:: Con Giacomo Leopardi tra le “Operette morali”. Un viaggio fantasioso in lingua moderna, Nino Giordano (goWare, 2015) a cura di Federica Guglietta

28 luglio 2015
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Per chi abbia intrapreso gli studi umanistici con la volontà di dedicarsi, un giorno, all’insegnamento, per gli insegnanti che magari svolgono questo lavoro da anni o per te, sì proprio tu, che ancora quei banchi di scuola non li hai abbandonati, quello che sto per dirvi non è per niente una novità.

Comprendere i testi degli autori della nostra letteratura, dalla Commedia di Dante a fine Ottocento è tutt’altro che facile.
Per questo motivo il prof. Nino Giordano ha riscritto in una forma molto più vicina al nostro italiano parlato le Operette morali di Giacomo Leopardi.

Perché proprio quest’opera? In cosa consiste la sua difficoltà?

Si tratta di testi di stampo satirico e ironico, sviluppati in forma dialogica e di argomento filosofico. Leopardi sistema in forma unitaria i pensieri e le riflessioni dello Zibaldone, donando veste letteraria ai contenuti filosofici con ironia e distacco. Viene abbandonata la prospettiva soggettiva, autobiografica e della protesta civile, propria delle Canzoni e degli Idilli, per poter mostrare la realtà dell’esistenza e della condizione umana, svelando così le illusioni con cui l’uomo riesce a rendere più accettabile la sua vita. La sua esperienza personale assume un valore esemplare. La forma del dialogo ironico è mutuata dalla letteratura classica (si considerino i dialoghi platonici), ma in particolare da Luciano di Samosata, tardo scrittore greco del II secolo d.C., autore di dialoghi satirici e polemici di contenuto filosofico, morale e religioso.

Proprio tenendo conto dell’argomento squisitamente filosofico, Nino Giordano ha pensato di dare nuova veste alle Operette, proponendo l’opera come un unico organico racconto al cui interno il passero solitario, osservatore d’eccezione, ricopre il ruolo fondamentale di narratore – protagonista. Proprio il passero solitario, infatti, ha il compito di presentare e commentare fatti e protagonisti di ciascuna operetta.

Già nel suo “Intento” che fa da prefazione a quest’opera di riscrizione, l’autore ci fa notare che:

Così, come un “filosofo solitario”, si ferma a interrogarsi sui tanti perché dell’esistenza umana; come un poeta trae vitalità dalla sua “naturale” forza immaginativa. Isolato e pensieroso, ma con lo sguardo rivolto agli “interminati spazi”, si immerge nella contemplazione della natura; ferma il suo sguardo sulla realtà, sul paesaggio, sulla luna… oppure oltrepassa i limiti imposti dalla stessa natura terrena, per librarsi nell’infinito, alla ricerca di risposte al suo desiderio di conoscenza.

Ama ascoltare dalla voce del tempo storie di uomini alla ricerca di una felicità sempre inferiore alle aspettative del cuore; vola verso ignoti cammini, osserva solitudini stellate e riflette, con amore, sulle ferite umane che bruciano e su parole inascoltate. Un itinerario tra le inquietudini, i dolori e le speranze degli uomini di ogni epoca. Il suo viaggio in libertà segue in linea generale un itinerario morale, ricomponendo in sé l’evoluzione del pensiero di Leopardi: dalla prima visione della natura al messaggio finale della solidarietà. Il linguaggio del passero si porge con semplicità senza perdere, nella modernizzazione, le radici di una lingua “ardita e peregrina”.

Al di là dei diversi approcci metodologici e didattici, possiamo dire che già da tempi non sospetti venivano vergate opere di questo genere: celebri i volgarizzamenti medievali dal latino prima e la versificazione di scritti e commedie poi. Quindi è indubbio che un’opera di questo genere possa risultare quanto meno interessante, soprattutto dal punto di vista conoscitivo.

Nino Giordano, vive da molti anni a Firenze, ma ha lasciato il suo cuore in Sicilia. Docente e scrittore, vorrebbe avvicinare i giovani lettori ai classici della nostra letteratura, riscritti in italiano moderno. Ne sono esempio La Commedia in Italiano d’oggi (Inferno e Purgatorio, con Fabrizio Maestrini) e La Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni, oltre a questo rifacimento delle Operette morali. Recentemente ha scritto un libro su Giorgio La Pira, Un cristiano per la città sul monte. Giorgio La Pira. Ha inoltre progettato e realizzato vari docu-film: Don Bosco e l’unità d’Italia; Sacerdoti toscani nel Risorgimento; Giorgio la Pira. La città sul monte (in collaborazione con Cinzia Spinelli e Daniele Guerriero).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Maria dell’Ufficio Stampa goWare.

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:: La tigre dagli occhi di Giada, Stefano Di Marino, (DBooks, 2015)

27 luglio 2015
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Bentornata avventura! Verrebbe da dire leggendo il nuovo romanzo di Stefano Di Marino, La tigre dagli occhi di Giada. Più che a echi salgariani, mi verrebbe da pensare alla nobile tradizione delle avventure pulp americane degli anni 30’ e 50’. Avventurieri, tesori nascosti, nemici invincibili nascosti nell’ombra, combattimenti, donne affascinanti quanto misteriose, inseguimenti, giungle ai confini del mondo. Tutto l’immaginario che ha fatto grande un genere che ha intrattenuto generazioni di lettori, appassionati di scenari esotici, mistero e cacce al tesoro.
Perché la letteratura d’evasione ha la sua nobiltà, e ancora di più quando al suo servizio si mette una penna capace e fertile come quella di Di Marino, che il suo onesto lavoro di scrittore lo sa fare ormai da più di trent’anni, spaziando tra tutti i generi.
La tigre dagli occhi di Giada è un romanzo che potremo ascrivere al genere di narrativa pop (olare), quel tipo di narrativa che si poteva trovare per pochi cent sugli scaffali metallici (un po’ arrugginiti) dei drugstore, delle stazioni di benzina, dei capolinea degli autobus, in un America appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, con pochi soldi in tasca e tanta voglia di staccare dalla routine di tutti i giorni e pensare a un altrove, magari esotico, con piante tropicali, monsoni e belle donne dagli occhi a mandorla e la pelle del colore del caramello.
La crisi di questi anni non è proprio come quella di allora, dopo un guerra (mondiale), ma lo spirito è il medesimo, si ha voglia – specie d’estate – di leggere qualcosa scritto bene, che permetta alla fantasia di spaziare libera.
E così eccoci alla corte di Kublai Khan, alle prese con un manufatto prezioso da portare in dono al pontefice, in segno di pace. Per poi trovarci nella Nanchino del 1938, dopo l’invasione giapponese, sulle tracce di una pergamena misteriosa e ancora sulle piattaforme petrolifere al largo di Sumatra nel 2010. E infine arrivare ai giorni nostri in una Milano piena di cantieri per i lavori dell’Expo.
Ed è qui che Marko Kanun, l’eroe del romanzo, viene ingaggiato da una produzione televisiva italiana, sovvenzionata lautamente da misteriosi investitori giapponesi, per fare da guida a una spedizione nella foresta dell’isola di Batang.
La carcassa di una aereo, mai recuperato, contiene appunto la tigre e loro devono recuperarla e girarci un film. E i nostri, tra sette assassine, nemici che non dimenticano, e insidie di ogni genere, avranno il loro bel daffare.
Se posso fare una considerazione a margine, la maggior parte della storia si svolge tra Milano e Venezia, in un lungo prologo, che sì accresce la suspense spiegando molte motivazioni di alcuni personaggi, ma ti fa dire: quando arriva la jungla? Ma dopo tutto l’avventura è anche qui, adesso. Uscendo di casa la mattina. L’avventura è un luogo dell’anima, prima che uno spazio delimitato. E forse è questo il messaggio che vuole veicolare l’autore.
Il finale piuttosto aperto, promette comunque bene, non sarà l’ultima volta che sentiremo parlare dell’avventuriero guerriero, Marko Kanun, e della setta dei Sicari dal Volto di Cenere.
Buona lettura, sorseggiando rigorosamente una bibita ghiacciata.

Stefano Di Marino (Milano 1961), scrittore, traduttore, sceneggiatore di fumetti. È autore di polizieschi, gialli, thriller e fantasy – che firma sia col suo nome, sia con quello di Steve De Marino, sia ricorrendo a vari pseudonimi –, nonché di saggi sulle arti marziali di cui è grande appassionato. Tra i suoi romanzi, Il Cavaliere del Vento, Quarto Reich, Ora Zero, la trilogia di Montecristo, Pietrafredda.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luigi dell’Ufficio Stampa DBooks.

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:: Il soggiorno, Andrew Krivak, (ed Keller, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 luglio 2015
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L’avventura vissuta dai personaggi de Il soggiorno di Andrew Krivak (Keller editore) comincia negli Stati Uniti d’America della fine dell’Ottocento e arriva nell’Europa della Prima guerra mondiale. I protagonisti sono una famiglia d’immigrati slovacchi, giunti nel nuovo mondo per costruirsi una vita diversa. Ondrej Vinich e la giovane moglie sono pieni di speranza per un domani migliore grazie anche al piccolo Jozef. Un drammatico evento scuoterà la famiglia e, anni dopo, un brutto incidente di caccia costringerà padre e figlio a fare ritorno, o meglio a scappare, in Europa nelle terre dell’impero austroungarico che, anni prima, Ondrej aveva lasciato. Il rifugio scelto sono le montagne di Pastyina. Qui l’uomo si risposa, ma i rapporti con la nuova consorte non saranno mai idilliaci. Ondrej non demorderà e manterrà il figlio e il nipote Zlý, grazie al suo lavoro di pastore di pecore. Il mondo nel quale i due ragazzi crescono è brullo, primitivo, e purtroppo questo non gli permetterà di restare immuni all’imminente arrivo della Prima guerra mondiale. Jozef e Zlý, abili cacciatori dalla mira infallibile, verranno mandati a combattere come cecchini sul fronte meridionale, ma ancora una volta l’imprevedibile corso della vita trasformerà per sempre le loro esistenze. Krivak scrive questo libro prendendo spunto da quello che fecero i propri avi, ma la storia dei due cugini è interessante, in quanto evidenzia le prove che i due ragazzi dovranno affrontare per portare a casa la pelle. Il modo equilibrato in cui Krivak narra le atrocità belliche gli permette di entrare sullo scaffale dove stanno i libri della letteratura che raccontano le vicende del conflitto del 1914/18 (Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, Addio alle armi di Ernest Hemingway o Uomini in guerra di Andreas Latzko). La vita del soldato Jozef è fatta di prove continue, di dolori, di attesa e di un rischio costante che travolge tutti. La tensione emotiva che attanaglia i due cugini in guerra è la dimostrazione del senso di incertezza sul domani che essa determina in chi la vive in prima persona. È un dramma che travolge chi è sul campo e chi sta a casa che assiste impotente, in molti casi, allo sfaldarsi completo della propria famiglia. Quando Jozef cercherà di tornare a casa il suo cammino di ritorno sarà una vera e propria gara di sopravvivenza, perché dovrà convivere con un profondo senso di colpa, ma sembrerà trovare una possibilità di riscatto quando soccorrerà una giovane zingara incinta. Pagina dopo pagina il Jozef perde tutto quello che ha di più caro e quella terra antica, nella quel i suoi avi hanno avuto origine, per lui diventerà una dimensione soffocante, dove è del tutto impossibile vivere. Il soggiorno di Krivak è un libro interessante perché, all’inizio, quando presenta la comunità slovacca in America, essa dimostra sì il rispetto delle leggi della società americana ma, allo stesso tempo, c’è un forte legame con la propria terra madre con il mantenimento in uso della lingua slovacca in ambito familiare. Dall’altra parte, il romanzo di Krivak dimostra come i figli di immigrati, tornati nella loro terra di origine, non riescano ad adattarsi ad essa, tanto è vero che e ad un certo punto Jozef, distrutto, demoralizzato e troppo estraneo alla sua terra d’origine, si imbarcherà su quella nave che lo porterà nella sua prima e vera casa (l’America), lontano dal suo catastrofico soggiorno europeo. Traduzione di Paola Vallegra.

Andrew Krivak, discendente di slovacchi emigrati negli Stati Uniti, lavora in Massachusetts, dove vive con la moglie e tre figli. Il soggiorno, suo primo romanzo, è stato finalista al National Book Award nel 2011, e vincitore del Chautauqua Prize e del Dayton Literary Peace Prize per la narrativa nel 2012.

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:: Ti ricordi Connor?, Eleonora Giacomelli, (Miraviglia, 2015) a cura di Micol Borzatta

27 luglio 2015
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Eleonora è figlia di una famiglia agiata che hanno già programmato tutta la sua vita per farle ottenere una posizione agiata come credono che le spetti per evitare che la gente possa commentare e giudicare.

Eleonora però sogna altro. La sua più grande passione sono i Highland White Terrier e vorrebbe davvero averne uno. Un giorno riesce a comprarne uno. È giovane e ingenua e così si affida al negozio di animali vicino a casa sua. Purtroppo, come quasi sempre accede, il cucciolo muore quasi subito perché era un piccolo trasportato in pessime condizioni dall’Est.

I genitori di Eleonora le regalano subito un altro cucciolo. All’inizio lei non lo accetta, ma piuttosto che lasciarlo a casa dei suoi genitori dove non sarebbe considerato nel modo appropriato, decide di tenerlo con sé fino ad affezzionarsi.

Inizia a partecipare alle prime mostre dove scopre che dietro ci sono mostre truccate, che se non sei un allevatore non vieni considerato, che non viene giudicato effettivamente il cane, ma le invidie e le bustarelle.

Un romanzo denuncia autobiografico che vuole far conoscere a tutti gli appassionati del mondo cinofilo il dietro le quinte di un mondo che nasce per rispettare i cani e purtroppo è mutato in un mondo falso.

Un romanzo scritto con uno stile leggero e semplice per quanto riguarda il linguaggi, ma che trasmette tutte le tinte forti e i sacrifici che un’allevatrice seria, rispettosa e che ama davvero gli animali, come la nostra autrice, deve affrontare ogni giorno.

Un romanzo che insegna ad amare i cani per quello che sono e non perché le mode del momento determinano un qualche nuovo standard.

Eleonora Giacomelli è laureata in Economia e commercio e vive a Ferrara. Ben presto abbandona la strada tracciata dalla famiglia per dedicarsi ai West Highland White Terrier. Vince tutto quello che un’allevatrice può ottenere, a livello nazionale e internazionale e Best in Show; ha selezionato alcune delle linee di sangue tra le più importanti al mondo. Il suo allevamento “Ariostea”, a Ravalle, ha ottenuto una visibilità internazionale ancora oggi senza pari. “Ti ricordi Connor?” è il suo primo romanzo ed inaugura la collana “I miei amati cani” di Miraviglia Editore.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’Ufficio Stampa Miraviglia Editore.

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:: Nella casa di vetro – Giuseppe Munforte (Gaffi editore 2014), a cura di Alice Strangi

27 luglio 2015
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Finalista al premio Strega 2014, selezionato per far parte dei 24 titoli della collana speciale #ioleggoperchè, questo qui è un libro difficile. Un andamento lento e sconnesso, affollato dei ritmi e dei sottintesi tipici del flusso di coscienza. Scritto in maniera ricercata e metaforica. Con una trama evanescente, intuita, forse una storia che sarebbe meglio definire una non-storia. Eppure tanto incisivo e affascianate da poter essere incantevole.

La voce di Davide che osserva la sua casa e la sua famiglia dall’esterno, proprio come attraverso un vetro, ci accompagna per quasi tutto il libro, salvo soltanto pochi sprazzi di futuro ben delimitati, che ci mostrano Sara, Andreas e Elena, i protagonisti del racconto, più grandi e più lontani, più forti ma anche più soli, in un’assenza del padre e marito che è stata ormai ricomposta e accettata.
Davide invece ci mostra con accuratezza dolcissima la straordinarietà del quotidiano, l’intimità sognante di una famiglia con le sue complicità e le sue stanchezze, con i suoi limiti e quella gioia imprevista e segreta, che nasce con la naturalezza con cui nasce l’amore e commuove per la sua purezza.

Sullo sfondo di tutto incombe una Milano artificiale e invadente, crudelmente pesante nello squallore opaco di un qualsiasi quartiere dormitorio, che viene però costantemente trasfigurata dallo sguardo del narratore per diventare nido, conforto e memoria. Così il piccolo appartamento sulla tangenziale diventa la loro “casa rombante”, e il rumore di marmitte e clacson si trasforma in un suono energico e magico: tutta la realtà si fa sfuggente e insignificante, si concede mite alla manipolazione dell’immaginazione e del sentimento.

Più che a un vero e proprio romanzo narrativo, “Nella casa di vetro” ha le caratteristiche di un memoriale: i tempi e i momenti di interesse descritti dalla voce narrante si avvicinano e si sovrappongono con poco ordine e con voluta inconsistenza; ogni spazio, oggetto, dettaglio si fa simbolo imperfetto di uno stato d’animo profondo e insondabile; i paesaggi, gli ambienti, le immagini più particolareggiate hanno il tocco impressionista che delega all’emotività la scelta dei colori e del tratto.

Le emozioni dell’autore sono pervasive e struggenti in tutto il libro, la malinconia dolceamara lascia poco respiro al lettore, il desiderio tormentato di Davide lontano dalla sua famiglia mischia passato e presente, sognato e verità in maniera vorticosa, imprimendo in ogni pagina la sensazione penosa dell’assenza. Osservando la moglie e i figli, osservando quel mondo chiuso e protetto che catalizza tutta la sua attenzione, Davide tira le fila della sua stessa vita, ne scopre i significati e si rassegna alle mancanze. Il fatto che manchi una vera e propria trama non è importante, perchè il libro contiene un viaggio diretto a scarnificare le emozioni fino a renderle pure e abbaglianti; in un modo che è tenero e al tempo stesso angosciante perché, appare chiarissimo fin dalle prime righe, ormai tutto è irrimediabilmente perduto.

Quello che Davide ci sussurra o ci urla, quello che può racchiudere il senso di questo viaggio tortuoso sta tutto in una domanda che la voce narrante vorrebbe rivolgere a quella moglie che appare sempre piccola e stanca; una domanda che risuona circa a metà del libro e che rischia di essere assordante. Bisognerebbe fermarsi e chiederlo a se stessi, di tanto in tanto, bisognerebbe avere la sincerità di rispondere e di rispondere magari persino di si.

“Voglio dire: hai avuto la felicità che ti spettava?”

Giuseppe Munforte è nato a Milano nel 1962. Ha pubblicato cinque romanzi: Meridiano (Castelvecchi 1998), La prima regola di Clay (Mondadori 2008), Cantico della galera (Italic peQuod 2011) e La resurrezione di Van Gogh (Barbera 2013). Suoi racconti sono apparsi in diverse riviste quali “Nuovi argomenti” e “Achab”.

Source: acquisto personale.

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:: Uomini senza donne, Haruki Murakami (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 luglio 2015
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Non è un caso che, in letteratura, quel sentimento di vuoto interiore, di perdita che si prova a fine di un amore totalizzante sia percepito come qualcosa di esclusivamente femminile.

Come se gli uomini dovessero (per forza) farsi scivolare tutto addosso. I veri uomini non piangono mai, si sa.
Poi arriva Murakami e, con sette racconti brevi, scardina l’ordine precostituito.

Sette uomini soli protagonisti di altrettante storie brevi. Al centro di ogni racconto una donna: l’amata, irraggiungibile e assente, lascia dietro di sé un carico di emozioni e sensazioni spiazzanti.  Sette “aiutanti”, quasi come a rispettare lo schema classico della fiaba di Propp, sopraggiungono in soccorso del protagonista. Sono loro a raccontarci la storia, secondo un punto di vista straniante, del tutto inaspettato: una prospettiva obliqua, che si tramuta spesso in quell’occhio critico capace di trovare una soluzione, anzi “la” soluzione: quella che il protagonista si rifiuta di vedere.

“A volte perdere una donna significa perderle tutte.”

Esorcizzare e superare un lutto, accettare la fine di un amore o mandare giù un tradimento. Il punto di vista maschile sull’amore e le situazioni ad esso collegate sembra inusuale, ma perché dovrebbe essere così? Gli uomini non soffrono?

Non piangono?

Nulla è lasciato al caso nella narrazione di Murakami. Il registro stilistico legato al fantastico viene messo da parte per far posto ad un impeccabile realismo. Si può parlare di temi amorosi con protagonisti al maschile senza far ricorso ad artifici.
Ricordi, dolore, assenza e distacco si mescolano in un turbine di parole, volti e situazioni.

C’è l’uomo di mezza età che ha perso la moglie, malata di tumore, e non riesce a sopportare il vuoto lasciato nella sua vita. Pur consapevole che in vita la donna l’avesse più volte tradita. C’è quel ragazzo un po’ strano che sembra aver trovato l’amore della sua vita fin dalle elementari, ma che poi, a vent’anni, si rende conto di non meritare. Così spinge il suo caro amico a uscire con la sua ragazza, in modo da “poter stare più tranquillo”. C’è la storia di Gregor Samsa al contrario, che molto ha impressionato la critica qui in Italia: lo scarafaggio che si risveglia uomo, con tutto quello che ne deriva. C’è la narratrice da Le mille e una notte che non può lasciar incompiuta la sua narrazione perché, a volte, l’amore diventa una metastoria, oltre che una promessa da rinnovare ogni giorno.

Tutto questo (e anche di più) è Uomini senza donne – titolo originale “Onna no Inai Otoko-tachi”-, volume uscito nel 2014 in Giappone e pubblicato quest’anno in Italia da Einaudi. Precedentemente i suoi racconti erano già stati pubblicati su alcune riviste all’estero.

Raccolta di racconti che si presta a differenti livelli di lettura, l’ultima creatura di Murakami diventa una cartina da tornasole dei sentimenti umani, offrendoci una panoramica di esistenze ben inquadrate in un Giappone che tutto sembra tranne che asiatico. Molti, infatti, i rimandi alla cultura occidentale, a quella pop culture capace di permeare anche in una società – apparentemente lontana – come quella asiatica sradicandone tutte le strutture più complesse.

E allora via libera ai Beatles con la loro Yesterday, qui reinterpretata dal giovane Kitaru in uno strano dialetto, quello del Kansai, (non suo, addirittura, ma imparato da autodidatta), a Manhattan di Woody Allen visto per la prima volta al cinema, passando per i vari riadattamenti di Tolstoj a teatro (il protagonista della prima storia, attore teatrale, recita a memoria Zio Vanja per calmarsi, prima dello spettacolo vero e proprio) fino a Salinger tradotto (territorio ben conosciuto dall’autore) e a un Gregor Samsa kafkiano assolutamente singolare: da insetto si sveglia uomo ed è del tutto impreparato alla vita.

Come ci fa sapere Murakami: «Amo la cultura pop: i Rolling Stones, i Doors, David Lynch, questo genere di cose. Non mi piace ciò che è elitario. Amo i film del terrore, Stephen King, Raymond Chandler, e i polizieschi. Ma non è questo ciò che voglio scrivere. Quello che voglio fare è usarne le strutture, non il contenuto. Mi piace mettere i miei contenuti in queste strutture. Questa è la mia via, il mio stile. Perciò non piaccio né agli scrittori di consumo né ai letterati seri. Io sono a metà strada, e cerco di fare qualcosa di nuovo. […]
Scrivo storie strane, bizzarre. Non so perché mi piaccia tanto tutto ciò che è strano. In realtà, sono un uomo molto razionale. Non credo alla New Age, né alla reincarnazione, ai sogni, ai tarocchi, all’oroscopo. […] Ma quando scrivo, scrivo cose bizzarre. Non so perché. Più sono serio, più divento balzano e contorto».

Sette storie che diventano sette tesori. Sette piccoli capolavori da scoprire e comprendere al meglio per farsi strada nel tortuoso cammino esistenziale (e personale) dell’accettazione. Di una delusione, di un dolore, di un lutto.

Haruki Murakami, classe 1949, è nato a Kyoto ed è cresciuto a Kobe. Autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. Con “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” ha vinto in Giappone il Premio Tanizaki. In Italia Einaudi ha pubblicato i suoi “Dance Dance Dance”, “La ragazza dello Sputnik”, “Underground”, “Tutti i figli di Dio danzano”, “Norwegian Wood”, “L’uccello che girava le Viti del Mondo”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “Kafka sulla spiaggia”,” After Dark”, “L’elefante scomparso e altri racconti”, “L’arte di correre”, “Nel segno della pecora”, “I salici ciechi e la donna addormentata”, “1Q84” (suddiviso in Libri 1 e 2, usciti insieme nel 2011, e Libro 3, uscito nel 2012), “A sud del confine, a ovest del sole” (2013), “Ritratti in jazz” (2013, con le illustrazioni di Wada Makoto), “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (2014) e “Uomini senza donne” (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Gabo – Gabriel García Márquez *memorie di una vita magica*, AAVV, (Tunuè, 2014) a cura di Maria Chiara Paone

25 luglio 2015
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Come nasce una storia?

È una domanda che prima o poi tutti ci poniamo, da aspiranti scrittori in cerca di ispirazione o semplicemente da lettori accaniti. E se vi rivelassi che uno dei più grandi classici della letteratura mondiale ha avuto il suo incipit durante un viaggio in macchina?

Io stessa ne sono rimasta stupita ma mai quanto l’autore in questione. Sto parlando di Gabriel García Márquez e il suo romanzo è, ovviamente, Cent’anni di solitudine: tutto questo viene raccontato in Gabo, la biografia a fumetti sceneggiata da Óscar Pantoja e disegnata dalle capaci mani di Miguel Bustos, Felipe Camargo, Tatiana Córdoba e Julián Naranjo.

L’opera, edita in Italia da Tunué, ha vinto il premio per il Miglior libro a fumetti in America Latina alla Fiera Internazionale del Libro di Buenos Aires 2014 raccontando la vita dello scrittore che porterà alla ribalta la letteratura latino-americana.

Così finiamo catapultati ad Aracataca, nella casa dove Gabo verrà dato alla luce e affidato ai nonni materni quando i genitori decideranno di trasferirsi a Barranquilla in cerca di fortuna dopo il massacro della Compagnia Bananiera.

Lì passerà la sua infanzia, in bilico tra l’universo della nonna Tranquilina Iguaràn – il cui cognome verrà utilizzato, non a caso, per il personaggio di Ursula – magico e divinatorio, e quello “per soli uomini” del nonno, colonnello e fine orefice, soprattutto quando si tratta di pesciolini d’oro (e qui una lampadina dovrebbe accendersi): due mondi diversi ma complementari, riuniti in quella casa che rimarrà nel cuore del piccolo Gabito fino all’età adulta, portando dentro di sé tutti i suoi fantasmi.

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Una vita non sempre facile, segnata dalle guerre e dagli stenti, data l’impossibilità di trovare un posto fisso con cui mantenersi, ma non per questo priva di emozioni: gli innumerevoli viaggi come corrispondente, l’amore per Mercedes, sua compagna inseparabile, l’incontro con Zavattini e il Neorealismo, il passaggio nelle terre descritte da Faulkner, che considerava il suo maestro…

In una linea temporale percorsa avanti e indietro senza fine (ma che si può consultare nel giusto ordine alla fine del libro) osserviamo la storia di un Paese e di un uomo che, tramite il realismo magico, ha tentato di dargli una voce, con un successo incredibile che gli era stato confermato, ancor prima del Nobel, da una singola copia del suo libro comprata e custodita da una borsa del mercato.

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Il libro è corredato di una fitta bibliografia di riferimento (anche informatica) e di un’appendice scritta dallo stesso sceneggiatore Oscar Pantoja; i disegni, nonostante le diverse mani, conferiscono continuità alle varie parti, legate dal leitmotiv di fiori e farfalle gialle, un fil jaune insolito e di finissimo gusto, con l’intento di richiamare inconsciamente un altro dei personaggi dell’opera di Márquez (lascio a voi l’onore di indovinare).

Gabo risulta non solo un omaggio al Márquez scrittore ma un documentario sul suo percorso personale e privato, senza però risultare voyeuristico, dando la possibilità anche ai suoi ammiratori più devoti – come la sottoscritta – di conoscerlo in tutte le sue sfaccettature.

Óscar Pantoja, nato nel 1971, è uno scrittore vincitore del Premio Alejo Carpentier per il romanzo El Hijo. Vincitore della borsa di studio nazionale di cinematografia in corto e medio metraggio 1998-2001 del ministero della cultura colombiana, ha fatto film d’amore e di terrore. Ha collaborato in diversi progetti di scrittura e audio visuali e attualmente lavora come scrittore di testi, articoli, copioni, romanzi e progetti editoriali. Scrive per la rivista Suite101.net. Dal 2009 è coordinatore e tutore del laboratorio virtuale di scrittori di romanzi brevi, progetto della Fundación Gilberto Alzate Avendano. Ha tre romanzi nel cassetto e vari progetti in mente.

Miguel Bustos, nato nel 1973, è disegnatore grafico dell’Università nazionale della Colombia. La sua produzione grafica su fumetti e illustrazioni, per cui ha ricevuto numerosi premi a livello nazionale. Nel suo lavoro prevalgono l’espressività tecnica, l’attenzione nell’uso della matita e le storie oscure e intimiste.

Felipe Camargo, nato nel 1988, è laureato in arti visive con menzione d’onore presso l’Università javeriana. Ossessionato dalla mancanza di comunicazione all’interno delle città, ha realizzato la sua prima esibizione individuale basandosi proprio su questo tema. In quell’occasione è stato presentato anche il suo primo graphic novel El señor solitario y la anciana incomunicada. ha partecipato a varie esposizioni collettive. I suoi principali argomenti di interesse e di lavoro sono la pittura, l’illustrazione, il fumetto ed il disegno editoriale. Ha pubblicato i suoi fumetti in La gacetilla de robot e sulla rivista Larva. Ha partecipato come ospite al festival Entreviñetas 2012. Ha collaborato al libro dedicato a Rafael Pompo, pubblicato dalla casa editrice Robot.

Tatiana Córdoba, giovane e talentuosa artista visiva colombiana, laureata presso l’Università javeriana, insegna arti plastiche presso la stessa università. Lavora come illustratrice per varie realtà fra cui Maloka, Bacánika, Revista, Colsanitas, Dinero, El malpensante, Orsai. Le sue opere sono state esposte in Colombia, Stati Uniti e Messico. Al momento, la sua carriera di fumettista si accompagna con una serie di dipinti a olio chiamata “estampa series”. Quando non lavora riempie di appunti il suo taccuino e continua a disegnare, parla con i suoi amici, legge e, occasionalmente, si dedica al giardinaggio.

Julián Naranjo, nato nel 1982, è tecnico in disegno grafico della Corporacíon unificada de educación superior (CUN). Nel 2010 è stato vincitore della seconda Biennale di disegno caricaturale citta di Bogotà, organizzata dalla Universidad nacional e dalla Escuela nacional de caricatura. Lì ha ricreato immagini del bicentenario della repubblica. Ha realizzato altri studi di caricatura con Martín Ballona e al momento sta completando un corso specialistico in illustrazione presso la Scuola nazionale di caricatura. È professore presso la stessa scuola e ha pubblicato i suoi lavori nel settimanale Voz e nel portale La caricatura se burla del poder dell’Universidad nacional della Colombia.

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:: L’esercito delle cose inutili, Paola Mastrocola (Einaudi, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 luglio 2015
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Complici i cinque anni di vagabondaggio che mi porto alle spalle, posso affermare – senza dubbio alcuno- che la libreria della stazione Termini, quella grandissima proprio all’entrata, su Piazza dei Cinquecento è l’unico luogo di Roma che conosco meglio delle mie tasche.

Sono sicura che molti di voi rideranno, altri mi diranno qualcosa tipo “Eh, ma non ci vuole mica chissà quale dote per conoscere a menadito la libreria di una stazione!”. Eh, eppure saprei collocarvi quasi tutte le sezioni. Ad esempio, so perfettamente dove trovare tutti i libri Paola Mastrocola, pur senza (mea culpa – mea culpa – mea grandissima culpa) averne mai letto uno prima del suo ultimissimo “L’esercito delle cose inutili”, pubblicato quest’anno da Einaudi.

Com’è che si dice in questi casi? Ah, sì.

C’è sempre una prima volta. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Gli ultimi saranno i primi.

Bando alle ciance coi proverbi, adesso voglio parlarvi di Raimond, l’asino a distanza regalato a Gulli per Natale. Che volete farci, esistono genitori che amano regalare il telefonino ultimo modello anche ai bimbi di prima elementare e altri (è il caso di Guglielmo, anche detto “Gulli” a casa o “Ulli Gulli”, da quegli insopportabili dei suoi compagni di classe) che, invece, optano per quei regali simbolici: pensierini pregni di un determinato significato.

Come? In che senso “asino a distanza?” Avete capito bene, proprio a distanza. Come un amico di penna, solo con due orecchie e quattro zampe.

Così Gulli, ragazzino di undici anni, molto timido e introverso, “incontra” Raimond, asino fuori carriera che vive nel Paese dei Variopinti, dove “tutti sono inutili, ma felici, in compagnia di altri personaggi fuori dal comune. Tra di loro c’è anche un vecchio libro ammuffito che non viene più letto da nessuno di nome Res. Sarà proprio Res ad insegnare a Raimond a leggere, in modo tale da poter iniziare questa amicizia epistolare con Gulli, che gli scrive tutte le settimane.

Proprio Raimond, l’asinello in pensione, sarà capace di comprendere appieno gli stati d’animo di quel suo piccolo amico e di ricostruire, tramite lettera, il mondo pieno di incertezze e paure di quel ragazzino così chiuso in se stesso.

Si intendono così bene, Raimond e Gulli.

Raimond lo comprende al punto da… decidere di andare a trovarlo! Lui e Res partono per aiutare Gulli con quel bullo che a scuola gli dà tanta pena.

Inizia così il viaggio, anzi la traversata, de “L’esercito delle cose inutili”: favola che diventa racconto volta a spiegare che non sempre sentirsi inutili vuol dire per forza essere infelici.

A volte, ciò che sembra inutile è solo piccolo, inesperto o spaventato. E ancora: non è detto che ciò che oggi ci sembra inutile non possa diventare utile, prima o poi.

Esperienze personali e paradosso si incontrano nell’ultimo libro della scrittrice-insegnante Paola Mastrocola in una favola che, qualora si prefiggesse una morale “utile”, come prima cosa mirerebbe al cuore delle persone (bambini, soprattutto) per fare in modo che non si sentano inutili. Soprattutto in una società come quella in cui viviamo in cui tutti, per essere “accettati”, dovrebbero rispettare certi standard.

Questo libro tutt’altro che inutile, di sicuro, vi strapperà un sorriso. In particolare a quelle persone che, come la sottoscritta, si sono sentite per anni e anni veramente… inutili!

Paola Mastrocola, classe 1956, nella sua vita fa quello che le riesce meglio: scrive. Dopo la laurea in Lettere (e la pubblicazione di diversi saggi letterari), ha insegnato al liceo “Augusto Monti” di Chieri (TO). Da subito riesce a coniugare il suo amore per la scrittura con la passione per l’insegnamento, dando vita prima a libri per ragazzi e poi a romanzi che riprendono in chiave allegorica e fantastica tanti di quei problemi che interessano il mondo della scuola. Sono passati ormai quindici anni dal suo primo libro, “La gallina volante”, pubblicato da Guanda, ma da lì al suo ultimo “L’esercito delle cose inutili” il suo stile e la sua verve graffiante non si sono spostati di una virgola.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Un giorno come un altro. Storia d’amore, perle e riscatti, Filippo Venturi, (Pendragon, 2015), a cura di Micol Borzatta

24 luglio 2015
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Siamo nel 2014 a Bologna. La mostra “Il mito della Golden Age”, organizzata nel fatiscente Palazzo Fava, espone il famosissimo dipinto di Vermeer dal titolo La ragazza con l’orecchino di Perla.
Martino, un meccanico spiantato che si dedica ai furti di cerchioni, riesce a entrare nel palazzo e a rubare il dipinto. Ciò non avviene grazie alla sua bravura e alla sua astuzia, ma grazie a una serie di circostanza fortuite.
Martino infatti non sa bene come muoversi e la sua goffaggine lo porta a fare passi incerti e catastrofici che però non saranno per niente d’aiuto ai funzionari di polizia che non sapranno cogliere la fortuna.
Un romanzo molto divertente e fuori dagli schemi che porta il lettore a tifare per i cattivi che riescono a fare breccia nel suo cuore grazie alle loro azioni imbranate e alla loro ingenuità.
Lo stile di narrazione è molto semplice e leggero, ma non per questo mancano i colpi di scena che danno quella marcia in più che coinvolge a fondo il lettore.
Una trama ben sviluppata che permette di conoscere una Bologna un po’ diversa dal solito.

Filippo Venturi, nasce nel 1972. Vive e lavora a Bologna come ristoratore.
Ha già pubblicato nel 2010 Intanto Dustin Hoffman non fa più un film. Nel 2012 Forse in paradiso incontro John Belushi. Nel 2013 Un saluto ai ragazzi, raccolta di racconti scritto insieme a Emilio Marrese e Cristiano Governa. Tutte le pubblicazioni sono con Pendragon.

Source: ebook inviato dall’autore, ringraziamo Filippo Venturi per la disponibilità.

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:: Mediorientarsi – Hotel Madrepatria, Yusuf Atılgan, (Ed. Jaca Book – Calabuig, 2015) a cura di Matilde Zubani

24 luglio 2015
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Gestire un hotel e gestire un’istituzione, una grande impresa, un paese erano in fondo la stessa cosa. Quando un uomo comincia a conoscere se stesso, a rendersi conto delle proprie possibilità, quando capisce quali sono le vere responsabilità, vacilla, non ce la fa. È una fortuna che i governanti dei paesi non lo sappiano, altrimenti qui, in questo mondo, farebbero molti più danni di quanti ne può fare il responsabile di un hotel.

L’Hotel Madrepatria è un konak (una vecchia costruzione ottomana) di tre piani, vicino alla stazione ferroviaria di una cittadina dell’Anatolia che fu vittima, nel 1922, di uno spaventoso incendio appiccato dai greci in ritirata. Il gestore dell’Hotel, Zebercet, è un personaggio solitario che conduce una vita monotona fatta di gesti sempre uguali, clienti poco interessanti e un rapporto-abuso con la cameriera.

Una notte arriva al konak una donna scesa dal treno, in ritardo, proveniente da Ankara, nessuno sa chi sia – non ha con sé la carta d’identità – né dove sia diretta, ma la sua apparizione – di cui resterà soltanto qualche traccia: due sigarette fumate a metà e un asciugamano a righe – è destinata a lasciare un segno indelebile nella vita di Zebercet. Il ricordo di questa donna e l’attesa di un suo improbabile ritorno si trasformeranno presto in un’ossessione totalizzante e irrazionale che trascinarà il protagonista fuori dal tempo e dallo spazio, stritolandolo in un vortice di follia.

La tecnica linguistica usata da Atılgan è interessante: lunghi periodi si alternano a frasi lapidarie e digressioni racchiuse tra parentesi. L’uso della punteggiatura è fortemente evocativo, tanto da rendere quasi difficoltoso il dipanarsi del discorso – proprio come se seguissimo le torsioni di una mente tormentata. Il flusso di coscienza evoca gesti, ricordi, frammenti di dialoghi e illusioni. Quello che conta sembra non essere tanto la trama, quanto il modernismo stilistico; citato dal premio nobel Pamuk tra i suoi maestri, Atılgan viene spesso accostato a William Faulkner, traslandone però l’esperienza nell’ambiente narrativo turco.

Il romanzo si pone al lettore come un’esperienza innovativa e disturbante, sia stilisticamente sia contenutisticamente. Come è evidenziato nella postfazione, il protagonista è circondato dalle cose della vita, ma è estraneo a tutte; patisce uno spaesamento mentale che contrasta col radicamento e l’immobilità delle sue giornate. Allo stesso tempo il pathos cresce in una contrazione prospettica sempre più soffocante.

Pur non essendo un’amante di questo stile modernista, ho apprezzato Hotel Madrepatria per la sua carica emotiva che mi ha ricordato le tinte cupe dei racconti di Poe (tipo Il cuore rivelatore) e il clima di attesa de Il deserto dei Tartari. Indiscussa è la buona riuscita della traduzione, forse resa ancora più efficace dalla collaborazione di due madrelingue: italiana e turca. Mi è piaciuto molto anche il glossario alla fine del libro, che non solo traduce, ma cerca di spiegare e raccontare i termini che sono stati lasciati in lingua originale.

In Turchia, Hotel Madrepatria si è ritrovato spesso al centro del dibattito critico-letterario a causa delle implicazioni politiche, culturali e psicologiche sollevate dai temi trattati: Anayurt Oteli (titolo originale) enfatizza gli aspetti alienanti della vita nella società moderna attraverso un ritratto convincente di un anti-eroe guidato da impulsi arcaici e da una sessualità ossessiva. Viene ritenuto un romanzo “di rottura” con la tradizione letteraria turca e oggi è considerato un classico moderno.

Per chi fosse curioso di approfondire, nel 1986 dal romanzo è stato tratto anche un omonimo film diretto da Ömer Kavur con Macit Koper e Serra Ylmaz.

Yusuf Atılgan (1921-1989), uno dei maestri della letteratura turca contemporanea, ha raggiunto la celebrità grazie a due soli romanzi, Aylak Adam (L’indolente) del 1959 e Hotel Madrepatria del 1973, ai quali si aggiungono alcuni racconti e un terzo romanzo incompiuto e pubblicato postumo. Tradotto in diverse lingue, Atilgan viene qui presentato per la prima volta in italiano.

Rosita D’Amora insegna Lingua e Cultura Turca all’Università del Salento. Ha tradotto in italiano Sabahattin Ali e Mehmet Yashin.

Semsa Gezgin ha tradotto in italiano Orhan Pamuk, Nedim Gürsel, Oguz Atay, Esmahan Aykol, e in turco Italo Calvino, Cesare Pavese, Umberto Eco, Alessandro Baricco.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Jaca Book.

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:: 1960, Leonardo Colombati (Mondadori, 2014) a cura di Federica Guglietta

22 luglio 2015
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Sta diventando difficile. Questa cosa delle recensioni, dico. Mi capita sempre più spesso di leggere libri che calamitano la mia attenzione già solo dalla copertina, me ne innamoro e poi non vorrei mai e poi mai scrivere a riguardo perché ho paura di rovinarli. Proprio come quando si dà un libro in prestito e ci viene restituito pieno di “orecchie” e sottolineature varie ed eventuali. Fantomatici “lettori” mi hanno anche invitato a leggere e a scrivere di altro, tipo: “Basta con le recensioni così e così, basta coi graphic novel, basta proprio. Leggiti, che so, qualcosa di Freud o Così parlò Zarathustra”. Sì, come no, magari dopo.

Avrò pure il diritto di leggere ciò che più mi piace e mi va, no? Pure perché questo luglio ’15 si è rivelato il più torrido degli ultimi millemila anni e già non ce la si fa.

Insomma, per farla breve, in questi giorni mi sono chiusa in compagnia di quattro romanzi diversissimi tra loro, hanno un solo denominatore comune. Ve lo svelo da subito, tanto è una cosa personalissima e per nulla oggettiva: non ho mai letto e/o approfondito Leonardo Colombati, Paola Mastrocola, Neil Gaiman e Murakami. Quest’ultimo l’ho leggiucchiato malamente, ma – come ormai ben sapete – non sono mai riuscita a staccarmi totalmente dalla Yoshimoto e quindi, per anni, mi sono rifugiata in un “altro” Giappone. Degli altri ho letto meno di zero.

Oggi volevo comincerò col parlarvi di tempi ora a noi lontani e sarà una recensione atipica, ve lo dico.
Anzi, vi parliamo proprio di 1960, un romanzo uscito a fine 2014. Autore, Leonardo Colombati: giornalista e scrittore al suo quarto lavoro come romanziere.

Opera, questo 1960 che gli è valsa la candidatura tra i finalisti dell’undicesima edizione “Premio Manzoni al Romanzo Storico”, la cui serata di premiazione ci sarà il prossimo 8 novembre al Teatro della Società di Lecco.
Non amo particolarmente i romanzi storici – a partire da Walter Scott fino ai giorni nostri, certo -, starò attenta a non scrivere strafalcioni, dato che pare sia opinione di molti che chi si occupa di recensire libri è solo perché non ha mai partorito una sua (propria) creatura – ma questa è un’altra storia.

Facciamo un passo indietro.

Che meraviglia gli anni Sessanta. Le foto, i film, la vita in bianco e nero. Tutto sembra più bello in bianco e nero. Che meraviglia gli anni Sessanta. La Roma di Fellini e Pasolini, divisa tra boom economico e povertà, tra sentimentalismo ed altrettanto realismo. Le “ville parioline e le “piscine” a Pietralata. La Roma della cerimonia di apertura per la diciassettesima Olimpiade: evento gioioso e solenne, grazie a cui la gente dovrebbe dimenticare che solo fino a quindici anni prima c’era la guerra ed andare avanti. La televisione, la vespetta, Adriano Celentano e i primi concerti, i blue jeans e i teddy boys.

Il 1960 è un vortice. Fatti ed emozioni contrastanti che si uniscono in una spirale di nomi, facce e avvenimenti tutti diversi. Un’età poliedrica, sfacciata e sfaccettata, proprio come il romanzo che prova a raccontarla, con dovizia di particolari e occhio critico. Lavoro che, più che a uno scrittore si rifarebbe ad un regista. Uno bravo.

Colombati, col suo 1960, diventa autore, regista, storico, osservatore e narratore. Viaggia in velocità come un drone, pur facendosi cimice: mescola avvenimenti, fatti storici, dialoghi veri o presunti tali. Idem per le persone che vi si trovano ad interagire: personaggi, più che altro. Volti noti e misconosciuti. Autorità e impiegati, super ricchi e meno abbienti, legati solo dal sottilissimo filo della convenienza.

Ogni tassello di questo intricatissimo romanzo (sia dal punto di vista della trama che della cifra stilistica) porta alla risoluzione di un nodo centrale: qualcosa di losco, che tutto il sistema attorno non vuol far altro che contrire. Un romanzo capace di tenerti col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

Leonardo Colombati, classe 1970, è un giornalista e scrittore romano. Il suo primo romanzo Perceber (Sironi, 2005) finisce col diventare un autentico caso letterario. Seguono: Rio, suo secondo romanzo pubblicato nel 2007 da Rizzoli, Il re, uscito nel 2009 per Mondadori e 1960, suo ultimo lavoro. Scrive e pubblica diversi saggi critici, tra cui: Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2007), edito da Sironi nel 2007 e La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Mondadori, 2011). Redattore della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, ha scritto e pubblicato articoli e racconti per Il Corriere della Sera.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Come un film francese, Roberto Saporito, (Del Vecchio editore, 2015)

21 luglio 2015
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Roberto Saporito è uno scrittore che legge.
Non in modo bulimico o compulsivo (come me), non affastellando sul suo comodino ideale (un lettore ha per antonomasia accanto al letto un comodino stracolmo di libri) di tutto dalla narrativa commerciale, all’ultimo successo (che la bandella assicura ha venduto mille mila copie), qualche classico (perché se non leggi l’Ulisse, pur non capendoci niente, non sei nessuno), fino ai libri d’arte (oh, ce ne sono di bellissimi), qualche autobiografia di personaggio famoso (sai com’è tutti ne parlano, vuoi mica trovarti in società e non avere niente da dire a tal proposito), qualche libro di cucina, e perché no un corso su carta su come disporre i fiori o tagliare le siepi.
No, non legge per motivi futili.
Legge in modo selettivo, forse snob, prediligendo scritture eleganti e raffinate, (ha una passione per i postmoderni, e per gli esistenzialisti, anche).
Dico questo non perché sia entrata di nascosto nottetempo in casa sua, a sbirciare i libri della sua biblioteca (rigorosamente d’acciaio cromato), ma perché lo capisco leggendo i suoi libri, e perché lui non fa in effetti niente per nasconderlo (oltre a liste di musica, non è raro trovare nei suoi libri consigli di lettura; a pagina 9 – e sì, le ho contate- ce ne è pure una in Come un film francese).
Oltre a leggere, ruba. Dalla realtà. Da sé stesso, aspetti a volte marginali, a volte qualche riflessione filosofica chiarificatrice (sulla letteratura, sulla vita), a volte una sua passione (per gli abiti neri e la Costa Azzurra).
Ma il personaggio senza nome, protagonista di Come un film francese, non è lui.
Non ci somiglia, per molti versi, per niente.
E’ un personaggio letterario, una creatura simbiotica che vive solo in queste pagine. Roberto Saporito è molto più simpatico. Trovo buffo chi scambia l’autore per il suo personaggio, a volte commovente. Anche se alcuni autori si arrabbiano, anche vivacemente quando succede.
Ci sono autori che amano deformare nei loro libri i loro nemici, Saporito ama fare la stessa cosa con se stesso.
E in questo gioco letterario, forse solo lui si orienta, completamente.
Noi lettori accontentiamoci di sentire gli echi letterari della Recherche di Proust, de Il Grande Gatsby di Fitzgerald, di Lolita di Nabokov; le citazioni in chiaro, da DeLillo a Bernardi, da Roth a Ballard, sono solo una parte del gioco, questa volta, metaletterario, (sì, Saporito ci parla di cosa è la buona scrittura e fornisce strumenti validi al lettore per investigarla), che conduce non senza eleganza. Altra cosa è elencare autori famosi, solo per dire io sono un intellettuale colto e à la page.
Come un film francese, riflettevo una volta letta l’ultima pagina e chiedendomi il perché del gesto estremo in essa contenuto, è come un esorcismo laico e consapevole, una sorta di freudiano processo di liberazione, come quando si brucia in piazza il simulacro di Guy Fawkes.
Per un testo così breve, diciamo, tanta carne al fuoco, per restare in metafora. Buona lettura!

Ps: la tomba, a cui si accenna in copertina, è di Proust, è importante, correggetelo nelle prossime ristampe.

Ps2: ah, se mi scrivesse una dedica su un suo libro, non correrebbe il rischio di trovare il volume in una bancarella dell’usato, ma io non sono un critico importante, sono troppo pigra.

Roberto Saporito è nato ad Alba nel 1962, dopo gli studi di giornalismo ha collaborato con alcune riviste e giornali, occupandosi di arte contemporanea, per poi dirigere una galleria d’arte dal 1988 al 1996. Ha pubblicato raccolte di racconti, e romanzi, tra cui Harley–Davidson Racconti e Generazione di perplessi, Anche i lupi mannari fanno surf e Il caso editoriale dell’anno. Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e su riviste letterarie e non, tra le quali: «Fernandel», «Kult», «Addictions», «Ellin Selae», «Freeway», «Il Foglio Letterario », «Il Segnalibro», «M – Rivista del Mistero», «DaLeggere», «Ciminiera», «Progetto Babele». Collabora con la rivista letteraria «Satisfiction» con una sua rubrica personale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Del Vecchio.

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