:: Adone, Elisa Zimarri, (Scienze e lettere, 2015) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2016
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Adone è il protagonista del nuovo libro per bambini edito da Scienze e lettere, realizzato da Elisa Zimarri. Il volume dalla bella e intrigante copertina arancio appartiene alla collana Monstra, che la casa editrice ha creato per occuparsi di tutte quelle figure della mitologia antica, non esistenti in natura, che sono un po’ uomini e un po’ animali, ma forse anche qualcosa di più. Il libro di Adone è caratterizzato da un perfetto mix di parole e immagini colorate che narrano al lettore bambino la storia di questo essere dei miti antichi. Ogni bambino appassionato di lettura si addentrerà in un mondo di parole, forme e colori per conoscere la storia di questo giovanotto nato da Mirra, trasformata in albero da Zeus, colmo di pietà per lei e per l’inganno che le aveva giocato la gelosa Afrodite. Il piccolo Adone, uscito dal ventre dalla mamma albero, verrà affidato da Afrodite a Persefone, la signora dell’Ade. Quest’ultima si innamorerà alla follia del ragazzino e dimostrerà la sua esplicita intenzione di tenerlo con sé per sempre e di non restituirlo mai ad Afrodite. Il forte e saggio Zeus interverrà per porre fine alle liti tra le due dee, stabilendo che Adone dovrà vivere sei mesi con una dea e se mesi con l’altra. Adone accetterà questo destino e vivrà in modo spensierato la sua vita sui monti del Libano, fino a quando l’incontro con un cinghiale cambierà per sempre la sua vita e determinerà la nascita del fiore rosso dell’anemone. A narrare il tutto, grazie alla scorrevole scrittura di Elisa Zimarri, è Adone in prima persona, che prende per mano i piccoli lettori portandoli in una dimensione nella quale natura, mito e sentimento si mescolano alla perfezione. Adone è sì un libro per bambini, ma lo consiglio anche agli adulti per riscoprire la storia della mitologia classica e i suoi personaggi. Vivaci, colorate e molto utili per rendere ancora più coinvolgente il testo son le immagini di Martina Vanda.

Elisa Zimarri è laureata in lettere antiche con indirizzo archeologico, studiosa di miti dell’arte antica, insegnante di lettere ed esperta di educazione interculturale. Si occupa di integrazione di disabili, di alunni con bisogni educativi speciali e di alunni con DSA. Il suo incontro con la figura di Adone è avvenuto in occasione della redazione della tesi di laurea e l’approfondimento è stato realizzato con viaggi di studio in Sira e Libano.

Martina Vanda è autrice e illustratrice di picture books, designer e ceramista. I suoi libri son pubblicati in Italia e all’estero in Francia, Spagna, Messico, Cina e Cile. Dal 2012 dirige le autoproduzioni TunellingP. Per Scienze e Lettere ha realizzato Sirene e ha avuto riconoscimenti internazionali come la selezione alla Mostra Illustratori di Bologna (2012 e 2015), alla Biennale di Bratislava (2012), al CJ BOOK Awars Korea (2010) e al Premio Querty (2010). Il suo libro Estela Grita muy fuerte ha venduto 100mila copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Scienze e Lettere.

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:: Bianca da morire, Elena Mearini, (Cairo, 2016) a cura di Natalina S.

8 febbraio 2016
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“Siedo alla scrivania. Il portatile acceso, un bicchiere d’acqua e trenta pasticche di cinque diversi colori. Ne ingoierò sei alla volta colore dopo colore.”

Porta il nome dell’innocenza e un rigurgito di arcobaleno impigliato nello stomaco la protagonista del nuovo romanzo di Elena Mearini, Bianca da morire, pubblicato da Cairo editore. Si chiama Bianca, ha sedicianni e vive a Milano, una città che le somiglia e di cui Bianca ne è perfetta metafora, perchè anche Milano come Bianca è stata amputata nelle sue parti più vere, anche Milano come Bianca appare candida e pura. Da tre anni frequenta il Liceo artistico, nè per talento nè per interesse, per quel desiderio smisurato di corteggiare l’Immagine e diventare una Star anche al prezzo di stuprare la propria esistenza. È figlia Bianca – di un tempo suo e di un tempo non suo- di una società che gravita attorno al vuoto morale e di una famiglia troppo patriarcale per riservare alla donna il ruolo di una Stella. Forse è proprio questa una delle ragioni per la quale Mearini sceglie, ancora una volta, come nel suo romanzo di esordio, “360 gradi di rabbia”, ed in quello successivo, “Undicesimo comandamento”, di dar voce al sentire femminile, tanto più in un contesto spazio-temporale quotidianamente macchiato di rosa. L’autrice consegna a Bianca carta e penna la quale racconta, in prima persona e attraverso il valore simbolico dei colori, il proprio morso di bestia ferita. Bianca recita dal principio alla fine un monologo da teatrante perfetta, o quasi, senza però riuscire a prevedere la fine. È uno sfogo, il suo, che restituisce a sè stessa la propria identità e a noi la fotografia più autentica di una società che, troppo rapidamente, sta cambiando volto ed è assai lontana dal sapore buono dei frollini della nonna. Bianca ci racconta il male d’esistere degli adolescenti di cui noi adulti siamo attori/spettatori spesso inconsapelvolmente responsabili; Bianca accusa e, nella mancanza di ascolto, risiede la colpa più grande. Ancora una volta, come per Vera e Serena, nei primi due romanzi, l’autrice lombarda consente a noi lettori di avvicinarci alle riflessioni più intime e fragili della sua protagonista, la sveste mettendone a nudo le carni sporche di sangue per restituirla vergine e bianca a nuova vita. Lo fa attraverso un linguaggio che sfiora la poesia e un ritmo che lascia spazio al respiro anche quando le vicende della Storia il respiro lo tolgono e il romanzo si tinge di nero.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti), nel 2011 pubblica per Perdisa Pop Undicesimo comandamento (Premio Speciale Unicam-Università di Camerino). Seguono il terzo romanzo A testa in giù (Morellini Editore, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti) e le raccolte di poesie Dilemma di una bottiglia (Edizioni Forme Libere) e Per silenzio e voce (Marco Saya Editore).

Source: libro inviato al recensore dall’autrice.

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:: Un’ intervista con Mirko Zilahy

5 febbraio 2016

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Il paradiso degli animali, David James Poissant (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

4 febbraio 2016
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Una legge non scritta dell’editoria è solita sentenziare che “tanto le raccolte di racconti non vendono”.
Niente di più sbagliato, almeno per me che, nell’ultimo anno, ho decisamente privilegiato, nelle letture personali più o meno assidue, proprio questo genere.
Ebbene sì, Il paradiso degli animali è definitivamente “La raccolta di racconti del 2015”: l’unica che è stata capace di scardinare il mio punto di vista fino ad ora, straniante e umana, tagliente e spietata nei temi e nel linguaggio, assolutamente fuori dal comune.
Altro punto a suo favore? David James Poissant è uno scrittore emergente. A riprova del fatto che non solo i racconti possono interessare ed essere letti da tanti, ma anche che esiste un nuovo – nuovissimo – modo di intendere la scrittura che nulla toglie e tanto dà alla letteratura canonica.
Il paradiso degli animali ci racconta l’America. Non di certo quella straordinaria e patinata, dei grattacieli, uomini d’affari e della vita che passa frenetica tra un taxi giallo e una limosine, magari. Ci racconta un’America tanto ordinaria quanto inaspettata e cruda. L’America figlia degli uomini del sud. Il Sud, appunto: dall’Alabama passando per la Georgia e la Florida. Luoghi che sembrano stampati nella mente dell’autore, che li descrive nel dettaglio pur non scadendo in qualsivoglia intento didascalico. Sedici racconti, torno a ripetere, totalmente e “stranamente” americani per ambientazione, modus vivendi e fatti narrati.
Ci racconta un’America popolata di esistenze e di storie che sconvolgono fino a far male. Storie di fallimenti e delusioni, dissapori e false partenze che si stagliano contro le strade sempre dritte e periferiche che si perdono a vista d’occhio nell’orizzonte, costellate di motel, market e polvere che brucia sotto al sole. Storie di padri e figli, incompresi ognuno a suo modo: il genitore manesco e chiuso nelle sue convinzioni diventa predatore, il figlio (seppur tanto amato e “bellissimo”) preda indifesa e sanguinante, come in Lizard Man, racconto in apertura di fortissimo impatto emotivo.
La raccolta prende il titolo da The Heaven of Animals, poesia di James L. Dickey: qui la vita animale è vista come qualcosa di inesorabilmente predestinato in cui i predatori si distinguono in maniera netta dalle prede e saranno in grado di primeggiare e cacciare, gli uni, e di fuggire e poi soccombere, gli altri:

“Sotto l’albero
cadono
sconfitti,
si rialzano,
si rimettono in cammino.”

Di paradiso degli animali si torna poi a parlare anche nell’ultima delle storie, quella che chiude il libro e che, per questo motivo, porta lo stesso titolo. Come a voler rappresentare l’ultimo anello di un cerchio che si chiude, ciclo vitale animalesco e ciclo esistenziale squisitamente umano si mescolano in un’atmosfera slegata, ma continuativa, che non smette mai di stupire.
Poissant è riuscito a trasporre questa metafora, mutuandola dalla poesia e dalla tensione ferina propria del regno animale, in ognuno dei suoi racconti in modo differente e più che unico.
La narrazione risulta attuale in ogni suo punto. Proprio come “animali sociali”, ma neanche troppo dediti all’aggregazione, i personaggi di Poissant sono aggressivi e fragili, cadono e rialzano per poi riaccasciarsi, perennemente sul filo del rasoio, con un piede saldo a terra e l’altro a penzoloni in un fosso. Poco importa se nel fosso inaspettatamente troveremo un alligatore a cui legheremo la bocca stretta nel nastro isolante.
Degna di menzione la traduzione dall’inglese a cura di Gioia Guerzoni: evocativa, mai noiosa e, sicuramente, di assoluta efficacia narrativa.

David James Poissant, esordiente, ha scritto numerosi racconti poi pubblicati su diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, che hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters.
Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

Gioia Guerzoni, traduce prevalentemente narrativa, da vent’anni. Sue le traduzioni di autori come Teju Cole, Iris Murdoch, Siri Hustvedt. Si occupa di progetti editoriali e scouting, oltre a partecipare a numerosi festival letterari internazionali.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Colpo grosso in libreria, di PessimeScuse

4 febbraio 2016

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Un leggero bussare, un sonoro “avanti!”, e la testa del piantone fece capolino dalla porta socchiusa.
«Mi scusi signor Commissario, il signor Vice Questore la desidera. Con urgenza, ha detto».
«Digli che arrivo fra un attimo».
«Veramente ha detto…» prova a balbettare, ma l’occhiata che riceve lo fa battere in ritirata. Con quel tizio era un attimo farsi trasferire in Barbagia.
«Chissà che vuole» borbottò tirando una boccata dal sigaro puzzolente mentre siglava il foglio che aveva davanti. Le volute di fumo denso e bianco si sparsero per la stanza e s’infransero sul cartello che annunciava che in quel posto era vietato fumare, ai sensi etc… etc…
Si alzò, posò il sigaro sistemandolo nel posacenere a far compagnia agli altri mozziconi, prese la giacca dall’attaccapanni e si diresse sospirando verso l’ufficio del Gran Capo.
Il signor Vice Questore lo aspettava davanti all’uscio del suo ufficio, fatto assolutamente inusuale che non prospettava niente di buono. Di solito gli faceva fare almeno venti minuti di anticamera, adesso, invece, eccolo lì come la piccola vedetta lombarda sull’orlo di una crisi di nervi.
«Venga carissimo» gli si fece incontro con un sorriso stiracchiato, lo afferrò per un braccio e lo spinse dentro.
«Stia comodo, carissimo» lo pregò untuoso mentre circumnavigava l’enorme scrivania linda come un tavolo operatorio e si abbatteva sulla mega poltrona di pelle nera.
Il Commissario si accomodò dall’altra parte dell’enorme manufatto e lo fissò con curiosità.
«Una tragedia, una vera e propria tragedia» esordì passandosi la mano paffuta sui capelli ricoperti da uno strato di gel che gli serviva a bloccare la forfora. Senza quella barriera si sarebbe depositata come uno scialle bianco sul colletto nero dell’abito sartoriale che ricopriva il suo corpaccione obeso.
Guardò senza parere a una crosticina bianca rimastagli tra le dita, la fece cadere a terra e puntò i suoi occhi da cocker indifeso sul Commissario.
«Solo lei mi può aiutare, carissimo» belò.
Azz, tra i due c’era lo stesso feeling che univa l’ex Cavaliere e i magistrati della Procura di Milano e si amavano allo stesso modo. Non solo, un giorno che le aveva particolarmente girate, aveva affermato che aspettava con ansia il momento in cui avrebbe portato una bella corona di fiori bianchi al funerale di quell’odioso del suo sottoposto. E, se il Signore fosse stato particolarmente magnanimo, anche a quello dei suoi collaboratori. Una banda di sardacci capitati chissà come a Milano, al cui cospetto i membri dell’Anonima Sarda facevano la figura di chierichetti. Ergo, la faccenda doveva essere di estrema gravità.
Accavallò le gambe in attesa del seguito.
«Una rapina, carissimo, una rapina in un tempio della cultura. Con un’aggravante particolarmente odiosa». Si allungò sul piano della scrivania, guardò a destra e poi a sinistra, e infine con voce talmente bassa che a malapena fu intesa da Commisario, svelò l’arcano.
«Il fattaccio coinvolge l’Illustrissimo Signor Sindaco».
Annuì più volte per evidenziare la gravità del caso.
«Il Sindaco ha compiuto una rapina?» Domandò il Commissario scettico, anche se, di questi tempi, non si stupiva di nulla.
«Ma che cazz, no, no, no, ma quando mai l’Illustrissimo Signor Sindaco, ma quando mai. Mi scusi carissimo, ora le spiego. Nemmeno un’ora fa un bandito, forse un terrorista, ha rapinato la libreria Feltrinelli in Buenos Aires».
«Si è fregato l’incasso?».
«Peggio».
«Ha ferito qualcuno?».
«Peggio».
«Peggio?».
«Si».
La caricatura di Botero cavò di tasca un fazzolettone a righe blu e si asciugò l’abbondante sudore che gli colava dalla fronte al triplo mento.
«Hanno rapinato otto libri che l’Illustrissimo Signor Sindaco aveva acquistato per farne dono ad un personaggio di cui non posso rivelare il nome».
«E il Sindaco, era presente? Sta bene?».
«No, no, li aveva ordinati per telefono e dovevano essere consegnati oggi stesso. Ed è in piena forma, se mi è consentita un’opinione, anzi in formissima. E molto incazzato. Mi ha chiesto un’indagine celere e discreta. Mai e poi mai deve trapelare il suo coinvolgimento».
«Faccio un salto in libreria, la terrò informato».
«Ho predisposto tutto, carissimo. Ho fatto isolare gli impiegati coinvolti in modo che non abbiano contatti con la stampa e l’attendono. Deve, e sottolineo deve, mostrare che la Polizia è efficiente e ci andrà in forze. Porti con lei i suoi accoliti, pardon, la sua squadra e si ricordi che deve venire a capo del fattaccio. Con qualunque mezzo, non m’importa come farà, ma io la coprirò, stia tranquillo».
La caricatura di Botero si era sollevata in tutta la sua altezza, un metro e sessanta di ciccia e forfora, e tormentava il fazzoletto a righe come se potesse dargli la forza che il fatto criminoso richiedeva.
Il Commissario si estirpò dalla poltrona e infilò la porta prima che il Gran Capo facesse qualcosa d’irreparabile, come abbracciarlo e baciarlo per la gratitudine.
Tornato nel suo ufficio, si accese un sigaro e prese il telefono.
«Marrocu? Chiama Casu e Deidda e passate da me».
Tre minuti dopo l’ispettore Capo Marrocu, l’ispettore Deidda e il sovrintendente capo Casu erano seduti davanti al Commissario che li mise al corrente del fatto.
«Otto libri?» Domandò incredulo Deidda che leggeva solo le pagine della Gazzetta dello Sport quando parlavano della squadra del Cagliari.
«Rari?» intervenne Marrocu, più concreto.
«Dei gialli» rispose il Commissario dando uno sguardo all’elenco che gli aveva fornito il Gran Capo «Tutti di Massimo Carlotto».
«Un depravato, sicuramente» concluse Casu che apprezzava lo scrittore come un ciclista al Giro d’Italia ama un foruncolo sul culo.
«Adesso andiamo, in pompa magna come desidera il Gran Capo, sentiamo un po’ cosa è successo e ci facciamo dare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della libreria e dei negozi tutt’attorno».
Gli impiegati rapinati erano chiusi in una stanza con solo due sedie per tre persone. Uno di loro lamentava una gran voglia di recarsi al bagno e lo disse chiaramente appena vide gli sbirri.
«Raccontatemi prima come sono andate le cose e poi sarete liberi di fare tutto quello che volete, tranne parlare con chicchessia della rapina».
«C’è poco da dire» cominciò il più magro con i capelli scolpiti da un barbiere in preda al delirium tremens e dei tremendi pantaloni gialli. «I libri erano sul bancone, dovevo preparare una confezione regalo, quando è apparso il tizio, li ha presi e se n’è andato».
«Tutto qui?».
«No, quando gli ho detto che erano venduti, mi ha risposto che se ne fregava e che dovevo farmi i cazzi miei o mi avrebbe spaccato il muso».
«E lei?».
«Sono svenuto, aborro la violenza, io».
Casu lo guardava di sottecchi prendendo seriamente  in considerazione l’idea di tornare la settimana successiva, arrestarlo con un motivo qualsiasi e ficcarlo in una cella con due camorristi e tre magnaccia rumeni.
«E’ successo così, signor Commissario» intervenne una ragazzotta belloccia «Ho l’ho visto piombare a terra e subito dopo il tizio afferrare i libri e scappare a gambe levate».
«Ci sono telecamere di sorveglianza in negozio?».
«Dappertutto» intervenne il terzo scuotendo la grossa coda che gli legava i capelli lunghi e unti».
«Deidda, cerca il direttore così possiamo visionare le registrazioni. Voi potete andare. Acqua in bocca, con tutti».
«Se qualcuno di voi tre spiffera qualcosa, gli infilo questa mano su per il culo, gli afferro la lingua e la faccio uscire dal buco, come la coda di un leprotto» puntualizzò Casu.
I tre guardavano preoccupati il pugno teso di Casu e nemmeno per un istante dubitarono che avrebbe messo in pratica la minaccia. Casu incazzato non era un bel vedere. Nemmeno allegro, se per questo.
La visione del filmato fu una mera formalità. Le immagini erano chiarissime e si distingueva perfettamente un elemento dal un viso cavallino, l’espressione confusa, una massa di capelli ricci e un giubbotto dal collo di pelo con una sciarpa negligentemente appoggiata sul collo. Casu annuì con convinzione, l’aveva riconosciuto.
«Johnny Lo Sfigato» comunicò al Commissario una volta lasciata la libreria.
«Un nome, una garanzia» ci rise sopra Marrocu che non riusciva a capacitarsi come mai il tipo non si fosse almeno coperto il viso con la sciarpa per non farsi riconoscere.
«In realtà si chiama Giovanni Vanoni, orfano. Vive con la sorella Mafalda ex donna cannone part-time».
«Part-time?».
«Per la sua stazza veniva ingaggiata saltuariamente da qualche circo di mezza tacca che passava in zona, ma due anni fa qualcuno la convinse che con la sua bellezza avrebbe potuto fare l’indossatrice e si mise  a dieta. Passò da duecentotrenta a centodieci chili ma perse il posto di lavoro in quanto da fenomeno che era divenne solo una delle tante ciccione di cui è piena l’Italia».
«Sai dove abita?».
«L’ho arrestato sette volte. In mezzora siamo da lui.»
Il quartiere non era dei più trendy, per cui lasciati Marrocu e Deidda di guardia all’auto, il Commissario e Casu Bussarono alla porta del rapinatore.
«Buongiorno dottor Casu» salutò tranquillo il Vanoni aprendo la porta.
«Non sono dottore e nemmeno infermiere, non cercare di leccare il culo, Johnny. Caccia i libri che hai fregato, sempre che non te li sia già venduti».
«Non li ha voluti nessuno, dottore» Allargò sconsolato le braccia e li precedette in cucina. I libri stavano in bella mostra sul tavolo di formica celestina.
«Eccoli, speravo di poterne ricavare il tanto da combinare il pranzo di Natale, ma nemmeno cinque euro per tutti e otto mi hanno voluto dare».
«Hai cannato autore, mio caro. Mettiti il giubbotto e vieni con noi».
Lasciata la banda nel suo ufficio con Johnny Lo Sfigato, il Commissario si diresse dal Gran Capo con i libri sotto braccio.
«Ecco il maltolto».
Era entrato senza bussare, aveva posato i libri sulla scrivania ed era rimasto a fissare la caricatura di Botero che lo osservava allibito con l’indice ancora infilato nella narice sinistra. Pulizie di Natale, aveva pensato notando il foglietto bianco su cui erano state allineate una decina di caccole evidentemente estirpate dal naso del Gran Capo e colà disposte come tanti soldatini.
«Come cazzo si permette…» esclamò, salvo poi ripiegare in un «Carissimo, lo sapevo che su di lei potevo fare affidamento» dopo aver notato gli otto libri sul ripiano lucido.
«Caso risolto, anche se…».
«Anche se?».
«Il rapinatore dichiara di aver rubato a sua insaputa».
La caricatura di Botero sistemò la caccola nel posto che le era stato assegnato e lanciò al suo sottoposto un’occhiata maligna.
«Mi sta prendendo per il culo?».
«Non oserei mai, dottore. Si tratta di una tesi difensiva già adottata da un Ministro della Repubblica che la stessa Magistratura ha accolto in toto, tant’è che lo ha assolto. E in tempi recentissimi anche un Cardinale, uomo di Dio per antonomasia, ha sostenuto la stessa cosa. Ricorda?».
«Già» disse, chiaramente sulla difensiva.
«Il problema, secondo me, risiede nel fatto che il rapinatore a sua insaputa in un eventuale processo sarà, per i precedenti che le ho citato, senza dubbio alcuno assolto Ma…».
«Ma?».
«Ma solo dopo l’arresto e con il conseguente clamore mediatico. Cosa non certo gradita al Sindaco, mi pare di aver capito.»
«Gli ho garantito la più assoluta discrezione» Sospirò disperato.
«Se lo arrestiamo, lo processano e lo assolvono, tanto vale lasciarlo libero con un bel risparmio per le casse dello Stato e senza incorrere nelle ire del Sindaco che, mi dicono, sia molto ma molto vendicativo. Come tutti comunisti d’altronde».
«Lei è un genio, un vero genio» esclamò la caricatura di Botero balzando in piedi e allargando le braccia come Domenico Modugno quando cantava “volare ohoh”. Lasci libero quell’innocente mentre comunico all’Illustrissimo Signor Sindaco che la Polizia ha risolto brillantemente e rapidamente il caso».
Vanoni Giovanni, detto Johnny Lo Sfigato, fumava beatamente la sigaretta offertagli da Deidda raccontando aneddoti su San Vittore e sui delinquenti che aveva conosciuto in galera.
«Vanoni!» Tuonò il Commissario facendogli andare di traverso il fumo e provocandogli un accesso di tosse.
«Prendi le tue cose e vattene, per questa volta non ti arrestiamo».
Johnny Lo Sfigato balbettò un ringraziamento, agitò le mani per salutare tutti e infilò la porta.
«Vanoni!».
Il poveraccio rimise la testa dentro. Aveva l’espressione triste e rassegnata di chi per tutta vita aveva preso calci nelle palle.
Il Commissario gli allungò cinquanta euro.
«Tieni e compra qualcosa per il pranzo di Natale».

PessimeScuse (accontentatevi dell’alias) ha sessantasei anni e dopo una vita avventurosa, che l’ ha visto anche trafficante di porchetti sardi in barba all’embargo per la peste suina (li travestiva da barboncini e li rivendeva a Milano), si gode il meritato riposo nel suo buen retiro insieme ai suoi baffi, una serie di tatuaggi particolari, un’ auto militare d’epoca e la sua dolce metà.
Per il resto, scrive romanzi surreali e politicamente scorretti, ma solo quando ne ha voglia, perché per lui scrivere è un divertimento e se deve piazzarsi davanti al pc ogni giorno per produrre pagine, non si diverte per niente.

:: Un’ intervista con Roberto Mingoia

3 febbraio 2016

indexOspito oggi sulle pagine di Liberi di scrivere un giovane scrittore sardo con un progetto interessante, che sarà utile anche a tanti giovani scrittori che cercano una strada nel (difficile) mondo dell’editoria. Lascio a lui la parola.

Benvenuto Roberto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nato? Che studi hai fatto?

Buona sera e grazie a voi per l’interesse. Ho 37 anni, sono di Cagliari e sono laureato in Scienze Politiche. Ho sempre amato scrivere ma ho aspettato ad essere gratificato sul lavoro e ad avere del tempo libero prima di buttarmi in questa avventura. Ora la gente mi considera uno scrittore, è una cosa meravigliosa ma anche una responsabilità. Anche quando prendo degli appunti o scrivo la lista della spesa non posso sbagliare una doppia o scrivere qualcosa di insensato.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Leggo da sempre, forse perchè vedevo mio papà farlo. Leggevo i libri che prendeva in prestito dalla biblioteca vicino a casa, ora sarà lui a leggere i miei. Mia mamma mi ha raccontato che si è commosso come ha letto i primi articoli sul mio nuovo romanzo.
Le prime letture che mi sono rimaste impresse sono state di Wilde, Orwell e Pirandello.

Da scrittore esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

Da scrittore esordiente è durissima, devi avere una energia e una determinazione assoluta. Altrimenti è impossibile. Devi vedere l’obiettivo di arrivare al grande pubblico già realizzato anche se in un primo momento ti leggono solo i tuoi familiari o i tuoi amici, quello rimarrà sempre il nocciolo duro di pubblico per cui scrivi. Ma la persona per cui devi davvero scrivere tutti i giorni per il puro gusto di farlo, sei tu. Io scrivo per me stesso e sono in ogni caso contento di farlo perchè provo piacere nel farlo, nel trovarmi davanti a una pagina bianca con la mente vuota per poi riscoprire un capitolo pieno di personaggi e aneddoti che non pensavo nemmeno di poter concepire. Poi scrivo anche per trasmettere qualcosa di positivo agli altri, come se mettessi il mio cuore e i miei pensieri in una capsula del tempo e li dedicassi per sempre agli altri. Se ci credi funziona è il mio motto. Ora ho tantissima gente che mi chiede cosa sto scrivendo e non vede l’ora di leggermi.

E’ uscita su Bookabook.it (il primo portale italiano di crowdfunding del libro grazie a cui le opere più seguite verranno pubblicate) la tua opera dal titolo “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, ambientata in Sardegna e in particolare nella città di Cagliari. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’idea di partecipare?

Ho avuto l’idea di partecipare in quanto avevo già percorso la via dell’autopubblicazione e quella della ricerca di un editore. E’ un’avventura davvero stimolante e ti apre mille orizzonti. Del resto a prescindere da chi o come è stato pubblicato il libro per farlo davvero arrivare a un pubblico vastissimo bisogna muoversi sul territorio: contattare biblioteche, associazioni, istituzioni, non lasciare nessuna strada intentata. Sono stato invitato anche da diverse scuole medie e superiori per presentare il libro e dar vita a dei laboratori di scrittura.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

In Italia è ancora poco conosciuto perchè in alcune cose fatichiamo ancora a sperimentare e sopratutto fatichiamo spesso a dare fiducia agli altri o a chiedere il sostegno degli altri. Sono tra le persone che crede che il crowdfunding sia il futuro sia nell’editoria che nel mondo dell’economia. E’ una forma di meritocrazia, va avanti chi funziona, chi riceve l’apprezzamento e il sostegno della gente, degli utenti finali.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un’esperienza molto positiva e gratificante. Ho ricevuto complimenti, interviste, inviti a presentare l’opera nei circoli dei sardi in tutta Italia. Non pensavo nemmeno potesse piacere così tanto. E piace anche ai non sardi perchè il sardo è un testardo che si butta a capofitto in tutte le cose e si fa voler bene. Bisogna stare dietro alle biblioteche e alle istituzioni, i tempi sono lunghi e a volte sembra che ti stanno facendo un favore. Pensate all’obiettivo e che se si chiude una porta si apre un portone!

Parlaci del tuo libro, “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, raccontaci di cosa parla, a che genere appartiene, quali sono le sue caratteristiche più insolite?

E’ un giallo avvincente, a tinte pulp, ambientato in Sardegna ma studiato sulla scia dei classici americani: medico legale, gangster, inseguimenti al cardiopalma. Il Commissario Casu, è pieno di caratteristiche insolite, ama bere, fumare, gli piacciono le donne e le auto sportive. Ama anche la musica raeggeton e il buon cibo, è gentile e generoso, è un inguaribile ottimista ma anche allo stesso tempo un’anima inquieta che soffre per le brutture del mondo ed è intenzionato a fare la sua parte per eliminarle. E’ anche un giocatore, ama fare la sua capatina settimanale nella sua agenzia di scommesse preferite e fare due chiacchiere con quella moltitudine di simpatici personaggi che la popola.
Il romanzo fa rivivere le atmosfere di suspence e tensione dell’epoca dei sequestri degli anni ’90 in Sardegna e lo fa in chiave moderna e originale. Il Commissario ama anche scrivere poesie e leggere libri motivazionali, una persona piena di risorse che non vi annoierà un minuto.

Quanta importanza ha per te una bella copertina nella vendita dei libri? Pensi sia un dettaglio marginale?

Una bella copertina è fondamentale. La mia l’ho realizzata in modo minimalista richiamando la sagoma di un delitto, colorata di giallo per evidenziare il genere della storia. Poi ci ho messo il Commissario che prende appunti con il suo taccuino, immancabile compagno di viaggio, dalla serie i dettagli sono importanti.

Diventerà una storia a fumetti?

Potrebbe benissimo diventarlo, finora a parte il grande interesse generale c’è stato anche l’interessamento di un regista. Lo vedo già il Commissario protagonista di un intrigante film giallo.

Sei uno scrittore che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Leggo tanto, tutto quello che mi capita. Ora sto leggendo un libro giallo “Il Commissario Bordelli” di Marco Vichi. Carino, trovo tante affinità ma anche tante differenze, tutto questo è davvero stimolante.

Progetti per il futuro?

Sto finendo il secondo libro sull’investigatore sardo. “Il Commissario Casu e il serial killer della stella”. Ho in mente poi un terzo capitolo della saga ambientato tra Londra e New York per farlo conoscere ancora di più al grande pubblico e farlo cimentare in casi internazionali, visto che ama tanto anche viaggiare e non rinuncia mai alle sfide.

:: Into the wild truth, Carine McCandless (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 febbraio 2016
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Carine McCandless è la sorella di Chris, il ragazzo che a soli 24 anni morì in Alaska e che fu il protagonista prima di un articolo su “Outside” intitolato Death of an Innocent (Morte di un innocente) e poi del libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme. Libro da cui Sean Penn realizzò la versione cinematografica Into the wild – Nelle terre selvagge.
Rispettando il volere di Carine, all’epoca, Jon e Sean Penn non dissero tutta la verità sulle motivazioni che avevano spinto Chris a compiere quel viaggio sventurato, questo perché Carine non voleva che i genitori passassero per dei mostri, sperando che quello che era accaduto al fratello li facesse ragionare e decidessero finalmente di cambiare. Un cambiamento che non è mai capitato, anzi erano peggiorati. Prendevano forza dalle malelingue che accusavano Chris di essere stato un figlio egoista, di aver voluto far soffrire i genitori di proposito, di essere uno stupido e uno sconsiderato.
Tutti questi fatti fecero prendere a Carine la decisione, vent’anni dopo la morte del fratello, di dire finalmente tutta la verità sulla sua famiglia, sul suo passato e quindi sulle motivazioni che spinsero il fratello a fare quel viaggio, un viaggio che non poteva evitare, una scelta che era quasi obbligata.
Cresciuti in uno stato continuo di violenza sia fisica che psicologica, in un continuo raccontarsi bugie, negare le evidenze e recitare sempre per difendere delle apparenze inesistenti, Carine e Chris passarono da uno stato mentale in cui credevano che quella fosse la normalità a quello in cui resisi conto di cosa gli girasse intorno decisero di non volerlo più sopportare e di distaccarsi.
La storia di due famiglie, quella di Carine e quella della prima moglie del padre, che furono distrutte da questo uomo che per riuscire a vivere doveva tenere il prossimo soggiogato a sé.
Into the wild truth nasce come romanzo per spiegare quello che era stato lasciato in sospeso nel primo romanzo (Into the wild), ma via via che lo si legge si capisce che è molto di più.
Carine riesce a trasmettere attraverso le parole tutto il dolore provato nella vita, descrive situazioni estreme e argomenti molto pesanti e profondi, come la violenza domestica, con una narrazione stilistica leggera, ma nello stesso tempo con la profondità che tali argomenti richiedono trasmettendo perfettamente il suo stato d’animo, le sue emozioni, il suo pensiero al lettore, che riesce a vivere e capire perfettamente le scelte fatte sia da lei che dal fratello.
Descrizioni dettagliate portano a immedesimarsi ancora più negli avvenimenti creando così un legame a doppio filo tra lei e il lettore.
Un romanzo biografico che perde il suo lato saggistico prendendo, grazie allo stile narrativo scorrevole scelto da Carine, un ritmo molto più confidenziale, come se fosse una chiacchierata tra amiche, chiacchierata in cui ci si sfoga del peso sul cuore e sull’anima, in cui ci si apre totalmente condividendo tutte se stessi. Una chiacchierata che sa tenere il lettore immerso nella lettura fino alla fine, e che dopo l’ultima pagina vorrebbe davvero prendere il telefono in mano per chiamare Carine e dirle: «Io sono qui. Ti capisco e ti sono vicino.»
Un romanzo che sa intrappolare. Un romanzo che sa sconvolgere. Un romanzo che sa insegnare. Un romanzo che entra nel cuore e nell’animo per non uscirne mai più.

Carine McCandless nasce a Annandale in Virginia nei primi anni del 1970. Sorella minore di Christopher McCandless ha passato la vita cercando di fare da paciere nella sua famiglia.
Imprenditrice e madre di due bambine ha sempre cercato nella sua vita di seguire la verità preservandola da tutto. Unica sua regola di vita l’ha portata ad affrontare molti periodi neri dai quali è riuscita a uscirne sempre a testa alta e ogni volta più forte.
Into the wild truth è il suo primo romanzo, scaturito dalla voglia di rendere giustizia al fratello e far sapere finalmente tutta la verità sugli avvenimenti che lo hanno spinto a prendere una decisione rivelatasi fatale.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi, autrice di “Tredici storie di Adriatico”

2 febbraio 2016

ILgKv0ORBenvenuta Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a te, Giulia.

Sei originaria di un piccolo centro vicino a Ferrara e ora vivi vicino a Bologna. Parlaci dei tuoi luoghi, dove sei cresciuta, dove ora vivi.

Ho vissuto nella Bassa fino a 19 anni, poi ho trovato lavoro a Bologna  continuando a cambiare casa nei paesi limitrofi. Al momento ho all’attivo otto traslochi. Sono stata impiegata a Bologna per oltre trent’anni facendo subito  miei i termini: Rusco (spazzatura), Tiro (apriporta), Cinno (ragazzo) e Soccia (…)  il quarto ho smesso di usarlo appena mi hanno spiegato cosa voleva dire. Di Argenta, dove sono nata, ho un ricordo di estati afose,  valli e tanta nebbia. Quando qui parlano di nebbia ripenso a quella della Bassa, dove per procedere in macchina devi metter la testa fuori dal finestrino per seguire la striscia bianca di mezzeria. Ora vivo in un posto immerso nel verde a Castello di Serravalle dove quando d’inverno nevica resti anche per una settimana a lume di candela e senza riscaldamento. Una cosa molto romantica.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa leggevi da ragazzina?

I primi libri furono Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie,  cominciai ad appassionarmi  alla lettura coi romanzi di Verne verso i 10 anni. Sono diventata una lettrice  solo dopo i 30. Dai 20 ai 30 con una  figlia piccola da crescere, autobus denso di fumo con soli posti in piedi,  lavoro e  casa da seguire  non trovavo il tempo e non sapevo neppure quali letture potessero piacermi. Alla passione per il noir ci sono arrivata per eliminazioni successive.

Poi è arrivata la scrittura. Ce ne vuoi parlare? Che tipo di scrittrice sei?

Una scrittrice lenta. Tutto è cominciato per caso vent’anni fa, inviando un racconto a un concorso. Da lì ho partecipato ai concorsi letterari come fosse un lavoro per 4 anni, arrivando ai primi posti in una sessantina. All’inizio collezionavo targhe e coppe, negli ultimi tempi miravo solo ai premi in denaro. Scrivevo una storia di una trentina di cartelle e la spedivo.  Allungando, accorciando e cambiando l’ambientazione a seconda delle richieste dei bandi. Col  primo racconto La ribaltabile, il più modificato in assoluto, potrei farci un Esercizi di stile. Partiva da una storia nella Bassa arrivando all’ambientazione sarda. Una volta  premiarono lo stesso racconto nello stesso giorno in due posti diversi a 500 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Ci dividemmo i compiti col marito.

Scrivi di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine. Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Quali sono i film tratti da libri più riusciti?

Sono  assetata di storie e amo  il cinema da sempre. Da piccola abitavo fuori mano e non potevo andarci, era il periodo dei Western. Per anni ho sognato di vederne e da allora mi è rimasta la voglia di scriverne uno a modo mio. Di film riusciti tratti da libri  me ne  vengono in mente solo alcuni: Il gattopardo, Shining,  Mystic River, La cruna dell’ago, alcune trasposizioni da Simenon, Uomini che odiano le donne… Spesso mi  capita vedendo un film di leggere il libro in seconda battuta.

Ho letto Tredici storie d’Adriatico, uscito nel 2014. Un libro di racconti. E per quanto ne capisco di libri, originale, ben scritto, con un suo proprio stile che lo evidenza da tanta narrativa tutta uguale. Che accoglienza ha avuto?

L’Editore Luciano Sartirana  ha letto la raccolta, gli è piaciuta, e si è offerto di pubblicarla. Il libro è stato bene accolto dai lettori e ne sono contenta. Non è una pubblicazione a pagamento. Se dovessi pagare per pubblicare  mi terrei gli scritti nel cassetto.

Molte protagoniste dei tuoi racconti sono donne. Come sta cambiando il ruolo delle donne nella narrativa?

I miei racconti prendono spunto da storie vere, solo i finali sono di fantasia. Mia figlia e le mie amiche offrono spunti  a raffica tutti i giorni. Tutte viviamo per il gusto dell’aneddoto e appena ne abbiamo uno ce lo telefoniamo. Da  lì nascono i miei racconti. In Tredici storie di Adriatico  solo due storie sono narrate in prima persona da maschi. Ho sempre pensato che le donne abbiano più cose da raccontare, anche se poi sono i maschi a vendere più libri.

In tutto sono tredici racconti, ognuno legato a una città. Come dico nella mia recensione al tuo libro: “c’è profumo di piadina, di centri balneari deserti di inverno, di dune, di sabbia, di mare”. Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono. Pensi sia vero?

Resto dell’idea che per scrivere di un posto occorra viverlo. Poi ci sono sempre le eccezioni alla regola.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Di italiani ho amato alcuni libri di Ammaniti,  Baldini, Carofiglio, Camilleri e  De Giovanni anche se  la grande passione resta  sempre per Simenon (quello dei romanzi senza il Commissario Maigret).

Cosa stai leggendo adesso?

Ho appena finito Freddo nell’anima di Lansdale e Chiamate la levatrice di Jennifer Worth. Apprezzando  entrambi.

Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Preferisco i romanzi. Quando mi affeziono a una storia vorrei che il piacere si protraesse il più a lungo possibile e non si esaurisse in poche pagine, ma amo anche i racconti.

Riguardo la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi o dei dialoghi?

Mi vengono più rapidi i dialoghi. Anche da lettrice le descrizioni troppo corpose se non sono indispensabili mi affaticano, e quelle che somigliano a poesie mi uccidono.

Un ricordo di Luigi Bernardi.

Si propose per pubblicarmi una raccolta di racconti sulla Bassa (Bassa e nera) ma avevo mandato la stessa raccolta a  un concorso che aveva per premio la pubblicazione e l’ho vinto. Quando lo seppe si arrabbiò e  disse “E adesso arrangiati!” Conservammo comunque dei buoni rapporti e ho tenuto  le sue mail per ricordo. Era di una schiettezza rara. Peccato averlo perso troppo presto.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per le presentazioni dei miei  libri finora, fortunatamente,  è andata bene. Ho invece il ricordo di due  premiazioni letterarie  dove non si presentò il secondo classificato, causa morte improvvisa. Ecco in quei casi lì pensi che sia  bello non arrivare secondi. Capitò anche che  per due volte  mi scrivessero sulla  targa “Paolo Rambaldi” scusandosi quando mi videro arrivare. La giustificazione fu sempre la stessa:  il racconto era talmente duro e cattivo da far pensare che  l’avesse scritto un uomo. L’ho  preso come un complimento.
Ma quello che mi faceva morire erano le motivazioni della premiazione (di solito lusinghiere) cioè quello che, secondo il critico,  avrei voluto dire col  racconto. Alcune  interpretazioni erano talmente  sorprendenti che sembrava si riferissero alla storia di un altro. Cominciavano sempre con un “E qui l’autrice ha voluto dirci che…” e le leggevano ad alta voce cercando cenni di assenso da parte mia che non riuscivo a dare. Alcune memorabili e involontariamente comiche le tengo ancora incorniciate in salotto. Di qui la mia diffidenza quando un critico cerca di spiegarmi un quadro…

Grazie della tua disponibilità, Paola.

È stato un piacere, Giulia!

Vorrei concludere questa intervista chiedendoti di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Spero che il mio romanzo Brisa, attualmente presso un agente trovi presto la sua strada, non desidero altro. Oddio a ben pensarci qualche altra cosa da desiderare  l’avrei ma la pubblicazione del romanzo è sicuramente la prima.
Alla pace e alla guerra nel mondo ci pensano già a Miss Italia.

:: I cento fratelli di Donald Antrim (minimun fax, 2011) a cura di Giulia Gabrielli

2 febbraio 2016
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Una riunione di famiglia, cento fratelli, tutti maschi e di ogni età possibile, riuniti a cena nell’enorme biblioteca dell’antica villa di famiglia, in questa sala decadente, logora e ormai in stato di abbandono, come tutto il resto della casa e del giardino.
Un’ambientazione cupa e invernale, che riflette l’animo dell’io narrante, Doug, il fratello appassionato di araldica e genealogie, l’esperto di storia e tradizioni, depresso e quasi alcolizzato, come la maggior parte dei suoi fratelli.

I cento fratelli è, prevedibilmente, un romanzo completamente al maschile in cui nessuna donna viene mai nominata, né una madre, né le mogli dei fratelli sposati. Compare un solo nome femminile, quello di Jane, la donna con cui è fuggito il fratello mancante alla cena, George.
Il tema della discendenza (e di conseguenza del sesso) e delle tradizioni è fortissimo nel racconto: Doug è totalmente ossessionato dallo studio della storia della sua famiglia, soprattutto dallo studio delle vite di tutti gli antenati che avevano il suo stesso nome.

Il tempo sembra stagnare nella sala della biblioteca, le poche ore di una cena si dilatano all’infinito, spezzate dalle descrizioni della casa in decadenza, così come sembrano stagnare i rapporti tra i vari fratelli. C’è infatti un frustrante mantenimento dei ruoli e delle relazioni tra i fratelli, che nonostante il passare del tempo restano ancora legati ai litigi dell’infanzia: i fratelli che avevano sottomesso e maltrattato Doug da piccolo continuano a mantenere la loro supremazia, soprattutto Hiram il fratello maggiore; così come il fratello più debole e fragile psicologicamente, Virgil, continua ad aver bisogno della vicinanza di Doug.

Quella descritta da Antrim è una famiglia assolutamente disfunzionale, dove i rancori accumulati dai fratelli crescendo assieme restano sempre accesi e pronti ad esplodere, e dove la figura del padre, anche se ormai defunto da molti anni, aleggia sospesa e soffocante su tutta la serata.

«La personalità collettiva di questa famiglia potrebbe legittimamente essere descritta come convulsa, romantica, letargica, sarcastica, spaventosa, frustrata, alticcia, combattiva, impudica, crudele, alla “cane mangia cane”, narcisistica ai limiti del borderline, di vedute nervosamente ristrette, nonché più o meno rassegnata alla disperazione, pur se occasionalmente festosa, qualora ebbra.»

Ogni fratello è caratterizzato da un attributo specifico, saturato e portato all’estremo per riuscire a distinguerlo dagli altri novantanove. Ma che ci si distingua per il lavoro, l’età, il fatto di essere parte di una coppia di gemelli o per due cani sempre al seguito, non ha importanza perché si tratta sempre di variazioni minime dalla personalità collettiva della famiglia.
Sono variazioni sullo stesso tema, sullo stesso individuo visto da prospettive diverse, sono in definitiva tutte le concretizzazioni possibili di quello che il DNA di una famiglia ha in potenziale.

Donald Antrim, nato a Sarasota, in Florida, nel 1958, ha esordito come autore di romanzi nel 1993 con Votate Robinson per un mondo migliore, pubblicato da minimum fax in Italia e accolto con entusiasmo dalla critica. Sempre con minimum fax vengono pubblicati anche i suoi due romanzi successivi, Il verificazionista e I cento fratelli; il quarto romanzo invece, La vita dopo, è edito da Einaudi.

Source: acquisto personale.

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:: Breve diario di frontiera, Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2015)

1 febbraio 2016
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Migrante vuol dire molte cose. Ma soprattutto lavorare. All’ estero non si va per divertirsi ma per fare quattrini. E in nome di questo obbiettivo si sacrifica tutto. Ci si rassegna a fare due o tre lavori al giorno; a essere pagati in nero; ad accettare un salario inferiore a quello dei lavoratori locali; a fare i crumiri; a mettersi a piangere per commuovere il padrone finchè si capisce che di padroni pronti a commuoversi ce ne sono pochi in giro,; ad alzarsi all’alba e andare in piazza Omonia, nel cuore di Atene, stando in piedi per ore come una statua vivente che gli operatori del comune hanno dimenticato di pulire.

Migranti, profughi, espatriati, ci sono vari termini per definire coloro che abbandonano il loro paese in cerca di un futuro migliore all’estero. E per quanto possa sembrare strano di questi tempi non è una realtà solo contemporanea, sono esistiti sin dall’antichità e sempre esisteranno. Si lasciava la propria terra a causa delle persecuzioni, delle carestie, delle guerre, come oggi, allo stesso identico modo. Le loro storie spesso, ovvero sia sempre, drammatiche sono storie a parte, ognuna diversa dall’altra come le famiglie infelici di Tolstoj, che meritano la dignità di essere raccontate e quando a farlo è un autore come Gazmend Kapllani vi garantisco è un’ esperienza che non si dimentica. Breve diario di frontiera (μικρό ημερολόγιο συνόρων, 2006) è un breve testo narrativo definito dallo stesso suo traduttore Maurizio De Rosa come docu-fiction: è piacevole da leggere come un racconto ma i fatti narrati provengono dall’esperienza diretta dell’autore, e sono fatti veri, autentici e pur se narrati con un registro ironico e umoristico, simile allo spirito yiddish sebbene l’autore si professi ateo, (si ride, o per lo meno si sorride spesso strano a dirsi) non evitano al lettore di riflettere e interrogarsi, infatti il fatto che Kapllani sappia rilevare l’aspetto comico della realtà non toglie o attenua una serietà etica di fondo e una drammaticità che appunto solo l’intelligenza sa rendere tollerabile e sopportabile.

Si è disposti a condividere delle topaie, anzi dei porcili, con altri dieci, quindici, venti persone. A nutrirsi di pane con il sale, o anche soltanto di pane. Ad addormentarsi spesso e volentieri sull’autobus a causa della stanchezza e della scarsità di sonno. A puzzare come una carogna in primo luogo perché di tempo per lavarsi non ce n’è e poi per risparmiare sulla bolletta dell’acqua calda. In confronto a un migrante il peggior avaro del mondo ha le mani bucate.

La penna felice di Gazmend Kapllani insomma ci accompagna in un viaggio privandoci del dolore di chi l’ ha realmente intrapreso, ma facendocelo percepire e intuire con lucida consapevolezza. Kapllani agli inizi degli anni ’90 lasciò l’Albania, superò la cortina di ferro, (ormai le frontiere erano cadute) e raggiunse la Grecia a piedi con alcuni compagni per finire in un “campo” di accoglienza prima e poi grazie a una scelta del caso, o anche soprattutto per merito della sua conoscenza delle lingue, a non essere tra quelli che vengono rispediti indietro. Ma anzi raggiunge Atene, fa mille lavori, si laurea, e cambia il suo destino. Il testo si sviluppa seguendo due linee narrative in un susseguirsi di canti e controcanti, che mettono a confronto il passato nell’Albania comunista degli anni 70 e 80, (Kapllani è nato nel 1967) e il presente di profugo chiuso in un “campo” di accoglienza sovraffollato, sporco, senza cibo se non qualche pagnotta gettata dei poliziotti a una folla affamata. Non è un testo volto a ispirare compassione, anzi il profugo proprio la rifugge la compassione, non vuole ispirare pietà, non vuole fare pena, e la più grande offesa alla sua dignità è proprio tributargliela.

Il migrante conta i soldi come gli anemici contano le gocce del sangue. Non spende nulla, non compra nulla, vive con il minimo indispensabile, è per sentirsi sazio gli basta contare i soldi e sapere che qualcuno vuole dargli un altro lavoro, e poi un altro e un altro ancora.

Kapllani ci parla di fatti ormai considerati storia (storia passata) ma la modernità e attualità del punto di vista del profugo e in un certo senso senza tempo. I sentimenti, le difficoltà, la differenza tra prima e seconda generazione, il desiderio di integrarsi, il senso di colpa per avere abbandonato la propria terra e essere fuggiti, (alcune volte superato con il desiderio di tornare in un futuro forse remoto), tutto è reale per i profughi di ieri e di oggi e per quelli che verranno. E’ un testo interessante sia per il suo valore di testimonianza ma nello stesso tempo perché è indirizzato a noi, popolo di coloro che dovremmo accogliere, diradando nubi su realtà per lo più misteriose, o che l’indifferenza rende tali. Ed è difficile restare indifferenti leggendo questo libro, è difficile non provare simpatia per lui e i suoi amici, per persone molto diverse dallo stereotipo di “profugo” che emerge da televisioni o giornali: un pericolo, una minaccia, uno che arriva a toglierci il lavoro, che violenta le “nostre” donne, uno che ci priva di diritti e ricchezze “nostre”.

Finché a un certo punto ha la sensazione che le forze gli vengano meno, gli sembra di avere l’artrite, ha delle starne fitte ai reni, alla schiena, al cuore. Se è fortunato riesce ad andare all’ospedale. Ma molti non ce la fanno. Muoiono sul lavoro, restano uccisi dal crollo di un muro, perché i capi per risparmiare non si preoccupano di prevenire gli infortuni. Si sa infatti i migranti muoiono in silenzio come le mosche.

E’ difficile non provare simpatia per qualcuno che è una persona prima che una condizione, o uno stato di necessità. Una persona non di serie b, c o z, ma una persona del tutto identica a noi che ha solo avuto la sventura di trovarsi al di là della frontiera sbagliata, con il passaporto sbagliato, e che a volte ha meriti e capacità molto superiori alle nostre. Ecco a volte basta rifletter su questo. Buona lettura.

Gazmend Kapllani. È nato a Lushnjë, in Albania, nel 1967. Nel gennaio del 1991, dopo la caduta del regime totalitario albanese, ha raggiunto la Grecia a piedi insieme ad altri migranti. Per sopravvivere vi ha svolto tutti i mestieri: manovale, lavapiatti, edicolante. Si è laureato in lettere presso l’Università Statale Giovanni Capodistria di Atene e ha svolto la tesi di dottorato presso l’Università Pantio di Atene, dove ha anche insegnato Storia e Cultura dell’Albania moderna. È stato editorialista dell’autorevole quotidiano ateniese “Ta Nea”. Nel 2012 è stato Fellow del Radcliffe Institute dell’Università di Harvard. Vive tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove insegna Letteratura e Storia europea.

Maurizio De Rosa. Laureato in lettere classiche nel 1996 all’Università Statale di Milano, dal 1997 a oggi ha tradotto in italiano alcuni dei maggiori scrittori greci contemporanei. Per la sua attività è stato candidato due volte al Premio Nazionale Ellenico della Traduzione. Ha collaborato e collabora tutt’ora con il Centro Nazionale Ellenico del Libro, con l’Istituto Italiano di Cultura di Atene e con l’istituto Petros Charis dell’Accademia di Grecia. Suoi articoli sono apparsi su riviste specializzate in Italia, in Grecia e a Cipro, ed è autore di un saggio storico sulla letteratura greca dal 1880 ai giorni nostri. È membro regolare dell’Associazione Nazionale di Studi Neogreci e socio del Centro Ellenico di Cultura di Milano. Per Del Vecchio Editore ha tradotto: Breve diario di frontiera di Gazmend Kapllani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio.

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:: Creature di un giorno, Irvin D. Yalom, (Neri Pozza, 2015) a cura di Viviana Filippini

1 febbraio 2016
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Creature di un giorno dell’ottantenne psichiatra Irvin D. Yalom, non è un vero e proprio romanzo. In questo libro, edito da Neri pozza, lo studioso propone una serie di vicende umane, aventi per protagonisti coloro che nel corso degli anni sono stati suoi pazienti e che, con lui, hanno affrontato problemi e traumi personali. Tra i patimenti ci sono la perdita di qualcuno d’importante per la propria vita, l’invecchiamento, il conflitto con gli altri, la malattia e la solitudine. In certi momenti della lettura si ha come la sensazione che i diversi protagonisti siano usciti dal mondo della fantasia, ma, invece, sono reali. Inoltre, leggendo le loro vicende, ci si rende conto di quanto siano umani e fragili, perché questo emerge proprio nel momento in cui sono chiamati a confrontarsi con quegli eventi traumatici che li tormentano da tempo. Yalom ha un garbo e una delicatezza nel raccontare queste storie, che il lettore è trascinato dentro ad ognuna di esse. C’è da dire che la stessa delicatezza, unita alla professionalità dello psichiatra, sono gli elementi che gli permettono di aiutare ognuno dei suoi pazienti. Tutti i protagonisti qui presenti riusciranno – con tempi diversi- a fare i conti con le proprie sofferenze e con quei dolori, non tanto fisici, ma psicologici, che rendono loro difficile il vivere la quotidianità. Tra i diversi pazienti c’è per esempio un uomo d’affari ossessionato dal fatto che tutto quello che lo circonda deve essere in perfetto ordine. Questa non è solo una necessità per lui, ma è quell’elemento vitale che gli permetti di pacificarsi con il suo animo caotico e tormentato. Intrigante è anche la ex ballerina della Scala in pensione, che entra nelle studio del medico come se fosse su un palcoscenico. Questo dimostra la sua difficoltà nel separare il presente da un passato che ormai non c’è più. Tra le tante storie di vita spicca anche quella di una redattrice scrittrice, dall’aspetto un po’ hippy, giunta allo stato terminale della sua malattia. Yalom, grazie alla sua finezza intellettuale e alla grande esperienza accumulata in più di cinquant’anni di pratica psicanalitica, permette anche a chi non è esperto di psicanalisi di conoscere in modo approfondito la psiche di alcune esistenze umane e di partecipare, in modo empatico, allo sbrogliarsi e risolversi dei loro tomrenti. L’uso di un linguaggio semplice, affabile, non tecnico, è l’elemento che permette a noi lettori di sentirci partecipi e coinvolti nelle vite di questi uomini e donne che hanno chiesto aiuto al noto psichiatra nella speranza di risolvere i propri problemi e di ritrovare la pace perduta. In questo libro, quello che stupisce è il fatto che autore e lettore, terapeuta e paziente, si trovino tutti sullo stesso piano emozionale. Un elemento importante che permette a tutti gli “attori” coinvolti nella narrazione di partecipare, sempre assieme, alla ricerca della soluzione. Per tale motivo la citazione iniziale tratta dai Pensieri dell’imperatore Marco Aurelio è quella che sintetizza alla perfezione l’essenza di Creature di un giorno, di Irvin D. Yalom:

“Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo. Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te. Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte”.
Marco Aurelio, Pensieri

Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Standford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Ha scritto numerosi libri e best seller internazionali, tra i quali La cura Schopenhauer (2005), Le lacrime di Nietschze (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014) e Sul lettino di Freud (2015), tutti editi da Neri Pozza. Per saperne di più www.yalom.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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