:: Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

23 febbraio 2017
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Nel 1917 veniva per la prima volta messa in scena una commedia scritta da Luigi Pirandello: Così è (se vi pare). Fulcro di questa rappresentazione teatrale è l’impossibilità di conoscere la Verità assoluta perché ognuno è portatore di una propria versione dei fatti che riconosce come vera e che spesso entra in contrasto con quella che gli altri chiamano verità. A distanza di anni, in “Tutto quello che non ricordo” Jonas Hassen Khemiri persegue lo stesso scopo attraverso mezzi diversi.
In questo romanzo, uno scrittore vuole ricostruire le vicende legate alla morte di Samuel, cercando di capire mediante le testimonianze dei suoi cari, se quello del ragazzo sia stato un tragico incidente stradale o se abbia deciso volontariamente di togliersi la vita.

“(…) il sole splendeva, i ragazzi tedeschi parlavano dei pomodori ananas, davanti a un negozio di mobili c’era un furgone da cui uscivano lampade e cassettiere, sui tavolini di un bar all’aperto la birra scintillava nei bicchieri di plastica, era una bella giornata, la gente stava bene, le bici trotterellavano sul pavé, i taxi suonavano il clacson, i gatti miagolavano, la città pulsava, ma Samuel era morto.” (pag. 81)

La narrazione è originale, tanto spezzata ed inusuale quanto piacevole. Infatti, la descrizione di Samuel, della sua vita e delle sue giornate è raccontata contemporaneamente da due voci di cui una è quella di Vandad, il migliore amico che ora si trova in carcere. La seconda voce varia: si tratta di quella della Pantera, amica di infanzia di Samuel, artista contemporanea trasferitasi a Berlino; è la voce di Laide, interprete attivista per le donne immigrate che subiscono violenza, grande amore di Samuel; è la voce della mamma del giovane che si rifiuta di incontrare lo scrittore e comunica solo attraverso messaggi; infine, è la voce della nonna di Samuel, a cui il ragazzo era tanto affezionato ma alla quale la malattia sta togliendo senno e ricordi. Le loro parole si aggiungono alla versione raccontata da Vandad, cambiando il punto di vista degli avvenimenti e il colore dei dettagli. Ognuno di questi personaggi ha conosciuto Samuel e lo descrive in modo diverso, seguendo le proprie sensazioni attraverso un personale filtro percettivo. Pagina dopo pagina le contraddizioni aumentano e, sotto il dominio di un relativismo imperante, diviene sempre più complesso comprendere quale traduzione della realtà sia vera. Forse tutte. Forse nessuna.

«E dai! Ci divertiamo. Pensa alla Banca delle esperienze!»
«La Banca delle esperienze?»
«Per quanto palloso possa essere, ce ne ricorderemo. E allora ne vale la pena, no?» (pag. 69)

Samuel è un ragazzo particolare, sempre alla ricerca di situazioni che possano essere ricordate e inserite in quella che chiama la Banca delle esperienze. Vorrebbe ricordare tutto quanto, come se dimenticare equivalesse a non vivere e portasse ad essere ad un passo più vicini alla morte. Samuel, però, non ha una buona memoria e ha bisogno di legare episodi ad oggetti e di scrivere tutto nei suoi taccuini. L’oblio lo spaventa al punto tale di sentire la necessità di esagerare, riempiendo la sua Banca con azioni sempre fuori dall’ordinario, abusando spesso di alcol e droga. L’intensità delle sensazioni provate lo fa sentire vicino al cuore della vita e lo aiuta a non dimenticare. L’amore per Laide è altrettanto intenso e a lungo sostituisce l’esigenza di soddisfare la Banca delle esperienze. Attraverso questo personaggio, Khemiri affronta problemi di natura complessa come la violenza sulle donne e il razzismo.

Donne che erano state maltrattate, violentate, bruciate con le sigarette. Uomini che si lamentavano di essere stati discriminati nel mercato immobiliare e in quello del lavoro, e che quando cercavano di denunciarlo all’autorità contro la discriminazione, venivano discriminati anche lì. Donne prese a calci negli stinchi, con gli occhi così gonfi da non riuscire a tenerli aperti. (…) Erano avvocati dello Jämtland, campioni del triathlon nati in Finlandia, volti noti delle tv svedese. Erano fruttivendoli siriani, violinisti belgi, alcolizzati della Scania. Ma gli uomini non avevano importanza. Gli uomini erano superflui. Erano le donne che volevo aiutare. (pag. 115)

L’autore ha sperimentato sulla sua pelle il razzismo essendo per metà origine svedese e per l’altra metà tunisino. Sebbene la sua famiglia fosse benestante e gli abbia garantito gli studi migliori e una casa nel centro della città, il suo nome e la sua genìa sono sempre stati malvisti e percepiti come stranieri, laddove straniero assume il valore di nemico e di pericolo, all’ombra di quel razzismo che diviene uno dei temi principali della scrittura di Khemiri e bersaglio della sua denuncia. Allo stesso modo, Samuel ha madre svedese e padre nigeriano, porta un nome europeo che avrebbe dovuto facilitare la sua assunzione negli ambienti di lavoro; anche lui da piccolo ha subito atti di bullismo: lo chiamavano “«Gabbiano» per il colore della sua pelle che era bianca e nera allo stesso tempo”.
In bilico tra la scrittura e l’oralità, non avrete la sensazione di leggere ma quella di essere lì, davanti a chi parla ed ascoltare. Poi, proprio come lo scrittore protagonista del romanzo, organizzerete dentro di voi la vostra versione dei fatti unendo i pezzi di un puzzle troppo difficile da ricomporre correttamente. Alla fine, tutto verrà rimesso in discussione perché in fondo nessuno può essere padrone della Verità, in quanto Così è, se vi pare.
Tutto quello che non ricordo” è un romanzo diverso e forse lo stesso Samuel avrebbe avuto il piacere di leggerlo proprio perché fuori dall’ordinario, quindi, impossibile da dimenticare e perfetto da inserire nella sua Banca delle esperienze.

Jonas Hassen Khemiri nasce a Stoccolma nel 1978 da madre svedese e padre tunisino. Autore di quattro romanzi e una raccolta di racconti, saggi e drammi teatrali rappresentati in tutto il mondo, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Augustpriset proprio con “Tutto quello che non ricordo”.
Traduzione di Alessandro Bassini

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Francesca, addetto stampa di Iperborea.

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:: Il Fantastico secondo Alessia Mainardi, a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017

alessiamainardiAlessia Mainardi, parmigiana doc, è un nome noto da diversi anni a chi si occupa di cultura fantastica e frequenta le fiere: cosplayer storica, attivista sociale per i diritti dei disabili, autrice delle due saghe fantasy di Argetlam e Avelion e del romanzo steampunk Blink. Ma sentiamo cosa racconta lei stessa sulla sua vita e la sua arte poliedriche e interessanti.

Come nasce la tua passione per i generi del fantastico, steampunk e fantasy?

Potrei dire che questa passione nasce con me. Mi spiego meglio: fin da bambina adoravo le fiabe, inventavo storie fantasiose che raccontavo io a mia nonna e non viceversa. Crescendo questa mia inclinazione verso tutto ciò che è fantastico si è allargata abbracciando i libri che leggevo, non solo romanzi di genere, ma anche saggistica su mitologia, leggende, misteri e archeologia, in particolare egittologia; per poi passare ai film e le serie TV che seguivo e, ovviamente, anche i cartoni animati, non solo Disney, quanto più gli anime giapponesi, i quali mi hanno fatto approdare ai manga. Alla fine, quando sono diventata scrittrice, per me è stato naturale continuare nel solco della passione che mi è sempre appartenuta.

In che universo ti sei sentita più a tuo agio, in quello fantasy o in quello steampunk?

Sicuramente in quello steampunk. Come ho detto prima sono appassionata di mitologia, archeologia e anche di periodi storici più recenti, come quello vittoriano in cui lo steampunk affonda le sue radici. Avendo adorato i romanzi di Jane Austen così come le avventure di Sherlock Holmes descritte da Sir Arthur Conan Doyle calarmi in quell’atmosfera, condendola di un pizzico di magia e fantasia, per me è stato molto più stimolante che creare dal nulla un intero mondo nuovo come richiede il fantasy. Preferisco nascondermi tra le pieghe di ciò che è familiare e conosciuto e ribaltarne la concezione con qualche innovazione imprevista.

Cosa pensi della situazione di questi generi in Italia?

Da lettrice devo dire di trovare le proposte italiane riguardanti il fantasy spesso noiose e ripetitive, come evidenziano bene la somiglianza di trame e copertine, per questo mi avvicino più volentieri all’urban-fantasy e allo steampunk. L’offerta è minima se rapportata ad altri generi più di moda come il paranormal-romance o anche il filone distopico, anch’essi abusati più che sfruttati, ma come ho detto prima, questi generi che partono da un periodo storico preciso, da una realtà comune a tutti, e poi la stravolgono, spesso racchiudono trovate originali e molto apprezzabili che non sono presenti in altri generi. Da scrittrice dunque, pur avendo esordito con una trilogia fantasy classica, me ne sono allontanata quasi subito, poiché desidero proporre ai miei lettori ciò che io per prima trovo differente e godibile.

Vuoi raccontare qualcosa della sua esperienza nel cosplay e del libro che hai scritto in tema?

La mia parentesi cosplay rientra nella mia passione per il fantastico, i film, gli anime e i manga. Era un modo per rendere reali i personaggi che amavo vestendone i panni. Il che da la possibilità di sfidare se stessi facendo cose che normalmente non rientrano nella nostra routine e, anche, di rapportarsi con gli altri dimenticando timidezza e inibizioni. Attraverso il cosplay si impara qualcosa di più del recitare un testo a lungo provato su di un palco, l’immedesimarsi in un personaggio al punto da renderlo reale per chi ti incontrerà in fiera e con cui dovrai interagire.
In più essendo io disabile, affetta da una malattia genetica rara che si chiama Atassia di Friedreich, cominciai a fare cosplay subito dopo la diagnosi come reazione alla mia condizione, scoprendo che con un costume addosso non ero più la ‘povera ragazza disabile’ di cui avere pena, bensì una cosplayer come tante altre, una del gruppo. Con il cosplay prendevo una pausa da me stessa e per assurdo, nei panni di un personaggio irreale, mostravo agli altri la vera me stessa, senza le limitazioni della mia malattia. Ero ciò che volevo essere.
Questa mia scoperta ho voluto inserirla nel libro autobiografico Alessia in Cosplayland proprio per condividere ciò di cui mi ero accorta e che ho sperimentato in prima persona, ovvero che, come scrivo nel testo, a volte ‘la disabilità è solo questione di punti di vista’ e ‘la volontà è ciò che rende chiunque in grado di realizzare anche l’impossibile’. Se non avessi imparato a guardare la mia disabilità da un’angolazione diversa, prendendola non come limite, ma semplicemente come un differente punto di partenza, non sarei dove sono ora a fare quello che faccio.

Prossimi progetti?

Come editore insieme ad Ailus Editrice, l’associazione di cui sono presidente, nata dalla passione di un gruppo di scrittori, illustratori e lettori, che ha lo scopo di far conoscere il mondo del fantastico a 360 gradi, pubblicando i lavori dei suoi artisti e collaboratori, davvero molti che mi vedranno impegnata per tutto il 2017. Come autrice, ho abituato i miei lettori ad avere un mio libro nuovo all’anno e non li deluderò. A novembre potrete leggere un romanzo che ho ribattezzato di ambientazione archeo-fantasy in cui saranno chiamate in causa le divinità dell’Antico Egitto, una delle mie passioni più vecchie e radicate.

Per ulteriori informazioni su Alessia visitare il suo sito ufficiale www.alessiamainardi.net e quello dell’AssociazioneAilus Editrice: www.ailuseditrice.it

:: Tra Sandokan e Salgari: Yanez De Gomera il bohemien dei mari maltesi di Felice Pozzo (Bibliografia e informazione, 2016) a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017
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Emilio Salgari, maestro italiano dell’avventura sotto varie forme, dal romanzo storico alla fantascienza, continua ad appassionare, almeno chi è cresciuto con lui e i suoi libri, e magari anche gli adattamenti in tv, come l’ormai mitico sceneggiato Sandokan di quarant’anni fa.
Un autore così prolifico offre infiniti spunti su cui riflettere e da studiare, e nel saggio Tra Sandokan e Salgari: Yanez de Gomera il bohemien dei mari maltesi Felice Pozzo, uno dei massimi studiosi in materia, racconta uno dei suoi personaggi più amati, anche se all’apparenza secondari, per le edizioni Bibliografia e Informazione.
Yanez, migliore amico di Sandokan e suo complice in un’epopea che dura tanti libri, per molti è stato una sorta di alter ego dell’autore, un europeo che sceglieva di andare a vivere in un mondo non suo diventandone parte e condividendo le istanze di quei popoli, trovando là casa e ideali. Senz’altro Yanez, interpretato in tv in maniera mirabile da Philippe Leroy, è e resta uno dei personaggi più interessanti tra i tanti creati da Emilio Salgari, tra cui spiccano anche tante eroine decisamente in anticipo sui suoi tempi: leggere il saggio di Felice Pozzo è davvero come fare un tuffo nel passato, attraverso tutte le avventure di Yanez, con citazioni di brani dei libri e evoluzione di una figura che da avventuriero un po’ bohémien in cerca di avventure diventa il brahimo dell’Assam sposato con una donna indiana, secondo una serie di principi di multiculturalità che erano cari a Salgari ben prima che diventassero di moda e oggetto di dibattiti tra fazioni opposte.
In parallelo Felice Pozzo racconta anche la vicenda umana di Emilio Salgari, i suoi successi indubbi ma anche il suo folle lavoro, i suoi problemi familiari e personali, la sua morte prematura, ma anche i suoi interessi paralleli ai suoi libri, dalle traduzioni di Dumas all’attenzione per l’epopea del Risorgimento.
Tra Sandokan e Salgari è un libro che non può non mancare nelle biblioteche degli amanti di Salgari, sia di chi lo è da lungo tempo sia di chi l’ha scoperto magari in maniera fortuita e recentemente. I libri di Salgari continuano ad essere presenti nel circuito librario, sia delle novità che delle occasioni, anche senza più il supporto di recenti sceneggiati, e questo è un bene. Interessante però anche scoprire cosa c’era dietro ai suoi libri e ai suoi personaggi

Felice Pozzo, vercellese, è studioso salgariano, cinefilo, collezionista bibliofilo e appassionato di fumetti. Ha scritto vari saggi su Salgari e la sua produzione romanzesca, tra cui citiamo Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri, Nella giungla di carta. Itinerari toscani di Emilio Salgari, Emilio Salgari e dintorni, Il corsaro nero e Il laboratorio magico di Emilio Salgari. In questo periodo sta approfondendo i rapporti tra Salgari e la fantascienza, e tra Salgari e gli autori che si ispirarono a lui.

Source: dono dell’autore, si ringrazia Felice Pozzo.

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:: Lettere agli editori, Louis Ferdinand Celine, (Quodlibet, 2016)

22 febbraio 2017
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Louis Ferdinand Auguste Destouches, in arte Celine, dal nome della nonna, intellettuale poliedrico, medico degli ultimi, insopportabile, geniale, innovatore, tragicamente diretto e sincero, ignobile, anti tutto non solo antisemita, seppure questa è la principale macchia nera che grava sulla sua eredità letteraria,  è senza dubbio uno degli scrittori più importanti, controversi e difficili del Novecento. Il secolo breve di hobsbawmiana memoria, che vide esplodere l’odio di due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, l’esplosioni delle atomiche, in un susseguirsi quasi ininterrotto di tragedie e di drammi. Leggere Lettere agli editori (tradotto e cura di Martina Cardelli, edito da Quodlibet) è un esperienza che consiglio nella misura in cui si voglia fare pace con il senso di colpa che quasi ci assale avvicinandoci a questo autore. Dopo Bagattelle, mi ero ripromessa che non avrei più letto niente di Celine, e invece quasi per caso, senza riflettere troppo, ho avuto modo di leggere questo libro, scoprendo lati del suo carattere e del suo genio che mi erano stati preclusi dalla violenza delle invettive di quell’infernale pamphlet. Innanzitutto credo sia necessario, affrontando questo testo, dimenticarci il Celine che abbiamo iniziato a conoscere attraverso il filtro di tanti anni di critica, e abbandonare il preconcetto che i rapporti tra scrittori ed editori siano fiumi tranquilli, edulcorati da scambi in punta di penna di specchiata educazione. Consideriamo anche che l’editoria di allora ormai è scomparsa, è ben difficile che uno scrittore tratti con il boss di una casa editrice in prima persona, discutendo di anticipi, diritti, rendiconti. Ora, sicuramente questi dettagli tecnici e materiali vengono gestititi da professionisti appositi, agenti letterari, consulenti e chi più ne ha ne metta. L’editoria è cambiata, l’editoria ruspante di allora non esiste più, è morta o meglio dire si è evoluta, perdendo anche parti che si potrebbero definire spontanee e affascinanti. C’è anche da dire che anche allora di Celine c’era giusto lui, e averlo come autore nella propria scuderia, non deve essere stato affatto un gioco da ragazzi, privo di rischi. Diffidente, aggressivo, privo di doti concilianti, andava anche a umori, fin che si faceva alla lettera tutto quello che indicava come prioritario, ci si poteva fregiare della sua amicizia, se questo idillio si rompeva, insulti, epiteti, accuse, fiumi di sarcasmo, sempre stemperato dalla sua fervida fantasia e ironia e dalla sua decostruzione del linguaggio (che rendono tra l’altro queste lettere molto divertenti da leggere). Se vogliamo Celine era un villain a parole, usava il linguaggio (anche molto affilato e tratti rude) come un’ arma per lo più di difesa, ma fu lui a subire materialmente e moralmente povertà, esclusione, la minaccia della condanna a morte, l’esilio, una condanna detentiva. La sua carriera letteraria, per lui indispensabile in maniera disperata, il suo desiderio di essere pubblicato (e ben pubblicato), uscire in libreria, avere belle recensioni, vincere premi, ottenere quella sorta di visibilità e riconoscimento per il suo genio di cui era lucidamente e un po’ astutamente consapevole, sono per lui necessità vitali, che non si deprezzano nel mero desiderio di guadagnare denaro. Più che altro questa sua ostentata avidità o taccagneria, che sbandiera in ogni dove, cavillando per anticipi principeschi, esigendo ristampe, implorando quasi di essere pubblicato nelle Pleiade, insomma il lato venale del suo genio, più che altro una disperata necessità di non essere imbrogliato, vilipeso, umiliato. Esige il rispetto ed essere preso sul serio, quando queste due condizioni le vede tentennare, la rottura giunge inevitabile, come con il povero Paulhan, o anche con Monnier che tanto aveva fatto per lui, rischiando in prima persona. Soprattutto non accetta la pietà, o il dono (che anche alcuni amici scrittori o ammiratori vogliono fargli nei suoi periodi più difficili, ci provò pure Malaparte), lui si considera un operaio delle lettere ed esige di vivere con il suo salario dovuto. Forse la carogna Voilier è colei a cui dedica le pagine più sulfuree e avvelenate, ritenendola responsabile in primis della morte di Robert Denoel (morì assassinato), per il quale non ostante i dissidi, nutrì un’ autentica riconoscenza se non amicizia per averlo pubblicato per primo, (sfuggì a Gallimard per un soffio negli anni Trenta). Tra le pagine di questo epistolario emerge anche l’idea che Celine aveva della scrittura, il rigore con cui lavorava un testo perché fosse perfetto, privo di refusi, cadenzato da virgole efficaci, capace di ottenere il ritmo, che riteneva indispensabile. La «petite musique». Lottava come una tigre per impedire tagli, modifiche a i suoi testi. Voleva copertine sobrie, eleganti, serie. E la sua segretaria Marie Canavaggia (per la quale non dedica mai che parole spendenti, come la tenerezza che dedica a sua moglie Lucette), fu la sua più fida alleata, contro gli editori salumieri. Da leggere.

Céline (Louis Ferdinand Destouches, Courbevoie 1894 – Meudon 1961) è una delle figure più controverse della letteratura del Novecento. Nei suoi romanzi, a cominciare dal Viaggio al termine della notte (1932), ha trasposto i grandi drammi del suo secolo: le trincee, il colonialismo, l’alienazione della classe operaia e delle periferie urbane, i bombardamenti, la Germania del dopoguerra.
Céline è anche l’inventore di una prosa unica – tormentata, provocatoria, esilarante – che porta nella scrittura l’emotività e la vitalità del linguaggio parlato: se ne può trovare un’efficace spiegazione nei Colloqui con il professor Y (1955), sotto la forma di un’immaginaria intervista.
Le sue vicende personali, ma anche politiche, giudiziarie, editoriali sono il riflesso della complessità della sua epoca, cui Céline ha aderito fin nelle più intollerabili aberrazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Morte a credito(1936), Guignol’s Band (1944) e la cosiddetta «trilogia del Nord»: Da un castello all’altro (1957), Nord (1960) e Rigodon (1969).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Quodlibet.

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:: L’ora dei gentiluomini, Don Winslow (Einaudi, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

22 febbraio 2017
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Setacciare le registrazioni catastali nella sede amministrativa della contea è un ottimo antidoto per chi prova il desiderio virile di fare l’investigatore privato. La (triste) verità è che un investigatore privato non passa il tempo a sorseggiare bourbon in ufficio, con in braccio una bionda dalle gambe lunghe che lo supplica di fare sesso con lei mentre il lamento di un sax tenore echeggia in sottofondo. No, la maggior parate del lavoro è un lento esaminare scartoffie, e Boone non ha ancora udito un riff di John Coltrane.” (1)

San Diego, oggi.
Da quando ha lasciato il distretto di polizia per via di qualche “piccola divergenza” con il collega Steve Harrington, Boone Daniels si guadagna la vita lavorando, saltuariamente, come investigatore privato. Il resto del tempo lo passa in spiaggia, o meglio in mare, sulla sua tavola, con gli amici di sempre, Dave “the love god”, High Tide, Johnny Banzai e Hang Twelve. La “Pattuglia dell’alba”, gli ultimi che surfano ancora secondo le vecchie regole; gli ultimi allevati dalla vecchia guardia del surf californiano, in un tempo in cui nessuno ancora accampava diritti sulla spiaggia. Un’epoca in cui diritto di proprietà e surf non avevano niente a che vedere l’uno con l’altro, e in cui nessuno si sarebbe mai sognato di attaccare in giro dei cartelli con scritto “se non vivi qui non surfare qui”.
Oggi, invece, la territorialità è un fenomeno sempre più diffuso, e l’etichetta, be’, chi se la ricorda… ma un conto è giocare senza seguire le regole, e un altro è  far fuori uno come K2, una sorta di nume tutelare, una leggenda della scena surf di Pacific Beach.
Eppure è proprio questo che è successo: Corey Blasingame, stupido rampollo di una ricca famiglia di La Jolla, ha colpito K2 con un “superman punch” e lo ha ucciso.
Oppure no?
Un po’ per intervento della bella avvocatessa Petra, e un po’ in ossequio al senso di giustizia del defunto, Daniels si trova costretto a indagare sull’omicidio di K2 e, in men che non si dica, tutti i surfisti di Pacific Beach gli voltano le spalle.
Tutti.
In fondo non sta cercando di scagionare un ragazzo che ha fatto fuori uno dei loro?
Eppure, se davvero vuole risolvere il caso e far luce sulla morte di K2, Daniels avrà bisogno dell’aiuto dell’intera Pattuglia dell’Alba…

Uscito negli USA nel 2009, e proposto solo recentemente in Italia, L’ora dei gentiluomini è il seguito di La pattuglia dell’alba, romanzo pubblicato nel 2010 da Stile Libero nella traduzione dell’allora attivissimo Luca Conti.
All’epoca dell’uscita, La pattuglia dell’alba era stato accolto piuttosto freddamente: si trattava infatti della prima opera surf-noir(2) di un autore appena scoperto dal pubblico italiano come innovatore della formula proposta da Ellroy nella sua Trilogia Sporca. Al colossale affresco del narcotraffico tracciato nel Potere del cane, l’editore faceva seguire a stretto giro, e in maniera forse un po’ sconsiderata, un testo ben diverso: un romanzo “leggero, estivo”, come hanno commentato alcuni. Un romanzo che ritraeva con partecipazione quello stile di vita tipicamente californiano che Winslow avrebbe poi raccontato, anche se con toni e intenzioni diverse, ne I re del mondo e Le belve. Un testo anche stilisticamente “anomalo”, diviso com’era tra brillanti scene d’azione, battute giovanilistiche e difficilmente traducibili e toni apertamente dichiarativi(3).
Di Le belve (2011) e I re del mondo (2012) si era molto parlato, anche in vista dell’uscita del film Le Belve di Oliver Stone (2012), e quindi il pubblico era in un certo senso avvertito; nel caso del precedente La pattuglia dell’alba, invece, i lettori erano del tutto impreparati, e per questo, credo, il romanzo è stato accolto maluccio.
Quanto detto riguardo allo stile di La pattuglia dell’alba vale, nel bene e nel male, anche per L’ora dei gentiluomini; a questo punto, però, dopo la pubblicazione di altri romanzi come Missing New York, e in pieno ripescaggio delle vecchie serie poliziesche di Winslow, è ora di rimettere tutto in prospettiva e rivalutare questo filone surf noir, che, per quanto non sia il più amato della produzione dell’autore, di certo non è il peggiore, né il meno originale.

L’ora dei gentiluomini di Don Winslow, è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nell’ottima traduzione di Alfredo Colitto.

(1)Don Winslow, L’ora dei gentiluomini, Einaudi Stile Libero, Torino 2016, p. 280. Traduzione di Alfredo Colitto.
(2)In realtà la seconda, se si considera L’invero di Frankie Machine (Einaudi, Torino 2008), c’è però da dire che il vero successo, nel campo del poliziesco, Winslow lo ha ottenuto solo nel 2009 con l’uscita di Il potere del cane e solo a quel punto molti lettori sono andati a recuperare L’inverno di Frankie Machine.
(3)A questi, poi, ci siamo abituati: romanzi come La lingua del fuoco, ma anche Il potere del cane e Il Cartello vedono infatti un’alternanza di pagine puramente narrative e brani dal taglio quasi giornalistico.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello; nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey e L’ora dei gentiluomini.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Sciamenesciá, di Carlos Solito (Elliot, 2016) a cura di Federica Belleri

22 febbraio 2017
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Sciamenesciá. È un’esortazione, dal meraviglioso dialetto salentino. Andiamo, forza, muoviamoci. Dove si va, qual è la direzione? Da qualunque parte si può incontrare il mare, oppure sentire l’umidità del maestrale. Se si è diretti nella piazzetta centrale di El Paiso, bisogna fare attenzione alle pietre bianche. Il sole le fa bruciare. Sciamenesciá. Si torna in Puglia, in Salento, da Milano. Perché le origini chiamano. Si annusano i profumi di luoghi speciali, dove si è cresciuti. Si percepiscono gli odori di cucina. Sciamenesciá. Si parla di droga, dove non esistono altri stimoli. Si cerca altrove, ad esempio nell’hard rock. Si ascolta il vibrare degli ulivi secolari, mossi dal vento caldo. Si costeggiano muretti a secco e masserie inondate dalla calura. Un caffè e una birra, mentre il sole brucia e trovare un riparo risulta difficile. Forse l’immobilità può essere una soluzione.
Carlos Solito racconta la sua Puglia, grazie a parole che si trasformano in immagini, in fotografie nitide di una terra cruda ma spettacolare. Una terra ricca di storia e tradizioni. Ogni pagina e vivibile. I colori sono accesi. I personaggi creati dall’autore hanno iodio nel sangue, seguono il vento e respirano sabbia. Amano e soffrono il loro quotidiano. Strappano un sorriso per la loro ingenuità e purezza. La Puglia, in un viaggio scenografico.
Buona lettura.

Carlos Solito, Pugliese, è un fotografo e giornalista per i più importanti magazine italiani ed esteri di viaggio, scrittore e film maker. Ha scritto Montagne (Elliot, Roma 2012) e Sciamenesciá (Elliot, Roma 2016). Sito personale: http://www.carlossolito.com/‎

Source: libro del recensore.

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:: Blogtour – Il respiro del fuoco, Federico Inverni (Corbaccio, 2017) – terza tappa

22 febbraio 2017

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Oggi siamo felici di ospitare la terza tappa del blogtour organizzato da Corbaccio dedicato al nuovo libro di Federico Inverni Il respiro del fuoco. Dopo Contorni di noir e Milano nera anche oggi un contenuto esclusivo per voi lettori, un Estratto del romanzo che potrete leggere a questo link direttamente online. Il romanzo esce domani, 23 febbraio, in tutte le librerie. Buona lettura!

֎ La trama ֎

Manca poco al tramonto quando il cielo grigio e nero che incombe sulla città di Haven si accende di un rosso infuocato. Ma quel bagliore non proviene dal sole calante che tenta di illuminare uno degli ultimi giorni che precedono il Natale. È il rosso violento di un incendio scaturito sulla cima di una collina in periferia, nella cittadina abbandonata di Eden Crossing. Il respiro del fuoco non ha lasciato scampo: l’eccentrico tempio che accoglieva il reverendo Tobias Manne e i suoi adepti è ora un sepolcro ardente con decine di vittime. La profiler Anna Wayne e il detective Lucas sono arrivati troppo tardi per impedire quel devastante suicidio rituale… …ma qualcosa appare assurdamente incongruo. Qualcuno è riuscito a dominare il fuoco, a farsene padrone. E forse quello non è un suicidio collettivo, ma la più efferata delle stragi, messa in atto da una mente visionaria e geniale. Perché esiste soltanto una cosa più affascinante e pericolosa del manipolare il fuoco: manipolare le menti. Mentre in città la notte arde di altri fuochi, Anna e Lucas devono sfidare il tempo per riuscire a elaborare un profilo del killer, ricostruire la storia delle vittime e individuare la più sfuggente delle ombre, prima che uccida ancora. Ma ogni indagine ha un prezzo, e quando sia Anna sia Lucas scoprono che quel caso affonda le radici nel loro passato, nei loro segreti, sono costretti a chiedersi se possono davvero fidarsi l’una dell’altro… O se invece, come predicava il reverendo Tobias Manne, non sia il momento di compiere l’ultimo passo: accettare l’inaccettabile.

֎ L’autore ֎

Federico Inverni è lo pseudonimo di un autore che preferisce conservare il proprio anonimato, lasciando che siano i suoi romanzi a trovare la loro strada, ma è felice di parlare con i suoi lettori e con i tanti librai che l’hanno contattato attraverso i social network. Nasconde i suoi interessi e le sue passioni fra le righe che scrive. Ha esordito nel 2016 con il thriller Il prigioniero della notte (Corbaccio) che è stato venduto anche all’estero. Il respiro del fuoco è il suo secondo romanzo.

«Cosa sai delle stelle, Anna?»
domandò Lucas, immobile al mio fianco.
Ci pensai su.
«Niente. Non c’è niente che io possa veramente sapere.»
«Non è corretto. Una cosa la sai.»
«Cosa?»
«Quello che sai delle stelle è che sono morte.
Quella che credi sia una stella in realtà è un fantasma.
E quella che vedi è l’eco del fuoco
che la faceva ardere.»

:: Per ricordare Primo Levi, a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2017

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L’11 aprile di trent’anni fa Primo Levi, uno dei massimi testimoni della Shoah, si suicidava dopo una vita passata a raccontare il suo dramma non certo individuale con fermezza e senza rancori, un gesto che sconvolse sia chi era della sua stessa generazione sia i giovani che erano cresciuti leggendo i suoi libri.
In attesa di celebrare l’anniversario ad aprile con varie iniziative in tutta Italia, nel Grattacielo del San Paolo di Torino si svolgeranno nel mese di marzo alcuni incontri con letture ad ingresso libero per raccontare l’uomo, lo scrittore, il testimone, l’intellettuale e il chimico, tutti aspetti presenti nella vita di Primo Levi e vissuti da lui in maniera parallela.
I tre incontri sono il 1 marzo alle 21 con Gioele Dix che leggerà brani di Primo Levi su Auschwitz, il 9 marzo Sonia Bergamasco che leggerà Primo Levi sulle invenzioni e i racconti di anticipazione e il 16 marzo Fabrizio Gifuni che leggerà dell’autore i brani sui mestieri. I singoli incontri saranno introdotti da Marco Belpoliti e Domenico Scarpa.
Trent’anni sono l’arco di una generazione, e in questi trent’anni Primo Levi non ha smesso di essere amato e letto anche da chi allora non era ancora nato. Di lui si sono scoperti altri aspetti oltre a quello di testimone dei lager nazisti, visto che era un narratore, anche di fantascienza, un uomo di scienza e cultura, un pensatore di rango internazionale. Oggi le sue opere sono disponibili in varie lingue e traduzioni, ed è uno dei pochi autori italiani contemporanei ad essere stato tradotto integralmente nei Paesi anglosassoni, dove per altri nomi sono usciti solo alcuni libri.
In Italia Primo Levi è pubblicato da Einaudi, in varie edizioni, e da un suo libro, La tregua, è stato anche tratto l’omonimo film di Francesco Rosi. Da segnalare inoltre anche il gruppo di lettura in corso alla Biblioteca Ginzburg in via Lombroso 16 dedicato proprio alla fantascienza di Primo Levi, i cui prossimi incontri saranno il 7 marzo, il 4 aprile e il 16 maggio alle 17 e 30.
Le sue storie quindi hanno ancora molto da dire, per la loro varietà e modernità: la prima storia parlerà del suo aspetto più noto, quello relativo alla deportazione e il suo ritorno a casa, mentre la seconda verte su racconti in cui spesso filtrò qualcosa del suo vissuto, in chiave magari fantastica e la terza sarà incentrata sul suo lavoro di chimico, che per anni lo assorbì.
La sede degli incontri è il Grattacielo Intesa San Paolo a Torino in corso Inghilterra 3, l’ingresso è gratuito su prenotazione, per ulteriori informazioni contattare l’Ufficio Media Attività istituzionali, culturali e sociali della San Paolo allo 011 5556203 o via mail a stampa@intesasanpaolo.com

:: Un’ intervista con Carlos Reyes González

20 febbraio 2017
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Credit photo © Felipe Monardes – In primo piano Carlos Reyes e la versione originale del libro

Con grande piacere abbiamo potuto intervistare gli autori de Gli Anni di Allende, vincitore dell’ edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Oggi è la volta di Carlos Reyes González. Abbiamo provveduto a mettere sia la versione originale che italiana, per tutti i nostri lettori di lingua spagnola. Buona lettura!

Bienvenido Carlos y felicitaciones para haber ganado la edición 2017 del Liberi di scrivere Award con la novela grafica Gli anni di Allende! Ante que todo, hablanos de ti, presentate a tus lectores, muchos italianos, que te conocieron también con este Premio.

Hola a todos y todas. Me llamo Carlos Reyes González, soy chileno y como tal, vivo entre el desierto, la patagonia, el mar y la cordillera en el sur del mundo. Estudié cine y TV pero con los años – aunque veo ingentes cantidades de series de TV y cine- me he ido alejando de la creación audiovisual para dedicarme cada vez más a mi otra pasión: la historieta, por eso – aunque también he escrito cuentos- más que un escritor siempre me he sentido un guionista, es decir alguien que escribe en imágenes, alguien que escribe más para ser visto que para ser leído, alguien que explora esa extraña relación que se produce entre la palabra y la imagen

Benvenuto Carlos e complimenti per aver vinto l’edizione 2017 del Liberi di scrivere Award con la novella grafica “Gli anni di Allende”. Come prima cosa, parlaci di te, presentati ai tuoi lettori italiani che ti hanno conosciuto attraverso il premio.

Un saluto a tutti e a tutte. Mi chiamo Carlos Reyes González, sono cileno e in quanto tale vivo tra il deserto, la Patagonia, il mare e la cordigliera. Ho studiato cinema e televisione però con gli anni – anche se continuo a guardare moltissime serie TV e film – mi sono allontanato dalla produzione audiovisiva per dedicarmi sempre di più a un’altra mia passione, il fumetto. Pur avendo scritto alcuni racconti, più che uno scrittore mi sono sempre sentito uno sceneggiatore, ovvero qualcuno che scrive per immagini, che scrive più per essere visto che letto, che esplora questa rara relazione che si produce tra la parola e l’immagine.

Seguramente has ganado premios más importantes, pero este tiene la peculiaridad que es totalmente en las manos de los lectores: ellos postulan los libros, ellos los votan. Non hay jurados de calidad, personajes cuyo rostro vale más y determina la victoria. Te esperabas que muchos de tus lectores, varios chilenos, te hubiesen seguido hasta aquí en este remoto blog italiano?

Afortunadamente y contra todas expectativa, hemos ganado un par de premios con Los años de Allende que nos tienen a Rodrigo Elgueta, el dibujante, y a mí muy sorprendidos y felices. Y es que cuando estábamos trabajando en este proyecto pensábamos que hacíamos un libro que solo iba a interesar a Chile y afortunadamente le ha ido muy bien en nuestro país, pero también ha tenido mucha atención fuera de Chile, lo que para nosotros fue algo más que agradable. Los premios son siempre un regalo, una muestra de cariño. Una forma de saber que lo haces ha tenido un pequeño impacto en alguien y que ese alguien – una persona común y corriente- quiere retribuir tu trabajo con un regalo. Y los regalos, grandes o pequeños, simples o sofisticados, los recibo siempre con alegría y humildad, porque todos sabemos que a veces un premio es más bien prestigio y que no significa necesariamente más éxito o público.  En nuestro caso se trata además de una historieta, un lenguaje que en nuestro país ha a comenzado a tener cierta visibilidad recién en los últimos años -pese a que Chile tiene una larga y rica tradición historietistica- y se trata de una novela gráfica en que el trabajo autoral que se premia es compartido. El guión no sirve de nada sin los dibujos, ambos artes se fusionan para llegar a completarse en la lectura final que hace el público. Cuando Edícola Ediciones nos contó que estábamos nominados a Liberi di scrivere Award nunca pensé que ganaríamos ni que, como bien señalas, los lectores chilenos respondieran tan entusiastamente tomándose el tiempo para votar.  Imagino que ese público lector está felices de haber contribuido a ayudarnos a llevar este libro más allá de nuestras fronteras y quiero creer que es porque piensan que es un buen trabajo. Estoy muy agradecido.

Sicuramente hai vinto premi più importanti, ma questo ha di bello che è totalmente in mano dei lettori: loro candidano i libri, loro li votano. Non ci sono giurie di qualità, personaggi il cui voto vale di più e determina la vittoria. Ti aspettavi che tanti tuoi lettori, molti cileni, ti seguissero fin qui in questo sperduto blog italiano?

Fortunatamente e contro ogni aspettativa abbiamo vinto un paio di premi con “Gli anni di Allende”, cosa che rende Rodrigo Elgueta, l’illustratore, e me molto sorpresi e felici. Mentre stavamo lavorando al progetto pensavamo che il libro avrebbe interessato solo i lettori del Cile. In effetti il libro nel nostro paese è andato molto bene, ma quello che ci ha più piacevolmente sorpresi è stato l’interesse che ha raccolto all’estero. I premi sono sempre un regalo, una dimostrazione d’affetto. Un modo di sapere che quello che fai ha un qualche impatto sulla vita di qualcun altro e che questo qualcun altro, una persona comune, vuole ripagare il tuo lavoro con un regalo. E i regali, che siano grandi o piccoli, semplici o sofisticati, li ricevo sempre con allegria e umiltà, perché tutti sappiamo che a volte un premio è più che altro una questione di prestigio e che non necessariamente significa maggior successo o pubblico.
Nel nostro caso poi si tratta di un fumetto, un linguaggio che nel nostro paese ha iniziato ad avere visibilità solo negli ultimi anni – anche se in questo ambito il Cile può vantare una lunga e ricca tradizione – e si tratta di una novella grafica in cui il lavoro autoriale che viene premiato è condiviso. La sceneggiatura non significa nulla senza i disegni, entrambe le arti si fondono per arrivare a completarsi nella lettura finale del pubblico. Quando Edicola Ediciones ci ha detto che eravamo stati candidati per il Premio Liberi di Scrivere Award mai avrei immaginato di poter vincere né, come hai giustamente segnalato, che i lettori cileni avrebbero risposto con tanto entusiasmo, prendendosi il tempo di votare. Immagino che questi lettori siano felici di aver contribuito a portare il libro ben aldilà delle nostre frontiere e mi piace pensare che l’abbiano fatto perché pensano che sia un buon lavoro. Sono molto riconoscente per questo.

Como nació la idea de escribir los textos de este libro?

Nació de la propuesta de nuestro editor en Chile, Rafael López Giral que nos instó a hacer esta novela gráfica, pero de algún modo también es fruto de un deseo que Rodrigo y yo teníamos de hacer un trabajo que tuviese que ver con temas más políticos como este. Yo sentí la necesidad de decir algo al respecto, de mostrar  que la historieta puede y debe hacerse cargo de problemáticas políticas, cosa que ha venido haciendo desde sus orígenes, incluso en los trabajos mudos de autores como Masereel,  Nückell y muchos más.  Para mí la escritura siempre es política y acá lo fue de forma evidentemente.

Come è nata l’idea di scrivere i testi di questo libro?

È nata dalla proposta del nostro editore in Cile, Rafael López Giral, che ci ha esortato a realizzarla, ma è nata anche da un desiderio che Rodrigo e io avevamo di realizzare un progetto che avesse a che vedere con tematiche politiche. Ho sentito il bisogno di dire qualcosa a proposito, di dimostrare che il fumetto può e deve farsi carico di questioni politiche, cosa che fa fin dalle sue origini, a partire dai fumetti “muti” di autori come Masereel, Nückell e molti altri. Per me la scrittura è sempre politica e qui lo è stata in modo decisamente forte.

Gli anni di Allende habla de un periodo muy dramático y delicado de tu país. Hubiese podido tomar una via, hacia la democratizacion, la justicia social, pero encuentra la dictatura. Nosotros en Italia en los año ‘70 vivimos el periodo del terrorismo de las brigadas rojas, que querian llevar el país hacia la revolución, ustedes como enfrentaron sus particular coyuntura historica y politica?

Para escribir y dibujar Rodrigo y yo nos sumergimos en documentales, registros fotográficos, entrevistas, libros de historia y todo lo que pudimos hallar sobre  el tema. La idea fue siempre ofrecer un panorama lo más general posible de los distintos momentos del periodo de la Unidad Popular de Allende y de su violento fin con el Golpe de Estado. Incluso llegamos a reunimos con el historiador chileno Manuel Vicuña que nos señaló algunos hitos fundamentales que según él no podíamos eludir. No obstante hay que aclarar que también se trata de una historia de la que yo siempre leí y vi mucho material. y con la que siempre soñé hacer algo. En esta novela gráfica quisimos mostrar el vértigo de ese breve periodo entre 1970 y 1973 que fue bullente no solo en lo político-partidista, sino también fue sorprendente en lo cinematográfico, lo musical, lo artístico.  Se trató de una lucha, de un sueño que fue mucho más allá de lo local, de lo meramente chileno. Todos los ojos del mundo (de un mundo muy diferente  al que habitamos hoy día), los ojos tanto de simpatizantes como de enemigos, estaban  puestos en Chile. La propuesta de Allende fue un experimento único en el mundo, una revolución sin armas, hecha a través del voto democrático. Para muchos esa fue justamente su fortaleza y para otros la razón de su derrota. Lo innegable es que Salvador Allende es ya una figura mítica, un personaje de talla mundial del que se van a seguir escribiendo miles y miles de páginas. Esta es simplemente nuestra versión de los hechos. Esta obra es de ese tipo de libros que llevas dentro de ti por décadas hasta que un día cristaliza y toma forma fuera de tu sistema pese a tí mismo. De algún modo Los años de Allende era un libro inevitable para mí. Tarde o temprano tenía que salir.

Gli anni di Allende parla di un periodo molto drammatico e delicato del tuo paese. Poteva prendere una via, verso la democratizzazione, la giustizia sociale, e invece incontra la dittatura. Noi negli anni in Italia 70 abbiamo vissuto il periodo del terrorismo delle brigate rosse, che volevano portare il paese verso la rivoluzione, voi come avete affrontato la vostra particolare congiuntura storica e politica?

Per scrivere e disegnare Rodrigo e io ci siamo immersi in documentari, archivi fotografici, interviste, libri di storia e tutto quello che abbiamo potuto reperire sull’argomento. L’idea è sempre stata quella di offrire un panorama il più generale possibile dei diversi momenti del periodo dell’Unidad Popular di Allende e della sua violenta fine con il colpo di Stato. Abbiamo anche incontrato lo storico cileno Manuel Vicuña che ci ha segnalato alcuni elementi che secondo lui non avremmo in alcun modo potuto ignorare. Va considerato inoltre che si tratta di una storia della quale ho sempre letto e visto molto materiale e con la quale ho sempre sognato confrontarmi. In questa novella grafica abbiamo voluto mostrare la vertigine di questo breve periodo tra il 1970 e il 1973 che fu effervescente non solo dal punto di vista politico, ma che fu sorprendente anche da quello cinematografico, musicale e artistico.
Si è trattato di una lotta, di un sogno che è stato molto più che locale, molto più che solamente cileno. Tutti gli occhi del mondo, di un mondo molto diverso da quello che abitiamo oggi, lo sguardo tanto dei simpatizzanti tanto dei nemici era puntato sul Cile. La proposta di Allende è stata un esperimento unico al mondo, una rivoluzione senza armi, fatta attraverso il voto democratico. Per molti questa è stata giustamente la sua forza e per altri la ragione della sua sconfitta. Quello che è innegabile è che Salvador Allende è già una figura mitica, un personaggio di risonanza mondiale, del quale si continueranno a scrivere migliaia e migliaia di pagine. Questa è semplicemente la nostra versione dei fatti. Quest’opera è uno di quei libri che ti porti dentro per anni fino a quando un giorno si cristallizza e prende forma fuori di te, aldilà di te. In tutti i modi “Gli anni di Allende” era un libro inevitabile per me. Prima o poi sarebbe venuto fuori.

Gli anni di Allende habla del Chile desde 1970 al 1973. Porqué según ti este periodo historico, y la particular experienza vivida con Allende despierta aun el interes de muchos jovenes, hasta italianos?

Es cierto. Como te decía antes, Allende es una figura que ya excede lo político y se ha instalado como otro hito fundamental del siglo XX. Es la encarnación del héroe trágico, sinónimo de incorruptibilidad, el sueño de una utopía que pudo ser, encarnada en un hombre que tenía un proyecto tan único, tan personal que nadie pareció haber comprendido nunca a cabalidad, ni siquiera sus seguidores más cercanos ni sus detractores. Allende luchó hasta contra gentes de su propio bando para instalar su proyecto. Debe haberse sentido como un grupo formado por un solo miembro. ¿Qué lleva a muchas personas y jóvenes del mundo a sentirse tan cercano a su figura? Piensa en esto: Un hombre mayor está encerrado con muy pocas armas junto a un reducido grupo de personas en el palacio de gobierno. Es traicionado por un grupo de militares, uno de los cuales él mismo puso en el cargo. Su gobierno ha sido atacado desde  el primer día por fuerzas internas y externas. SU gobierno comete errores, pero acierta en otras tantas ocasiones. En plena guerra fría Estados Unidos lo combate y conspira en su contra. Ni Rusia ni Cuba lo apoyan del todo justamente porque el proyecto político de Allende no les parece viable. Este mismo hombre está ese 11 de septiembre de  1973 rodeado y atacado por tropas y tanques. ¡Es bombardeado por aviones! Ve morir a sus mejores amigos en una batalla desigual mientras se entera de que el país entero está en manos de los golpistas cívico-militares que han conspirado contra él. Allende declama a través de la única radio fiel que le queda uno de los discursos más impresionantes de la historia moderna en medio de la batalla y finalmente decide morir antes que rendirse (algunos incluso afirman que fue asesinado) ¡Cómo no va a a impresionar eso a alguien en algún lugar del mundo! Piensen por un momento en lo que Shakespeare hubiese hecho con ese material. En Chile no nos hemos percatado aún de que Allende ya no nos pertenece, él ya es parte del inconsciente colectivo de la humanidad. Es el último gran utopista del siglo XX.

Gli anni di Allende parla del Cile dal 1970 al 1973. Perché secondo te questo periodo storico, e la particolare esperienza vissuta con Allende desta ancora l’interesse di tanti giovani, persino italiani?

Allende è una figura che è già uscita dai confini della politica ed è già diventata elemento imprescindibile del XX secolo. È l’incarnazione dell’eroe tragico, sinonimo di incorruttibilità, rappresenta il sogno di un’utopia che avrebbe potuto essere, personificata in un uomo che aveva un progetto così unico e personale che nessuno lo ha compreso fino in fondo, né i suoi sostenitori più vicini né i suoi detrattori. Allende ha combattuto contro persone della sua stessa fazione per difende la propria idea. Si deve essere sentito come un gruppo formato da una sola persona. Cosa porta tante persone e tanti giovani di tutto il mondo a sentirsi così vicini alla sua figura? Pensa: un uomo è rinchiuso con pochissime armi e un numero ristretto di uomo nel Palazzo di Governo. È stato tradito da un gruppo di militari, a uno dei quali egli stesso ha dato potere. Il suo governo è stato attaccato fin dal primo giorno da forze interne ed esterne. Ha commesso errori, però ha visto giusto in molte altre occasioni. In piena Guerra Fredda, gli Stati Uniti lo osteggiano e cospirano contro di lui. Né Russia né Cuba lo appoggiano del tutto perché il suo progetto politico non sembra sostenibile. L’11 settembre 1973, questo stesso uomo è circondato e attaccato da soldati e carri armati. Bombardato dagli aerei! Vede morire i suoi migliori amici in una battaglia impari mentre si rende conto che l’intero paese è già nelle mani dei golpisti civili e militari che hanno cospirato contro di lui. Nel bel mezzo della battaglia, attraverso l’unica radio fedele che gli resta, Allende fa uno dei discorsi più potenti della storia moderna e alla fine sceglie di morire piuttosto che arrendersi (alcuni sostengono sia stato assassinato). Come può non avere impatto questa storia? Pensa per un momento cosa ne avrebbe fatto Shakespeare! In Cile non ci siamo ancora resi conto che Allende non ci appartiene, egli fa già parte dell’immaginario collettivo dell’umanità. Allende è l’ultimo grande utopista del ventesimo secolo.

Tu graphic novel se inserta en la tradicion di compromiso civil y politico, y conservacion de la memoria de grandes graphic novel como Maus de Art Spiegelman, solo per citarne una. Porqué según ti? Associar las imagenes a las palabras crea una particular alquimia en el lector?

Sí y estamos orgullosos de entrar en esa tradición que busca recuperar, devolvernos la memoria y sobre todo si asumimos que vivimos en un siglo en que la la memoria es fundamental para el futuro. Vivimos en un mundo en que la imagen es fundamental, y creo que siempre lo ha sido.  En la historieta, la palabra y la imagen tienen varias formas de relacionarse entre sí que van desde la dependencia o supremacía de una sobre la otra, pasando por el anclaje y el contrapunto por señalar solo algunas, de este modo la relación se abre o se se sella. Justamente estos procedimientos son los que me hacen amar el lenguaje de la historieta. En el caso de Maus la elección del tratamiento visual fue fundamental para abordar el horror de un modo en que ningún film podrá hacerlo nunca y que la convierten en una obra que no funcionaría tan bien ni con la misma sutileza otro formato. La historieta, en mi experiencia, exige también del lector una serie de destrezas que suenan muy extrañas, pero que un lector no habitual puede aprehender fácilmente como por ejemplo la cristalización del tiempo en espacio, la elipsis y la secuencialidad que están en el centro del quehacer de la historieta; la relación texto-imagen y cierta particular sintaxis, por citar solo algunos elementos de la historieta que usamos para decodificar mejor su mensaje, y que también tiene, según sus propias pertinencias el teatro, el cine y todas las artes.  Esta alquimia de la que hablas es una relación rica que en el caso del cómic se mira y se lee, estableciendo nuevas relaciones todo el tiempo. Soy de los que piensa que aún no hemos explorado profundamente todas las posibilidades que nos ofrece este lenguaje que lejos de desaparecer bajo el advenimiento de las tecnologías digitales del siglo XXI parece incluso tomar un nuevo impulso en el mundo entero ¿Cómo se explica que el cómic, la historieta el tebeo, el Manga, el fumetto, la bande dessinée sean un lenguaje  más vivo que nunca en el siglo XXI ? Creo que la respuesta es que somos seres eminentemente visuales. La primera manifestación artística de la humanidad fueron esos bellos dibujos en las cavernas, luego nuestra escritura fue un también otra expresión del dibujo, ergo: todos somos dibujantes y toda la humanidad vive en una iconosfera, un mundo plagado, saturado de imágenes. Debemos asumir la historieta como una forma de expresión más en la que todo tiene cabida y quienes trabajamos en ella debemos asumir todas sus posibilidades. Por ejemplo, en Italia ustedes tienen al genio de Gipi que hizo para mí una obra maestra del uso del lenguaje de la historieta en el que considero uno de sus mejores trabajos: Unastoria y  tienen también a jóvenes autores de la talla de Andrea Bruno y Paolo Parisi.

La tua graphic novel si inserisce nella tradizione di impegno civile e politico, e conservazione della memoria di grandi graphic novel come Maus di Art Spiegelman, solo per citarne una. Perché secondo te? Associare le immagini alle parole crea una particolare alchimia nel lettore?

Sì, e siamo molto orgogliosi di fare parte di questa tradizione che cerca di recuperare e restituire la memoria, soprattutto alla luce del fatto che viviamo in un secolo in cui la memoria è fondamentale per il futuro. Viviamo anche in un mondo in cui l’immagine è fondamentale, sempre lo è stata. Nel fumetto, la parola e l’immagine hanno diversi modi di relazionarsi tra loro, dalla dipendenza o supremazia di una sull’altra, passando dall’ancoraggio e il contrappunto per segnalarne alcuni e in questo modo la relazione si apre o si sigilla. Sono proprio questi meccanismi quelli che mi fanno amare il linguaggio del fumetto. Nel caso di “Maus” la scelta del linguaggio visivo è stata fondamentale per approcciare l’orrore in un modo che nessun film avrebbe mai potuto fare e che la rende un’opera che non avrebbe potuto funzionare così bene né con la stessa delicatezza in un altro formato.
Nella mia esperienza il fumetto richiede al lettore alcune destrezze un po’ speciali (che anche un lettore poco avvezzo può apprendere facilmente), come ad esempio la cristallizzazione del tempo nello spazio, l’ellissi e la sequenzialità che sono al centro della buona riuscita del fumetto; la relazione testo-immagine e una sintassi particolare, per citare solo alcuni elementi che usiamo per decodificare meglio il messaggio del fumetto, e che il fumetto condivide con il teatro, il cinema e tutte le arti. L’alchimia di cui stiamo parlando è una relazione profonda che nel caso del comic si guarda e si legge, mentre stabilisce continuamente nuovi livelli. Sono tra coloro che pensano che non abbiamo ancora esplorato profondamente tutte le possibilità che ci offre questo linguaggio che, ben lontano dallo scomparire di fronte alle tecnologie digitali del XXI secolo, sembra aver avuto un nuovo impulso in tutto il mondo.
Come si può spiegare altrimenti che il comic, la historieta, il manga, il fumetto, la bande dessinée siano in questo momento un linguaggio più vivo che mai? Credo che la risposta sia nel fatto che siamo creature eminentemente visuali. La prima manifestazione artistica dell’umanità sono stati i disegni delle caverne; la nostra scrittura è un’espressione di disegno. Penso che tutti siamo illustratori e l’umanità intera vive in una “iconosfera”, un mondo saturo di immagini. Dobbiamo considerare il fumetto come un’ulteriore forma espressiva nella quale c’è spazio per tutto e chi lavora con il fumetto deve esplorare tutte le sue possibilità. Per esempio in Italia, insieme ad autori giovani come Andrea Bruno e Paolo Parisi, avete personaggi del calibro di Gipi che, in quello che considero uno dei suoi lavori migliori, Una storia, ha realizzato qualcosa di veramente grande nell’uso del linguaggio del fumetto.

Te agradecemos para tu disponibilidad, y ante de despedirnos me gustaria hacerte otra pregunta sobre tus compromisos laborales, y preguntarte si tienes en programa de venir a Italia en un futuro proximio?

Pasé brevemente- junto a Rodrigo Elgueta, mi compañero de ruta en esta novela gráfica de Allende- por Roma hace unas semanas atrás en Febrero y la ciudad me cautivó. Crecí viendo el cine italiano, leyendo sus historietas y admirando a muchos de sus artistas, así que por supuesto que está en mis planes viajar y hablar de Los años de Allende por allá. Tal vez esta promesa pueda cumplirse en los próximos meses en una visita a la feria de Bolonia que estamos gestionando. Estoy seguro que Edicola Ediciones está haciendo todo lo que está en sus manos para que esto sea posible y les estamos muy agradecidos por todo el apoyo y cuidado que han puesto en nuestro trabajo. Visitarlos allá en Italia sería maravilloso.

Ti ringraziamo per la disponibilità, nel lasciarci mi piacerebbe ancora farti una domanda sui tuoi prossimi impegni lavoratici, e chiederti se hai in programma di venire in Italia nel prossimo futuro?

Insieme a Rodrigo Elgueta, il mio compagno di viaggio in questo lavoro su Allende, sono passato velocemente da Roma, qualche settimana fa e la città mi ha conquistato. Sono cresciuto con il cinema italiano, leggendo i fumetti italiani e ammirando gli artisti italiani, quindi è ovvio che sia nei miei progetti viaggiare e poter far conoscere “Gli anni di Allende” in Italia. Forse questa promessa potrà compiersi nei prossimi mesi in occasione della Fiera di Bologna (Children’s Book Fair, ndt). So che Edicola Ediciones sta facendo tutto il possibile e le siamo molto riconoscenti per l’appoggio e la cura che ha messo nel nostro progetto. Venirli a trovare in Italia sarebbe meraviglioso.

[Traduzione a cura di Alice Rifelli]

Recensione di Gli anni di Allende: qui.

:: Torino – Obiettivo Finale, Rocco Ballacchino, (Fratelli Frilli Editore, 2016)

20 febbraio 2017
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Sergio Crema e Mario Bernardini, poliziotto il primo, settantenne critico cinematografico il secondo, una strana coppia investigativa, tornano in azione in Torino – Obiettivo Finale, nuovo giallo ambientato a Torino del bravo Rocco Ballacchino, per Fratelli Frilli Editore. I suoi gialli ironici, garbati, screziati di riflessioni sociali, psicologiche, di cronaca, sono davvero simpatici, anche se non mancano delitti e colpevoli. Questa volta tema centrale del libro è il terrorismo, da poco sono successi i fatti di Parigi e tutti sono tesi e nervosi, e soprattutto spaventati. Mario Bernardini, la cui misantropia sembra un po’ attenuata dalla convivenza con una giovane e bella attrice, nota in un fatto di cronaca delle discrepanze. Calcolando i tempi è praticamente impossibile che l’ operaio Simone Coralli abbia ucciso la moglie, in un Parco del Valentino alle prime luci dell’alba, e sia poi tornato a casa in tempo manco fosse Superman o Mandrake. Nonostante il caso sia chiuso, Bernardini sospettando che sia stato messo in carcere un innocente, avvicina il recalcitrante Sergio Crema ed espone i suoi dubbi. In un primo tempo Crema, alle prese con una dieta dimagrante, non ha nessuna voglia di mettere il naso in un caso di un collega, poi il tarlo del dubbio lo spinge a esporre in procura i suoi dubbi. Il caso viene riaperto e Crema si trova a indagare su un omicidio ben lontano dal semplice delitto passionale. Umorismo, ironia, vera e propria comicità venano i romanzi di Ballacchino, anche se il tono leggero e disincantato è spesso sporcato da venature tipicamente noir (questa volta il Bernardini dovrà affrontare una prova ben lontana dal caso), in una mescolanza personale, che fa la cifra distintiva di questo autore piemontese. Sempre al centro Torino, con le sue vie, le sue piazze, i suoi parchi e questa volta i suoi grattacieli. In che modo si collegano alla vicenda i due uomini trovati uccisi alle pendici dell’ imponente Forte di Finestrelle, la cui scena del ritrovamento apre il romanzo? Beh vi toccherà leggerlo per scoprirlo.

Rocco Ballacchino Laureato in Scienze della comunicazione, ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto – Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. I suo ultimi noir, Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine-Torino piazza Vittorio e Trama imperfetta-Torino piazza Carlo Alberto sono stati pubblicati dai Fratelli Frilli Editori (2013-2015). È tra i fondatori del collettivo di scrittori ToriNoir con cui ha pubblicato la MemoNoir2016 e l’antologia di racconti La morte non va in vacanza (2015 Golem Edizioni). Il suo sito è http://www.roccoballacchino.it.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli.

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:: Breviario Mediterraneo, Predrag Matvejević (Garzanti, 2004)

20 febbraio 2017
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Prosegue la mia collaborazione con il sito Poetarum Silva. Oggi è la volta di un libro molto particolare, Breviario mediterraneo di Predrag Matvejević. A pochi giorni dalla scomparsa dell’autore l’ho voluto ricordare parlando forse del suo libro più importante, sicuramente il più conosciuto. Per i lettori di Liberi che fossero interessati potete seguire il link. Buona lettura.

Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo.

Continuate la lettura su Poetarum Silva.

Source: libro inviato dall’editore per Poetarum Silva, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Torto marcio, Alessandro Robecchi, (Sellerio, 2017) cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2017
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Tutti vogliono avere ragione, spesso l’evidenza delle cose dimostra che forse le persone hanno torto marcio e Torto marcio è il nuovo thriller mozzafiato di Alessandro Robecchi, edito da Sellerio. Il tutto si svolge in una Milano cupa e grigia. Una città dove il centro a tratti sfarzoso e luccicante è tale ma, la periferia non è così lontana come sembra, tanto è vero che quei palazzoni più o meno visibili ospitano migliaia di vecchi, giovani, italiani, immigrati, criminali. Tutti sono diversi e allo stesso tempo tutti uguali perché poveri. Questa umanità derelitta incombe in modo costante nella storia. Non a caso a poca distanza dal crogiuolo vivente dove per sopravvivere ci si inventano tutti gli stratagemmi e politiche commerciali possibili e immaginabili, un imprenditore sessantenne, super ricco e dalla vita molto regolare, viene freddato a colpi di pistola. Ghezzi e Carella, due poliziotti che stanno agli antipodi per il loro carattere, compiono le prime indagine e notano che A) la pistola è molto vecchia; B) sul cadavere è stato messo un sasso. Perché? Le indagini sembrano arrancare fino a quando altri due corpi senza vita, di uomini della Milano bene, vengono ritrovati freddati con una pistola e con un sasso messo sul corpo. Tutti, investigatori e media alla ricerca dello scoop, parlano di serial killer. Vista la spinosità del caso il team Ghezzi-Carella viene estromesso dall’indagine, ma questo non impedirà ai due colleghi e ai loro aiutanti di continuare l’indagine, facendo dell’appartamento del vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi e della consorte Rosa, casalinga dal fiuto investigativo geniale, la base dalla quale muovere l’indagine parallela. Accanto ai principali protagonisti s’innesta la figura di Carlo Monterossi, sull’orlo di una crisi di nervi e autore di un affermato programma tivù spazzatura, incappa nel «caso dei sassi» e con l’amico Oscar Falcone, vero detective, i due dovranno recuperare un antico e prezioso anello rubato. Avvenimento fortuito che li porterà a scoprire un’amara e impensabile verità sui tre omicidi. Torto marcio è un giallo intrigante nel quale Alessandro Robecchi oltre alle tre morti, mette in scena una serie di tematiche che sono specchio della società dei giorni nostri. C’è l’uomo solitario che sta pagando per colpe che non sono solo le sue. Ci sono giovani alla ricerca di un futuro migliore che sembra sempre sfuggire loro. Ci sono arricchiti che hanno tutto e non sono contenti di nulla. Robecchi, ci trascina nella storia, perché compie anche un’acuta riflessione sui media e sulla loro necessità esasperata ed esasperante di spettacolarizzare una vicenda privata, cercando persino di arrivare ad individuare il presunto assassino prima delle forze dell’ordine. Il tutto per fare ascolti e conquistare il pubblico. Infine, ed è questo il filo sottile che percorre tutto il romanzo di Robecchi, c’è il tema della vendetta personale che porterà uno dei personaggi presenti nell’intreccio narrativo a farsi giustizia da sé, in quanto esasperato, fino alla stremo, delle sconfitte della vita. Sarà proprio questo gesto – sbagliato vero, “ma fino a che punto?” il lettore arriverà a chiedersi- a spingere Tarcisio Ghezzi di Torto marcio di Alessandro Robecchi ad affermare che, nessuno ha ragione, perché quando anche l’ultima speranza di riscatto viene negata allora, forse è vero, tutti hanno torto marcio.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011). Con Sellerio ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).

Source: inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.