:: Un’ intervista con Bilkis Saba, autrice de “Le sfumature della luna”

41vmgwdtcwlBuongiorno Bilkis, e grazie della disponibilità. Da qualche settimana è uscito il tuo primo romanzo, Le sfumature della luna (Koi Press), che è balzato prepotentemente in testa alle classifiche di Amazon e sta vendendo molto bene anche nel formato cartaceo. Come ti spieghi questo interesse per una storia, tendenzialmente, marginale?

L’amore e l’amicizia non sono mai marginali e il mio romanzo parla di questi sentimenti. Marginale, semmai, è la collocazione: Dhaka, capitale del Bangladesh, anche se, con quello che è capitato negli ultimi tempi, penso agli attentati integralisti islamici, di Dhaka si è parlato fin troppo, in negativo. Le sfumature della luna è scritto in modo semplice, racconta di ragazzini che, una volta adulti, si scoprono potenziali amanti, si devono confrontare con le gioie e i dolori della quotidianità… insomma, penso abbia tutti gli ingredienti per non essere relegato come letteratura di nicchia.

Sei bengalese ma scrivi in italiano, perché questa scelta?

Sono nata a Dhaka, ma la mia famiglia si è trasferita a Milano quando avevo tre anni. Sono cresciuta e ho studiato in Italia. Mi sembrava logico cimentarmi nella scrittura usando la lingua che conosco meglio. Anche oggi, che vivo a Londra, a stretto contatto con la comunità bengalese, dato che vivo a due passi da Brick Lane, mi viene più facile pensare e ragionare in italiano.

Come è nata la storia di Le sfumature della luna?

Leggendo diversi articoli sulla condizione femminile in Bangladesh, il romanzo di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, e guardando e riguardando il film The Millionaire di Danny Boyle. Volevo raccontare una storia di amicizia che si trasformasse in qualcosa d’altro e che avesse una connotazione diversa dal solito. Mi piaceva rendere epico il tentativo di un bambino (poi uomo) di salvare il proprio sentimento per una bambina (poi donna) nonostante tutto e tutti. Credo che ci sia un messaggio positivo e di speranza che passa per i più umili.

Parli, nel romanzo, della prostituzione in Bangladesh. Quanto c’è di vero?

Tutto. Il Bangladesh è l’unico paese musulmano dove la prostituzione è legale. Esistono delle vere e proprie città-bordello dove le prostitute entrano giovanissime, spesso vendute dalla famiglia, e percorrono tutte le tappe della loro vita all’interno di questi vasti agglomerati. Le stesse pastiglie che la protagonista del mio romanzo assume, steroidi da somministrare ai bovini, in Bangladesh vengono date alle prostitute molto giovani per farle gonfiare e dar loro forme più sensuali, con tutte le controindicazioni del caso. È una situazione paradossale e molto complessa che io stessa ho studiato e su cui mi sono documentata dal vivo in diversi miei viaggi a Dhaka e in altre città del Bangladesh.

C’è una denuncia verso la condizione femminile, quindi?

Ho la fortuna di non provenire da una famiglia tradizionalista e, personalmente, non ho mai vissuto le umiliazioni che molte mie concittadine (bengalesi e italiane) subiscono quotidianamente. Mi piace mettermi i tacchi alti, mi piace apparire, essere disinibita e detesto l’idea di avere una storia già consolidata con un uomo che non amo perché la mia famiglia lo ha scelto per me. Non sono una ragazza da storie fisse, ma credo nell’amore, nel sentimento dell’amore. Amore e amicizia sono i cardini su cui dovrebbe essere sostenuto il mondo. Voglio dire questo, e nel dirlo, sì, c’è una denuncia nei confronti dei maschi e della loro tracotante arroganza.

Come hai trovato un editore che credesse nel tuo testo?

Mi sono imbattuta nel progetto ThinkABook, un onesto e serio service editoriale. Gli ho proposto il romanzo. Tra i partner di questo progetto c’è Koi Press. Massimo Di Gruso, l’editore, mi ha detto che la storia poteva funzionare, ma che c’era da lavorare sulla scaletta e sui nodi narrativi. Sono stata affiancata in modo costante per cercare di dare una forma definitiva e concreta al testo. Prima c’era molta carne al fuoco, troppa. È stato fatto un lavoro davvero eccezionale. Sono molto contenta.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Pier Paolo Pasolini, Monica Ali, Elif Shafak, Elena Ferrante e Shazia Omar, bravissima scrittrice bengalese che in Italia è pressoché ignorata. Ha scritto un romanzo molto bello, Come un diamante nel cielo, che come nel mio libro racconta la Dhaka contemporanea.

Progetti futuri? So che non ti piace fare presentazioni.

Niente presentazioni per me. Mi annoiano e non credo di dare una buona impressione. Sono troppo aggressiva. Preferisco che le persone mi leggano, se ne hanno voglia. Vivo a Londra, dove sto conseguendo un master in comunicazione editoriale e nel tempo libero sto lavorando a un secondo romanzo. Questa volta ambientato negli Stati Uniti. Sarà sempre una storia d’amore. A me piace così.

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