’Atlante, anche in questo il nostro obiettivo è di offrire al lettore uno strumento attraverso il quale comprendere meglio la realtà di un paese importante e così vicino a noi di cui ancora sappiamo troppo poco.

:: Blogathon “Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II”: Harry Potter e la Pietra Filosofale

31 luglio 2016

Prima di lasciarci per questa breve pausa estiva ecco il nostro ultimo post dedicato a una bellissima iniziativa in onore del maghetto più famoso della letteratura per ragazzi: Harry Potter, chi se no? Il blog Over The hills and far away ha infatti lanciato una blogathon, una maratona di blog, in occasione dell’uscita oggi 31 luglio, di Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II. Per conoscere tutti gli altri blog partecipanti e i relativi argomenti trattati vi invito a visitare il post di lancio.

HarryPotterELaPietraFilosofaleNella mia tappa mi occuperò di recensire il primo libro della serie, Harry Potter e la Pietra Filosofale, e cercherò di farlo in un modo un po’ speciale, per lo meno diverso dal solito. Recensioni del libro in rete ce ne sono centinaia, per cui più che parlarvi della trama, delle incoerenze che hanno notato alcuni recensori e lettori, del modo in cui noi grandi ci siamo quasi appropriati della serie, togliendola quasi agli originari destinatari, i ragazzi, cercherò di esprimervi le mie riflessioni durante la lettura. Riflessioni di un adulto che legge un libro per l’infanzia, un adulto quanto mai babbano, privo di quella magia che ancora possiedono i ragazzi. E non è forse la fantasia ancora incorrotta della loro età la vera magia, che la Rowling ha proiettato in questi libri, ironici, divertenti, leggeri, poetici. La fantasia, l’amicizia, il potere dell’amore, la capacità di vincere il male con il bene, cose a cui molto spesso gli adulti hanno smesso di credere, condannandosi a esistenze grigie e deprimenti.
Spazzando via anni e anni di polemiche sul fatto che sia un libro diseducativo o meno, che sembrano comunque non aver scalfito il successo mondiale di questi libri, mi concentrerei su alcune riflessioni dedicate ai genitori che si interrogano se fare o no leggere questi libri ai loro figli, nell’età più vulnerabile della crescita. Avendo letto solo il primo volume e non essendo una potteriana storica, forse le mie osservazioni potranno parere alquanto parziali, ma mi sforzerò che almeno siano obiettive e senza pregiudizi. Harry Potter e la Pietra Filosofale è essenzialmente un fantasy, proiezione di un mondo in cui la magia, gli incantesimi, la stregoneria esistono. Sono parte fondante della realtà. Si studia per poterla applicare in scuole come Hogwarts e sebbene ci voglia predisposizione, ciò non toglie che i poteri si acquistino con lo studio e il duro lavoro, e si debba scegliere se usarli per il bene o per il male. Insomma il piccolo Harry cresce facendo delle scelte, operando delle precise prese di posizione, sebbene la tentazione del male sia sempre presente, anche solo quando escogita lo scherzo allo zoo al cugino Dudley.
Il lavoro psicologico della Rowling nel descrivere la psiche infantile è realistico e accurato, la sua visione materna del processo di crescita dei ragazzi presente, si vede che è una madre che osserva, ascolta i ragazzi e sa immedesimarsi nel loro mondo. Stare al gioco, consapevoli che la magia non esiste (risibili le accuse di fondamentalismo magico), ma è bello immaginare un mondo alternativo dove con una bacchetta magica si possa cambiare la realtà (molto spesso fatta di violenza e sopraffazione), fa parte dello stesso processo educativo che la Rowling mette in atto. Se la magia è appunto la fantasia, la Rowling sembra portarci in un mondo capace di meraviglia, di mistero, di straordinario. Aiutarli a distinguere poi la realtà dalla fantasia, spetterà ai genitori, agli insegnanti, agli educatori, non investiamo la Rowling di un peso che non le compete.
Harry Potter e la Pietra Filosofale fu pubblicato per la prima volta nel giugno del 1997 dalla casa editrice londinese Bloomsbury. Dopo un percorso piuttosto travagliato fatto di rifiuti. Sono ormai passati quasi vent’anni e i ragazzi di allora sono adulti. Nuove generazioni si accostano al libro e sembra con lo stesso medesimo interesse. Leggere questo libro ai propri figli è una cosa che viene fatta molto spesso, molte mie amiche con figli me ne accennano, e sembra che non annoi e non stanchi ancora dopo tutti questi anni. Siamo difronte a un testo ormai diventato un classico della letteratura per ragazzi, un libro che appunto nasconde strati adatti anche a interessare gli adulti. Rimandi filosofici, letterari, politici, educativi. Insomma ben più complesso di quanto lo stile apparentemente semplice con cui è scritto faccia pensare. Cosa abbastanza inconsueta, e forse il segreto del grande successo che ha conservato negli anni.
L’uscita di Harry Potter and the Cursed Child Parts I & II, proprio oggi in concomitanza con la nostra Blogathon, sembra confermarlo. Questo libro poi neanche scritto dalla Rowling, ma tratto da un suo soggetto, è stato il libro più prenotato di sempre. Un altro record dei tanti che la serie ha raggiunto. Buona lettura!

Joanne Rowling (Bristol, 31 luglio 1965) è una scrittrice britannica. La sua fama è legata alla serie di romanzi di Harry Potter, che ha scritto firmandosi con lo pseudonimo di J. K. Rowling (in cui “K” sta per Kathleen, nome della nonna). I suoi libri della saga potteriana hanno riscontrato un successo internazionale e hanno vinto numerosi premi; da essi è stata inoltre tratta una fortunata serie di film.

Source: acquisto personale.

:: Sherlock : un uomo, un metodo di Arthur Conan Doyle (Rogas Edizioni, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

30 luglio 2016
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Di libri di e su Sherlok Holmes se ne possono trovare a centinaia: edizioni di diverse case editrici delle opere di Conan Doyle, saggistica specifica, o recentemente, anche romanzi di altri autori ma sempre con protagonista Il Detective.
Per non parlare della sterminata filmografia, delle trasposizioni a fumetti, delle serie tv e tutte le riprese possibili e immaginabili, più o meno apprezzabili, del personaggio.
In tutto ciò pare difficile trovare ancora qualcosa di inedito (in Italia) su Holmes, eppure è quello che è successo con questo libro, che raccoglie quattro nuovi testi di solito considerati extra-canonici: una piece teatrale, due racconti brevi e uno schema per un racconto mai sviluppato.

Il primo testo, a mio avviso il più curioso, è un’opera teatrale andata in scena nel 1910, La banda maculata: non è la prima rappresentazione teatrale su Holmes, ma è la prima (e l’unica) scritta interamente da Conan Doyle. L’opera riprende il racconto La fascia maculata – in Le avventure di Sherlock Holmes – e ne amplia i personaggi, approfondendo alcune parti del racconto e affidando al dialogo tutta la forza della narrazione. Per chi conosce bene il racconto originale può essere quindi una bella occasione per fare un confronto e scoprire dei dettagli in più sulla storia, in particolare per quello che riguarda le scene dell’Atto I nelle quali il nostro detective ancora non compare sulla scena.
Il secondo ed il terzo testo sono più canonici: due racconti, anche se molto brevi. Più che racconti in effetti sono aneddoti, due storie sulla convivenza di tutti giorni di Holmes e Watson, in cui risalta come sempre la forza del metodo deduttivo del detective, che come l’investigatore Dupin di Poe, è perfettamente in grado di leggere il pensiero del suo collega osservandone i gesti e le reazioni (La fiera di beneficienza). Mentre lo stesso non si può dire del povero Watson e del suo tentativo di fare altrettanto (Come Watson imparò il metodo)…
L’ultimo testo, L’avventura dell’uomo alto, invece è una sorta di canovaccio per un racconto, o un romanzo, mai sviluppato dall’autore, ma nel quale si vede bene tutta l’ossatura della narrazione, costruita grazie ad una serie di indizi ben collegati tra loro.

In tutti e quattro i testi comunque resta sempre forte, centrale, la figura di Sherlock Holmes, quello classico, il cinico, freddo, intelligente e lucidissimo analista che ben conosciamo:

«WATSON: Io posso fare ben poco. Ma ho un amico singolare – un tipo dalle strane abilità e dalla personalità geniale. Abbiamo vissuto insieme e ho imparato a conoscerlo a fondo. Holmes è il suo nome – Mr. Sherlock Holmes. Se fossi in voi e dovessi trovarmi in una brutta situazione, chiederei il suo supporto. Se c’è un uomo in Inghilterra che può aiutarvi, quello è lui.»

Arthur Conan Doyle (1859-1930) è, assieme ad Edgar Allan Poe, uno dei padri fondatori del genere del “giallo deduttivo”. Durante il periodo degli studi di medicina inizia la sua carriera come scrittore, con una serie di racconti e romanzi che si avvicinano molto al genere fantastico. Ma è solo dopo una serie di infruttuosi tentativi di lavorare come medico che si dedicherà alla scrittura a tempo pieno, trovando fortuna grazie al personaggio di Sherlock Holmes, che Doyle finì però con l’odiare presto a causa della troppa notorietà del personaggio stesso, che gli impediva di smettere di scriverne per potersi dedicare ad altro.
Numerose infatti sono state le escursioni di Conan Doyle al di fuori del genere giallo verso i lidi del fantastico, del soprannaturale e dell’orrore – e dei quali comunque si trova spesso traccia anche nelle avventure di Holmes.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa di Rogas Edizioni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Giornalismo di pace, a cura di di S. De Michelis, N. Salio (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

29 luglio 2016
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Le caratteristiche salienti del giornalismo di pace consistono nell’esplorazione della genesi del conflitto al di là dei confini geografici all’interno dei quali esso si svolge; la sua storicizzazione; l’esposizione delle responsabilità di tutti le parti coinvolte; la messa in luce degli aspetti visibili e invisibili, quali quelli culturali e strutturali; l’abolizione dei tentativi di disumanizzazione di una o più parti; la necessità di dare più voce alle persone coinvolte, e non solo quando esse siano espressione di interessi elitari; il tentativo di ricercare soluzioni orientate alla “vittoria” di tutte le parti coinvolte, intendendosi con essa la ricerca di soluzioni che pongano gli interessi di ciascuna parte non più in antagonismo; l’enfatizzazione della nonviolenza, della risoluzione del conflitto, ricostruzione del tessuto sociale e rinconciliazione tra le parti.”

Se il giornalismo di guerra ha una genesi antica, già nell’antichità possiamo trovare traccia di cronache di guerra narrate con dovizia di particolari, esaltazione del vincitore, e collaterali derive da precursori dell’odierno giornalismo, il giornalismo di pace nasce e si sviluppa in tempi notevolmente più recenti. Se vogliamo il padre fondatore di questa nuova scuola di giornalismo etico è il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung. Nome che forse ai più non dirà niente, ma che nel 1959 fondò il Peace Research Institute of Oslo (PRIO). Quattro anni dopo fondò la prima rivista dedicata il Journal of peace research, e se vogliamo da allora questa scuola di pensiero ha avuto modo di diffondersi e trovare le sue strade.
Se la violenza genera audience, buca lo schermo, cattura click su Internet facendo guadagnare testate e siti online, la non violenza è molto più silenziosa ma fattiva e perché no rivoluzionaria. Come è rivoluzionario il concetto che la pace è possibile, che la soluzione dei conflitti è una strada ragionevole, concreta e reale. Concetti che tendono a perdersi quando i meccanismi di escalation si innescano e da violenza si genera altra violenza, da rappresaglia si genera altra rappresaglia. La pace, per quanto fluttuante e non definitiva, ma sempre in essere, invece costruisce ponti, attuandosi tramite il dialogo e la ricerca della verità.
Quando si è immersi in contesti di violenza diffusa, anche la pace sembra una chimera, un miraggio, folle anche solo concepirla. Il nemico perde connotati umani, e raggiunto questo stadio di disumanizzaione è difficile tornare indietro. Se è necessario un giornalismo di guerra che ci racconti i conflitti in corso, che tenga i punti come si suol dire quasi fossimo a un incontro di boxe, è altresì necessario un giornalismo di pace teso alla risoluzione di quei conflitti che con la guerra non hanno soluzione. Soprattutto il nostro mondo attuale ne ha bisogno. Un vitale bisogno oserei dire.
Vi consiglio tanti libri, ma questo di cui parlo oggi mi sento davvero di chiedervi di leggerlo. Si intitola Giornalismo di pace, è edito dalle Edizioni Gruppo Abele, ed è curato da il compianto Giovanni Salio e dalla ricercatrice Silvia De Michelis. Credo che la lettura di questo libro ha due effetti positivi non da poco. Il primo è quello di porvi davanti alle notizie che ricevete ogni giorno da radio, televisioni, giornali, con uno spirito più critico, e meno facilmente manipolabile. Il secondo effetto, forse quello più rilevante è che trasmette un tale entusiasmo, una tale ragionata e ragionevole concretezza, che spero siano in molti che dopo averlo letto decidano di agire sul serio come costruttori di pace.
Ma veniamo nel dettaglio e scopriamo di cosa parla. Innanzitutto è un testo di saggistica, raccoglie numerosi saggi e articoli apparsi negli anni tradotti finalmente in italiano e selezionati da Giovanni Salio e Silvia De Michelis. Numerosi anche i casi studio racconti nel capitolo conclusivo. Tra le riflessioni che mi sembrano più significative, innanzitutto l’analisi dei conflitti, visti non come un male ma anzi come il motore propulsore della storia. Un’ occasione, invece che una strada che degenera inevitabilmente verso la violenza e la guerra. Lo spirito ghandiano che ha animato Johan Galtung, al quale personalmente mi sento molto affine, viene costantemente aggiornato nel difficile tempo presente da autorevoli pensatori e studiosi e il ruolo delle donne in questa evoluzione della comunicazione e dell’informazione, non è marginale.
Scegliere di condividere un giornalismo più consapevole, etico, non propagandistico o difensore di interessi di elite, che siano stati o corporazioni private, diventa quasi un passo obbligato quando se ne scoprono le qualità e le prospettive. Perlomeno è un’evoluzione naturale del giornalsimo come lo concepiamo ogni giorno. E questo tipo di approccio alla realtà, all’informazione, non sembra di esclusiva pertinenza del mondo del giornalismo. Insomma non solo i giornalisti potranno arricchirsi leggendo questo libro, che smaschera stereotipi e meccanismi nefasti che hanno inquinato la nostra capacità di comprendere la realtà e i suoi nascosti assetti.
Non solo successi, ma anche questioni aperte, dibattiti interni, punti di vista divergenti come anche solo sul concetto di verità, da Johan Galtung tanto difeso. Mai come questa volta posso dirvi, buona lettura.

Giovanni Salio, detto Nanni (Torino, 24 dicembre 1943 – 1 febbraio 2016) è stato tra i massimi esponenti italiani del movimento nonviolento. Fondatore nel 1982 del Centro studi e documentazione per l’analisi delle azioni dirette nonviolente di Torino, poi diventato Centro studi Sereno Regis, ne è stato presidente fino alla morte. Autore di numerosi scritti e saggi sulla nonviolenza, ha collaborato con Edizioni Gruppo Abele per l’edizione italiana del “Manuale pratico della Nonviolenza” di Michael N. Nagler (2014), di cui ha scritto la prefazione.

Silvia De Michelis, dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Criminologia Forense, è dal 2014 dottoranda presso l’Università di Bradford in Inghilterra. La sua attività di ricerca s’ìncentra sul tema del ruolo dei media nei conflitti.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Elena dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La città del terrore, Alafair Burke, (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

29 luglio 2016
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New York. East River Park. Mentre Ellie Hatcher e suo fratello Jess stanno facendo la loro consueta corsa mattutina, sono le 5:32, vengono attirati da un capannello di gente che sta indicando qualcosa. È così che Ellie, che in realtà è una detective della omicidi, rinviene il corpo di Chelsea Hart, una studentessa dell’Indiana a New York in vacanza, strangolata, accoltellata e con i capelli strappati.
Chelsea era stata vista l’ultima volta in un esclusivo locale di Manhattan, quando le sue due amiche l’avevano lasciata a ballare mentre loro tornavano in albergo a preparare i bagagli visto che sarebbero dovute partire tutte e tre la mattina dopo.
Ellie inizia subito a indagare insieme al suo partner J. J. Rogan, e seguendo gli insegnamenti del suo mentore collega il caso ad altri tre casi irrisolti avvenuti sei anni prima.
Nessuno però le crede quando espone la sua idea, tutti sono convinti che l’assassino sia un broker della City che quella notte ballava con Chelsea e che i casi del passato siano tre casi irrisolti che non hanno nessun legame né tra di loro né con il caso presente.
Ellie però non si lascia scoraggiare e continua a indagare fino a quando le sue teorie iniziano a prendere forma e concretizzarsi e con un grande colpo di scena scoprirà l’assassino.
Un grande romanzo thriller molto sui generis che non fa rimpiangere nulla al papà James Lee Burke.
Il lettore viene coinvolto fin dalla prima pagina nella vita privata della protagonista e, grazie alla narrazione alternata, in quella del killer. Trucco che porta il lettore ad avere informazioni maggiori rispetto ai personaggi, fattore che lo porta a iniziare a farsi subito le sue congetture, ovviamente molto spesso contrarie a quelle dei detective, visto che ha informazioni in più. Congetture che vorrebbe comunicare a Ellie e a J. J. grazie al legame che riesce a instaurare con loro tramite descrizioni molto profonde a livello mentale ed emotivo che li rende delle persone a tutto tondo.
Gli ambienti descritti hanno un qualcosa di noir che si scosta delle classiche atmosfere a cui siamo abituati quando si tratta di New York o di Manhattan, trasportando il lettore in vicoli bui, in strade di periferia o semplicemente in zone che a causa delle ore notturne molto tarde sono deserte e hanno perso tutta la loro allegria e vivacità che hanno di giorno.
La trama è coinvolgente, intensa e molto ben congeniata, infatti se il lettore seguisse esclusivamente le indagini di Ellie e lavorasse con le informazioni che i detective trovano man mano che le indagini vanno avanti, arriverebbe alle stesse conclusioni, ma c’è da dire che pur avendo molte altre informazioni in più, non è comunque così semplice risolvere il caso e si ritroverà a cambiare idea mille volte, idea che non sarà mai corretta come scoprirà con il colpo di scena finale.
Un romanzo davvero avvincente che se letto come primo non può far altro che invogliare il lettore a reperire gli altri quattro scritti da Alafaire per rimmergersi nella sua squisita narrazione.

Alafair Burke nasce nel 1969 in Florida, a Fort Lauderdale.
Figlia del romanziere giallista James Lee Burke è a sua volta una romanziera di gialli.
Professoressa di diritto e vice procuratore distrettuale dell’Oregon.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Eva Braun, Nerin E. Gun (Castelvecchi, 2016), a cura di Daniela Distefano

29 luglio 2016
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Come la Germania, Eva si diede a un uomo anormale, come la Germania credette in lui, come la Germania si lasciò guidare totalmente da lui, come la Germania lo venerò come un dio e lo amò come un padre, e come la Germania di quel tempo discese con lui nell’inferno.

Questa biografia della moglie del dittatore Hitler è una testimonianza di quanto poco sia emerso sulle dinamiche che risiedono nel Male umano. Chi era Eva Braun? C’è chi l’ha definita un’oca, una serva, un’attricetta infangata dal Potere, c’è chi l’ha voluta plagiata, corrotta, incurante degli eventi storici, popolana di lusso, soggiogata, incatenata ad Hitler come un cane nella sua cuccia. Forse bisognerebbe partire dal Vangelo, da così lontano e nello stesso tempo vicino. Il Signore ci fa sapere che all’ora destinata i buoni saranno separati dalla sterpaglia, cioè dai cattivi. Prima cresciute insieme le spighe di grano, quando vorrà Dio avrà luogo una divisione,  le spighe buone saranno separate da  quelle impregnate di zizzania. Ovunque ci sarà pianto e stridore di denti. La guerra più sanguinosa di tutti i tempi, quella più dolorosa per le modalità di morte applicate, è stata una dimostrazione di ciò che avverrà alla fine dei tempi. Eva Braun era una spiga non matura, ma di certo non cattiva; amante trascurata, giudicava gli avvenimenti internazionali dal suo punto di vista personale. L’uccisione di Ernst Rohm, il capo delle SA,l’assassinio di Dolfuss, l’incontro fra Hitler e Mussolini a Venezia, avevano un solo denominatore comune per Eva, erano tutti prestesi di Hitler per scaricarla. Era in un perenne stato d’ansia perché in ogni momento temeva di essere abbandonata. Più che amare Hitler, lo adorava come una divinità. Da questo punto di vista, potremmo persino azzardare che sia morte felice: aveva realizzato il suo sogno di sposalizio, non chiedeva altro. Sappiamo, dunque, che ha sbagliato, che è rimasta abbagliata dai fari dell’immondo, però forse non possiamo pensare che si trovi adesso all’inferno con suo marito. Eva era anch’essa vittima, non ha fatto male ad altri, solo a se stessa. Ha pagato con la vita, adesso riposa nella pace del silenzio. I sei milioni di ebrei uccisi da Hitler ululano nel suo sepolcro, lei ebbe la colpa di essersi resa protagonista di un mondo che non capiva. Perché il suo universo era solo lei, solo lui. Grazie alla scoperta di trentatré album di fotografie di Eva braun e di alcune pagine del suo diario privato in un oscuro angolo  degli archivi di Washington, l’autore di questo libro – alla fine degli anni ’60 –  fu in grado di ottenere la collaborazione di membri della famiglia Braun, che dopo ventidue anni di silenzio accettarono di parlare. Da questi colloqui è affiorato un ritratto di Eva Braun umano e non stereotipato: Eva una ragazza come tante, suscettibile, sensibile, attenta, premurosa, dall’anima aggraziata; una predestinata però a divenire stella cadente.

Nerin E. Gun, (1920-1987). Fu un giornalista turco-americano. Corrispondente di guerra a Berlino per la stampa neutrale, fu prigioniero nel campo di  concentramento di Dachau. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si stabilì negli Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Le rose rosse del Texas (1964) e Il carteggio segreto di Mussolini (1970). La biografia di Eva Braun fu pubblicata in America nel 1968.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Qui giaccio, Luigi Schettini, (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016
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Il medico legale Tom Sermon si trova a Roma in vacanza con la famiglia quando viene coinvolto in un omicidio inquietante: al Verano, nella tomba dove riposa una parlamentare morta da poco tempo, sorella di un vescovo assassinato anni prima, viene trovato il cadavere di una donna imbalsamata viva, con in bocca l’inizio del Canto del capraio di Nietzsche, poesia molto originale nella produzione del discusso filosofo, che inizia proprio con Qui giaccio.
Nei giorni successivi avvengono altri omicidi, tutti con la stessa tattica, che rimandano ad un fatto oscuro, accaduto anni prima, durante l’elezione di un nuovo Papa, in una realtà parallela ma non simile a quella attuale, visto che si parla del 1991, finché non si arriva ad un finale a sorpresa, che ricompone una vicenda originale, che riecheggia i thriller d’oltre oceano, Harris, Deaver e Patterson in testa, tutta in salsa italiana intorno ad un luogo molto suggestivo e meno noto di altri suoi omologhi stranieri, il cimitero del Verano di Roma.
Non è il primo romanzo che Luigi Schettini ha dedicato a Tom Sermon, eroe ricalcato sui protagonisti dei telefilm stile CSI, ma è godibilissimo anche senza conoscere le sue avventure precedenti, sul modello della vecchia tradizione dei gialli, in cui c’era un eroe per tante avventure non legate strettamente.
Qui giaccio è un libro per gli amanti dei thriller sotto tutte le latitudini, con dentro la figura antica e sinistra dell’imbalsamatore, visto come punto di incontro tra vita e morte e come sorta di mago nero di potenze incontrollabili. A questo si aggiunge una strizzata d’occhio al genere alla Dan Brown, ma senza troppi eccessi, e all’attualità di certi giochi sporchi e nascosti protagonista anche della cronaca nera. Quello che però attrae del libro, prima di immergersi in pagine avvincenti e che filano lisce come l’olio, è la copertina, una rielaborazione grafica di un angolo del Verano, ma che riassume anche il tema del libro, il desiderio di vendetta contro un torto e la voglia di fare giustizia.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni da vita al suo primo romanzo. Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011. Nel 2015 l’editore GOLEM pubblica il suo nuovo inquietante thriller, Qui Giaccio, lo stesso romanzo che ha superato le selezioni per il programma Rai “Masterpiece”, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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:: Qualche riflessione sui due “Saloni”

29 luglio 2016

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Ha senso organizzare due Saloni del libro in concomitanza, negli stessi giorni? Lascio a voi lettori la risposta pur considerando che noi guardiamo il problema da fuori, senza conoscere i dettagli, a quanto pare neanche tanto resi chiari ai dieci editori indipendenti che per protestare sui “metodi”, si sono dimessi dall’ AIE. L’impressione, sempre esterna, è che invece di unirsi e sodalizzare l’editoria italiana sia frammentata da due forze contrapposte: i grandi contro i piccoli. Dinamiche simili le viviamo anche nel mondo dei blogger, anche se in proporzione circolano molto meno soldi. Uno spreco di tempo, di forze, di ingegni, in un’ Italia che legge sempre meno e sicuramente è assillata da problemi ben più bravi che toccano la sussistenza stessa delle persone. L’editoria muove tuttavia ancora milioni di Euro, forse concentrati in alcuni poli imprenditoriali, la Mondadori su tutti, e questa guerra di “Saloni” rientra senz’altro in queste dinamiche di gestione. Ha dunque senso spostare a Milano la Fiera del libro più importante d’Italia, da trent’anni? La ricaduta economica su Torino è significativa in termini di investimenti, turismo, pubblicità, circa 50 milioni di euro lo scorso anno. Il Salone del Libro è per Torino insomma una delle ancora poche attività che rendono, non ostante gli scandali, la mala amministrazione, la poca limpida gestione del Salone, (ma ricordo che neanche l’Expo di Milano ha brillato per correttezza) quindi non è detto che una manifestazione simile sia per forza gestita meglio tolta ai torinesi. Che appunto è piuttosto ingenuo pensare che stiano con le mani in mano, o addirittura rinuncino alla loro in favore di Milano, che ricordiamo ha già Bookcity e Bookpride e altre fiere minori legate ai libri d’antiquariato. Ma Milano vuole il primato, vuole essere la città dell’Editoria, e giusto il Salone le mancava. Sono anni che ci prova a ottenerlo, non è una questione di questi giorni. Invece di gemellarsi, Torino e Milano si fanno la guerra e questo non giova a nessuno, tanto meno agli editori coinvolti. Soprattutto perché non si capiscono le peculiarità delle due città. Milano hai i capitali, ma Torino ha la tradizione, il lavoro nel sociale, l’attenzione per la cultura d’impegno. Se la parte sana del Salone funzionava era anche per queste peculiarità che non si comprano con i soldi. Ben venga dunque una Fiera del libro di Milano, sul modello della Fiera del libro di Francoforte, più simile a un mercato che a un Festival, e bene venga il Salone del Libro di Torino, una festa per i lettori. In date diverse, in mesi diversi. I milanesi facciano quello che sanno fare meglio, i torinesi lo stesso. Per il bene dell’editoria tutta, insomma. E non diano questo brutto spettacolo di sé a chi è fuori. Non giova a nessuno.

:: La casa delle signore buie, Pupi Avati, Roberto Gandus (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016
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Nella Noto del Settecento, il giovane Moré Barreca è promesso sposo a Nunzia, primogenita del marchese Macola, ma si innamora della sorella minore Assunta, che viene però rinchiusa per non ostacolare delle nozze di interesse in un monastero di donne, la Contemplazione della morte, su un’isola, dove incontrerà un inferno in terra, capeggiato dalla badessa Orietta del Presagio. Solo un aquilone può permetterle di comunicare con Moré, che cercherà di andare in suo aiuto, sfidando pericoli e rischi, mentre Assunta cerca di sopravvivere in mezzo a donne che di santo hanno ben poco, in un luogo dove le nobili vengono a lasciarsi morire e restano dopo morte in saloni degli orrori che ospitano i loro cadaveri per i secoli a venire.
Da un’idea di Pupi Avati, che vorrebbe trarne anche un film ma per ora per i costi elevati non se ne parla, ecco un originale e agile romanzo a quattro mani con Roberto Gandus che si basa su un documento del Settecento nell’archivio del Santo Uffizio di Noto, per costruire una storia cupa e appassionante ricca di suggestioni.
Risulta evidente il richiamo al romanzo gotico inglese di fine Settecento, che scelse proprio ambientazioni del Sud Italia per raccontare le sue storie, a cominciare da Il castello di Otranto di Walpole, rivelando come terre assolate nascondessero segreti e orrori indicibili nei loro antichi manieri. Ci sono anche echi de La monaca di Denis Diderot, de I promessi sposi di Manzoni, ma anche de La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini, in una storia che ricorda gli orrori dei conventi e che riecheggia comunque anche i celeberrimi penny dreadful ridiventati famosi grazie all’omonima serie e che con altre forme e nomi erano popolarissimi anche in Italia, basti pensare al successo di un’autrice come Carolina Invernizio.
Un libro scritto come un film, con colpi di scena continui, passioni, delitti, eroi puri che lottano contro cattivi assoluti, antico per certi versi ma capace di avvincere ancora il pubblico di oggi: sarebbe bello che diventasse un film, pare che interessasse anche Guillermo del Toro che però si trova in grande difficoltà economica dopo il fallimento di un paio di suoi progetti, ma è già godibilissimo come libro, con un titolo che ricorda un film horror di Pupi Avati, La casa dalle finestre che ridono, ancora oggi uno dei più spaventosi del cinema italiano.
Una lettura appassionante ma anche di svago intelligente, adatta anche per l’estate ormai arrivata, giusto per condire il tutto con un po’ di brividi.

Pupi Avati, bolognese, classe 1938, è regista e sceneggiatore. Accanto ai molti film intimisti, ha diretto tre film di genere horror gotico come La casa dalle finestre che ridono, Il nascondiglio e L’arcano incantatore, forse meno famosi ma molto amati dagli appassionati di cinema di genere.

Roberto Gandus, torinese, vive tra la sua città e Roma, è sceneggiatore cinematografico e autore televisivo. Ha scritto i romanzi L’ultima esecuzione e La sarta, usciti per Fratelli Frilli e Il Gyoko per Golem.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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:: L’artista dei veleni, Jonathan Moore (Newton Compton Editori, 2016) a cura di Elena Romanello

28 luglio 2016
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Il giallo in tutte le sue sfumature, thriller in testa, è un genere che tira e attira sempre, con sempre nuovi autori e storie. Certo, non sempre è facile trovare nuove idee e ideare intrecci originali intorno ad un genere che è vincolato ad alcuni schemi, quali la ricerca di chi ha commesso un determinato crimine, ricerca spesso complessa e tutt’altro che scontata.
Chi nel genere thriller e giallo cerca qualcosa di originale e nuovo troverà senz’altro interessante L’artista dei veleni di Jonathan Moore, storia in cui tutto non è come sembra e dove le carte in tavola vengono stravolte varie volte, nel corso di una doppia indagine, poliziesca e personale.
Caleb Maddox è un tossicologo che studia gli effetti chimici del dolore e che svolge attività di consulenza saltuaria per le forze di polizia: dopo una brusca e violenta rottura con la sua ragazza, si trova in un locale per affogare i dispiaceri nell’alcool, e qui incontra la seducente Emmeline, che poi si dilegua. Caleb vuole ritrovarla ma deve collaborare in parallelo per lavoro ad un’indagine per omicidi seriali. La polizia infatti ripesca dei cadaveri dalla Baia di San Francisco e tra questi c’è anche quello di un uomo scomparso nello stesso locale e nella stessa notte in cui Caleb ha incontrato la misteriosa Emmeline, di cui non sembra esserci traccia.
I risultati delle analisi non rivelano alcun indizio, per cui Caleb inizia a collaborare di nascosto con il medico legale della città, e a analizzare le tracce chimiche sui resti delle vittime, che continuano a salire. Ben presto la caccia all’assassino si intreccia con la ricerca di Emmeline, mentre Caleb inizia a capire che la sua stessa vita può essere in pericolo e che c’è qualcosa che forse gli sfugge e che può essere essenziale.
Non si può rivelare molto di più di un libro che vive di colpi di scena e false piste, con un inizio in sordina ma interessante e un ritmo sempre più avvincente, capace di incollare alle sue pagine un autore scafato come Stephen King, che ha confessato di aver divorato senza staccarsi le ultime cento pagine. Basti dire che da questa storia verrà fuori tutto e il contrario di tutto, in un intreccio che ha tra le sue fonti remoti il capolavoro di Hitchcock La donna che visse due volte, ambientato non a caso sempre a San Francisco, città di frontiera, sospesa tra l’Oceano e una faglia tellurica che prima o poi si riattiverà. Il tema della ricerca del colpevole e della verità, leit motiv della narrativa gialla, qui diventa qualcosa di veramente insolito, tra vari piani di realtà, forse uniti e forse divisi, con al centro un eroe solitario, vicino ai moderni scienziati delle nuove storie thriller ma con echi dei personaggi di Poe e Lovecraft.

Jonathan Moore vive alle Hawaii, dove oltre alla scrittura coltiva anche la passione per l’andare in barca. Il suo lavoro ufficiale è fare l’avvocato, si è diplomato alla Scuola di Legge di New Orleans, e in passato ha lavorato come insegnante d’inglese, consulente in un carcere minorile, assistente di rafting sul Rio Grande e investigatore per un avvocato penalista.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Il ponte delle Vivene, Davide Dotto, (Ciesse edizioni, 2016) a cura di Viviana Filippini

28 luglio 2016
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Il ponte delle Vivene è il primo romanzo di Davide Dotto, il quale affonda le proprie radici nel mondo delle credenze e nel folclore popolari della Valle del Chiese. Tutto ruota attorno ad un antico castello incastrato nella roccia e ad un antico ponte di corda che attraversa lo strapiombo che sta dietro alla costruzione. Una sorta di confine tra il mondo degli uomini e quelle delle Vivene. Chi sono queste figure? Secondo i montanari della zona sono degli spiriti che custodiscono e proteggono la memoria della valle e che si manifestano in esseri che hanno la sembianza di donna. In questo mondo, in bilico tra realtà e tradizione atavica, arriva a vivere, da fuori della valle, Giuseppina novella sposa di Oreste. La giovane donna non solo dovrà abituarsi ad uno stile di vita per lei del tutto nuovo, ma dovrà farsi accettare anche da tutti i membri della comunità della Valle del Chiese. Un po’ alla volta, Giuseppina riuscirà ad integrarsi, ma la mancanza di un figlio che le permetta di sentirsi davvero parte del suo nuovo mondo la porterà a chiedere una sorta di intercessione allo spirito misterioso della Vivena, senza sapere quali saranno le conseguenze derivanti dalla sua scelta. Il ponte delle Vivene è una storia avventurosa nella quale la vita quotidiana dei protagonisti s’intreccia con figure leggendarie che si tramandano di generazione in generazione.Le Vivene cambiano aspetto fisico, ma sono sempre donne, caratterizzate da una saggezza profonda che il popolo ammira e allo stesso tempo teme. Nel libro ci sono figure femminili come Marlena, Adelina, Zoe che nel loro modo di fare e pensare hanno un qualcosa in più che le rende simili e, allo stesso tempo, diverse da tutti coloro che le circondano. Il ponte delle Vivene di Davide Dotto è un viaggio in un mondo che ci potrebbe sembrare lontano dai nostri tempi, ma da questa narrazione emerge quanto sia importante per le generazioni del domani mantenere vive e salde le radici del passato e delle credenze popolari.

Davide Dotto è nato a Terralba nel 1973 e vive nella provincia di Treviso. Laureato in giurisprudenza all’università di Padova nel 2000, è impiegato amministrativo presso un ente locale. Lettore onnivoro, da anni riempie quaderni di pensieri, note, impressioni. Da questi sono stati tratti racconti pubblicati i diverse antologie. Ha collaborato con Scrittevolemente.com, è tra i redattori di Art-litteram.com e cura il blog Il nodo della penna.com. Questo è il suo primo romanzo.

Source: inviato dall’autore che ringraziamo.

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