:: Referendum costituzionale 2016: le ragioni del sì e del no, a cura di Daniela DiStefano

28 settembre 2016

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Per il Sì o per il No, l’Italia si prepara ad una svolta. Ma gli italiani saranno preparati a ciò?

Fissato l’appuntamento per il quattro dicembre, gli italiani sono chiamati a presentarsi alle urne muniti di coscienza. Naturalmente, parliamo del Referendum sulla Riforma costituzionale, l’argomento, il cruccio, la questione del momento. Non è compito di queste righe spiegare sommariamente o dettagliatamente la Riforma della nostra Carta Fondamentale, però qualche riflessione può nascere leggendo alcuni saggi pubblicati nei mesi scorsi. Si cimentano in essi le menti più avvezze del nostro panorama costituzionale. Nel volume “Loro DIRANNO, noi DICIAMO. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza), Gustavo Zagrebelsky (presidente onorario di “Libertà e Giustizia” nonché professore emerito nell’Università di Torino) e Francesco Pallante prendono in contropiede i fautori del Sì, affermando come:

Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare.

Per i due dotti, La Costituzione è un patto solenne che unisce un popolo sovrano mentre questa riforma non unisce ma divide, non è altro che la codificazione della perdita di sovranità.
Entrando più a fondo, si evince come il dimagrimento del Senato propugnato nella revisione non porterebbe gli effetti auspicati di una riduzione dei costi in favore di un bicameralismo non più illogicamente paritario. Insomma,che senso avrebbe la “supervisione” del Senato quando sarebbe già nota l’esistenza di una maggioranza alla Camera, in grado comunque d’imporre la propria scelta? Conterebbe  in definitiva solo ciò che accade alla Camera, dove permarrebbero 630 deputati, mentre il Senato da 315 scenderebbe a 95 (più cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica).
Poco chiara anche la dinamica sulla composizione del Senato.
I Consigli regionali dovrebbero mandare in Senato i consiglieri più votati o gli elettori  esprimerebbero due voti (uno per il Consiglio regionale, l’altro per il Senato)?
E’ chiaro che solo nel secondo caso si può parlare di una indicazione popolare.
Veniamo all’altro spinoso, odioso, oggetto del contendere: l’Italicum.

Con questa leggere elettorale, la lista che “arriva prima” alle elezioni ottenendo almeno il 40% dei voti conquista 340 seggi, cioè il 54% dei 630 seggi alla Camera.  Se nessuna lista raggiunge il 40% si svolge un secondo turno di ballottaggio. La lista che vince il ballottaggio conquista 340 seggi. Un premio di maggioranza così configurato è incostituzionale. Accedono alla ripartizione dei seggi solo le liste che abbiano ottenuto almeno il 3% dei voti. Non è invece prevista alcuna soglia minima per il ballottaggio. Questo significa che se si presentassero alle elezioni decine di partiti  e tutti prendessero pochissimi voti, con il 3,01% si accederebbe al ballottaggio e, in caso di vittoria al secondo turno, si avrebbero 340 seggi!

Assurdo? Possibile. Persino la legge Acerbo, ai tempi del fascismo, prescriveva che per accedere al premio di maggioranza si dovesse conseguire come minimo il 25% dei voti… .
Parlando di fascismo, c’è il pericolo di una involuzione autoritaria?
Il quadro non è catastrofico ma preoccupante, c’è il rischio di una “democrazia d’investitura” dell’uomo solo al comando, tanto più in quanto i partiti si sono trasformati in appendici di vertici personalistici. Altra materia aspra di lotte è quella che riguarda gli Enti locali.
Spicca l’abolizione delle Province, al loro posto emergono “gli enti di area vasta”. Il rischio è che al posto di una Provincia avremo una pluralità di “enti di area vasta”, ciascuno dotato dei propri vertici e di una propria struttura amministrativa.

Forse, sarebbe stato più razionale accorpare le Province esistenti e aumentarne le competenze, a scapito della miriade di enti oggi esistenti.

Concludendo, Zagrebelsky ritiene che l’accoppiata Italicum-revisione costituzionale  evidenzi come il vero obiettivo delle riforme sia lo spostamento dell’asse istituzionale a favore del Governo: una specie di autarchia elettiva.                                                                           Edito da Laterza è anche il saggio di Gaetano Azzariti – ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza – “Contro il revisionismo costituzionale”.
Un titolo eloquente, quest’ultimo,  che fornisce indicazioni preziose pure sul concetto di divieto di mandato imperativo: limite benefico,  garanzia, difesa della sovranità dell’organo.

Viviamo un tempo infinito. Una transizione costituzionale che non ha mai termine e che passa da una << grande riforma>> all’altra. C’è bisogno di una << rivoluzione culturale>>.

La revisione costituzionale – per Azzariti –   deve diventare strumento di << manutenzione>>  dei valori costituzionali nelle mutate condizioni storiche.                 Valerio Onida (presidente emerito della Corte costituzionale) e Gaetano Quagliarello (ex ministro delle Riforme costituzionali del governo Letta) spiegano, in un libro edito da Rubbettino, “Perché è saggio dire No. La vera storia di una riforma che “ha cambiato verso”. Per questi esperti di colore politico differente,

le Costituzioni, quando sono valide, come la nostra certamente è, esprimono non ciò che è mutevole ma ciò che è destinato a durare nel tempo. Il che non significa che la Carta Fondamentale sia intangibile anche nella sua seconda parte, ma la revisione dev’essere frutto di condivisione.

In materia costituzionale il “meglio qualcosa di niente” non esiste. Ciò che è malfatto produce danni. Porre una sorta di questione di fiducia sul governo è un fatto che svilisce la Costituzione stessa.
Fin qui, i fautori del No alla Riforma, a favore invece della revisione costituzionale si sono pronunciati, tra gli altri, Luciano Violante e Marcello Pera.                                                Giovanni Guzzetta,  un costituzionalista, è autore, invece,  di un saggio dal titolo:  “Italia, si cambia. Identikit della riforma costituzionale” (Rubbettino).
Il saggio compie un ampio giro storico, risalendo fino a De Gasperi, per approdare alla conclusione che per settant’anni si è vissuti nella provvisorietà, eccezione, emergenza, senza mai pervenire ad una duratura stabilizzazione.

E la Costituzione è stata di volta in volta reliquia intoccabile o feticcio da abbattere. Oggi, i cittadini possono decidere sul futuro della Repubblica transitoria.

Più o meno questi i punti emersi nel conflitto delle idee sulla revisione della Costituzione. Tocca all’elettore l’ultima parola, e far zittire una delle due parti in sfida. Chiunque vinca, sappia che perderà di fronte alla montante sfiducia che circonda la Politica e i politici oggi. Si griderà al tradimento della carta Fondamentale, se prevale il Sì. Si condanneranno i gufi dello status quo, se prevale il No.
E l’Italia intanto va indietro per sorpassare il domani.

:: Ci proteggerà la neve, Ruta Sepetys (Garzanti, 2016)

26 settembre 2016
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La guerra è una catastrofe. Spezza famiglie in cocci irreparabili. Ma non è detto che coloro che se ne sono andati siano persi.

Ci sono pieghe della storia destinate a rimanere oscure. Episodi, vite vissute che non verranno mai ricordate, che non compariranno nei libri di storia, o nei discorsi di conferenze e dibattiti, perché nessuno si è preso la briga di narrarli, di tramandarli. E’ inevitabile, molto andrà perduto, quello che resta è solo un’ infinitesima percentuale di memoria condivisa.
Poi ci sono fatti nascosti nel passato che non vedrebbero la luce, che non giungerebbero all’opinione pubblica, se non per un concatenarsi di eventi, a volte fortuiti, a volte sorprendenti. Testimoni ancora in vita che decidono di narrare eventi di 70 anni prima, una ricercatrice, con il dono di saper scrivere, con la voglia e il coraggio di passare anni a viaggiare, scartabellare documenti, biglietti, leggere interviste, consultare biblioteche, e soprattutto lettori desiderosi di conoscere una storia per certi versi dimenticata.
Ruta Sepetys, già autrice di Avevano spento anche la luna (2011), ci riporta durante la Seconda Guerra Mondiale e nel suo nuovo romanzo, Ci proteggerà la neve, (Salt to the Sea, 2016) fa luce su uno di quegli episodi che senza di lei sarebbero stati destinati all’oblio. Ci narra infondo una storia di famiglia, al massimo conosciuta dai suoi stretti familiari, sussurrata in qualche incontro conviviale, destinata ad essere conosciuta solo dai pochi discendenti di coloro che la vissero. Una storia tragica, di dolore, di guerra, ma anche di coraggio, di eroismo, di speranza. Insomma una storia capace di coinvolgere e interessare anche coloro che non fanno parte del suo cerchio familiare, per il suo respiro universale, per il suo essere testimonianza e in un certo senso monito per le generazioni future.
Molto di quello che leggerete in questo libro probabilmente vi sorprenderà, arrivando a intaccare anche molte vostre convinzioni profonde. Alcuni fatti sono davvero incredibili, addirittura inverosimili, ma tuttavia la vita è incredibilmente più strana di qualsiasi cosa la mente umana possa inventare.
Cuore del romanzo è un episodio dimenticato che lascio le parole dell’autrice descrivere:

durante la Seconda Guerra Mondiale una nave nota col nome di Wilhelm Gustloff salpò durante una cupa bufera di neve, con a bordo più di diecimila sfollati, tra cui cinquemila bambini e adolescenti. La nave partì ma non arrivò mai alla sua destinazione stabilita. Scomparve. Cosa successe alla Wilhelm Gustloff e ai diecimila passeggeri che trasportava?

Tra quei bambini profughi dispersi per l’Europa ci fu il padre dell’autrice e una sua cugina trovò un passaggio sulla Wilhelm Gustloff. Da questo nucleo reale si è dipanata la storia di Joana, Florian, Emilia e Alfred. La storia di un gruppo di profughi (quanto oggi questa parola suona drammaticamente reale) in fuga dalla Prussia invasa dall’ Armata Rossa di Stalin. Per la maggior parte civili tedeschi, ma anche lituani come il padre dell’autrice, polacchi, lettoni, prussiani. Tutti in fuga verso il mar Baltico in attesa di una nave che li porterà (forse) in salvo.
La Sepetys ci narra le loro storie, drammatizzando certo, ma condensando esistenze reali, fatti vissuti. Così conosciamo una ragazza lettone all’ottavo mese di gravidanza, una infermiera lituana che ha lasciato il suo paese, Florian, un tedesco che nasconde un segreto che può renderlo ricco, ma anche portarlo alla morte. E ancora un anziano calzolaio, che sa quale scarpa ognuno dovrebbe portare per arrivare alla meta. Un bambino che ha perso la mamma e che ha adottato il calzolaio come nonne ed Eva una donna grande e grossa che trascina con un cavallo un carro che porta tutte le sue ricchezze.
Questo gruppo eterogeneo si trascinerà in mezzo alle insidie e ai pericoli tutto per arrivare al porto dove li attende la nave della salvezza. Non anticipo altro, starà al lettore arrivare a questo punto e proseguire seguendo il destino della Wilhelm Gustloff e dei suoi passeggeri, per lo meno di coloro che riuscirono a salire a bordo.
Ci proteggerà la neve, l’avete capito è un romanzo che non farà fatica a commuovervi, e a farvi sentire come reali le vite dei personaggi. Il suo realismo infatti, grazie all’attenta ricostruzione storica dell’autrice, è senz’altro la parte più efficace e sorprendente, soprattutto perché racchiude molte riflessioni sulla brutalità della guerra, che inevitabilmente rende peggiori alcuni e altri eroici soprattutto quando è in gioco la vita e la sopravvivenza.
La sorte dei civili nelle zone di guerra sono passati 70 anni ma non è cambiata di molto. I profughi fuggono in cerca di salvezza e son pochi quelli che riescono a trovarla.
L’edizione italiana è pubblicata da Garzanti e tradotta da Roberta Scarabelli.

Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013) e Ci proteggerà la neve (2016), tutti editi da Garzanti. Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: I mercanti dell’Apocalisse, di L.K. Brass (Giunti, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

26 settembre 2016
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Romanzo d’esordio dell’autore che si firma L.K. Brass, I mercanti dell’Apocalisse (Giunti, 2016) è un thriller che vuole mostrare al lettore il volto oscuro del mondo finanziario che ormai governa a tutti gli effetti il mondo, quello vero.
Daniel Martin, esperto informatico con un passato da hacker prima e agente segreto poi, comprende tardi di essere in pericolo, non realizza che sarà la sua stessa indecisione la condanna che porrà la parola fine alla sua vita, quella vissuta fino a quel momento almeno.
I mercanti dell’Apocalisse è un libro che nasce dall’idea di Brass di farne una serie e, in effetti, la vicenda in esso narrata sembra proprio un prologo che aiuta e invoglia il lettore a entrare e percorrere i sentieri del labirintico mondo che l’autore vuol fargli conoscere. Un universo fatto di byte, programmi, sistemi, misteri e segreti opportunamente celati dietro un’apparente normalità, falsa come falso è il mondo finanziario che la controlla.
A tratti sembra di rivedere le scene dei film della trilogia Matrix, firmata dai fratelli Lana e Andy Wachowski, ma solo per il senso di inquietudine che avvolge l’intera vicenda.
In Matrix l’intero genere umano è soggiogato dalle macchine di cui un tempo si serviva, ne I mercanti dell’Apocalisse i cattivi si servono delle macchine per controllare interi Stati. Ma chi sono questi cattivi.

«Quando abbiamo scoperto gli insider con Michael abbiamo fatto una stima ancora più precisa. Negli ultimi due anni le loro operazioni hanno fruttato circa sei miliardi e le scommesse contro i Paesi dell’euro come minimo settanta.»

Insider interni vendono informazioni a operatori del mercato finanziario che lavorano in maniera occulta ma costante per vanificare gli effetti delle misure poste in essere dalla Bce (Banca Centrale Europea) a tutela delle economie degli Stati deboli.
All’inizio dell’estate del 2007 delle insolvenze su mutui ipotecari concessi negli Stati Uniti generarono uno shock per la finanza mondiale con conseguenze definite epocali. A partire dal 2008 la crisi si è spostata in quella che viene definita “economia reale”.
Ci si chiede perché mai per investimenti sbagliati fatti da banchieri e finanzieri debbano farne le spese migliaia di lavoratori e risparmiatori in tutto il mondo.

«Anna continuò il suo racconto lasciandosi andare a un lungo sfogo. Scommettere con le economie di interi Paesi era un crimine senza appello. Sapeva che dietro le statistiche e il Pil c’erano le vite delle persone che pagavano a caro prezzo l’avidità di finanzieri senza scrupoli. »

Dalla sua uscita sul mercato librario, lo scorso marzo, si è letto molto su quanto, ne I mercanti dell’Apocalisse, ci fosse di autobiografico nel protagonista. Non importa quanto di personale Brass abbia voluto raccontare, ciò che bisognerebbe chiedersi è invece quanto ci sia di ognuno di noi nella gente vittima dei “mercati finanziari”.
Leggendo alcuni passaggi del libro che narrano delle menzogne e delle mezze verità spacciate per ineluttabili necessità con il contributo di governi e media ritornano alla mente le narrazioni di Michael Ende in Momo (Longanesi, 1984) il quale già nel 1973, anno di uscita del testo, denunciava l’inganno messo in atto dal sistema per rubare il tempo, e quindi la vita, alle persone con la promessa, falsa, di restituire loro tutto con gli interessi dopo il sessantaduesimo anno.
Lucio Anneo Seneca, vissuto a ridosso dell’anno zero, sosteneva che «il tempo è l’unica cosa che nessuno, nemmeno una persona riconoscente ci può restituire.»
Il tempo è fondamentale. Il tempo è lo spazio della vita. Maurizio Pallante ne I monasteri del terzo millennio (Lindau, 2013) descrive perfettamente le degenerazioni dell’attuale sistema che tenta di convincere tutti a identificare la vita con il lavoro e la produzione di oggetti o denaro e la rimanente parte di “tempo libero” come un vuoto da riempire con attività passatempo. Uno spazio quasi inutile.
L.K. Brass, forse per evidenziare il paradosso dell’attuale sistema, afferma che «tutto è pura finzione. Solo quando succede sui mercati finanziari è reale».
Ecco allora che un nuovo quesito si fa spazio nel lettore: perché lasciare tutto in mano a persone che fanno un gioco simile a quello d’azzardo anche dove quest’ultimo è vietato per ovvi motivi?
Si sofferma a lungo l’autore nelle descrizioni fatte dal protagonista Daniel Martin sulle similitudini tra finanza e gioco d’azzardo. Le differenze sulle conseguenze invece sono ben note.
I mercanti dell’Apocalisse di L.K. Brass è fuor di dubbio un gran bel libro che dice, senza tanti giri di parole, ciò che dovrebbe essere ormai chiaro a tutti e che invece si occulta e si finge di non capire solo perché un eventuale cambiamento forse spaventa più della crisi del sistema che in qualche modo ci si illude di riuscire a superare rimanendo indenni.

«La situazione economica sta precipitando. Uno stato è in default e sta trattando un condono quasi totale del debito, mentre un altro sta preparando segretamente l’uscita dall’euro. Le economie mondiali crescono, ma il divario fra le classi continua ad aumentare.»

L.K. Brass: Nato a Lugano, ha vissuto a Parigi, Vaduz, Chicago, Ginevra, Zurigo. Si occupa di sistemi informativi finanziari. I mercanti dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Da quassù la terra è bellissima, Toni Bruno, (Bao publishing 2016) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2016
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Gli anni Sessanta e le tensioni tra Stati Uniti d’America e URRS, dovute alla Guerra fredda, sono al centro della graphic novel Da quassù la terra è bellissima di Toni Bruno, pubblicata da Bao publishing. Due mondi diversi, agli antipodi, alle prese con gli studi e le esercitazioni militari per mandare l’uomo nello spazio. Da una parte, nel paese stelle e strisce, c’è il professor Jones, esperto psicologo e ricercatore presso un’università statunitense. Dall’altra, in Urss, c’è Akim, uomo tutto d’un pezzo, appartenente all’esercito russo che lo sta preparando per una missione spaziale. Due vite lontane, diverse. Un giorno il professor Jones riceve l’avviso di chiamata per la guerra del Vietnam, e visto come stanno andando le cose, il giovane docente è molto preoccupato, ma un suo caro amico ha in serbo per lui una buona via di fuga. Mister Jones potrà evitare la guerra in Vietnam andando in Russia. All’inizio, l’americano non avrà la minima intenzione di partire, ma accetterà la proposta dall’amico e, di conseguenza, la missione da compiere. Arrivato in Russia, Jones dovrà scontrarsi con una cultura diversa da quella americana e con una società nella quale lo straniero è visto con profondo sospetto e lo è ancora di più se americano come lui. Jones, ridotto ad uno straccio dal poco riposo e dallo stress personale, si sente sì uno cencio, ma questo non gli impedirà di cominciare a svolgere il suo lavoro di psicoterapeuta con Akim. Il russo è il pupillo dell’esercito sovietico, però l’uomo è vittima di un qualcosa di sconosciuto (stress e traumi piscologici accumulati e non accettati) che gli impedisce di passare i test necessari per la missione fuori dal globo terrestre. Per mister Jones l’impresa lavorativa sembrerà diventare più complicata del previsto in quanto, oltre alle pressioni del governo russo – che non vede progressi, ma solo pecche nel lavoro che l’americano sta compiendo- il giovane professore dovrà scontrarsi con il muro di omertà e incomunicabilità dietro il quale si nasconde Akim. Tra tazze di caffè bollente, sigarette, gelide giornate e notti insonni, un po’ alla volta lo psicologo Jones non solo riuscirà a sconfiggere la ritrosia di Akim ma, diventando suo amico, lo aiuterà, con semplici espedienti (spostare i mobili nello studio delle sedute o cominciare a parlare di sé per aiutare il militare ad esporsi) ad affrontare le proprie paure, portandolo a parlare e a riflettere sui propri tormenti. La storia di Toni Bruno ricostruisce un’epoca storica del nostro passato recente nella quale le tensioni e la competizione tra Stati erano, e lo sono ancora oggi in certi casi, sempre dietro l’angolo. Da quassù la terra è bellissima è la narrazione per immagini di un’amicizia capace di andare oltre le diversità culturali e aldilà gli interessi politici, riscoprendo il lato umano dei protagonisti, spesso costretti a sentirsi solo degli ingranaggi della macchina governativa, per la quale il fallire e il sentimentalismo sono inaccettabili.

Toni Bruno è nato a Catania nel 1982, vive e lavora a Roma. Autore legato all’attivismo politico e all’editoria indipendente, ha disegnato per case editrici come Newton Compton e per riviste come L’Unità, Il Misfatto, Mamma! Antifanzine, Ztl Free Press, Sherwood Comix e tante altre. Ha illustrato i booklet degli album “Siamo Guerriglia”, “Rumbo al socialismo XXI” e “Banditi senza tempo” della Banda Bassotti. Ha pubblicato numerosi graphic novel quali Non mi uccise la morte- La storia di Stefano Cucchi (Castelvecchi Editori, 2009), Lo psicotico domato (Nicola Pesce editore, 2010) e Kurt Cobain- Quando ero un alieno (Edizioni BD, 2013) poi tradotto negli Stati Uniti, in Canada, in Spagna, in Brasile e Francia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Intervista con Pasquale Capraro, a cura di Diego Di Dio

26 settembre 2016

unnamedCiao Pasquale, come stai? Grazie per esserti reso disponibile a quest’intervista. Vorrei cominciare col parlare della scrittura. Cos’è per te la scrittura, in generale? E in particolare, tu come la vivi? Rappresenta un hobby, uno sfogo, un’aspirazione professionale?

Ciao, tutto procede bene, grazie. Provo a essere sintetico. La scrittura, per me, è una forma di espressione, un percorso da seguire. Dopo l’Accademia di Belle Arti, mi sono accorto che la tela non era il supporto adatto per esprimere le mie emozioni. Così ho scoperto il foglio, uno spazio più ampio. Dipingere significa illustrare la realtà o una sensazione con forme, tecniche e materiali. Scrivere è la stessa cosa: cambiano le tecniche, i materiali, ma il contenuto è uguale. Bisogna solo spostare l’attenzione su altri supporti e forme. Io vivo questa espressione come l’amore: appieno, gustandone tutti gli aspetti possibili, estraniandomi dalla realtà. L’amore è anche questo: un viaggio da percorrere fatto di dolori, sacrifici, rinunce, rispetto, dedizione, ma anche di soddisfazioni.

In che modo scrivi? Hai bisogno di musica e di distrazioni, oppure necessiti della solitudine e del silenzio?

Scrivo in silenzio, nella concentrazione più profonda immerso in una dimensione surreale, e se c’è musica nell’ambiente, non ci faccio caso. Non mi disturba, anzi, mi permette di approfondire la concentrazione.

Parlami dei tuoi autori preferiti, sia italiani che stranieri.

Ho cominciato ai miei tempi con Pasquale Festa Campanile e sono poi scivolato su Carlo Cassola e Alberto Bevilacqua, per approdare poi sulle pagine di Milan Kundera, Isabel Allende, Alessandro Baricco, Mauro Corona, James Ellroy, Carlos Ruiz Zafon e Jeffery Deaver per la narrativa. Ho studiato anche testi di scienze esoteriche di vari autori come Allan Kardec, Thorwald Dethlefsen, Rudiger Dahlke, Ciro Discepolo e altri ancora.

Quali sono gli autori che, secondo te, hanno influenzato di più la tua scrittura?

Tutti hanno lasciato un segno del loro insegnamento. Attraverso i loro scritti, sono giunto a creare un mio personale modo di scrivere.

Bene, veniamo al tuo ultimo romanzo, “Di fiato, d’amore e vento”. Parliamo di un thriller archeologico/artistico che, a tratti, ha i toni leggeri della commedia. Come ti è venuta l’idea per questo romanzo?

L’idea è nata grazie a un amico che mi chiedeva una recensione del suo primo cortometraggio e io ho pensato di rivolgermi a un blogger per segnalarlo. Da qui è nata l’idea di sviluppare il romanzo, scegliendo come protagonista lo stesso reale blogger: Ferruccio Gianola.

Immagino tu abbia dovuto fare ricerche, giusto? Parlaci, anzitutto, del tuo lavoro di documentazione; e dicci quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro.

Il tempo è relativo. A volte, ci si alza anche la notte in preda a un’ispirazione, come spesso succede a chi è colpito dalla fantasia e dall’immaginazione. La documentazione si è basata su testi di storia dell’arte, di ricerca astrologica e archeologica, sugli scritti di esperti nel campo del mistero e dell’egittologia come Graham Hancock e Robert Bauval e anche sul web, come riportato nelle fonti bibliografiche.

A bruciapelo: perché un lettore dovrebbe leggere “Di fiato, d’amore e vento”?

Perché è un nuovo modo di leggere un thriller. Nelle pagine si possono respirare più cose insieme: arte, storia, sentimento, mistero, dramma. Come scrive Elisa Costa: “Pasquale Capraro è stato capace di unire elementi tipici del thriller canonico a uno stile personalissimo, circostanza che rende “Di fiato, d’amore e vento” una commistione tre thriller moderno, giallo archeologico, mystery da tradizione letteraria.”

Progetti futuri? Su cosa stai lavorando?

Prossimamente dovrebbero iniziare le prove sceniche di una riduzione del mio testo Garden Village che sarà presentato e prodotto dalla Cooperativa 29nove di Cutrofiano, un bel progetto che verrà realizzato in teatro prossimamente. Inoltre sono alle prese con la stesura di un romanzo sentimentale ambientato nella Parigi di fine Ottocento, durante il periodo del simbolismo e dei Nabis, e ispirato anche all’Académie Vitti, una scuola privata di pittura, aperta alle donne nel 1890, ora museo presso Atina (FR) da qualche anno.

Grazie Pasquale, in bocca al lupo per tutto e a presto risentirci.

Grazie a voi.

:: Nick Carter si diverte (mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo), Mario Levrero (Calabuig, 2016), a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

23 settembre 2016
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Ed eccoti in partenza, Nick Carter, rifiuto umano. Chi credi di poter prendere in giro con il tuo rozzo travestimento da giardiniere? Ecco che ti trascini come un verme, senza voler ammettere il sordido vuoto della tua vita. Che senso hanno tutte le avventure che hai accumulato? A che cosa ti sono servite? A chi sono servite? […] Ah, Carter! Ecco che te ne vai, dicendo “arriva Nick Carter, il detective più famoso del mondo, a risolvere l’enigma”. Ma in fondo all’animuccia tua lo sai che non è così. L’enigma sei tu, Nick Carter, l’unico vero enigma che non hai mai risolto, l’enigma della tua vita vuota, della tua vera identità. Quanto denaro hai dato ai giornali perché gonfiassero le tue gesta? A quanti semplici piaceri della vita hai rinunciato in nome del tuo spaventoso narcisismo? Prendi il treno, Nick Carter, prendi il treno che porterà al castello verso una nuova vittoria artificiale. […] E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. Ma nella tua cecità chiami vita la tua vita, quella ce trascini, come tanti lettori, infettando il mondo. Non è ancora nato il detective capace di indagare sulla tua morte, o lettore. Non sarai mai vendicato, anonimo verme. Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me.[1]

Chiamato a svolgere un compito apparentemente di routine – vigilare sull’incolumità degli ospiti di Lord Ponsonby – il mitico Nick Carter si troverà ad affrontare i suoi nemici storici, affiancati da una temibile schiera di mostri marini…
Quando si parla di “sfondamento”, di “revisione”, “sospensione”, “decostruzione” dei canoni narrativi in ambito poliziesco, e in generale per tutto quanto riguarda il vasto campo del romanzo d’indagine, meglio andarci con i piedi di piombo: un po’ perché non ci si confronta con un genere, ma tutt’al più con un insieme di convenzioni condivise che disegnano diverse classi di oggetti narrativi (il “giallo classico”, il romanzo “a chiave”, il “mistery”, il “noir”, l’“hardboiled” ecc. ecc.) tra loro accomunati dalla famigerata “aria di famiglia” wittgensteiniana[2], e un po’ perché i tentativi di sconvolgimento, revisione, sospensione ecc., sono talmente diffusi e reiterati da definire, ormai, una classe di oggetti a sé, un variopinto insieme di romanzi d’indagine “indisciplinati”. Detto questo, nel caso di Nick Carter si diverte, strano ibrido datato 1973, proprio non si può proprio fare a meno di parlare di sforamento, trasgressione, di infrazione dei canoni: come interpretare, altrimenti, questo ammasso di elementi eterogenei? Come giustificare l’unità dei detriti pop che convivono in questo brevissimo pastiche, che sta al pulp un po’ come Il mostro degli Hawkline di Richard Brautigan sta al western (e/o al gotico)?
Ma andiamo con ordine; tanto per cominciare lo spunto, inequivocabilmente fornito dal protagonista: Nick Carter è un residuato dell’era pulp, passato dalle dime novels alla radio, ed entrato nella storia per i suoi tratti da super-eroe[3] ante litteram. Qui, invecchiato ma non per questo più fallibile o meno esibizionista[4] , il “master detective” è catapultato nell’alta società e messo alle prese con un caso “irrisolvibile”, in quanto del tutto inconsistente: a quanto dice il suo cliente, tale Lord Ponsonby, gli ospiti del castello di famiglia hanno ricevuto delle vaghe minacce e… chi meglio di Nick Carter per vegliare su di loro? Poi l’ambientazione, tutt’altro che realistica nell’improbabile sequela di castelli, sotterranei, scorci cittadini ecc. E ancora gli antagonisti: il perfido Watson (ebbene sì, proprio lui, il dottor Watson di holmesiana memoria…), la Vedova Nera[5] e l’esercito di mostri marini che ai due supercattivi dà manforte. E per finire gli allucinanti comprimari, dall’incomprensibile spalla Tinker, alla segretaria ninfomane (che, tanto per ribadire il gusto dell’autore per i paradossi, si chiama Virginia), dagli ospiti del ballo di gala allo stesso Lord Ponsonby.
Insomma, qui più che di fronte a una revisione, a un allargamento dei (presunti) canoni del (presunto) genere, ci troviamo alle prese con un piccolo grande collage[6], che vede giustapposti elementi gotici e “gialli”, riferimenti alla dime-novel, parentesi fumettistiche, trovate feuilettonesche e passaggi che strizzano l’occhio alla letteratura erotica[7]; un piccolo grande gioco di specchi[8] in cui, come si suol dire, tutto è possibile, ma niente è come sembra.
E in tutto questo, “Nick Carter si diverte” (e con lui l’autore, il lettore…).
Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero, è proposto ai lettori italiani da Jaca Book, collana Calbuig, nella riuscitissima traduzione di Sara Cavarero.

Jorge Mario Varlotta Levrero (Montevideo 1940 – 2004) ha pubblicato una decina di romanzi che lo hanno reso uno scrittore di culto, un punto di riferimento per molti autori latinoamericani. Appassionato di ipnosi, fenomeni telepatici, computer e libri gialli, ha esercitato molti mestieri, tra i quali il fotografo, il libraio, il direttore di riviste di enigmistica e l’autore di videogiochi. La rivista “Granta” lo ha recentemente proposto all’attenzione dei lettori europei nella rubrica Best Untranslated Writers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’ Ufficio Stampa Jaka Book.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

[1] Mario Levrero, Nick Carter si diverte, Calabuig [Jaca Book], Milano 2016. pp. 65 sgg. Traduzione di Sara Cavarero.
[2] Motivo per cui tracciare dei confini precisi per isolare questi fantomatici “canoni” è tutt’altro che facile.
[3] Secondo la fortunata definizione dello storico del pulp Jess Nevins, Nick Carter è il “nonno di tutti i supereroi”.
[4] Cfr. p. 14.
[5] Classica femme fatale cattiva come il peccato e altrettanto irresistibile
[6] Il cui elemento d’uniformità è forse legato alla dissimulazione dell’operazione decostruttiva/ricostruttiva dietro la buffonesca, anacronistica maschera del pulp delle origini…
[7] Da segnalare l’ottimo lavoro della traduttrice Sara Cavarero, in grado di conservare, oltre al lessico specifico dei vari riferimenti, i furiosi stacchi della lingua originale, sempre oscillante tra presente e passato, tra la prima persona di Carter e gli interventi della voce “off” (così Levrero si rivolge direttamente al lettore e/o al protagonista), persa tra magniloquente sensazionalismo radiodrammatico e inedita ironia.
[8] Non a caso il tema del “doppio”, spesso introdotto dal passaggio di fronte a uno specchio, si rivela asse portante dell’intera narrazione (ammesso che di asse portante si possa parlare, vista la chiara eccentricità del romanzo).

:: Un’ intervista con Angela Marsons, autrice di Il gioco del male

22 settembre 2016

indexCiao Angela. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per avermi invitato. Sono sempre felice di qualsiasi opportunità mi permetta di entrare in contatto con i fantastici lettori che ho in Italia, tutti mi sono stati davvero di supporto per i libri di Kim Stone. Io vivo nella Black Country nelle West Midlands con il mio compagno, il nostro vivace Labrador e un pappagallo che dice le parolacce – non ho la minima idea di come sia potuto succedere! Credo che la mia più grande forza sia la mia attenzione al dettaglio. Devo essere certa di aver studiato tutto nel miglior modo possibile, prima di andare avanti. In un certo senso questa può anche essere la mia più grande debolezza, poiché tendo a farmi assorbire dai dettagli piuttosto che andare avanti.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola casa a schiera con due sorelle e un fratello. Mio padre era un autista di camion di lunga distanza e non c’era per la maggior parte della settimana. A scuola mi piaceva qualsiasi materia che comprendesse le parole. Nella mia comunità la gente non aspirava ad essere uno scrittore o un artista poiché questo è sempre stato ritenuto semplicemente irrealizzabile. A scuola mi sono concentrata sulle competenze di base dell’ ufficio come scrivere a macchina, le pratiche d’ ufficio, il commercio siccome queste competenze erano le sole che mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro, quando avessi lasciato la scuola. E infatti finii per lavorare in un ufficio, quando lasciai la scuola e, successivamente mi occupai della gestione della sicurezza.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Avevo sempre amato il potere delle parole e leggevo qualsiasi cosa su cui potevo mettere le mani. Quando avevo circa dodici anni il mio insegnante di inglese mi chiese se poteva portare in classe alcuni libri sopra la mia età di lettura poiché pensava li avrei apprezzati. Erano libri centrati sulla complessità delle relazioni umane. Li ho divorati ed è stato allora che ho capito che volevo raccontare storie che potessero catturare le persone come quei libri avevano affascinato me.

Il tuo primo romanzo, Urla nel silenzio, è stato definito un miracolo del web, puoi raccontarci come è andata, come è stato essere un’ autrice esordiente così di successo?

Questa è una bellissima domanda. Avevo sottoposto il mio lavoro agli editori tradizionali per 25 anni, sempre affrontando rifiuti. Quando Bookouture mi fece firmare per quattro libri nessuno di noi sapeva come Urla nel silenzio sarebbe stato accolto. Ha conquistato subito il 1° posto su Amazon due giorni dopo la pubblicazione e ci ha colpito tutti. L’esperienza è stata completamente travolgente. Non avrei mai sognato tale risposta per Kim Stone e le sue storie. Questa stessa risposta ora sta avendo un eco anche in altri paesi siccome ora le sue storie continuano a viaggiare per il mondo. I messaggi che ricevo dai lettori italiani sono veramente bellissimi e ho apprezzato ognuno di loro.

Puoi raccontarci un po’ il tuo ultimo romanzo, Il gioco del male?

Ho sempre voluto scrivere una storia che rappresentasse con precisione un sociopatico. Ho letto alcuni libri e guardato programmi televisivi in cui vengono raffigurati come deboli e questo semplicemente non è vero. Un sociopatico non ha alcun legame emotivo con qualcuno o qualcosa e questo era quello che volevo ritrarre. Alex è un personaggio su cui avrei potuto scrivere di nuovo e di nuovo.

Il rapporto tra Kim e Alex è una sorta di duello. Cosa ti ha ispirato a creare questi due personaggi?

Sì, il loro rapporto è assolutamente una sorta di duello. Ho voluto mettere insieme due donne forti in modo diverso e vedere cosa sarebbe successo. Volevo scrivere una battaglia psicologica tra il bene e il male. Le scene tra Kim e Alex sono le mie scene preferite da scrivere.

Che tipo di ricerche sui disturbi mentali hai fatto?

Ho fatto una gran quantità di ricerche per Il gioco del male. Ho letto molto sulla condizione chiamata Sociopatia e sugli effetti che i sociopatici hanno sulle persone che gli vivono accanto come familiari, amici e colleghi. Ho passato molte ore a leggere racconti di prima mano di persone che erano venute a contatto con veri sociopatici e come questo avesse influenzato la loro vita.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Credo che in una certa misura lo faccio. In Urla nel silenzio e nel creare il personaggio di Kim ho voluto mostrare che le persone non devono essere sconfitte dal loro passato e che la forza la troveranno in un modo o nell’altro. Io credo fermamente che una disabilità non definisca una persona per cui ho scelto di ritrarre Lucy in Urla nel silenzio come una ragazza vivace, allegra nonostante i suoi problemi fisici. Ancora una volta, ho incluso Dougie in Il gioco del male per dimostrare che un’ intelligenza acuta può non essere del tutto evidente nelle persone con disabilità.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo, e da una grande violenza psicologica. E’ di questi giorni la notizia del suicidio di una ragazza italiana perseguitata per i suoi video erotici condivisi sul web. L’abuso emotivo è per te peggiore dell’abuso fisico?

Penso che qualsiasi tipo di abuso è ugualmente dannoso. Ritengo particolarmente pericoloso il bullismo – in qualsiasi sua forma. Una delle storie più tristi che io abbia mai letto è stata quella di una ragazza di 14 anni che si è suicidata in conseguenza del bullismo scolastico. Non c’era reale violenza, ma la fecero stare così male che non trovò alcuna soluzione che porre fine alla sua vita. Credo che l’unica possibilità che abbiamo di superare questi problemi sia quella di parlarne sempre più diffusamente.

Qual è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La mia parte preferita del processo di scrittura è quella che io chiamo ‘The Bite’. Dopo la ricerca su argomenti specifici e dopo aver steso le note dei personaggi mi siedo con nuovi quaderni e nuove matite pronta per iniziare il processo di scrittura. Ad un certo punto l’idea nella mia testa prende il volo e inizia a salire. Io chiamo questo momento ‘The Bite’ e quando succede il mondo potrebbe anche finire che non lo noterei nemmeno.

Come lettrice cosa preferisci del genere crime? E quali libri consiglieresti assolutamente di leggere?

Quello che personalmente amo nella letteratura crime è quando lo sviluppo del personaggio è parallelo allo sviluppo della trama. Voglio leggere di personaggi reali con difetti e caratteristiche uniche che li distinguano e rimangano nella mia mente per molto tempo dopo che ho finito di leggere i libri. I libri che sono rimasti con me sono la serie dei libri di Tony Hill di Val McDermid e i libri di Kathy Mallory di Carol O’Connell.

Infine, che cosa avrà in serbo per te il resto del 2016?

Ho appena finito di lavorare al 5° libro di Kim Stone per il mercato del Regno Unito che si intitolerà Blood Lines. Il mio contratto prevede che scriva 2 romanzi di Kim all’anno. Ora sto lavorando al 6° libro in scadenza alla fine dell’anno.

:: Blogtour – Erano due bravi ragazzi (Newton Compton, 2016) – seconda tappa – Personaggi

22 settembre 2016

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Eccoci arrivati alla seconda tappa del blogtour dedicato a Erano due bravi ragazzi di Mattia Giuramento e Emiliano Scalia edito da Newton Compton.  Premetto che questo è un romanzo molto particolare, non di pura evasione, ma più che altro un ritratto molto crudo e spietato e soprattutto verosimile di un mondo in cui predominano violenza e disperazione. La camorra napoletana insomma  è vista dal suo interno, e pur se alcune parti possono turbare le persone più sensibili, è di sicuro un libro interessante e soprattutto scritto bene. Detto questo in questa tappa mi occuperò di fornirvi uno schema di approfondimento dei personaggi. Bene, continuate a leggere.

֎ I personaggi ֎

Fabrizio de Julio è uno dei due personaggi principali del romanzo, uno dei due bravi ragazzi del titolo. Ha ventisei anni. E’ silenzioso. Non ama le apperenze. Legge, si è diplomato col massimo dei voti nel miglior liceo classico della città. E’ stato fidanzato con la stessa ragazza per 4 anni. E’ un tipo tranquillo, che non ha mai creato problemi a nessuno. E’ bello, bruno, con un naso importante, carnagione scura, labbra carnose, e uno sguardo da pirata ereditato da qualche antenato saraceno. Ha un fratello, Arturo, con cui non va d’accordo e che in uno scoppio di violenza incontrollata manderà all’ospedale. E’ iscritto a Medicina, soprattutto per fare contento il padre, un ricco ortopedico di successo. Insomma è il classico bravo ragazzo in apparenza, anche se il ruolo di figlio di papà, di rampollo della Napoli bene gli sta decisamente stretto. Non condivide i valori del suo ambiente, si annoia a oziare tra una festa, un giro in barca e un salto a Formetera a sniffare cocaina (lui non usa droga) nella villa di famiglia. L’incontro con Andrea e l’amicizia che ne nascerà cambierà il suo destino.

Andrea Imbriani è il coprototagonsita del romanzo. Arriva da Miano, zona di periferia a nord della città in mano alla Camorra, dove vive in un palazzo fatiscente. Sta per compiere 28 anni. E’ biondo. Vive di espedienti,  e di piccoli affari illeciti con cui mantiene la madre e la sorella all’Università. Il padre se ne è andato lasciandolo solo a badare alle due donne. L’incontro con Fabrizio lo spingerà a fare il salto, a lasciare i piccoli traffici per puntare in alto in un perverso meccanismo di potere e violenza. Come per Fabrizio è difficile prevedere per lui un lieto fine.

Gianni de Julio è il padre di Fabrizio, un ortopedico tra i migliori del sud Italia. Ha studiato negli Stati Uniti e tornato a Napoli ha sposato una nobile della Napoli bene, una parte della storia della città.  Incarna il cliché dell’arricchito, di chi ce l’ha fatto ed è entrato nei salotti buoni della città. Successo, soldi e perbenismo sono la sua maschera.

Anna è un’amica di Andrea, una del giro, una affidabile, che sa. Era una tosta già da piccola. Sa tutto di tutti e gestisce tre maglierie in nero di proprietà dei Caruano, a titolo di risarcimento, suo padre morì in uno scontro di camorra. Andrea si fida ciecamente di lei. Occhi scuri. Sembra più giovane quando ride.

Gaetano Vosa è uno dei capizona di Totonno ‘o munnezzaro, il boss dello smaltimento dei rifiuti tossici. Mettersi con la figlia del boss firmerà la sua condanna a morte.

Totonno ‘o munnezzaro, al secolo Antonio Romano, è un camorrista importante. Oltre a gestire il traffico dei rifiuti pericolosi si occupa di mantenere i rapporti con la comunità cinese. Vive in una villetta in via Vecchia Napoli a Miano. Di fronte alla casa color salmone c’è il ristorante dove gestisce i suoi affari. E’ grasso, ha cinquant’anni e pesa almeno 120 chili. Ha piccoli precedenti per rapina e spaccio ma non è latitante. E’ favolosamente ricco. molto è investito in attività lecite tramite uno studio di avvocati e commercialisti di Milano. La faccia pulita della camorra.

Colonnello Roberto Ortigia dei ROS, è l’uomo che cerca di incastrare Totonno ‘o munnezzaro. E’ nato per fare il carabiniere. E’ siciliano. E’ sposato.

֎Tutte le tappe֎

2o settembre Il giallistaIntroduzione e incipit

22 settembre Liberi di Scrivere – I Personaggi

23 settembre Penna d’oroL’intervista

26 settembre Il Flauto di PanRecensione

27 settembre GraphoManiaRecensione

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 settembre 2016
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Russel e Corinne Calloway. Coppia cinquantenne che vive a New York, in un loft a TriBeCa, lo stesso loft di quando erano ragazzi.
Lui editore di successo e lei impegnata nel sociale.
Entrambi vivono ancora i loro sogni e le loro ambizioni lavorative, ma il loro matrimonio ne risente.
A iniziare proprio dal loft, amato da lui ma odiato da lei che vorrebbe trasferirsi, anche per dare più spazio ai due gemelli undicenni, fino ad arrivare alla riapparizione di Luke, vecchio amante di Corinne, tutto sembra volerli mettere costantemente alla prova.
Russel infatti deve vedersela con gli alti e bassi editoriali che gli daranno sempre più pensieri, Corinne invece sentirà rispuntare nuovamente lo stesso sentimento che nacque fra lei e Luke quando lo vide la prima volta, quel famoso 11 settembre che riempì l’America di terrore, ma loro due scoprirono una forte passione.
Romanzo molto particolare con un inizio molto lento che non cattura il lettore, portandolo nella vita dei personaggi come un semplice spettatore esterno, senza nessun coinvolgimento.
Lo stile narrativo usato dall’autore è molto dispersivo, rendendo la lettura difficile e pesante.
I personaggi, come i luoghi, sono carenti di caratterizzazione e le descrizioni praticamente nulle, mancanza che trasmette una sensazione di sterilità al lettore che non riesce a immaginare l’atmosfera di sfondo.
La trama poi è completamente latitante, che non motiva per nulla la lunghezza di oltre 500 pagine.
Un titolo molto atteso che dovrebbe concludere, a dieci anni di distanza, la trilogia iniziata con Si spengono le luci e continuato con Good Life, ma che è stato strutturato male, deludendo un po’ il lettore.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford.
Vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, tra cui un film interpretato da Angelina Jolie, è passato successivamente ai romanzi, dichiarando che, nonostante le apparenze, non sono autobiografici.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ Ufficio Stampa Bompiani.

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:: Nel paese dei mullah di Hamid-Reza Vassaf (Eris edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

21 settembre 2016
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Dalla fine degli anni Settanta l’Iran è periodicamente sotto gli occhi dell’Occidente, come unico Paese ad aver stabilito una teocrazia di stato dopo aver rovesciato il regime filo occidentale dello Scià, e come luogo di fermento culturale in tutte le arti creative, malgrado la repressione, dove i suoi abitanti vivono una doppia vita tra un pubblico di adesione ad un modello che sentono sempre meno e un privato in cui si sognano altri stili di vita.
Chi ha saputo raccontare questo mondo complesso, pericoloso, terribile ma non privo di fascino sono stati i fumettisti, in un Paese che chiuse le porte ai comics a stelle e strisce ma non alla voglia di raccontare per immagini la realtà. Dopo la condizione delle donne e delle ragazze raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, ne Nel Paese dei Mullah l’autore Hamid Reza Vassaf racconta l’incontro e confronto su un’isola deserta tra due rappresentanti della società iraniana, un soldato e uno scrittore, il primo giunto per caso, il secondo per scelta in cerca della tranquillità.
Attraverso le loro esperienze di militare fedele al regime e di intellettuale moderato e critico verso l’integralismo religioso, si ricostruisce la storia degli ultimi decenni dell’Iran, mentre i due protagonisti, pian piano vedono le loro certezze sgretolarsi di fronte ad un modello insostenibile e che soprattutto ha deluso chi ci credeva. Nelle tavole del fumetto, in un bianco e nero che colpisce con la sua essenzialità, si parla di tutti gli aspetti della vita quotidiana, come il matrimonio, le prigioni in cui finiscono criminali comuni ma anche oppositori al regime e persone contrarie alla morale come adultere e omosessuali, la politica, la libertà di stampa, i diritti delle donne e i diritti civili in generale, perché se le donne sono oppresse anche gli uomini non stanno bene, pur senza veli e altre costrizioni fisiche evidenti.
Per capire l’Iran, che da poco ha visto rimuovere l’embargo tra gli applausi soprattutto di molte aziende occidentali, ci sono senz’altro saggi e approfondimenti, ma lo sguardo impietoso e intenso che lancia questa graphic novel può aiutare più di molte opere più accademiche e paludate. Per le sue idee, Vassaf è stato costretto a lasciare il suo Paese, e questa e altre sue opere sono state messe al bando in Iran.

Hamid-Reza Vassaf è nato a Teheran nel 1970 e si è formato come fumettista, grafico e sceneggiatore. Ha insegnato comunicazione visiva alla facoltà di Arte e Architettura dell’Università Azzad di Teheran ed è stato a capo di uno studio grafico con cui ha lavorato con giornali, teatri e registi. Le sue tematiche preferite sono la libertà di espressione e la mitologia della Persia antica. Nel 2006 ha lasciato il suo Paese e si è trasferito in Francia, come Marjane Satrapi: tutte le sue opere, graphic novel e articoli, sono attualmente vietate in Iran. Nel paese dei Mullah è il suo primo fumetto ad essere pubblicato in Occidente ed è dedicato dall’autore alle donne iraniane.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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:: Un’ intervista con James Grady, autore de I sei giorni del Condor

16 settembre 2016

j-grady-2006Caro Signor Grady, benvenuto su Liberi di Scrivere… non so dirle quanto siamo onorati di poterla ospitare, quindi lascerò perdere e andrò dritta al punto.
Lei ha preso parte al movimento contro la guerra in Vietnam; ha mai pensato a se stesso come a un modello, qualcuno in cui la generazione che è cresciuta all’ombra del Watergate si potesse riconoscere? O forse sente di essersi semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto?

Domanda interessante, ma difficile. Nella primavera del 1969, nel corso del mio secondo anno di college a Missoula, Montana, entrai a far parte del movimento. Non che si trattasse di un’organizzazione, era più un sentimento, un impegno condiviso: si andava alle manifestazioni, si raccoglievano firme ecc. Poi, nella primavera del 1970, ci fu la sparatoria alla Kent State [il 4 maggio, nel corso di una manifestazione contro l’invasione statunitense della Cambogia, la Guardia Nazionale sparò sulla folla uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove; n.d.t.]. Ancora a Missoula, presi parte alle proteste. Nelle vacanze tornai a Shelby, la mia città, un posto piccolo, molto più piccolo di Missoula; per pagarmi gli studi, d’estate lavoravo per il comune (riparazioni all’acquedotto, asfaltature, insomma, lavori manuali). Sapendo delle mie attività pacifiste, un membro del consiglio comunale e il direttore di un giornale locale, gente d’estrema destra, cercarono di farmi licenziare. Ma il mio capo, che pure non era d’accordo con le mie idee politiche, non volle cedere alle pressioni dei superiori. “Questa è l’America, e James può credere quello che cavolo gli pare”, disse. E fu così che il capo, un operaio ultraconservatore e che per di più non aveva studiato, divenne il mio eroe.
Poi, nell’inverno del 1971 ero a Washington. Lavoravo come stagista per un Senatore (non ero ancora laureato, ma ero entrato in un programma di tirocinio per gli studenti di giornalismo). Fu allora che mi venne in mente l’idea di Condor. A quei tempi, pareva che il paese fosse avvolto in una nebbia di misteri e pericoli – la guerra, la nascita  di uno stato di polizia, il passaggio dalla sperimentazione psichedelica all’eroina, la Mafia- in Montana come a Washington. Con Condor ho cercato di affrontare tutto questo. E il mio tempismo è stato perfetto. Le notizie sul Watergate e sul ruolo della CIA si stavano appena affacciando sui giornali quando il romanzo è arrivato all’editore, e, subito dopo, a Dino De Laurentiis. Penso che se il libro fosse uscito un anno prima, o magari un anno dopo, non avrebbe funzionato. Insomma, ho scritto il romanzo giusto al momento giusto. Ho avuto fortuna.

Oltre ad essere un romanziere, ha lavorato anche come giornalista e sceneggiatore. Quali di queste esperienze le ha dato di più?

Be’, per quanto ami i film, e ora anche i nuovi prodotti per la tv, comici o drammatici, dei quattro anni in cui ho lavorato come giornalista investigativo per l’editorialista Jack Anderson (all’epoca Anderson era syndicated columnist e i suoi pezzi venivano ripresi su 1000 giornali diversi) ho un ricordo stupendo; e poi le esperienze fatte in quel periodo hanno avuto un’enorme influenza sulla mia narrativa. Volevo scavare, un po’ come Leo Sisti, presente? Sempre alla ricerca della storia dietro i titoloni, attento ai passaggi di potere, puntare il dito su chi sfruttava i meno fortunati. Per questo avevo momentaneamente accantonato la mia carriera di romanziere (in parte danneggiandola): speravo di poter fare qualcosa di buono. Ancora oggi, nella mia vita di narratore, attingo alle cose che ho imparato allora, per strada, e dietro le porte chiuse, lì dove il pubblico non arriva.

Per lei, il successo è arrivato prestissimo: subito dopo aver pubblicato I sei giorni del Condor. Che può dirci dell’America di allora? Com’era essere un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione negli anni ’70? E che ne pensa di questa definizione? Era davvero come la immaginiamo, “un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione”?

Il mio successo con Condor, be’, in quel periodo l’America si è risvegliava dal conservatorismo dei ’50, rifiutavamo il dominio della generazione dei nostri genitori, che avevano fatto la Seconda Guerra Mondiale, e be’, il Vietnam. Era eccitante, un momento di apertura, in cui potevi inseguire i tuoi sogni e avevi qualche possibilità di realizzarli.
E io il più grande dei miei sogni personali (certo, non di quelli politici) l’avevo già realizzato: il mio romanzo d’esordio aveva avuto successo, e ne avevano tratto un film destinato a diventare un classico, avevo un meraviglioso secondo lavoro come reporter investigativo (un fatto di coscienza, non avevo bisogno di soldi). Ero davvero convinto che se avessi gestito come si deve la mia vita e il mio talento, e se non mi fossi fatto spaventare, avrei potuto fare la differenza. Forse sarei riuscito a scrivere della narrativa che davvero ripagasse in parte tutta la fortuna che avevo avuto.
Non mi rendevo conto che non tutti, neanche nella mia generazione, mettevano la stessa passione nella ricerca della giustizia e della verità. Non tutti volevano davvero cambiare le cose, ma d’altra parte quei pochi che lo volevano davvero sono riusciti a fare la differenza. Mai abbastanza, certo, ma d’altronde è sempre così: la lotta per la giustizia e l’onore non finisce mai. È questo che ci rende umani.
A livello più personale, ero deciso a non sprecare l’opportunità che avevo. Dovevo fare quello che dovevo fare: scrivere romanzi. Non potevo buttare all’aria la mia fortuna, per cui facevo una vita morigerata, sostentandomi con lo stipendio da reporter e mettendo da parte il resto per poter scrivere. Mi vestivo e vivevo da studente universitario, blue jeans e camicie economiche, giacche di pelle e scarpe da ginnastica. Spendevo solo per libri, i film e la musica (rock ‘n ‘roll). Per il resto ascoltavo la radio. Di solito mi alzavo alle 6.30 e andavo a dormire alle 11, ed evitavo i bagordi (non che fosse difficile, all’epoca, nella triste Washington). Certo, non potevo dirmi esattamente monogamo, come potrebbero testimoniare diverse ragazze con cui all’epoca ho avuto relazioni di lunga durata, ma non sono mai stato un festaiolo, né un artista del rimorchio. Lavoravo 40 o 50 ore a settimana, andavo a correre per tenermi in forma, e ci davo dentro per imparare a scrivere meglio. C’erano talmente tanti modi in cui potevo bruciarmi: avrei potuto cominciare a drogarmi pesante, sperperare tutto quello che avevo, diventare presuntuoso o lanciarmi in relazione sessuali dall’esito disastroso. Ma ero troppo ingenuo e timido per cadere preda di queste opportunità di autodistruzione.
Ero (sono) un idealista, ma un idealista nato da genitori piccolo borghesi e cresciuto in una cittadina proletaria, uno che ha seguito i detective della omicidi in azione nel corso delle guerre tra bande per il controllo dello spaccio, che ha parlato con criminali piccoli e grandi e conosciuto l’eroismo della gente comune.
Per me ormai liberale non significa più molto. Un po’ come conservatore. Diciamo che voglio la maggior libertà possibile – libertà dalla paura, dalla violenza e dall’ingiustizia- per tutti i cittadini del mondo. Certo, sono un idealista, ma senza la luce degli ideali come faremmo a muoverci in questi tempi bui?

Nel 1975, il suo romanzo è diventato un film di Sidney Pollack, I tre giorni del Condor, e lei è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura. Nel cast c’erano, tra gli altri, Max von Sydow, Robert Redford e Faye Dunaway. Può raccontarci qualche aneddoto sulla produzione del film? E c’è qualcosa che secondo lei dovremmo assolutamente sapere sulla sceneggiatura?

In effetti non l’ho scritta io, quella sceneggiatura: avevo 25 anni, all’epoca, e mai e poi mai mi avrebbero lasciato mettere le mani in un progetto multimilionario. Devo dire, però che Dino, Redford, Sydney Pollack, sono stati tutti gentilissimi con me. Potevo andare sul set quando volevo, e loro mi mostravano tutto mi spiegavano il funzionamento delle cose, ecc.
Ma una cosa curiosa, su quella sceneggiatura la so, almeno a grandi linee: hanno continuato a scrivere e riscrivere il testo man mano che le notizie sul Watergate e sugli scandali della CIA e della politica saltavano fuori. Era il 1973, o forse l’inizio del 1974, e Nixon lottava per tenersi il posto.
Per quanto riguarda la sceneggiatura in generale, quello che gran parte delle persone non considera mai, è che una sceneggiatura è un po’ come uno schema tecnico, o un progetto per un edificio alla cui costruzione partecipano molte persone, e in circostanze che cambiano di secondo in secondo. È raro che lo sceneggiatore veda riprodotta su pellicola la sua idea proprio com’era sulla carta, anche perché tradurre la teoria nella pratica non è sempre così facile: tanto per dire, che succede se al momento di girare piove sempre e si finisce il budget per le riprese in esterno?

Recentemente, oltre a rivedere il film, ho riletto i Sei giorni del Condor. Era un po’ che non lo facevo. Che dire? Il suo libro ha la bella capacità di non annoiarmi mai, ed è una cosa molto rara… Posso chiederle come le è venuta l’idea? E si aspettava di avere tutto questo successo?

Grazie! Quello del 1971 è stato un inverno freddo. Io lavoravo al Campidoglio, e ogni giorno, arrampicandomi su per Capitol Hill, passavo davanti a un edificio d’angolo con le pareti imbiancate. In quella zona c’erano solo villette o bassi condomini, questo, invece era un palazzo alto tre piani. C’era una targa sulla porta, eppure non avevo mai visto nessuno entrare o uscire. Così pensai: e se fosse una copertura della CIA? Forse bastò qualche passo, o forse ci volle qualche giorno, ma mi venne una seconda idea: e se fossi rientrato in ufficio dalla pausa pranzo e avessi trovato tutti morti?
Due belle domande. Cercando di immaginare una risposta, con tutto quello che stava succedendo in quel periodo. Sapevo solo che Condor doveva essere un uomo comune, non un supereroe alla James Bond. Così è nato il mio romanzo. Chissà, forse tutta l’arte nasce da questo genere di domande…
Non avevo idea che Condor avrebbe avuto successo! Non ero neanche sicuro di riuscire a trovare un editore. Ma la scrittura mi aveva sempre attratto, fin da quando avevo sei anni, e questa storia la dovevo proprio scrivere. Tra tutte quelle che mi erano venute in mente, questa di Condor era la prima abbastanza forte da diventare un romanzo.

A un certo punto, Maronick dice a Condor che farebbe meglio a continuare a leggere, perché la sua fortuna è finita, e quando succede un uomo non vale poi molto… Ogni volta che arrivo a questo punto… B’e, non posso fare a meno di pensare che è fantastico…
Comunque, come ha detto lei, Joe Turner/Ronald Malcolm è un uomo comune, un accademico diventato spia. Pensa che questo tipo di relazione sia rappresentativo del modo in cui i giovani si rapportavano con l’establishment, e cioè essendone oppressi ma ribellandosi allo stesso momento?

In America, questo modo particolare di ribellarsi al controllo e all’oppressione, di contestare l’autorità e l’establishment è emersa negli anni ’60, tra il movimento per i diritti Civili, le proteste contro il Vietnam, e la paura di chi vive sotto la guerra fredda, sapendo che, con l’atomica, il mondo avrebbe potuto autodistruggersi in quindici minuti. L’idea era sì, ribellarsi, ma per creare “qualcosa di meglio”, come direbbe Camus. Volevamo essere costruttivi, non semplicemente distruttivi. Questo atteggiamento mi piacerebbe tanto ritrovarlo tra i giovani d’oggi.

Sul finale del film, di fronte agli uffici del Times, c’è un senso di solitudine, un certo malessere che nel romanzo mi pare meno palpabile. A questo punto del libro, Condor ha scoperto certe cose su di sé, cose che non sospettava; è cresciuto e maturato, e si è scoperto più portato di quanto credesse per lo spionaggio. In quanto autore del romanzo e del film, lei è forse l’unica persona al mondo che possa rispondere a una domanda così diretta: film o romanzo, I tre giorni o i Sei giorni del Condor, quale dei due ha il finale migliore?

Accidenti, bella domanda. Penso che per rispondere sia necessario prendere in considerazione le differenze tra due lavori. E penso che entrambi i finali abbiano una risonanza importante all’interno sia del testo, che del contesto in cui sono apparsi.
E sarà pur vero che sono l’unico al mondo che possa rispondere alla domanda, ma davvero non so cosa dire: mi piacciono sia il libro che il film. Il finale del film lascia forse più speranze a livello generale, mentre il romanzo è più incentrato sulla dimensione personale.

Come si sente a parlare ancora del suo libro, dopo tutti questi anni?

Fortunato. Mi sento incredibilmente fortunato a sapere che il mio lavoro è ancora vitale, ancora vivo. Come le ho detto, ogni tanto ancora mi stupisco.

In qualche modo, I tre giorni del Condor si allontana dai Sei giorni del Condor; nel film trovo tracce di una disillusione politica che nel libro è meno evidente. Pensa che questa differenza sia dovuta al confronto con il regista? E posso chiederle se e come ha collaborato a rivedere la trama originale?

Il disincanto e la prospettiva più ampia che si trovano nel film sono opera di Redford, di Pollack e di Dino; volevano fare un film importante, il più onesto e profondo possibile riguardo a quello che stava succedendo ai tempi. Probabilmente erano influenzati dai grandi film francesi e italiani degli anni ’60. Sentivano di avere delle responsabilità nei confronti del pubblico, la nazione, il mondo. Ci sembrava, a tutti noi, di correre dei grossi rischi politici e sociali, proponendo intrattenimento di questo genere: e se Nixon non fosse caduto? E se la CIA avessero prevalso sulle forze della giustizia e della verità? Nel momento in cui scrivevano e giravano il film queste possibilità non sembravano affatto remote. Condor è uscito prima di Tutti gli uomini del Presidente. Ma come ho già detto, io non ho partecipato direttamente alla scrittura del film.

I sei giorni del Condor è il primo capitolo di una serie; può dirci qualcosa degli altri romanzi? Quanti sono? E come sono stati accolti dal pubblico?

All’epoca delle riprese, e cioè nel momento in cui il libro stava per essere pubblicato, ho pensato di scrivere una serie di romanzi con Condor come protagonista, cinque in tutto; nell’ultimo lui sarebbe morto o impazzito. Gli agenti, l’editore, tutti quanti, cavolo: tutti gli esperti mi hanno consigliato di fare così. A metà della scrittura del secondo romanzo, però, mi sono reso conto che non avrei potuto competere con il Condor nella versione di Redford, e allo stesso tempo, che se insistevo a proporre una serie di storie, un certo numero di romanzi di questo tipo, avrei finito per essere etichettato, e pubblicare altri generi di storie che volevo scrivere sarebbe stato più difficile. Ovviamente non è né giusto né logico, ma è così che vanno le cose. Insomma, ho finito il secondo romanzo (L’ombra del Condor), e poi ho lasciato perdere il personaggio fin dopo l’11 settembre. Allora ho scritto un romanzo breve con un Condor “moderno” per esprimere la mia rabbia, tristezza, e preoccupazione per quello che stava succedendo. In seguito, ho pubblicato altri tre o quattro racconti o romanzi brevi, questi però con il Condor “originale”. E poi Condor appare anche in un cameo nel mio romanzo Mad Dogs. In fine, l’anno scorso, ho pubblicato il primo vero e proprio sequel, Il ritorno del Condor, in cui il protagonista cerca di sopravvivere allo stato di massima allerta seguito all’11 settembre.
Tutte le storie e i romanzi sono stati ben accolti dal pubblico. Il commento che preferisco lo devo al Washington Post: nella loro recensione si legge che Il ritorno del Condor fa pensare a Orwell e a Bob Dylan.

In chiusura, una domanda sulla situazione attuale: che ne pensa degli Stati Uniti di oggi? Nel giro di pochi mesi potreste ritrovarvi con il primo presidente donna, oppure…

Per me la cosa più importante, più ancora del rischio che Trump diventi presidente, è tutto il seguito che ha avuto. Il consenso nei suoi confronti ha rivelato la presenza di certe forze pericolose. Trump si è servito dei suoi averi per far leva sull’ignoranza, la paura, le bugie, l’odio, e la forza dei personaggi televisivi. E Se perde, be’, questo non significa che la verità, la giustizia, la razionalità, l’umanità e lo stile di vita americano hanno trionfato. Signfica solo che abbiamo scampato la catastrofe, e che ci aspetta un enorme lavoro di reinvenzione politica e sociale. Più che ottimista direi che sono speranzoso. E sì, sarebbe bello avere un presidente donna. Sarebbe ora che le donne venissero trattate davvero come pari, e che avessero la possibilità di realizzarsi appieno.

Che altro posso dirle? Grazie per avermi risposto. Se mi avessero detto, solo un paio di anni fa, che avrei avuto l’occasione di intervistarla, non ci avrei mai creduto. Ma be’, probabilmente è anche questa la forza del blogging e della stampa libera…

[Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni]

Nota: recensione di I sei giorni del Condor, qui.

:: La bambina col falcone, Bianca Pitzorno, (Salani, 2016) a cura di Micol Borzatta

16 settembre 2016
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Minervino Murge, paesino pugliese vicino ad Altamura. Siamo negli anni che vanno dal 1215 al 1230. Messer Rinaldo Rufo è il falconiere imperiale del re di Sicilia, Re Federico, e lo sta seguendo in Germania per essere incoronato Imperatore dall’Arcivescovo di Magonza. Con Messer Rufo c’è al seguito anche la figlia Costanza, nata durante il viaggio, e la moglie, Madonna Yvette, che però non potrà assistere all’incoronazione perché proprio quel giorno, il 25 luglio 1215, partorirà Melisenda.
Ritornati alla loro terra natia, la famiglia Rufo passa il tempo a gestire le proprie terre e allevare falconi mentre le bambine crescono e la famiglia si allarga, infatti presto arriverà anche Sibilla e in seguito Alice e Violante.
Costanza e Melisenda però hanno due sogni molto importanti, per Costanza è un sogno nato il giorno dell’incoronazione di Re Federico, mente per Melisenda è nato e cresciuto seguendo il padre nel suo compito di falconiere: vogliono partecipare alla crociata, la prima per liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli e la seconda per imparare nuove tecniche di falconeria per poter seguire le orme del padre.
Purtroppo gli anni passano e la crociata è sempre più lontana, ogni volta che arriva il momento della partenza Re Federico ha un nuovo motivo per rimandarla, fino a quando nel 1227 finalmente si parte. Costanza e Melisenda si travestono da ragazzi e si dirigono a Brindisi per partire, ma un’epidemia le ferma e ferma tutte le partenze. Anche l’Imperatore si è ammalato e non può partire.
Viene quindi nuovamente rimandato tutto e le due ragazze sono deluse e amareggiate e ritornano a casa con Costanza gravemente malata.
Riescono a curarla, ma il suo umore rimarrà nero per la delusione, ma non sa che molti altri avvenimenti dovranno accadere e cambieranno per sempre la loro vita.
Un romanzo davvero spettacolare, uno dei migliori letti quest’anno che sa unire storia e fantasia in una narrazione leggera e avvincente, senza appesantimenti creati da descrizioni troppo lente o da parti storiche troppo saggistiche.
L’autrice descrive la vita della famiglia Rufo vista dal punto di vista di ogni membro della famiglia dando così al lettore una visuale completa e la possibilità di affezionarsi al personaggio con cui ha più empatia.
I personaggi sono molto diversi tra loro ma tutti mossi da una grande passione e da una grande forza di volontà che è un ottimo esempio per i ragazzi, infatti questo romanzo oltre a far sognare gli adulti è adatto anche per un target molto più giovane, dove il lettore giovane può trovare insegnamenti importanti, come l’amore per la famiglia, la forza di volontà nel voler realizzare i propri sogni e il buon senso di portare sempre a termine i propri compiti anche quando non corrispondono alle proprie volontà, ma quando si ha un dovere da compiere va compiuto.
La storia è avvincente e il fatto che ripercorra svariati anni permette al lettore di capire perfettamente la motivazione che spinge ogni singolo personaggio a fare determinate scelte.
Una saga familiare davvero tenera e intensa scritta con maestria che alla fine del libro ti lascia quel senso di malinconia che solo i grandi libri sanno fare.

Bianca Pitzorno nasce a Sassari nel 1942.
Dopo essersi laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Cagliari si trasferisce a Milano dove studia alla Scuola Superiore delle Comunicazioni specializzandosi in cinema e televisione.
Finiti gli studi ha lavorato presso la RAI di Milano seguendo programmi culturali e programmi per ragazzi. Ha anche lavorato come archeologa presso il Museo Nazionale G. A. Sanna a Sassari.
Autrice di testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e televisive, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta opere di saggistica e narrativa, sia per bambini che per adulti.
Traduttrice di molte opere straniere, tra cui anche Tolkien, ha permesso la diffusione in Italia di autori spagnoli e inglesi.
Nel 1998 ha ricevuto il premio dell’Unione Scrittori e Artisti Cubani La Rosa Bianca per la sua collaborazione con la Biblioteca Ruben Martinez Villena dell’Avana a Cuba.
Nel 1996 le viene conferita la laurea honoris causa dall’Università di Bologna in Scienze della Formazione e nel 2012 è stata fnalista al premio internazionale Hans Christian Andersen Award conferito dall’International Board on Books for Young People e considerato il premio nobel per la letteratura dell’infanzia.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Vallardi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.