:: La stagione degli innocenti, Samuel Bjørk (Longanesi, 2015)

19 maggio 2015

la-stagione-degli-innocenti-686x1024Dopo Domani tocca a te di Stefan Ahnhem, un altro poliziesco nordico, uscito in questi giorni, ha attirato la mia attenzione questa volta edito da Longanesi, tradotto da Ingrid Basso e dal titolo italiano, non troppo fuorviante sebbene diverso dall’originale, di La stagione degli innocenti (Det henger it engel alene i skogen, 2013).
Come il precedente un esordio, ma questa volta ambientato in Norvegia, con protagonisti un’ anomala coppia di investigatori di una speciale unità investigativa della omicidi di Oslo, Holger Munch e Mia Krüger, che indaga su un caso particolarmente efferato che vede all’ opera un serial killer che ha per vittime bambine di sei anni rapite dal loro asilo (almeno le prime due, le due seguenti dalle loro camerette) e trovate impiccate con una corda per saltare ad un albero nel fitto del bosco.
La prima Pauline Olsen, sei anni, vestita con un vestito da bambola adattato alla sua misura, uno zainetto sulle spalle, e un cartello della compagnia aerea Norwegian con scritto “Io viaggio da sola“, uccisa da una dose letale di narcotico, prima della macabra messinscena nel bosco in Maridalen. Solo Mia Krüger guardando le foto scattate dalla scientifica riesce a decifrare un’ enigmatica scritta e a vedere un particolare sfuggito agli altri investigatori che rende evidente che non sarà l’unica, ma la prima di una lunga serie e infatti poche settimane dopo un’ altra bambina viene rinvenuta cadavere nel bosco con le stesse modalità.
Ripristinata in tutta fretta la speciale unità investigativa con a capo Holger Munch, ha inizio un’indagine difficile e quanto mai delicata che forse non ha precedenti nei casi della polizia di Oslo, che metterà a dura prova il talento investigativo dei nostri, prima di scoprire le vere ragioni del killer e il suo oscuro piano di vendetta.
Che il poliziesco nordico, non ostante sia stato dato per morto in diverse occasioni, stia vivendo una nuova stagione è indubbio viste le nuove uscite di queste settimane, tutti successi in patria (forse di qualche anno fa e solo oggi pubblicati ed esportati all’estero), ma soprattutto è interessante notare l’utilizzo di una scrittura sempre più letteraria, come appunto in questo caso. Piacevole contrasto con i temi sempre più oscuri e drammatici.
L’uccisione di bambini credo sia l’incubo peggiore degli investigatori anche con anni e anni di esperienza nel mondo criminale a contatto dei crimini più efferati. La violenza contro i più piccoli mette a disagio, angoscia, lascia uno strascico di inquietudine, e la consapevolezza che non si sia niente di peggiore. Ed è così anche nel mondo rarefatto e fittizio di un romanzo poliziesco.
Non solo, anche le vite dei protagonisti non hanno niente di edulcorato o stereotipato. Soprattutto il personaggio di Mia Krüger (una sorta di detective alla Lisbeth Salander norvegese, non a caso la immaginavo col volto di Noomi Rapace, stesso sguardo intenso, stessi capelli corvini) che incontriamo ad un passo dal suicidio, imbottita di alcol e antidepressivi, ritirata dal mondo su un’ isola, colpevole di aver ucciso in servizio il compagno tossico della sua sorella gemella morta di overdose.
Holger Munch dal canto suo anche lui non ha niente di accattivante e affascinante: di mezza età, divorziato, sovrappeso, un nerd appassionato di enigmi, giochi enigmistici e di scacchi con non poche ombre nella sua vita apparentemente tranquilla di padre e di nonno. Due eroi improbabili insomma sulle tracce di un serial killer anche lui così anomalo nella tranquilla Norvegia, terra di boschi, case di legno, fiordi  e maglioni a treccia.
Senza dubbio di carne al fuoco ce ne è tanta: dal fanatismo religioso (per non parlare delle sette che estorcono le eredità degli anziani), alla tossicodipendenza, dalla malattia mentale appunto agli omicidi seriali, uniti a colpi di scena abbastanza imprevedibili e intuizioni investigative credibili e allo stesso tempo sconcertanti. Insomma un buon poliziesco norvegese, forse non siamo ai livelli del primo Nesbo, ma senz’altro una serie di cui sentiremo ancora parlare.

Samuel Bjørk è lo pseudonimo di Frode Sander Øien, poliedrico artista norvegese. Autore di pièce teatrali, musicista e cantautore, ha tradotto alcune delle opere di Shakespeare. Vive a Oslo.

:: Liberi di Scrivere al Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – tra il quarantennale della morte di Pasolini, piccoli editori e modernità, a cura di Federica Guglietta

19 maggio 2015

Piccola premessa a quest’articolo (no, scherzo, chiamatelo post, sproloquio, riassuntone, fate un po’ come volete) straordinariamente di parte (e c’era da aspettarselo): io amo i libri, ma generalmente odio le fiere. Di qualsiasi tipo.

Per quale motivo?

La gente, il rumore, gli spintoni, il vociare, le code, il caldo, gli altoparlanti, l’aver dimenticato il trolley vuoto da riempire di libri, perdersi incontri con scrittori e/o su vasti ambiti dell’editoria vecchia e nuova, così come ci si perde fisicamente in uno spazio enorme, per fortuna ben organizzato. Non stiamo parlando di un evento letterario così come si parla della prima sagra di paese che potrebbe balenarvi in mente, sia chiaro.

Insomma, il Salone Internazionale del Libro di Torino al Lingotto Fiere, giunto ormai alla sua XXVIII edizione (dal 14 al 18 maggio 2015), è un evento imperdibile.

Eppure io non ci ero mai stata.

Quest’anno, grazie alla mia collaborazione con Liberi di Scrivere, ho avuto modo di partire ed esserci, almeno per un giorno.

Vi racconto com’è andata.

1Sabato 16 maggio. Mattina.

In programma una miriade di cose da fare, vedere, leggere e, perché no, comprare.

Meno male che, per facilitarci le cose, il SalTo2015 è stato organizzato in modo tale da essere girato senza paura di perdersi, non avevamo bisogno di bussole, mappe e navigatori: l’App ufficiale dell’evento si dimostrata in grado di fare da Cicerone senza intoppo alcuno.

Una gigantesca fiera dell’editoria, quindi. Grandi e piccoli editori si incontrano e si scontrano, non si si incrociano quasi mai. I grandi nomi acclamatissimi, gli emergenti hanno avuto la fortuna di farsi conoscere di più o se ne stanno lì con l’amaro in bocca.

Alla base di tutto c’è la commercializzazione della cultura. In tutti i settori. Quella cultura che dovrebbe essere alla portata di tutti viene, se si può dire, mercificata.

Cosa ci vai a fare alla Fiera del Libro, se poi pensi queste cose? – direte voi. Ci sono andata per gli eventi, gli incontri e la possibilità di scambio di idee. Niente di più. I grandi editori dovrebbero limitarsi un pochino, i piccoli, al contrario, dovrebbero imparare a cacciar fuori un po’ gli artigli. Soprattutto attraverso i social, grande mezzo per far conoscere il proprio lavoro dappertutto. Molti sottovalutano questo aspetto… e fanno male.

Altra parentesi criticona a parte, per me è stata una bellissima esperienza dal punto di vista formativo e professionale e spero di ripeterla anche in futuro.

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Infatti, da brava neofita di un evento di tale portata, avevo riempito la mia to do list di mille, ma che dico, diecimila eventi, incontri e conferenze. Della serie: o tutto o niente.

Qualche esempio?

L’incontro con Marco Santagata sui 750 anni dalla nascita di Dante, quello su Moravia, Calvino e Sciascia, un altro incontro su Dante, con Dante, per Dante, un workshop su scrittori e social network e un altro sullo storytelling digitale… e ancora un altro sul mondo dei blogger e del selfpushing, per non parlare di quello sulla distribuzione degli e-book messa in relazione al mondo dell’editoria cartacea… e, quel giorno, poi c’erano Alberto Angela, Daria Bignardi e tanti altri.

Mancando, purtroppo, del dono dell’ubiquità ho scelto col cuore e ho assistito all’incontro tenuto alle 17 in nella Sala Rossa, quello su Pasolini fuori dal mito. Fila chilometrica e conseguente sala gremita di gente. Quella sala di un bel rosso acceso che tanto sarebbe piaciuto allo stesso P.P.P.

A fare da relatori c’erano Lidia Ravera, scrittrice e giornalista, madrina del SalTo2015, assessore alla Cultura della Regione Lazio e membro della Commissione tecnico-scientifica che ha il compito di promuovere e coordinare le iniziative culturali in ricordo di Pasolini a quarant’anni dalla sua scomparsa; così come fa parte della stessa commissione Walter Veltroni, ora regista e scrittore, ma con una lunga carriera politica alle spalle, in cui ha avuto anche il privilegio di conoscere il Pasolini ideologo da vicino negli anni ‘70; presente anche Walter Siti, curatore dell’opera omnia di Pier Paolo Pasolini per la collana I Meridiani (Mondadori), di cui scrive anche l’introduzione; last but not least, la relatrice anagraficamente più giovane, Chiara Valerio, scrittrice e critica letteraria.

Al centro dell’intera conferenza c’era la figura di Pasolini come quella di scrittore più discusso che letto e più ammirato che amato. Questo a causa della risaputa aggressione del tutto pasoliniana verso l’altro da sé, del suo essere un classico – non classico perturbante e moderno. Più moderno dei moderni.

Pasolini amava la verità, in tutte le sue forme.

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Non si sarebbe mai fatto seppellire dalla benevolenza dei trapassati.

Secondo Lidia Ravera, l’opera tutta di P.P.P. non è da considerarsi un classico, è sì immortale, ma ancora si dimostra divisivo. Più che un classico, è diventato un brand: da una parte per la sua rappresentazione delle borgate romane, dei ragazzi di vita, dell’opinione pubblica, della tanto amata campagna friulana e dall’altra parte per la sua “preveggenza” ideologica e sociale e per il suo pensiero sempre fuori dal coro. Figura intellettuale “postumamente post moderno”, è capace di esibire la sua vita e la sua omosessualità. Anche queste due caratteristiche fanno parte della sua verità.

Walter Siti considera P.P.P. un artista completo: sicuramente come scrittore non è stato il migliore della sua epoca. Era diventato più un’icona pop, poco letto, ma apprezzato molto più per il suo cinema. Altra peculiarità dell’uomo Pasolini era la sua onnipresente inquietudine: non stava mai fermo, non era mai soddisfatto. Da solo cominciò la sua battaglia contro i media, come un titano puramente intellettuale. Tuttavia, non va idealizzato: nelle sue convinzioni, molte volte, aveva anche torto e, a metà degli anni ’60,  scatenò non poche polemiche, come quella mossa contro il suo cinema dai semiotici, sulla sua concezione di Dante mossagli da Segre e sull’aborto. Inoltre, all’inizio del suo operato, non era il Pasolini coraggioso degli ultimi anni, ma ha saputo reagire solo quando venne toccata la sua opera. Anche il suo profetismo si rivelò tante volte inesatto, come quando in Betulle Nane immaginò l’URSS come un posto piacevole per vivere a vent’anni da quella parte.

Si interessava al mondo per capire se stesso, come se fosse per lui un bisogno fisico e carnale: “Io non riesco a respirare, se il mondo diventa così brutto.”, in quest’affermazione è racchiusa anche buona parte della sua visione politica.

Pasolini provava uno spropositato amore per il dubbio, le certezze non esistono, non sono altro che figlie del dubbio.

Walter Veltroni incontra per la prima volta Pasolini alla sezione del PCI di via Scarlatti a Roma, al comitato di base del Tasso : entrò si mise in fondo e cominciò a prendere appunti anche delle ‘castronerie’ che allora che quei giovani militanti dicevano. Probabilmente, dice,  è da quelle visite che nacque la celebre invettiva di Valle Giulia a difesa dei poliziotti – figli dei poveri e contro i figli di papà. Concorda con Siti sul fatto che sia stato molto in tutti gli ambiti, ma mai il primo.

Chiara Valerio pone l’accento sul libro – documentario L’odore dell’India in cui lo scrittore avrebbe paragonato l’Italia all’India: una casta fatti di dominanti e dominati, ricchi e poveri, immobilità in un paesaggio metafisico. Anche la Valente concorda sul fatto che per P.P.P. si dovesse guardare fuori di sé per guardarsi dentro.

Sul delitto Pasolini, una sola ed unica verità: Pino Pelosi non era solo.

L’incontro si conclude con l’assunto che non esiste né, probabilmente, esisterà mai un altro Pier Paolo Pasolini perché la nostra società dà per scontato che un cambiamento sia politico che culturale radicale sia del tutto negativo.

Sono stata sinceramente stupita di trovare la Sala Rossa così piena di persone interessate alla vita e alla memoria di questo artista poliedrico e per l’affluenza al SalTo2015 più che positiva.

Che dire, costruiamoci un Salone delle Meraviglie personale continuando a leggere, leggere, leggere ad infinitum.

(www.salonelibro.it)

© foto Enrico Tribuzio

:: Domani tocca a te, Stefan Ahnhem, (Sperlig & Kupfer, 2015)

18 maggio 2015

Ahnhem_La classe_300X__exactAveva passato in rassegna con calma e metodo classe dopo classe, alunno dopo alunno. Per ogni viso aveva cercato di ricordare la persona in questione. Ci era riuscito nella maggior parte dei casi, anche se per alcuni gli era occorso tempo. Persino quelli con cui non aveva mai avuto a che fare si ripresentarono come spettri erranti nella banca dati della sua memoria. In compenso non era risucito a individuare nessun sospetto. Nemmeno uno tra tutti quei volti si era distinto tra gli altri, catturando la sua attenzione. Solo poche ore prima era sicuro che l’assassino dovesse essere da qualche parte in quell’annuario, ma adeso il dubbio si era insinuato in lui. Era sulla pista sbagliata? Decise di sfogliare le pagine un’ultima volta. Se non avesse trovato nulla avrebbe spento la luce e cercato di dormire un po’. Il fascicolo si aprì quasi spontaneamnete sulla 3C. Non sapeva quante volte avesse guardato quell’ immagine nell’ultima settimana, eppure non riusciva a disfarsi della sensazione che gli fosse sfuggito qualocsa. Qualcosa all’interno di quella fotografia. Era come se covasse un segreto.

Un nuovo ispettore arriva dalle fredde terre del nord Europa: Fabian Risk, antieroe problematico, svedese come il Kurt Wallander di Mankell (di cui ricorda per certi versi alcuni tratti), protagonista del romanzo d’esordio di Stefan Ahnhem, Domani tocca a te (Offer Utan Ansikte, 2014).
Edito in Italia da Sperling & Kupfer e tradotto da Roberta Nerito, questo romanzo si inserisce quindi a pieno titolo nella grande corrente del poliziesco nordico e lo fa dignitosamente con picchi non privi di originalità (e cattiveria) che ne fanno un buon romanzo di genere e allo stesso tempo un affresco sociale credibile e attento alle problematiche più spinose di una Svezia ben lontana dall’idea stereotipata che molti si fanno (rivalità con la vicina Danimarca, bullismo, violenza contro le donne, carenze educative di genitori assenti).
Il giallo scandinavo se vogliamo è nato proprio come strumento di analisi della società e a mio avviso le sue prove più riuscite hanno fatto proprio questo, ci hanno parlato dei mali e delle contraddizioni di paesi in cui la ricchezza e il benessere economico non sono sempre sono andati pari passo con la felicità dei suoi abitanti.
Punto forte di questo romanzo, oltre al protagonista e a ben caratterizzati comprimari, è sicuramente l’indagine poliziesca fatta di continue riunioni in cui il nostro non brilla per cooperazione e gioco di squadra, per lo meno all’inizio quando una sua decisione estemporanea provocherà incidentalmente una morte evitabile con coseguenti sensi di colpa, false piste, intuizioni risolutive, e grazie all’autore si ha proprio l’impressione di accompagnare il protagonista passo passo nelle varie evoluzioni della trama, difficilmente prevedendo quale sarà il passo successivo.
Ahnhem gioca abbastanza pulito con il lettore, ci sono sì alcuni vicoli ciechi (tipo le chiavi di una cassetta di sicurezza in una cucina di una vittima), ma per lo più da giusti indizi preparando la rivelazione finale (davvero incredibile) degli ultimi capitoli (indizi che mettono sulla buona strada sulle scritte dei muri dei bagni, ma davvero incomprensibili prima della intuizione risolutiva del protagonista).
Capire perchè agisce l’assassino, quale filo logico segue la sua “vendetta” è tutta un’altra questione e se vogliamo la parte più interessante del romanzo che inizia con il trasferimento di Fabian Risk da Stoccolma alla sua città natale, Helsingborg, nel sud della Svezia. Capiamo subito che non è un tipo facile, a Stoccolma, dove lavorava nella sezione omicidi della polizia, lascia un passato che vorrebbe dimenticare, capace di mettere in crisi il suo equilibrio psicofisico e la sua stessa famiglia (c’è un’ altra donna nel suo passato) composta dalla moglie Sonja, con cui spera di ricominciare una nuova vita, e i suoi due figli.
Ad attenderlo dopo una breve vacanza, la divisione anticrimine della polizia di Helsingborg. Almeno questi sarebbero i piani, se il giorno stesso del suo arrivo, prima ancora dei mobili, che dovrebbero arrivare con il camion del trasloco, si presenta a casa sua il suo (futuro) capo, il commissario Astrid Tuvesson coinvolgendolo subito in un caso che lo tocca molto da vicino.
Un suo vecchio compagno di liceo, Jörgen Pålsson, viene ritrovato assassinato, con le mani amputate, nella scuola locale dove egli stesso insegnava. Accanto una foto di classe di trent’anni prima in cui il volto di Pålsson era stato cancellato. (Non a  caso il titolo della versione in inglese, non ancora uscita, che traduce fedelmente il titolo originale è Victim Without A Face. In cui si nasconde un gioco con il lettore che capirete solo a lettura ultimata.)
Fabian Risk non ha un bel ricordo di Pålsson, nè degli anni del liceo, tormentato dai sensi di colpa causati da fenomeni di bullismo di cui non era vittima in prima persona, ma che lo costringevano a non intervenire e a guardare dall’altra parte quando un compagno veniva vessato. (Fatto che avrà ripercussioni anche nella sua vita di adulto). Pålsson era un picchiatore, Risk non si stupisce che gli abbiano amputato le mani, forse per un atto di vendetta per le angherie subite. E questa è la pista che per prima viene seguita con esiti inaspettati. E quando altri compagni di classe iniziano a essere uccisi il piano di questa vendetta emerge sempre più inquietante. E’ anche lo stesso Risk la prossima vittima dell’assassino? Perchè? E soprattutto riuscirà Risk a fermarlo prima che muoiano tutti?

Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Domani tocca a te è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie che vedrà protagonista il commissario Risk.

:: Tutto cominciò con Tiffany, Marzi Christoph, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

18 maggio 2015

MarSe avete voglia di leggere qualcosa di spassoso, non troppo impegnativo e ricco di sentimento vi consiglio la storia di Faye, una giovane libraia a Brooklyn protagonista di Tutto cominciò con Tiffany, del tedesco Marzi Christoph, edito da Tre60. La vita di Faye scorre tranquilla tra i libri e la musica, anzi, a tratti potrebbe essere troppo calma  poi, un giorno, in libreria entra un giovane che compra una vecchia edizione di Colazione da Tiffany di Capote e pronuncia una frase: “Certe storie sono come melodie” che cambierà per sempre l’esistenza di Faye. La ragazza rimane ammaliata da quelle parole, tanto che diventeranno per lei un mantra esistenziale. Il giovane che le ha dette compra sì libro di Capote, ma lascia il suo album di disegni nel negozio. Faye non perde l’occasione e decide di fare tutto il possibile per trovare il misterioso giovanotto partendo dal suo nome, Alex, riuscendo a scovarlo su Face Book. Tra i due giovani comincia un serrato scambio di messaggi, fino alla decisione di un incontro. Poi, quella che potrebbe diventare una storia d’amore perfetta, frana su se tessa, perché Alex e Faye raccontano in modo diverso il loro primo appuntamento avvenuto il 14 settembre. Per lui era domenica e si è sentito tradito vedendola con una altro. Per lei era venerdì e Alex non si è presentato. Chi mente e chi dice la verità tra Faye e Alex? Marzi costruisce una storia basata sul gioco di equivoci temporali e situazionali che pungolano la curiosità del lettore a procedere nella lettura per capire chi dei due personaggi protagonisti stia raccontando la verità. Faye cerca di sbrogliare l’intricata matassa che ha complicato il rapporto con Alex perché non riesce a capire lo strano comportamento del ragazzo e, nemmeno lei si ricorda di averlo incontrato prima del suo fatidico ingresso in libreria. Ad aiutarla nel superamento di questo stato di confusione mentale, e pure temporale, ci son il simpatico Mica, l’originale datore di lavoro tutto zen e yoga, e Dana, amica, a volte magari un po’ troppo prevaricatrice, di Faye. Il libro Colazione da Tiffany che compare spesso nella trama è il filo che lega i due protagonisti ed è quello che ad un certo punto porta Faye a sentirsi come Audrey Hepburn nell’omonimo film e, allo stesso tempo, il testo di Capote è anche il libro che Alex ha realizzato in una versione a fumetti nella speranza di trovare un editore interessato a pubblicarlo. Tutto cominciò con Tiffany ha venduto oltre 300.000 copie in Germania ed è in corso di traduzione in tutto il mondo. La sua trama è curiosa, a volte potrebbe sembrare un po’ labirintica, ma lo stile fluido della scrittura di Marzi e la buona traduzione di Manuela Carozzi portano chi legge a lasciarsi travolgere con piacere dalla ricerca di comprensione dei sentimenti e della mente umana messa in atto da Faye. Se come dice Alex: “Certe storie sono come melodie”, Tutto cominciò con Tiffany di Cristoph Marzi è un album da scoprire e ascoltare.

Christoph Marzi è uno dei più promettenti autori tedeschi, amato dalla critica e dal pubblico. E adesso si appresta a conquistare l’Europa: i diritti di traduzione di Tutto cominciò con Tiffany sono stati venduti ovunque: dall’Inghilterra all’Olanda, dalla Spagna alla Norvegia. Scoprite di più sull’autore sul suo sito www.christoph-marzi.de

:: L’estate segreta di Babe Hardy, Fabio Lastrucci (Dunwich, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

15 maggio 2015

LEsLa casa è lussuosa, arredata con il gusto convenzionale e scenografico dato dai soldi e dall’invidia del Vecchio Mondo. Ovunque sciamano gruppi di invitati dai sorrisi luminosi come mezzelune bianche. Un popolo esclusivo che si riunisce per celebrarsi e officiare un rituale. È la notte di San Silvestro del 1936.

Hollywood, anni ‘30. Il cinema esplode negli Stati Uniti, e con esso le sue star: Oliver Hardy e Stan Laurel. Sì, proprio loro: Stanlio e Ollio. Il duo comico in bianco&nero che Lastrucci porta in vita e colore sulla pagina scritta.
L’autore rianima Oliver e Stan avvalendosi di una scrittura che somiglia a uno schizzo, in quanto a freschezza ed espressività. Ha la capacità del ritrattista di dare un’idea del personaggio con poche, pulite frasi. Senza sapere come e quando sia accaduto, ci si trova a immaginare vividamente come la loro sagoma – quella allampanata di Stan, quella rotondeggiante di Oliver – si guadagni spazio sulla scena e come i loro volti – che, almeno nel mio caso, erano rimasti fermi alle poche comiche smorfie dei film – si aprano e chiudano in espressioni sorprese, perplesse, riflessive, stanche. Lastrucci sa, insomma, dare tridimensionalità e movimento persino a due personaggi che il cinema ricorda come macchiette in bianco e nero.
Abile regista, l’autore ha anche un talento come scenografo: le ambientazioni che si susseguono nel romanzo, facendoci fare un tour virtuale della Hollywood degli anni ‘30, sono – similmente ai personaggi – schizzate con due linee e qualche veloce campitura di colore, ricordando certe scenografie teatrali capaci di dare corpo alla scena senza appesantirla.
Concludo sollevando il pollice anche davanti alla gestione del ritmo della narrazione: il romanzo, composto da intense e veloci scene, non solo si fa leggere con piacere, ma procede con un proprio, quasi musicale, andamento. Non c’è momento morto, né tensione tirata troppo per le lunghe. Lastrucci sa quando e come far trattenere il fiato, quando e come far adagiare personaggi e lettori su un divano a riposare sorseggiando un drink.
Il grande difetto di L’estate segreta di Babe Hardy si colloca nel territorio in cui romanzo e marketing si sovrappongono – a sfavore del primo, in questo caso.
Tutte le presentazioni del romanzo (la copertina, la scheda sul sito della casa editrice, l’introduzione di Alexia Bianchini), intese per essere viste e lette prima della lettura del romanzo, ci fanno intuire (nel caso della copertina) o ci dicono apertamente (nel caso della scheda e dell’introduzione) che avremo a che fare con uno Stanlio e Ollio divenuti vampiri. Già questo spoilera una consistente parte della trama, rendendo inutile tutta la macchinazione registica attuata da Lastrucci che decide di iniziare il romanzo prima che essi siano succhiasangue, ma avrebbe potuto funzionare se L’estate segreta di Babe Hardy avesse voluto intenzionalmente giocare, in maniera più o meno parodica, con questo dato già dato. Non mi sembra questo il caso. Non solo Lastrucci ci presenta i due attori vivi e in salute – e sappiamo quindi, mentre leggiamo, che ora dovrà dedicare alcuni capitoli per sviluppare una parte della trama che già conosciamo, che noi leggeremo con pazienza perché strutturalmente necessari – ma tratta il tema “vampirismo” come se i lettori non sapessero già che è il tema portante del romanzo. L’autore dissemina indizi che già per il lettore medio (che conosce i tratti tipici più famosi dei vampiri) sarebbero, più che indizi, cartelli al neon che lasciano ben pochi dubbi. Se pure a un lettore dovessero sfuggire questi riferimenti, ci avrebbero pensato copertina, scheda e introduzione a dirgli preventivamente: “Tieni gli occhi bene aperti: prima o poi arriverà un vampiro!
Non so che cosa sia venuto prima – l’uovo o la gallina, il marketing o il romanzo – ma in ambo i casi avrei preferito soluzioni diverse.
Se si fosse voluto rendere fin chiara fin dall’inizio la presenza del tema “vampiri”, avrei optato per un approccio più smaliziato: senza fingere che i lettori non sappiano di che cosa stiamo parlando, ma anzi approfittando di ciò, avrei giocato con i cliché che la figura del vampiro si porta appresso, magari in maniera parodica – dato che Lastrucci sembra avere una certa abilità nel narrare con ironia. La mia impressione è che la parodia venga sì a crearsi, ma non intenzionalmente, e quindi a detrimento del romanzo.
Se si fosse invece voluto costruire un giallo che, solo dipanato, rivelasse ai lettori l’esistenza dei vampiri nella trama, avrei evitato di disseminare spoiler espliciti nella scheda del libro e nell’introduzione. Avrei invece disseminato indizi, più sottili dei grossolani indizi-cliché-parodici scelti da Lastrucci, che solo in un secondo tempo, risolvendo il giallo, i lettori avrebbero potuto riconoscere come segni della presenza di un vampiro – o di quello che verrebbe catalogato come simile. Avete presente quando, a conclusione di un romanzo, ci diciamo: “Avrei dovuto capirlo…!” Ecco, quello.
Un giallo da risolvere, comunque, rimane. Che si tratti di vampiri è chiaro fin dall’inizio, ma le cose non sono sempre quel che sembrano.
Lastrucci mette un giallo nel giallo con un ribaltamento finale. Perché forse questo famoso vampiro, da Polidori in poi, non è mai stato esattamente un vampiro.
E che cos’altro potrebbe essere, allora?
A voi il piacere di scoprirlo mentre Lastrucci vi guida per le glorie e le vergogne della Hollywood anni ‘30.

Fabio Lastrucci nasce a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato per le principali reti televisive nazionali, il teatro lirico e di prosa con i laboratori Golem Studio e Metaluna, mentre attualmente porta avanti il progetto artistico “Nuages – morbidi approdi” col fratello Paolo. Nel 1987 disegna l’albo a fumetti La guerra di Martìn, su testi del drammaturgo Francesco Silvestri. Come autore di testi ha messo in scena lo spettacolo teatrale “Racconti salati” (con Fioravante Rea e Fulvio Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite da Stregatto Editore, Malatempora, Il Foglio Letterario, Ghost, Xenia, CS_libri, Perrone, Montag, DelosBooks, Ciesse e Dunwich. Collabora con interviste e articoli sul fumetto con le riviste “Delos Science Fiction” e “Fralerighe fantastico”. Con le Edizioni Scudo nel 2012 propone il saggio “I territori del fantastico”, una raccolta di interviste semiserie con autori italiani e stranieri. Nel 2014 pubblicherà l’e-book “Max Satisfaction” con le edizioni La mela avvelenata e con Dunwich edizioni il suo primo romanzo ambientato nella Hollywood degli anni ’30.

:: La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare, Johanna Basford, (Gallucci editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

15 maggio 2015

img1990-gAlbum da colorare per adulti è la bella idea messa in forma da Johanna Basford, artista scozzese che in Inghilterra, Francia e anche in Italia sta riscuotendo grande successo con i suoi libri disegnati. L’ultimo, pubblicato da Gallucci, è La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare (giunta già alla seconda ristampa in Italia) un album con disegni tutti da colorare e da scoprire ad ogni pagina. Il libro non è fatto solo per essere riempito di colori, ma in esso ci son intricate decorazioni vegetali dietro alle quali si nascondo animali o oggetti da trovare. Non mancano disegni che il lettore deve completare e enigmi disegnati da risolvere per trovare i nove simboli presenti nell’intreccio disegnato e arrivare alla sorpresa finale. La foresta incantata è un libro adatto agli adulti, ma è molto apprezzato anche dai ragazzi. Colorando le pagine del libro si prova un senso di rilassamento e di partecipazione attiva che permetterà di scoprire ogni creatura, piccola o grande che sia, nascosta nella misteriosa foresta uscita dalla mano della Basford. I suoi disegni mi hanno ricordato molto da vicino la vegetazione della compagna scozzese e allo stesso tempo certi motivi decorativi dei tessuti per vestiti e pure lo stile floreale di William Morris, disegnatore e scrittore britannico, tra i fondatori dell’Art and Crafts (arti e mestieri), il movimento di riforma delle arti applicate, nato nel regno unito in opposizione all’imperante industrializzazione. La foresta incantata è un libro per immagini a cui dare vita attraverso il colore e che allo stesso tempo vi darà la sensazione di partecipare alla realizzazione di una opera d’arte che per la minuziosa attenzione ricorda un po’ l’arte di creazione dei mandala tibetani dove calma, attenzione e precisione danno vita a forme e colori che raccontano il processo di formazione del cosmo. La foresta incantata della Basford, magari non racconta come è nato l’universo, ma di certo invita il lettore a contribuire ad animare, con la propria fantasia cromatica, il mondo fantastico da lei disegnato. Colorare questo libro è un passatempo e allo stesso tempo un’attività artigianale che permetterà a chi la metterà in atto di esprimere al meglio la propria creatività e di rilassare il proprio intelletto e corpo.

Johanna Basford è un’ illustratrice fanatica dell’inchiostro e si è formata al Duncan of Jordanstone College of Art and Design con una tesi dedicata al tessile, cioè alla colorazione e alla pittura dei tessuti.  Johanna Basford, ha lavorato per case di moda popolari come H&M, ma anche di grandissimo prestigio come Hermes, azienda per la quale ha realizzato disegni esclusiviTra i suoi clienti di maggiore prestigio ci sono anche Sony, Starbucks, Chipotle, Absolute Vodka. Questo è il suo sito  www.johannabasford.com. Il suo primo libro, Il giardino segreto, ha avuto grande successo in tutto il mondo. L’edizione italiana, pubblicata da Gallucci, è stata ristampata più volte.

:: Una famiglia imperfetta, Nicola D’Attilio (Edizioni San Paolo, 2015)

14 maggio 2015

famiClelia e Diego. Lei è la maestrina seria e un po’ noiosa, lui è l’esperto di marketing che si accompagna a una donna diversa ogni weekend: basta una strana notte e i due si troveranno uniti a fronteggiare l’inaspettato. Inaspettato è quel bambino che cresce nella pancia di Clelia e che lei non vuole; inaspettato è il mondo di Diego che frana come un castello di carte; inaspettati sono i misteri che la gravidanza scoperchia, tra stramberie e problemi di amici e famigliari. Inaspettata è la vita che cambia senza che tu sia pronto, e chissà che alla fine non abbia ragione lei. Con un intreccio di vicende ad alto contenuto emotivo e di situazioni divertenti, l’esordio di Nicola D’Attilio è un romanzo, leggero e profondo a un tempo, sull’amicizia e la famiglia; un manuale su come stare uniti e costruire la perfetta famiglia imperfetta.

– Clelia!
Fu sorpresa da una voce alle spalle; la riconobbe senza fatica nonostante fosse ormai lontana settimane. Si voltò e lo vide: il padre biologico era lì, a pochi metri, ignaro di tutto.
Avanzava con passo disinvolto, stretto in una giacca di pelle nera con collo alla coreana, jeans slavati e scarpe da passeggio che lasciavano intravvedere, con studiata noncuranza, un prezioso baffo rosso sulla linguetta.
Rivederlo dopo quell’unico incontro ebbe l’inatteso effetto di scoperchiare un groviglio di reminiscenze che nemmeno pensava di avere. Era più carino di quanto lo ricordasse ma non era quello il punto; il nodo che sentiva allo stomaco suggeriva la presenza di domande che aveva sapientemente eluso: una su tutte chiedeva non tanto chi fosse, ma cosa rappresentasse quell’uomo per lei. Gli andò incontro cercando di allontanare i dubbi e di godersi la serata, come imposto da sua sorella.
– È tanto che aspetti? – disse Diego, sfiorandole la guancia con un bacio. Il profumo dell’uomo le solleticò le narici, ricordandole la mattina del loro primo incontro.
– No, figurati.

Interno familiare. In una cucina, economica. Madre, padre e figlia che parlano di un’altra figlia ancora, tra Tarallucci del Mulino Bianco inzuppati nel latte e inaspettate rivelazioni. Così inizia Una famiglia imperfetta, romanzo d’esordio di Nicola D’Attilio, giovane (ma non proprio giovanissimo) scrittore genovese, classe ’76, della scuola di narrazione di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Verrebbe da dire “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” ma sarebbe fuorviante, questo romanzo non è un dramma, nè un affresco di costume che stigmatizza, nel caso di Lev Tolstoj, l’adulterio. E’ una commedia, che sì tratta temi seri e a volte drammatici come l’aborto e le gravidanze non volute o anche solo l’immaturità sentimentale, ma lo fa con freschezza e leggerezza, e con una sorta di joie de vivre tipica di quelle commedie brillanti anni 60, che trovano sempre meno spazio nel mondo gravato dalla crisi di questi anni.  E’ sempre un romanzo edito dalle Edizioni San Paolo, difficilmente troverete una difesa ad oltranza dell’aborto come pratica medica, ma non aspettatevi un pamphlet morale, qui si parla principalmente di sentimenti, e di come i personaggi affrontano i vari dilemmi morali che la vita gli riserva. Non ci sono giudizi, condanne, ma semplicemente una visione alternativa su cosa può capitare a chi si trova ad essere genitore, quasi per sbaglio. E Clelia e Diego sono senz’altro due improbabili genitori, imperfetti a modo loro, protagonisti di questa commedia corale che vede altri personaggi dire la loro sulla faccenda con esiti buffi e imprevedibili.  Con ironia e umorismo D’ Attilio, parla di amicizia, di amore, di senso della famiglia, di crescita personale, e lo fa con uno stile vivace e pieno di brio. Riusciranno Clelia e Diego a diventare una coppia? Beh vi toccherà leggere il romanzo per scroprirlo, ma vi assicuro sarà una lettura piacevole.

Nicola D’Attilio, nato a Genova nel 1976, si è laureato in Informatica e lavora nella progettazione di sistemi di sicurezza fisica nel campo dei trasporti. Ha partecipato alla seconda edizione de La Bottega di Narrazione a cura di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

:: Al via il Salone del Libro di Torino 2015, a cura di Elena Romanello

12 maggio 2015

imagesOrmai ci siamo quasi: dal 14 al 18 maggio torna a Torino, nello spazio fieristico del Lingotto, il Salone del libro, la più importante manifestazione fieristica italiana dedicata ai libri e all’editoria e uno dei più importanti a livello europeo.
Quattro sono i padiglioni in cui si snoda l’evento: l’1, dedicato all’editoria indipendente con lo spazio Officina gestito da Giuseppe Culicchia e l’Incubatore, il 2 e il 3 con le proposte editoriali di editori grandi e non, il 5 incentrato sulla letteratura per bambini e ragazzi del Bookstock Village.
L’argomento di quest’anno sono Le meraviglie d’Italia, meraviglie in senso lato, dalla cucina alla letteratura passando per cinema, moda, arte, paesaggio, mentre gli ospiti d’onore sono la Germania come Paese straniero e il Lazio come Regione.
Nei cinque giorni si parlerà di cucina, nello spazio CookBook, di libri e tecnologie, in Book to the future, di fumetti e graphic novel nel Bookstock village, delle professioni legate al libro, di schierarsi contro le ingiustizie per i più giovani, dei settant’anni dalla fine della guerra, oltre agli incontri con autori e autrici, nelle Sale dai vari colori, presso il Caffè letterario e nell’Auditorium.
Come sempre, tanti gli ospiti, molti ormai fissi dell’evento: oltre a Lidia Ravera, madrina dell’evento, ci sono i nomi di Corrado Augias, Camilla Lackberg, Licia Troisi, Mauro Corona, Catherine Dunne, Jann Assmann, Valerio Massimo Manfredi, Aldo Busi, Zerocalcare, Aldo Cazzullo, Gianrico Carofiglio, Margherita Oggero, Vanessa Diffenbauch, sono solo alcuni nomi presenti in cinque giorni che si preannunciano intensissimi.
Ma il Salone del libro è anche il Saloneoff, cinquecento eventi, tra mostre, spettacoli teatrali, passeggiate letterarie, concerti, presentazioni, reading, bookcrossing, mercatini, in tutte le Circoscrizioni di Torino e in tredici Comuni della nuova Città metropolitana. Gli eventi avverranno in scuole, biblioteche, librerie, bar, palestre, piazze, parchi e altri luoghi non canonici.
A questo vanno aggiunti anche gli incontri di Voltapagina, in alcuni istituti penitenziari del Piemonte, punto finale di percorsi di lettura fatti.
Il programma completo è www.salonelibro.it

:: I 64 Enigmi. L’antica sapienza cinese per vincere nel mondo contemporaneo, Gianluca Magi, (Sperlig & Kupfer, 2015)

10 maggio 2015

magiI Ching ovvero il Libro dei Mutamenti, testo antichissimo cinese risalente alla dinastia Zhou, (utilizzato per lo più come strumento divinatorio), racchiude se vogliamo secoli e secoli di saggezza cinese,  apprezzata da Confucio a Carl Gustav Jung in una linea ideale di continuità che ci porta a riflettere quanto la saggezza di per sé sia senza tempo e senza luogo.
Il libro dei Mutamenti dunque è molto più di un oracolo, può essere letto benissimo con spirito scientifico per approfondire concetti profondi e anche difficili, per meditare sull’ esistenza e sul modo in cui affrontarla, o sui dilemmi della filosofia o della matematica. Se vogliamo il sistema di calcolo binario nasce proprio con questo testo che utilizza un sistema di esagrammi composti da un alternarsi in diverse combinazioni di sei linee continue, rappresentanti il principio maschile dello yang, e interrotte, rappresentanti il principio femminile dello yin. 0 e 1, dunque, sì e no.
Può l’antico Libro dei Mutamenti essere d’aiuto nel mondo contemporaneo? Come dicevo prima la linea ideale di continuità porta fino ai giorni nostri, e allo stesso modo deve aver pensato Gianluca Magi, orientalista e storico delle religioni che dirige con Battiato la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini, che proprio ai Ching si è ispirato per scrivere I 64 Enigmi. L’antica sapienza cinese per vincere nel mondo contemporaneo (Sperling & Kupfer, 2015).
Agile volumetto, di stampo divulgativo, scritto in un linguaggio semplice e immediato teso a far luce sui misteri che il testo cinese contiene. Si può leggere in modo lineare, come ho fatto io, dalla prima all’ultima pagina, o aprendo una pagina a caso, magari per approfondire un problema che ci assilla e di cui non vediamo la soluzione. Ciò che troverete vi sarà d’aiuto che crediate o meno alle arti divinatorie, perchè c’è sempre un fondo di verità in queste pagine adattabile ai vari casi della vita.
Se volete possiamo fare una prova. Il problema che mi assilla in questi giorni riguarda la mia vita lavorativa, aprirò una pagina a caso e vi dirò quale è e che riflessioni mi ha portato a fare. Allora siete pronti? La pagina che ho aperto è…

La forza del grande – 34° Enigma. Sentenza: La forza del grande arride all’uomo retto. Immagine: L’uomo evoluto non fa un solo passo contrario alla giustizia. Spegazione: La situazione illustra una crescita vigorosa del coraggio e della forza verso un fine dominante. Magi poi parla della sua esperienza personale, degli ostacoli che ha incontrato che sueprandoli l’hanno portato al successo e termina con un proverbio: Salvare capra e cavoli. I protagonisti sono un contadino (simbolo del funzionamento cosciente del pensiero umano) un lupo (simbolo del funzionamento riflesso dell’organismo umano) una capra, (simbolo del funzionamento del sentimento) e una cesta di cavoli (simbolo delle situazioni sempre nuove che la vita propone e che spetta all’uomo risolvere).

Un contadino vuole trasportare incolumi al di là del fiume una capra, un lupo e una cesta di cavoli servendosi di una piccola imbarcazione in grado di contenre lui e uno soltanto di questi tre carichi. se il contadino lascia da una parte o dall’altra del fiume senza al sua presenza diretta il lupo assieme alla capra, questa verrà divorata dalla belva; mentre nulla impedirà alal capra di spazzar via i cavoli se lascia vicino alla cesta incustodita. Il contadino, uomo cosciente e non pigro, risolverà questa situazione attraversando il fiume… una sola volta in più.

Dunque che ne pensate? Incoraggiante, vero? Ho un po’ come la sensazione che si rivolga proprio a me. Se comunque volete leggere il testo originale dei Ching in cinese e tradotto in inglese vi invito a visitare questo link: http://ctext.org/book-of-changes

Gianluca Magi, è uno degli autori più influenti nel campo dell’evoluzione personale. Ha insegnato all’università di Urbino, ha fondato la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa, di cui è direttore insieme a Franco Battiato. I suoi libri sono stati tradotti in 33 Paesi e hanno raggiunto le 200.000 copie vendute. I suoi bestseller sono I 36 stratagemmi e Il gioco dell’eroe.

:: Tacchi e taccheggi, Desy Icardi (Golem, 2014) a cura di Elena Romanello

10 maggio 2015

indexDue donne, la ricca borghese Barbara, oppressa da un desiderio di maternità frustrato e dalla noia, e Lydia, dalla vita inconcludente tra un lavoro precario in un call center e un’attività da borseggiatrice, si trovano in un centro commerciale di Torino nello stesso momento, accusate entrambe di taccheggio. Portate in una stanza a parte per essere interrogate in attesa della denuncia, vengono dimenticate nell’edificio al momento della chiusura e nelle lunghe ore solitarie iniziano a parlarsi, scoprendo di avere molto più in comune di quello che pensavano.
Desy Icardi, cabarettista e blogger, interprete del mondo delle donne, costruisce quello che a prima vista potrebbe sembrare un romanzo chick lit, ma che in realtà parla dell’universo femminile, dell’oggi, delle contraddizioni delle vite, di divertimento e dramma, con rara maestria.
Un anonimo centro commerciale a Torino, un non luogo uguale in ogni parte del mondo dove ogni giorno arrivano persone di ogni tipo, fa da sfondo a questo scontro tra due meteore impazzite, due donne agli antipodi, una che ha tutto tranne che l’essenziale e l’altra che non ha niente e deve trovare l’essenziale, di età e condizione diversa, non certo due eroine, nemmeno le due classiche bamboccie anche un po’ irritanti da chick novel, simbolo del mondo di oggi, dove le aspettive di cui si viene investiti, soprattutto se donne, non sono sempre realizzabili e nemmeno auspicabili.
Tacchi e taccheggi è un romanzo agile e veloce, che diverte, ma che fa pensare e riflettere su tanti aspetti di oggi, dalla solitudine al lavoro precario, dall’esclusione sociale all’alienazione, e Barbara e Lydia, non ribelli e senza cause, possono trovare l’una nell’altra quello che manca loro nella vita, il riconoscimento e qualcuno con cui parlare davvero.
Un libro torinese ma universale, proposta della casa editrice subalpina Golem, che propone nuove voci o comunque voci insolite nel panorama della letteratura. La prefazione di questo viaggio nell’oggi e nell’animo di due donne insolite è di Massimo Tallone, scrittore e terapista bibliofilo, anche lui abitante sotto la Mole.
Tacchi e taccheggi piacerà a chi ama le storie insolite e chi vuole riflettere sull’oggi in maniera lieve ma non certo superficiale.

Desy Icardi, torinese, è cabarettista, scrittrice, blogger, insegnante di scrittura creativa, ha dedicato la sua vita a sviscerare il rapporto tra le donne e la risata. Il suo sito ufficiale è http://www.desyicardi.it/

:: Principessa dei Coralli, Tea Stilton, (Piemme, 2009) a cura di Micol Borzatta

10 maggio 2015

teaUn tempo il regno della fantasia era un unico regno governato da un unico sovrano. Purtroppo il troppo potere lo ha reso egoista e malvagio, costringendo così un nuovo sovrano a combatterlo e detronizzarlo. Il nuovo sovrano aveva cinque figlie e ha così deciso di dividere il regno tra di loro: il regno dei ghiacci, il regno dei corali, il regno del deserto, il regno delle foreste e il regno del buio.
È proprio nel regno dei coralli che si svolge questa storia.
Kalea è la principessa del regno dei coralli. Vive nel palazzo con due fratellastri, due ragazzi gemelli trovati nel mare quando erano ancora in fasce e fatti crescere al palazzo come se fossero stati i suoi fratelli.
La vita sembra scorrere tranquillamente, quando un giorno viene ritrovato in spiaggia un ragazzo. Kaliq viene dal regno del deserto, era in spedizione per studiare nuove tipologie di piante quando la sua nave viene attaccata dai pirati. La nave cola a picco e tutto l’equipaggio è stato ucciso, tranne lui.
Kaliq riesce a conquistare la fiducia e il cuore di Kalea, ma strani avvenimenti fanno sì che tra di loro insorgano dei dubbi…
Un ottimo romanzo per bambini, ma anche per i più grandi.
La trama è talmente coinvolgente che ti porta a leggere il libro tutto d’un fiato, passando l’intera nottata attaccata alle sue pagine, sentendo il cuore battere all’unisono con quello della protagonista, tifando per i gemelli e per Kalea quando gli eventi fanno credere che il nemico sia la persona sbagliata.
Descrizioni strepitose come siamo abituati a trovare nei libri degli Stilton, partendo da quelli di Gerolamo arrivando fino a Tea ai tanti loro parenti.
Una fiaba che sa far sognare insegnando anche l’importanza della sincerità, della famiglia e dell’amore.

Tea Stilton Elisabetta Dami nasce a Milano nel 1958 ed è l’autrice e l’inventrice dei libri di Geronimo Stilton e di tutta la famiglia Stilton, compresa Tea Stilton, pseudonimo che utilizza per la saga delle Principesse del regno della fantasia.
Figlia dell’editore Pietro Dami, fondatore nel 1972 della Dami Editore, inizia a soli 13 anni a lavorare come correttrice bozze nella casa editrice di famiglia. A 19 anni inizia a scrivere brevi racconti per ragazzi e assiste come volontaria bambini malati, esperienza che la porta a inventare il personaggio di Geronimo Stilton. L’idea di creare un topo antropomorfo come protagonista di storie ha talmente successo che inizia a scrivere usando prima il suo personaggio come pseudonimo, poi creandogli una famiglia intera intorno, trasformando la sorella Tea Stilton in scrittrice anch’essa. Tutto questo successo permette alla Dami di continuare ad aiutare i bambini malati, orfani e abbandonati.

:: Il ricercato, Lee Child (Longanesi, 2015)

9 maggio 2015

il-ricercato-674x1024Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia, come invecchiamo noi, ma infondo resta sempre lo stesso, e soprattutto è sempre rassicurante e sicuramente il tipo che si vorrebbe incontrare quando si è davvero nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare ora in giro per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto.
E Karen Delfuenso è davvero nei guai quando Reacher la incontra all’inizio di Il ricercato (A Wanted Man, 2012) diciassettesimo romanzo della serie di Jack Reacher, scritto da Lee Child, pubblicato in Italia da Longanesi e sempre tradotto dall’ instancabile sua traduttrice ufficiale, la milanese Adria Tissoni. Anche se non così nei guai come le apparenze farebbero pensare, ma certo l’aiuto di Reacher le fa comodo e caso vuole che proprio lui si trovi sul ciglio della strada a fare l’autostop, una notte in una desolata contea del Nebraska, quando sfreccia e si ferma l’auto su cui anche Karen è a bordo.
Assieme a lei altri due uomini, tutti con indosso un’ anonima camicia di denim. Reacher ormai disperava di trovare un passaggio, e il naso rotto mal curato certo non aiuta, quando sale a bordo deciso ad arrivare in Virginia. In un primo tempo scambia i tre per colleghi in viaggio di lavoro ma qualcosa non torna. Il comportamento della donna soprattutto lo mette sul chi vive e quando lei riesce a comunicare utilizzando ingegnosamente il solo sbattere delle palpebre, Reacher capisce che è stata rapita e che i due uomini a bordo sono armati.
Vari posti di blocco gli danno la conferma che i due uomini sono ricercati dalla polizia. Ma non solo: FBI, CIA, Dipartimento di stato, tutte le forze disponibili sono impegnate in una caccia all’uomo senza esclusioni di colpi, perché c’è in ballo qualcosa di grosso. E quando Reacher durante una sosta in una stazione di servizio riesce a comunicare con l’FBI dandogli almeno le sue coordinate, l’indagine di Julia Sorenson, che indaga sulla morte di un uomo in una stazione di pompaggio, obbiettivo sensibile perché via per le falde acquifere della zona, prende la giusta direzione.
Un romanzo on the road dunque per Jack Reacher, pieno di sorprese, e repentini cambi di prospettiva. Un lungo inseguimento per le interminabili ‘highways’ americane, o meglio un viaggio nel paesaggio americano stesso, fatto di stazioni di servizio sperdute nel più assoluto nulla, motel, drive il tutto visto dagli occhi di un inglese ormai americano a tutti gli effetti.
E poi c’è Jack Reacher, eroe solitario ma dal cuore d’oro, con il suo fascino sgualcito, e stropicciato come le camicie da poco prezzo che indossa, pronto a riprendere la sua strada senza meta, finita un’avventura, che non ostante passino gli anni non perde il suo smalto.
Non ci si annoia poi leggendo i romanzi di Lee Child, questo è certo, l’azione non manca, come le false piste, gli improvvisi colpi di scena, le persone che non sono quello che sembrano e nascondono la loro vera identità cambiando pelle come i serpenti fanno alla muta. Solo Reacher resta sempre quello che è, punto fermo in storie sempre diverse che ormai si adeguano ai tempi proiettando lo spettro del terrorismo, del pericolo nascosto in casa propria.
Ah, dimenticavo: sapete dire un’ intera frase senza dire la lettera “a”? Il trucco c’è ma non sarò certo io a svelarvelo, lascio fare a Reacher.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Adria Tissoni Laureata presso la Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, Adria Tissoni si è inizialmente dedicata alla traduzione di testi medico-scientifici e all’insegnamento della lingua inglese a livello universitario.
Ormai da molti anni traduce narrativa contemporanea, in particolare thriller medici e d’azione, spaziando talvolta anche in altri generi quale quello storico. Tra gli autori da lei tradotti figurano James McBride, Tracy Letts, Lee Child, Tess Gerritsen e Mo Hayder.
Nata a Milano nel 1962, vive tra la sua città natale e le Dolomiti.